L'ARTE RACCONTATA AI COMPAGNI

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Tracce di Lavoro comune . 2025
arteideologia raccolta supplementi
made n.23 Ottobre 2025
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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pagina
Elementi e complementi . (appunti VIII.1)
[seguente]

15 . LE CONSEGUENZE DELLA VIRTÙ (morale)

E già! Ci sarebbero un’ultima “catastrofe” e un’ultima “nascita” da segnalare ancora alla vostra attenzione.

In Inghilterra… nel periodo tra il 1830 e il 1880 l’attività artistica necessitava dell’approvazione della moralità e della religione, cui la vita dei sensi risultava sospetta in quanto connessa a gratificazioni inferiori e perfino pericolose.
I numerosi quadri di Turner appesi nella casa del giovane Ruskin venivano coperti con teli neri durante lo Shabbat, perché i piaceri dell’occhio erano ritenuti incompatibili con la solennità richiesta dal settimo giorno. Al di là della Manica, in Francia, la domenica era un momento di felice libertà e ricreazione, dedicato a quelle gite fuori porta che i pittori non si stancavano di raffigurare.
Pur essendo espressa in opere più intense e profonde degli scritti di qualsiasi autore coevo in Francia, la passione per la pittura di Ruskin poteva risultare giustificata solo se il prodigioso appetito del suo occhio veniva messo al servizio di ciò che vi era di ideale e di nobile nella religione e nella morale.[1]

Ruskin “disegnando scoprì il piacere del tatto” – scrive Sennett, e prosegue:

La scrittura di Ruskin è intensamente personale: Ruskin attinge idee e precetti dalle sue sensazioni, dal proprio vissuto. L’appello che rivolgeva alla società vittoriana potrebbe essere formulato oggi con l’invito a “entrare in contatto con il nostro corpo”. La sua prosa possiede, nei momenti migliori, un potere quasi ipnotico, tattile; fa toccare al lettore il muschio umido sopra una vecchia pietra, gli fa vedere la polvere nelle strade illuminate dal sole.
[…] A Oxford, tra gli anni cinquanta e sessanta dell’Ottocento, Ruskin mise in pratica il precetto di entrare in contatto con il corpo, guidando squadre di esponenti della gioventù dorata a costruire una strada di campagna: le mani dolenti e callose il segno virtuoso dell’essere in contatto con la Vita Vera.
La sensibilità ruskiniana, se coinvolgeva l’apprezzamento della bellezza del rustico e più che una punta di compiacimento erotico per la fatica fisica, portava tuttavia allo scoperto, chiarendola, un’apprensione che il suo pubblico riusciva a stento a esprimere in parole.[2]

Certo, qui si riconosce a Ruskin un compiacimento erotico per la fatica fisica… purché essa sia casta.
John Ruskin incontrò William Turner a Oxford non prima del 1836, e da allora si stabilì tra i due un rapporto durato per il resto della vita di Turner, che si concluse lasciando Ruskin esecutore testamentario del pittore.
«Turner ha lasciato un’infinità di rotoli di acquarelli - racconta Deleuze-. Come si dice in questi casi, era talmente avanti nella sua epoca che non mostrava i suoi quadri, semplicemente li metteva dentro a delle scatole, tutto qui… Ha lasciato tutto allo Stato, all’Inghilterra, che a sua volta ha abbandonato tutto in quelle scatole per molto tempo. E poi arriva Ruskin, il lodevole eppure fastidioso Ruskin, ammiratore appassionato di Turner, che ha bruciato tanti di quei disegni e acquarelli perché li riteneva pornografici. È stata una catastrofe. C’è una dichiarazione di Ruskin che fa venire i brividi…»[3]

Un giorno, aprendo una scatola, la trovai colma di disegni e di dipinti del genere più vergognoso; rappresentavano genitali di donne, degli schizzi assolutamente imperdonabili e, per me, inspiegabili. Decisi di cercare donde provenissero queste ignominie e scoprì che tutti i venerdì il mio eroe lasciava la sua casa di Chelsea per recarsi a Wapping, dove restata fino al lunedì mattina in compagnia delle prostitute del porto, ritraendole in tutte le posture dell’impudicizia […]. Cosa dovevo fare? Fui tormentato dai dubbi per diverse settimane, cercando di innalzare la mia coscienza fino al più alto livello morale. Infine, come in un lampo, mi venne in mente l’idea che ero stato scelto come l’unico uomo capace di prendere una decisione cruciale in questa faccenda. Così, diedi immediatamente fuoco a quelle centinai di schizzi e di dipinti abietti… Sì, li bruciai tutti! Credete che non abbia fatto bene? Sono fiero di averlo fatto, molto fiero.[4]

«… ma in fin dei conti – conclude Deleuze – nessuno può condannare nessuno… Il merito di Ruskin, però, resta quello di essere stato uno dei pochi a comprendere Turner da vivo. Tutti quei rotoli di acquarelli sono battezzati da Ruskin: la nascita o l’inizio del colore.»
Morto Turner, Ruskin potrà arrivare anche a capire che «un buon stile pittorico non trasmette necessariamente l’immagine di qualcosa diverso da sé; consiste in determinate combinazioni di fasci di luce, ma non riproduce nulla».[5]
E detto così, si potrà presto anche intendere questa proposizione come una anticipazione dell’astrazione; basta indebolire quel “necessariamente” per mettere l’accento sull’immagine pittorica che non trasmette null’altro che sé stessa.[6]
Tuttavia sembra che nei rotoli di acquarelli, che Turner gli lasciò fiduciosamente in mano, Ruskin vide riprodotto tutt’altro che il nulla, ma proprio la somiglianza col pieno, il gonfio e il turgido incontro dei corpi… e li bruciò.[7]
Così l’inizio o la nascita del colore in pittura finisce in fiamme, come il Parlamento e la Torre di Londra, o va in rovina come la Borsa d’Inghilterra … senza più Turner a ricevere l’estrema combustione.
Avevamo promesso una citazione con cui Ruskin concludeva il suo capitolo dedicato alla volgarità ? Eccolo.

