SUL MODELLO DEL MONDO BORGHESE

Christopher Caudwell . 1935
arteideologia raccolta supplementi
made n.23 Ottobre 2025
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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Studi sulla letteratura inglese [1] 

… Robinson Crusoe è un’epica borghese, significativa a suo modo come il Paradiso perduto: anch’essa parabola inconscia dell’ideologia. Borghese, quasi Defoe avesse letto Marx, Robinson Crusoe, pur vivendo in assoluta solitudine e in perfetta libertà nella sua isola, riesce a sfruttare il suo mondo sul modello del mondo borghese: non manca nemmeno il proletariato sfruttato nella persona dell'ignorante e parifico Venerdì, con cui si evitano rapporti scopertamente autoritari. Venerdì viene sfruttato, realizzando così un vecchio sogno borghese, secondo i migliori sistemi paternalistici.
Naturalmente questo modello semplicissimo di società borghese è destinato a durare finché la tecnica del romanzo, rispecchiante consapevolmente le avventure dell'individuo nella società, resta giovane come la corrispondente cultura. Il contenuto è semplice e piacevole, ma la forma è il prototipo di tutti i romanzi borghesi, perché qui è nato il mondo chiuso del romanzo.
Con la scusa che l’autore è anche il narratore, si esclude qualunque interferenza esterna, si tappano tutte le falle: l’isola, Robinson Crusoe, i suoi pensieri, sono entità autonome, eterne, oggettive, assolute, come lo spazio e il tempo di Newton.
Lo stesso procedimento è seguito in Moll Flanders, un'altra eroina borghese in rivolta contro i limiti imposti dalla società, come Madame Bovary e Anna Karenina. Essa esiste in sé e per sé: con la realtà, limitata all'ambiente che la circonda, non ha che contatti occasionali: è una donna libera, sicura, e sola.
Analogamente a prima, il mondo narrativo viene isolato dalla protagonista-narratrice e diventa un caleidoscopio: così, in entrambi i casi, si può dire che Defoe non c'entri, egli è completamente escluso, e a questo modo il mondo del romanzo diventa oggettivo; oppure, indifferentemente, possiamo affermare che l’intera azione, l'intera realtà è soggettiva perché nella mente dell'autore: pertanto Defoe ne è escluso soltanto nella stessa misura in cui l'occhio è escluso dal campo visuale e l'ego dal campo del pensiero.
Ciò che ci sembrava reale si rivela in effetti privo di fondamento, se analizziamo attentamente e fin dalle sue origini questo microcosmo di strutture sociali borghesi, il romanzo cioè, che avrà un ruolo così importante nello sviluppo della letteratura borghese.
Allora comprenderemo chiaramente che questo «realismo» è talmente vicino al capriccio fantastico che in Peter Wilkins o nei Viaggi di Gulliver diventa fantastico senza il minimo sforzo. Questo mondo artistico autosufficiente è reale solo in sé, ma non fa parte di una realtà più vasta, come nella poesia, per cui la realtà e nebulosa, una specie di mare o di atmosfera luminosa, da cui il singolo prodotto poetico si libera solo in parte.
Mentre la società è impegnata nell'elaborazione delle sue convenzioni, regnano la satira e la commedia di carattere: come nel teatro della restaurazione e nel Pilgrim's Progress. Defoe non fu mai e non avrebbe mai potuto essere un creatore di caratteri o uno scrittore satirico: egli fu così profondamente, per nascita e per educazione, un figlio del suo tempo che non ci fu alcun bisogno, come per le generazioni seguenti, di rendere più sicure o più solide quelle convenzioni sociali: esse erano per lui l'ordine naturale delle cose.
Defoe è dunque il pioniere delle nuove correnti della letteratura borghese del XVIII secolo; conformarsi alle convenzioni sociali è diventato un fatto normale, indiscusso, ed è del tutto spontanea la creazione di tanti microcosmi letterari in cui esse agiscono come terreno comune tra autore e lettore, senza bisogno di alcuna elaborazione.
Chiunque entri in questo mondo vi trova immediatamente il suo posto, ed ecco che l'interesse tende di nuovo a spostarsi sugli individui in quanto individui, e sulle loro avventure particolari, non tipiche.
In conseguenza di ciò, la satira tipologica, feroce ai tempi di Wycherley e di Swift, diventa mondana con Addison e Steele, per poi scomparire di fatto; Defoe guadagna terreno. Fielding e Smollet non hanno, come scrittori di romanzi borghesi, la purezza di Defoe, perché ancora contaminati (Smollet in particolare) dalla satira tipologica: di qui la maggior modernità di Defoe.
Con Jane Ansten, quello che chiamiamo realismo convenzionale, ovvero il “caleidoscopio della casa di bambola”, raggiunge il suo sviluppo finale: le regole sono così profondamente radicate che nella casa di bambola può capitate d'incontrare personaggi assolutamente autentici che vivono altrettanto autentiche vicende. È l'apice del defoismo: perché il romanticismo e già alle porte, con Scott, Beckford e la “rinascita gotica”.