Due anni fa, quando stavo iniziando a elaborare l'argomento, chiacchierando con uno dei miei amici più attenti (il signor Brett, il pittore della Val d'Aosta nella Mostra del 1859), gli chiesi casualmente: "Cos'è la volgarità?", semplicemente per vedere cosa avrebbe detto, non supponendo che sia possibile ottenere una risposta immediata. Pensò per circa un minuto, poi rispose tranquillamente: "È solo una delle forme della Morte". All’epoca non compresi il significato della risposta; ma mettendola alla prova, trovai che corrispondeva ad ogni fase delle difficoltà legate all'indagine, e ne riassumeva la vera conclusione. Tuttavia, per essere completa, si deve dare una definizione precisa e conclusiva, mostrando quale forma di volgarità è della morte; perché la morte in sé non è volgare, ma solo la morte mescolata con la vita. Non posso, tuttavia, costruire una definizione breve che includa tutte le condizioni minori della degenerazione corporale; ma il termine "egoismo mortale" comprenderà tutte le forme più essenziali e fatali della volgarità mentale.[8]

«Volgarità è sozzura e degenerazione, è “ottusità fisica” – ci spiega Clark –, è tutto quanto nasce dalla insensibilità.»[9]

Tutte le diverse impressioni connesse con la negligenza o l'insensibilità dipendono, allo stesso modo, dal grado di insensibilità implicita. Il disordine in un salotto è volgare, nello studio di un antiquario, no; la macchia nera di una battaglia sul viso di un soldato non è volgare, ma la faccia sporca di una domestica lo è [volgare]. E infine, il coraggio, nella misura in cui è un segno di razza, è peculiarmente il segno di un gentiluomo o di una signora: ma diventa volgare o scortese o insensibile, mentre la timidezza non è volgare, se è una caratteristica di razza o finezza di fare. Un cerbiatto non è volgare nell'essere timido, né un coccodrillo [diventa] "nobile" perché coraggioso.[10]

«Forse la morte, nell’aforisma di Brett, è semplicemente, o principalmente la morte della pittura. Forse lo è stata sempre per Brett e Ruskin, come per Pollock…», conclude Clark nella medesima pagina.
Ma ci permettiamo di dubitare della correttezza di attribuire a Brett e Ruskin il medesimo valore che un Pollock o un Franz Kline potranno dare solo un secolo più tardi alla “morte” in generale quale morte dell’arte o della pittura in particolare, come si potrà fare solo nel XX secolo – dato che nel XXI non vale neppure più la pena di parlarne, tant’è evidente.
Magari sarebbe stato meglio prendere in parola le parole espresse da Ruskin nell’epilogo del quinto volume sui pittori moderni (che in una nota confessa avrebbe preferito intitolare Turner and the Ancients), dove, piuttosto che chiedere l’applicazione per Turner del precetto evangelico di “non giudicare” parrebbe che lo stia richiedendo per sé stesso.

Pieno di un amore molto più profondo per ciò che ricordo di Turner, man mano che divento più in grado di capirlo, mi trovo sempre più impotente a spiegare i suoi errori e i suoi peccati. I suoi errori, potrei dire più semplicemente.
Forse, un giorno, la gente comincerà di nuovo a ricordare la forza dell'antica parola greca di peccato; e ad imparare che tutto il peccato è in sostanza un «Mancare il segno», un perdere la visione o la coscienza del cielo; e che questa perdita possa comporsi di molte e svariate mancanze nel suo senso di colpa, non può essere giudicato da noi.[11]

È di una sua propria mancanza di fede – niente affatto teologica ma del tutto concreta e forse proprio volgare e “infedele”, quale quella di dare alle fiamme il lavoro intimo di una pittura che teme di non aver mai capito profondamente ma che non esita a censurare così drasticamente – che Ruskin sta tentando di discolparsi?
Non lo crediamo. Piuttosto crediamo che abbia avuto più fede di quanto poteva concedersi di dare alla pittura di un miscredente, una pittura che non capiva pur amandola e difendendola a oltranza, anche contro se stesso.

…ho frequentato Turner per dieci anni, e anche durante il periodo della sua vita in cui le qualità più brillanti della sua mente erano, sotto molti aspetti, diminuite e stava soffrendo di più per i mali del mondo, non l'ho mai sentito dire una parola contro l'uomo, o del lavoro dell'uomo; non l'ho mai visto lanciare uno sguardo di scortesia o di accusa; non l'ho mai saputo lasciar passare, senza qualche triste rimostranza o invito alla mitezza, una parola malevola pronunciata da un altro.
Di nessun uomo, che abbia mai conosciuto potrei dire questo, tranne di Turner.
È da questa gentilezza e verità sono venute, ripeto, tutte le sue capacità più nobili; ma tutto il suo fallimento e il suo errore, profondo e strano, provenivano dalla sua incredulità.[12] … la lezione che dobbiamo finalmente imparare dalla vita di Turner è in generale questa: che tutto il suo potere proviene dalla sua misericordia e sincerità; tutto il suo fallimento, dalla sua mancanza di fede.[13]

Maneggiare queste devozionali parole di Ruskin (e l’intero capitolo ne è pieno) ci procura un qualche imbarazzo.
Sembrerebbe che Ruskin abbia a che fare con un cruccio, irrisolto da un quarantennio, che gli avrebbe consentito di riconoscere sì la singolare bellezza – di Turner, ad esempio – tuttavia senza capirla, o addirittura detestandola… quand’essa manca della “grazia” e della fede nel divino da parte del pittore.

Il criterio con il quale Turner ha fatto tutto il suo grande lavoro era semplicemente questo: «Quello che faccio deve essere fatto correttamente; ma so anche che nessun uomo che ora vive in Europa si preoccupa di capirlo; e meglio lo faccio, meno ne vedrà il significato».
Non c'è mai stato ancora, per quanto io sappia o leggo, l'isolamento di un grande spirito così completamente desolato. Colombo era riuscito a far sì che altri cuori condividessero la sua speranza, prima di essere messo alla prova più dura; e sapeva che, con l'aiuto del Cielo, poteva finalmente dimostrare di avere ragione. Keplero e Galileo furono in grado di dimostrare le loro conclusioni fino a un certo punto, e per quanto sentivano di avere ragione, erano sicuri che dopo la morte il loro lavoro sarebbe stato riconosciuto.
Ma Turner non poteva dimostrare nulla di ciò che aveva fatto; non vedeva neppure la certezza che dopo la morte sarebbe stato compreso più di quanto non fosse stato nella vita.
Solo un altro Turner avrebbe potuto capire Turner.
La lode che riceveva era povera e superficiale; la considerava molto meno della censura.
La mia ammirazione per lui era di sfrenato entusiasmo, ma non gli dava alcun barlume di piacere; non riusciva a farmi capire i suoi significati principali; mi amava, ma non gli importava di quello che dicevo, e cercava sempre di impedirmi di scrivere di lui, perché dava dolore ai suoi colleghi artisti.
Alla lode di altre persone non diede nemmeno il riconoscimento del loro mesto affetto; gli passò come un mormorio del vento, e giustamente, perché nessuno dei suoi particolari meriti fu mai percepito dal mondo.
Ho detto in un’altra occasione che tutti i grandi artisti moderni saranno in obbligo nei suoi confronti.
Lo faranno; ma si sbagliano ad essergli riconoscenti, come ho sbagliato io quando l'ho indicato come una guida meritevole del loro rispetto. Un'attenta analisi delle correnti dell'arte moderna fondata su Turner da allora mi ha mostrato che in ogni caso i suoi imitatori lo hanno frainteso: che hanno colto semplicemente lo sfavillio superficiale e non hanno mai visto il vero carattere del suo pensiero o del suo lavoro.
E oggi, mentre scrivo [1888], il catalogo che viene venduto all’ingresso della National Gallery, per le istruzioni della gente comune, indica Callcott e Claude come i più grandi artisti.[14]

Quella sua sfrenata ammirazione per Turner è qualcosa di cui Ruskin non riesce proprio a capacitarsi di averla avuta [Only another Turner could apprehend Turner] e di esser stato pertanto un cattivo maestro [but they are in error in this gratitude, as I was, when I quoted it as a sign of their respect]. – Solo un altro Turner avrebbe potuto capire Turner… non certo io, che neppure riesco a concepire l’esistenza di un uomo senza dio, figuriamoci ad ammirarne le opere… surclassate oggi da quelle di Augustus Callcott, il Claude Lorrain inglese!

Nella critica … Turner era acutamente sensibile, a causa della sua naturale gentilezza; la sentiva, per se stesso o per gli altri, non come critica, ma come crudeltà. Sapeva che per quanto poco si potesse vedere la sua capacità superiore, aveva almeno fatto quanto avrebbe dovuto salvarlo dagli insulti sfrenati; e gli attacchi contro di lui nei suoi ultimi anni non erano per lui solo sgradevoli nella loro ignoranza, ma sorprendenti nella loro ingratitudine. «Un uomo può essere debole alla sua età – mi disse una volta, nel momento in cui sentì che stava morendo – ma non dovresti dirglielo».[15]

Ma forse Turner trovò il modo di dire a Ruskin quanto voleva dirgli; ma glielo disse con tanta squisita delicatezza che Ruskin neppure se ne accorse: «È strano – annota infatti Ruskin – che l‘ultima didascalia che Turner abbia mai applicato a un'immagine avrebbero dovuto essere: «Il prete teneva la coppa avvelenata[16]
Lo strano però è che Ruskin non riuscì mai a vedersi indicato come quel venefico sacerdote.
La volgarità in pittura è una possibilità in più per il colore di rompere l’armonia e liberarsi dalla forma….

Whistler 1872, Notturno in blu e oro: il vecchio ponte di Battersea; olio su tela, cm. 66.6x50.2, Tate Gallery, Londra

Seurat 1889, La tour Eiffel; olio su tela, cm. 21.1x15.2, Palace of Legion of Honor, San Francisco





E veniamo al secondo fattarello.
Prima che l’arte del XX secolo richiedesse, tramite Brancusi, un parere (legale) per riconoscersi come opera d’arte tra la fantasmagoria di tutte le altre merci, come abbiamo già visto fin dall’inizio dei nostri incontri [17], l’arte del XIX secolo richiese, tramite Whistler, un criterio (economico) per darsi un valore (in contanti [18]) nella crescente divisione sociale del lavoro dovuta alla rivoluzione industriale allora in corso.
Così viene raccontata (per tutt’altro motivo che il nostro) questa vicenda in una recente storia dell’arte.

Il processo, che si svolse nella Corte d’assise londinese nel novembre 1878, ebbe come protagonista James Abbott McNeill Whistler, sofisticato pittore di origine nordamericana ma trapiantato stabilmente in Europa, e John Ruskin, forse il più celebre critico d’arte dell’epoca. Quest’ultimo aveva pubblicato sul Times una violenta stroncatura di un dipinto di Whistler intitolato Notturno in blu e oro: il vecchio ponte di Battersea: «Prima di adesso ho visto e sentito tante di quelle impudenze, ma non mi sarei mai aspettato che un buffone chiedesse 200 ghinee per sbattere un barattolo di vernice in faccia al pubblico!». Whistler, risentito, querelò il critico, pretendendo un risarcimento.
Dagli atti del processo, che si concluse con la condanna di Ruskin ad un risarcimento simbolico di una ghinea [un quarto di penny, in verità], emerge il conflitto tra la concezione estetica ruskiniana, venata di nostalgico neomedievalismo e di amore per la diligente e onesta qualità artigianale del manufatto artistico, e la poetica di Whistler, impregnata di orientalismo ed ostile ad una pittura intenta a riprodurre con meticolosa verosimiglianza le apparenze della realtà, perché portata piuttosto a sostenere una sostanziale equivalenza tra i valori pittorici e quelli musicali.[19]      

Lasciamo perdere la disinvoltura di passare da una vicenda di quattrini a questioni di stile (per altro molto significativa e della quale non possiamo dirci immuni); ma se si scende nel particolare non si può più sbagliare o confondere le acque.
Certamente, «Ruskin – prosegue l’autore – appoggiava la pittura dei Preraffaelliti, ostentatamente neomedievali [il Medioevo come futuro [20]]nei soggetti ma anche nella tecnica esecutiva, tutta tesa a realizzare una nitidissima verosimiglianza ottica ed una quasi ossessiva finitezza artigianale.»
Nondimeno, abbiamo appena visto che già nel 1853 Ruskin ricordava che «la disposizione dei colori e delle linee è un'arte analoga alla composizione musicale, e completamente indipendente dalla rappresentazione dei fatti»[21], e dunque non può consistere in questo luogo comune dell’epoca la vera ragione del contrasto.
In fondo nei verbali del processo non sono presenti concezioni estetiche, solo, appunto, il “tempo di lavoro” impiegato a produrre l’opera o la sua resa della realtà, la valutazione sul prezzo richiesto rispetto al lavoro eseguito troppo rapidamente e privo di dettagli, ecc.
Inoltre, la dura dichiarazione di Ruskin era inserita nella sua raccolta di lettere, Fors Clavigera [22], pubblicata nel luglio 1877 (ma ci sembra più plausibile che Ruskin si riferisse alla tela di Whistler Notturno in nero e oro, piuttosto che a quella del ponte, già vecchia di cinque anni rispetto la lettera di Ruskin).
L'espressione "Fors Clavigera" intendeva designare i tre grandi poteri che plasmano il destino umano. Questi erano: la Forza, simboleggiata dalla clava (clava) di Ercole; la Fortitude, (fermezza?) simboleggiata dalla chiave (clavis) di Ulisse; e la Fortuna, simboleggiata dal chiodo (clavus) di Licurgo. Questi tre poteri in effe rappresentano insieme il talento umano e la capacità di scegliere il momento giusto e poi colpire con energia.
Ruskin credeva che le sue lettere fossero ispirate appunto dalle tre forze clavigere, e che stesse colpendo al momento giusto per influenzare il cambiamento sociale.[23]
Ruskin riteneva anche che 200 ghinee fossero un insulto al giusto prezzo e voleva estendere l’equità del lavoro salariato anche alla produzione accademica delle belle arti e all’industria preraffaellitica del lusso?

Ma il progresso della produzione capitalistica non crea soltanto un mondo di godimenti, apre anche con la speculazione e col credito mille fonti di arricchimento improvviso.
A un certo livello di sviluppo un grado convenzionale di sperpero, che è allo stesso tempo ostentazione della ricchezza e quindi mezzo di credito, diventa addirittura necessità di mestiere per il “disgraziato” capitalista.
Il lusso rientra nelle spese di rappresentanza del capitale. Inoltre, il capitalista non si arricchisce come il tesaurizzatore in proporzione del suo lavoro personale e della sua frugalità personale, ma nella misura nella quale succhia forza-lavoro altrui e impone all’operaio la rinuncia a tutti i piaceri della vita.
Dunque, benché la prodigalità del capitalista non abbia mai il carattere di buona fede che ha la prodigalità dello spensierato signore feudale, e benché anzi nello sfondo stiano sempre in agguato la più sudicia avarizia e il calcolo più pavido, tuttavia la sua prodigalità cresce col crescere della sua accumulazione, senza che l’una pregiudichi l’altra.
Tuttavia, con il crescere dell’accumulazione nel seno sublime dell’individuo capitalista si accende un conflitto faustiano fra istinto d’accumulazione e istinto di godimento.[24]  

Le mille fonti di arricchimento improvviso il borghese vuol tenersele per sé: gli altri si spacchino pure la schiena la testa e gli occhi.

Ciò che in fondo ogni bravo borghese – per quanto colorato da socialista – vuol vedere acquistato con 200 ghinee è la fatica fatta dal lavoratore per meritarsi 200 ghinee, non l’indolente gesto (oltretutto notturno) di Gettare un Barattolo di Colore In Faccia al Pubblico !
… i manierismi e gli errori di questi dipinti [e fossero pure del preraffaellita signor Burne-Jones], qualunque ne sia la portata, non sono mai artefatti o indolenti. L'opera è naturale per il pittore, per quanto estranea a noi; ed è realizzata con la massima cura, per quanto, secondo il suo o il nostro desiderio, il risultato possa essere ancora incompleto. Non si può dire altrettanto di qualsiasi altro dipinto della scuola moderna; le loro eccentricità sono quasi sempre in qualche modo forzate; e le loro imperfezioni sono assecondate gratuitamente, se non impertinentemente.
Per il bene del signor Whistler, non meno che per la protezione dell'acquirente, Sir Coutts Lindsay non avrebbe dovuto ammettere nella galleria opere in cui l'ingenua presunzione dell'artista sfiorava così tanto l'aspetto di un'impostura volontaria. Ho visto e sentito molta impudenza cockney prima d'ora; ma non mi sarei mai aspettato di sentire un damerino chiedere duecento ghinee per aver Lanciato un Barattolo di Colore in Faccia al Pubblico.[25]

Proprio così era piantato il chiodo clavigero di Ruskin per mettere in croce l’opera di Whistler: praticamente null’altro che…un LuBdiCiFaP – equivalente ottocentesco del duchampiano  L.H.O.O.Q. del 1919.

John Ruskin, grande difensore di Turner, aveva scritto: «finché non si è del tutto certi della propria fedeltà all’apparenza delle cose, meno si conosce della loro realtà, meglio è, ed è precisamente in questa passiva, naturale semplicità che l’arte diventa non solo grande in sé, ma anche massimamente utile alla scienza».
Ruskin, tuttavia, non approvò i dipinti impressionisti quando ebbe occasione di vederli; non era in grado di distinguere che cosa vi fosse rappresentato, e sconsigliava i suoi lettori di accettare le proprie sensazioni senza sapere in dettaglio che oggetti stessero osservando. Probabilmente trovava anche i soggetti impressionisti – le vedute dei dintorni di Parigi – incompatibili con la sua visione morale. [26] 

Ma nel XX secolo ci sarà anche qualcuno che vorrà prenderlo in parola e del lanciare un barattolo di colore ne farà un programma di lavoro. Dal vezzo della scolatura picassiana alle raffiche di vernice pollockiane, sembrerebbe che la divisione del lavoro abbia proseguito a produrre terremoti e catastrofi pur di separare la forma dal colore, lo sfondo dalla figura, la mano dall’occhio, la tela dalla vernice, il pittore dalla pittura… pur di liberare l’uomo dal lavoro. 
Nel 1890 un certo Sheridan Ford, equivoco e presto smentito amico americano che intendeva fare affari con Whistler, pubblicò un opuscolo dedicato alla causa intentata dal pittore contro Ruskin titolandolo The Gentle art of making enemies – più o meno La gentile arte di farsi dei nemici – dal quale estraiamo quanto ci serve.

La scuola di critica che vorrebbe misurare il tempo di lavoro di un pittore e valutare le sue produzioni in base all'evidenza dello sforzo che tradiscono, che confonde le armonie cromatiche con la moralità e pone il talento del fotografo al di sopra del genio che interpreta, è, purtroppo, ancora diffusa nel paese. L'errore nell'arte, come nella religione, è duro a morire, assistito dagli incompetenti in quanto perdona la loro incompetenza e venerato dai molti perché rafforza la loro ignoranza. Come uomo di lettere e maestro di stile, il contributo di Ruskin alla letteratura inglese non è di poco conto. Del grosso della sua critica d'arte, il silenzio è la cosa migliore. È una sua sfortuna, non una sua colpa, che fin dall'inizio della sua carriera abbia dimostrato di non avere occhio per l'arte pittorica, anche se, forse, i posteri non lo riterranno del tutto innocente per aver insegnato per così tanti anni che la pittura è "letteratura di arredo". Non è necessario rivedere qui il processo Ruskin. Il signor Frith, R. A., illuminò l'aula con la rassicurazione che i quadri del signor Whistler erano, dal punto di vista artistico, alla pari di tanta carta da parati. Il signor Burne-Jones sottolineò pensieroso che non erano affatto quadri. Il defunto Tom Taylor, allora critico d'arte del Times, fornì una "deposizione" di tenore simile; e una giuria di intenditori valutò a un quarto di penny i danni subiti dal signor Whistler.[27]

Quanto ci serve è soprattutto quella notazione critica sul tempo di lavoro che non ha legittimità di agire nel giudizio estetico dell’opera d’arte. Tuttavia, la diffusa confusione tra il lavoro industriale e quello artistico deve considerarsi come un portato storico caratteristico della cultura di quel periodo se negli anni 80 dell’ottocento si presenta con la sua forma più sviluppata nel programma di lavoro del post-impressionista di George Seurat. 

L’inclinazione per la scienza di Seurat, la sua sintonia con i metodi dei fisici e dei chimici, si rivela anche nella determinazione del prezzo dei suoi quadri. Seurat definiva infatti il prezzo sulla base delle spese sostenute per il suo mantenimento durante il tempo richiesto dalla realizzazione dell’opera; e, pur essendo pronto a ridurre la somma se il compratore era di suo gradimento, calcolava in genere tale costo intorno a sette franchi al giorno. Vedeva infatti la sua opera come la sommatoria di uguali unità quotidiane di lavoro; e misurava il costo di tale lavoro nei termini del costo del suo sostentamento (cibi, affitto, materiale e così via) durante il periodo in questione, che era anch’esso visto come una sommatoria di unità uguali, come se ciascun momento della sua attività avesse rivestito la stessa importanza per il risultato finale. Ciò significa che egli si atteneva non solo ad una teoria classica del valore-lavoro, ma anche a una concezione classica del costo di tale lavoro.[28]

Schapiro non dimentica certo la questione sollevata da Whistler e subito prosegue:

Per apprezzare l’eccentricità di Seurat a questo proposito, si può fare un confronto con Whistler. Quando, intentando un celebre processo, Whistler querelò per diffamazione Ruskin, uno sbigottito avvocato gli chiese se davvero egli pretendesse duecento ghinee per qualche ora di lavoro. « No », contrattaccò Whistler, « io le richiedo per le conoscenze accumulate in una vita ». Per Whistler i dipinti che realizzava avevano un valore incommensurabile rispetto al tempo impiegato per produrli; per Seurat, erano il risultato di un certo numero di uguali unità lavorative.[29] 

Se Signac muore nel 1935 a 72 anni, Seurat lavora intensamente per tutti gli anni 80 per morire precocemente nel 1891, a soli 32 anni. Sembrerebbe che l’idea fallace del giusto compenso già basta a rovinarti la vita.[30]


Whistler, Notturno in nero e oro–Il razzo cadente (1877); olio su tela, cm.60,3x46, Institure of the Art, Detroit ... ovvero: LuBdiCiFaP

16 . LA BOTTEGA DEL BARBIERE E I CAVALIERI DEL RASOIO

Noi non vogliamo entrare nel merito della questione del “giusto prezzo”, della quale ci siamo precocemente sbarazzati gettando alle ortiche ogni legge economica del valore.
Vogliamo invece, più semplicemente, mettere in rilievo come l’arte moderna si sia trovata subito nelle strettoie del modo di produzione propriamente capitalistico – sia nello specifico processo lavorativo, quando ispira una “programmazione” di tipo industriale; sia nello scambio sociale dell’opera, quando le teorie sulla misurabilità delle merci si mettono a far le bizze al mercato dell’arte (Whistler versus Ruskin, e Seurat); sia quando non distingue l’opera d’arte da tutte le altri merci (Brancusi-Duchamp versus Dogana USA).
Certo, il corso di questi avvenimenti ricopre almeno un secolo, e nel panorama artistico attuale quelle combattive sortite dell’arte della metà dell’Ottocento appaiono anche deboli e quasi pretestuose al confronto con le raffiche che seguirono da parte delle avanguardie artistiche dei primi trent’anni del Novecento.
Comunque sia, già dai primi decenni dell’Ottocento qualcuno in Europa aveva cominciato a sentire di tanto in tanto una certa puzzetta di cattivo gusto, qualche altro (forse Hegel?) si era convinto che un cadavere si aggirava, e così poi nel Novecento qualcun altro ancora si era infine deciso a togliersi la parrucca e rasarsi a zero: Entartete Kunst!

Fu infatti in nome dell’autorità compromessa che, non soltanto in Germania, si fece il processo all’arte moderna, e la si condannò come anarchica e sovversiva: «almeno in queste condanne – sospirava Ugo Oietti – Pio XI va d’accordo con Hitler»; e, aggiungeva, «non sono alleati da trascurare».[31]

Così scriveva Giulio Carlo Argan in una raccolta di scritti pubblicata nel 1964, senza trascurare però di addebitare la teutonica condanna alla piccola borghesia tedesca – come se queste mezze classi non avessero consumato per sempre la propria spinta storica sulle barricate parigine del 1830, e senza neppure che i piccoli borghesi tedeschi ne avessero sentore.
Qualsivoglia classe, strato sociale o ceto abbia realmente ispirato l’ostracismo dell’arte moderna nel 1937, Argan spiegherebbe che «la ragione della persecuzione era un’altra. L’arte moderna sapeva tutto del nazismo: da quale abisso d’imbecillità e d’ignoranza, ma anche da quali sordidi intrighi affaristici fosse sorto, di quale pessima letteratura si fosse nutrito, quale atroce destino preparasse alla Germania e al mondo»[32].
È anche in questo modo che si limitano i danni di un’alleanza sconfitta e si travisa la forza reale dell’arte – qualunque cosa si possa intendere con tale espressione?
«La ragione della persecuzione era un’altra. L’arte moderna sapeva tutto del nazismo», spiega Argan – forse dimenticandosi di aggiungere che l’arte moderna sapeva tutto anche delle armate bianche, della socialdemocrazia di Weimar con i Noske e gli Ebert, nonché delle forme più avanzate del capitalismo. Dunque sarebbe stato ben diverso dire – in quegli anni di frontismo partigiano ed elettoralesco – che l’arte moderna sapeva tutto sul “capitalismo”.
Ma se l’arte sapeva tutto sul capitalismo, anche il capitalismo ormai sapeva tutto sull’arte.
Già nel 1881, un filosofo ottimista e fiducioso come William James scorgeva negli adoratori della scienza, in apparenza sempre prudenti, la «passione di concepire l’universo col massimo risparmio di fatica possibile»…

…e accusava i logici di aver provocato il dilagare di una simile confusione col cattivo impiego di ciò che essi usano chiamare “la legge della parsimonia”. Inventata da Occam, e perciò chiamata “il rasoio di Occam”, la legge della parsimonia [33] prescrive che, nella formulazione di una teoria, bisogna introdurre solo le ipotesi che servono alla sua costruzione. James chiamava “i cavalieri del rasoio” coloro che estendono il campo di applicazione di questa regola, da utile assioma logico, in tecnica di vita. E aggiungeva (senza però esserne troppo sicuro): «Tra noi questi cavalieri del rasoio non saranno mai altro che una setta». Questo fu scritto nel 1881. Oggi i cavalieri del rasoio non sono una setta: sono la maggioranza, e di certo essi non sono dei raseurs sympathiques [rasatori o barbieri amichevoli] qualunque sia il senso che si voglia dare a questa espressione. Essi preferiscono non lottare con l’angelo: ci vuole troppo tempo, non è conveniente dal punto di vista economico, e c’è sempre il pericolo di slogarsi un’anca. Questa di non voler correre rischi è diventata una passione dominante, e molte delle forze che abbiamo studiato in queste conferenze possono essere ricollegate a questo impulso soverchiante: un desiderio di diffondere ogni tipo di arte così ampiamente da far sì che i loro effetti si cancellino a vicenda.
Nietzsche vedeva l’uomo moderno nel suo Eden estetico «attorniato dagli stili e alle arti di tutte le epoche, per potere, come fece Adamo con le bestie, dar loro un nome». L’uso della classificazione si è infatti dimostrato il mezzo più comodo per neutralizzare gli effetti conturbanti dell’arte; ci risparmia il fastidio di partecipazione e, soprattutto, elimina la volontà. […]
I cavalieri del rasoio sono astuti: non bandiscono l’artista dalla città, bensì lo accolgono, ma a certe condizioni, da loro imposte. La neutralità benevola elimina l’attrito, e mantiene l’atrio dell’arte prudentemente chiuso ai disturbatori. Se una certa esperienza si rivela eccezionale, basta moltiplicarla, e ben presto eccezionale non sarà più. Baudelaire prevedeva che un giorno questa tolleranza distruttiva sarebbe stata esaltata come una forma di “progresso”; in questo compiacente ricettacolo, in questo amichevole abisso, le energie anarchiche della creazione sarebbero state messe a bagno fino all’annullamento. [34]

Noi non abbiamo sviscerato abbastanza le svariate argomentazioni attorno alla questione del rapporto tra arte e potere, dei suoi ruoli o funzioni nella società, e tanto meno sull’esistenza di suoi propri (possibili e autonomi) “poteri” e “fini”, e via di questo passo, e pertanto al momento non abbiamo nulla da aggiungere [35], oltre l’accenno fatto del “potere” delle immagini sul senso dell’olfatto.
Ma, limitatamente a quanto appena descritto da Wind, possiamo commentare che se i rozzi cavalieri nazional- teutonici, con ingenua disperazione e come in un raptus (e in un lapsus rivelatore) decretarono la classificazione dell’arte moderna più conseguente tra le forme venefiche per l’ordine delle cose sociali, i più sottili cavalieri imperiali del rasoio – finita la guerra e ristabilito l’ordine – lasciarono che pure l’arte potesse lasciarsi andare dove e come gli sarebbe scappato di farla, cosicché nella produzione vulcanica delle merci le sue energie anarchiche si potessero annullare.
In che modo?
Giusto un anno dopo le conferenze di Edgar Wind, si potevano leggere anche le pagine di un autorevole critico d’arte americano che nell’introduzione al suo libro del 1964 offriva già una panoramica della situazione. 

Oggi non esiste un accordo sul modo di identificare un’opera in quanto arte, tranne che includendola [ad hoc ] nella storia dell’arte. Ma la storia dell’arte è in continua espansione per arrivare a comprende nuovi generi quali la fotografia, la TV, il cinema, il fumetto. Inoltre la qualificazione storica di un’opera come arte è minacciata oggi dalla trasformazione del museo e del libro d’arte in media di comunicazione di massa. Di fronte a una situazione simile, l’ansia dell’arte rende tangibile la libertà che ha l’arte stessa di costruirsi secondo la sua volontà. […] Ciò che conta è chi fa, cosa fa e per quale ragione. Il significato di tutto questo può essere solo che l’oggetto arte sopravvive senza un’identità sicura, come quello che io ho definito un “oggetto ansioso” (“Sono un capolavoro,” deve chiedersi, “o un cumulo di rifiuti”?).[36]

A noi quest’opera d’arte più che ansiosa ci sembra disorientata… quasi quanto un orinatoio di porcellana che non saprebbe dove andare per fare cosa: in un bagno pubblico o in un museo privato.
La faccenda, in fondo, presenta fin dall’inizio tutti i suoi protagonisti come indifferenti all’oggetto dell’arte, tanto quanto tale oggetto al suo produttore; e dipende soltanto dalle circostanze e dalle occasioni se certe imprese verranno portate a buon fine (basterebbe solo chiarire in cosa consiste concretamente questo fine).

Attraverso la continua revisione dei suoi fini [?], delle sue tecniche, della sua portata, l’arte moderna si è costituita in una disciplina che ha le proprie radici nel libero sviluppo degli individui. Tutti gli elementi tradizionali della pittura sono stati concepiti di nuovo in modo da renderli completamente soggetti alla volontà dell’artista. [37]

Quale grado di libertà abbia poi questa volontà – dell’arte in sé o dell’artista in sé – lo veniamo presto a sapere:

Per quanto riguarda il destino della libertà dell’artista, l’attuale integrazione delle arti entro la nostra società di funzioni specializzate è ben lungi dall’essere rassicurante. Il superamento della divergenza tra artista e pubblico non è avvenuto in seguito ad un espandersi della libertà nelle professioni americane in genere. Al contrario si sta verificando in condizioni per le quali l’opera e l’esercizio delle professioni intellettuali vengono costantemente limitati e disciplinati con maggiore rigore. In questo ambiente il rilievo che oggi la critica d’arte dà al prodotto finale, invece che alla natura problematica del fatto di intraprendere l’arte, apre la strada a un’arte prodotta sotto delle direttive, come nelle professioni affini. L’avanguardia che oggi la società accetta corrisponde già ai quadri e alle sculture eseguite secondo formule suggerite [non nell’atrio della comunità ma nel diaconicon] da critici, mercanti o collezionisti e non suscita una sorpresa o una reazione inaspettata maggiore di quella che provoca uno spettacolo della TV ideato per eseguire lo schema dell’organizzatore di un programma. In realtà, si continuano a promuovere iniziative, sia qui [in USA] che all’estero, per stabilire l’arte “programmata” come principio dominante dell’arte di domani.[38]

E così è finita che oggi la progredita “tolleranza distruttiva” dell’estetica diffusa intravista da Baudelaire consente che qualsivoglia cosa, faccenda o impresa possa considerarsi un’opera d’arte, senza per questo stimarla una pretesa indebita o irragionevole.
In conclusione, sembrerebbe che anche il deriso precetto evangelico di “offrire l’altra guancia” (ben rasata) dia risultati non meno proficui ed efficaci del menar faticosi ceffoni o andar di notte a rompere cristalli.

Uh ! Uhuhuh ! - esclamò mio padre, ed emise un formidabile fischio.
Oh, Dio ! - esclamò mia madre, - che storia è mai questa ?
La storia di un Fischio e di un Fiasco - rispose Yorick -, una delle più belle panzane indisponenti che io abbia mai udito. [39]

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Il lavoro di William Turner : Boats at Sea (?), c.1830-1845, acquarelli su carta, cm.22.2x28, Tate Britain
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Sopra: Fabio Mauri 1978, I numeri malefici, dalla XXXVIII Biennale di Venezia del 1978 al Castello di Rivoli nel 2020 (part.: Goebbels visita la mostra di Entartete Kunst a Monaco nel 1937)


[1] . Meyer Schapiro, L’impressionismo cit., p, 308 seg.
[2] . Richard Sennett, The Craftman (2008), it. L’uomo artigiano, ed. Feltrinelli, Milano 2008, p. 110 seg.
[3] . Deleuze, Sulla pittura cit., p. 14.
[4] . Jean Selz, Turner, Flammarion, Paris 1975, p. 85).  – Selz riporta le parole di Ruskin dal libro di Frank Harris La mia vita e i miei amori, (1931).
[5] . J. Ruskin, La natura del gotico (1853), trad. it., Jaca Book, Milano 1990, p. 88.
[6] . A volte si cita questo brano di Ruskin, traducendo ma soprattutto interpretando quanto esprime letteralmente, ossia, per quanto risulterebbe da una traduzione letterale del testo inglese di J. Ruskin di The nature of Gothic a Chapter of stones of Venice, ex libris Kenneth H.M. Connal, pubblicato da George Allen 1892, stampato da William Morris nella stamperia Kelmscott di Londra ad Orpington, pp.49,50. Abbiamo sottolineato la parte riportata nella edizione della nota 85, e ampliata la citazione per una migliore comprensione.
«Dobbiamo ricordare, in primo luogo, che la disposizione dei colori e delle linee è un'arte analoga alla composizione musicale, e completamente indipendente dalla rappresentazione dei fatti (Nota C). Una buona colorazione non trasmette necessariamente l'immagine di qualcosa di diverso da se stessa. Consiste in determinate proporzioni e disposizioni dei raggi di luce, ma non in somiglianze con alcunché. Pochi tocchi di certi grigi e viola stesi dalla mano di un maestro su carta bianca daranno un buon colore; aggiungendo altri tocchi, potremmo scoprire che erano destinati a rappresentare il collo di una colomba, e potremmo lodare, man mano che il disegno procede, la perfetta imitazione del collo della colomba. Ma il buon colore non consiste in una simile imitazione, bensì nelle qualità astratte e nelle relazioni tra il grigio e il viola. Allo stesso modo, non appena un grande scultore inizia a plasmare la sua opera dal blocco, vedremo che le sue linee sono nobilmente disposte e di nobile carattere. Potremmo non avere la minima idea di come siano intese le forme, che si tratti di uomini o animali, di vegetazione o di drappeggi. La loro somiglianza con qualcosa non ne compromette la nobiltà. Sono forme magnifiche, e questo è tutto ciò che dobbiamo sapere per dire se l'artigiano è un bravo o un cattivo scultore.[6] (Nota C – Ho sempre paura di usare questa parola "Composizione"; è abusata nel linguaggio comune in materia d'arte. Niente è più comune che sentire divisioni dell'arte in "forma, composizione e colore", o "luce, ombra e composizione", o "sentimento e composizione", o non importa cos'altro, e composizione; in ogni caso, i parlanti attribuiscono alla parola un significato completamente diverso, generalmente distinto e sempre sbagliato. Composizione, in parole povere, significa "mettere insieme", e significa mettere insieme linee, forme, colori, sfumature o idee. I pittori compongono nel colore, compongono nel pensiero, compongono nella forma e compongono nell'effetto; la parola è usata solo per esprimere una disposizione scientifica, disciplinata e inventiva di uno qualsiasi di questi, invece che una disposizione meramente naturale o accidentale)».
[7] . Non abbiamo capito se poi lo fece realmente, o lo fece solo per quella parte in cui riuscì a vedere le imperdonabili figure, oppure se soltanto desiderò farlo – dato che alcuni dei taccuini “immorali” risultano conservati oggi nella Tate Gallery di Londra. Vedi sulla versione a stampa di questo Almanacco 23, a p. 94 e 95, alcuni fogli dei più casti dal suo taccuino di appunti del 1834-6 CCXCI (b) 6.
[8] . Ruskin, Modern Painters, volume V, ed. George Allen, Londra 1897, p. 303. – E' il brano annunciato in §.5.L’indifferenza e l’informe, relativo alla Nota 11.
[9] . Timothy Clark, cit., p. 358.
[10] . Ruskin, cit., p. 299 seg.
[11] . Ruskin, Modern Painters, volume V cit. p. 372-373.
[12] . Ibidem, p. 375. – Poco oltre: «La forma che l'incredulità dell'Inghilterra, in particolare, ha assunto, è una forma fino ad ora inaudita nella storia umana.», p. 377.
[13] . Ibidem, p. 373
[14] . Ibidem, cit., p. 381 seg.
[15] . Ibidem, p. 382 seg.
[16] . Ibidem, p. 384. – …Forse quella coppa «dell’upas che era diventato il classicismo accademico»? Vedi al proposito il brano di Praz al §.10.Un capitolo in bianco, in corrispondenza della Nota 8.
[17] . Vedi almanacco nømade n.14, ottobre 2017, paragrafo L’oggetto artistico e la sua riconoscibilità, p. 51
[18] . Valore “quantistico” – quasi preferiremo ridefinire quest’ultimo – così il precedente diventerebbe un criterio “qualistico”?
[19] . Antonio Pinelli, La storia dell’arte, Istruzioni per l’uso, ed. Laterza, Roma-Bari 2009, p. 20 seg.
[20] . Rosario Assunto, Verità e bellezza, ed Quasar, Roma 1984. P. 351: “… una concezione… non molto lontana da quella di Ruskin, che nel Medioevo come futuro proponeva … la meta di un rimpatrio alla coincidenza di felicità e virtù in una società mistico artigianale”.
[21] . Cfr. l’intero brano della precedente nota 6.
[22] . John Ruskin, Fors Clavigera, lettere dal 1871 al 1877, in 8 volumi; edizione consultata, Bryan,Taylor & Company, New York 1894.
[23] . Del pensiero di Ruskin ne parla abbastanza il sociologo Richard Sennett, in L’uomo artigiano, ed. Feltrinelli, Milano 2008.Milano.
[24] . Karl Marx, Il Capitale, critica dell’economia politica, Lib. I, traduzione di Elio Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1970, vol. 3, p. 39 (sottolineature nostre). 
[25] . Ruskin, da Fors Clavigera, lettera LXXIX, 18 giugno1877, ed. Bryan, Taylor & Company, New York 1894, vol. 4, pag. 73.
[26] . Meyer Schapiro, L’impressionismo, cit. p. 59.
[27] . Sheridan Ford, The Gentle art of making enemies, ed. Frederick Stokes & Brother, New York 1890, pagina 58. Già Whistler nel 1878, subito dopo la vittoria su Ruskin, aveva pubblicato un proprio libello polemico: Art & Art Critics - Whistler V Ruskin.
[28] . Schapiro, cit., p.264.
[29] . Schapiro, cit., p.264.
[30] . Paul Signac (Parigi, 11 nov. 1863 - 15 ag. 1935); Georges-Pierre Seurat (Parigi, 2 dic. 1859 - Gravelines, 29 mar. 1891)
[31] . G. C. Argan, Entartete Kunst, in Salvezza e caduta nell’arte moderna-studi e note II, ed. Il Saggiatore, Milano 1964, p. 301 seg. 
[32] . Ibidem, p. 302.
[33] . Sembra il corrispettivo in economia politica della giustificazione borghese dell’astinenza : del guadambiare e sparambiare.
[34] . Edgar Wind, Arte e anarchia, cit., pp. 134, 135, 136.
[35] . È probabile però che nel prossimo incontro affronteremo proprio l’argomento della forza o del potere delle immagini, se la lettura degli studi che abbiamo in mente– di David Freedberg, Paul Egen Zanker, W.J.T. Mitchell e altri – ci darà il piacere di poterne parlare.
[36] . Harold Rosenberg, The Anxious Object (1964), ed. it. L’oggetto ansioso, Valentino Bompiani, Milano 1967, pp. 13, 14.
[37] . Ibidem, p. 14.
[38] . Ibidem, p. 14 seg. – Solo tre anni dopo, nel 1967, Guy Debord pubblicherà La società dello spettacolo, ma tanto bastava a descrivere il futuro attuato.
[39] . Congedo nello stile del Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne – che per quasi l’intero libro annuncia sempre di narrare la sua nascita senza mai decidersi a farlo.

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