Sterne merita un discorso a parte perché inizia un filone particolare, che fa una ricomparsa, cent'anni dopo, con Lamb, e una breve sortita nel frattempo; il mondo di Sterne non è né tipologico né da caleidoscopio; è sentimentale, come quello di Lamb, di Fitzgerald, Beerbohm e Barrie. Impensabile in un elisabettiano o in un greco, la sua è una sottile tremante sentimentalità che non ha cadute lacrimevoli ne accenti fantastici, ma toni di realismo convenzionale. Se il tradizionalismo cinese è riconducibile a un sentimentalismo di tipo feudale, quello di Sterne si può definire un sentimentalismo borghese. In entrambi, i modelli dl comportamento sono così ben assimilati da rendere superflua la missione educativa dello scrittore satirico: invece, ora è possibile sottoporre queste categorie a un'analisi critica orientata in senso affermativo, e non negative; è come se, apprezzando il tronco di un albero, se ne apprezzassero anche i nodi e le irregolarità. Vi si legge una predilezione per le stravaganze che la natura umana “essenziale”, cioè la natura umana borghese, si permette; in questo senso l'opera di Sterne ha qualche affinità con la commedia individualistica (Falstaff); ma nel nostro caso è del tutto particolare il modo oggettivo, formale, “cinese”, di trattare persone, comportamenti e cose restandone al di fuori.
Il filone di Sterne è un'appendice del filone di Defoe, di poco posteriore. E’ una commedia normativa, non di caratteri, proprio come il realismo di Defoe è fondato su norme, non su caratteri. Il suo tocco delicatissimo e coltissimo, la sua felina acrimonia e lo stretto ambito in cui si muove così studiatamente, sono segni rivelatori di una solida tradizione culturale. Naturalmente Sterne è più vigoroso e di piglio più forte rispetto a Lamb, perché non sono ancora così sicuramente e storicamente consolidate le convenzioni sociali.
Defoe e Sterne sono due pionieri: Defoe crea il mondo oggettivo del caleidoscopio, da cui l’autore è apparentemente   escluso, e la creazione di tal mondo è resa possibile soltanto dal bagaglio culturale comune alla mente dell'autore e del lettore. Sterne si muove con facilità all'interno di questo mondo, e dà l'impressione di creare un universo artistico soggettivo; ma, al di là di queste definizioni, il problema fondamentale per entrambi è la dicotomia tra realtà e soggetto Per l'uno la realtà esiste senza un soggetto che osserva; per l'altro l'osservatore è apparentemente insensibile [indifferente] alla realtà, verso cui mantiene rapporti e giudizi freddamente critici; c'è un punto comune ad entrambi: la vecchia illusione borghese del distacco oggettivo, la inconsapevolezza di quanto siano decisivi i rapporti con 1'ambiente che ci circonda.Durante il XVIII secolo tutto sembrava razionale, sicuro ed eterno; Gibbon poteva passare in rassegna l'Europa borghese e dare per certo che, grazie all'invenzione della polvere da sparo, nulla avrebbe potuto provocarne la caduta in mano barbara. Non riusciva a vedere che proprio nel bel mezzo di tanta pace si stava accumulando una tensione pari a quella che aveva mandato in pezzi l'impero romano. Il verso, come la prosa, riflette la stessa acritica accettazione delle norme borghesi; il linguaggio corrente è così pieno di luoghi comuni da permettere uno stile semplice e diretto; sia il verso che la prosa riflettono la dignità facile, compiacente, un po' a buon mercato, del gentiluomo borghese.
Ma già a partire dal 1750 si stava affermando la seconda fase importante dal capitalismo, la produzione industriale; e, verso la fine del XVIII secolo, la giovane cultura borghese cominciava a rivelarsi scopertamente per quello che era. Come si esprime tale fenomeno in campo artistico? Con la vittoriosa rivolta condotta dalla piccola borghesia contro il sistema di norme c privilegi imposto dall'alta borghesia.
La cultura borghese si afferma come un'espressione di individualismo, a copertura, o come conseguenza, del diritto borghese di proprietà minacciato dal feudalesimo. Questo individualismo e questi diritti, imposti dapprima da un potere arbitrario e violento, diventano alla fine vere e proprie leggi garantite dalla costituzione di uno stato repressivo. In entrambi i casi la libertà dell’individuo si afferma dapprima contro i monopoli di feudatari laici e religiosi, e poi contro l'autocrazia. L'ideologia borghese è dunque permeata dell'idea di libertà, di individuo, di espressione personale, di diritto di parola e di pensiero, e questi ideali sono sempre la molla che fa scattare la rivolta contro ogni potere o strapotere esercitati su una parte della classe borghese in virtù del maggiore sviluppo raggiunto da un'altra parte.
È evidente che la proprietà privata borghese può dar luogo solo allo sfruttamento borghese di altre classi. Un tal processo si svolge in due momenti: il primo, in cui l'alta borghesia, rimpinguata dal bottino delle proprietà religiose e secolari, detta legge; il secondo, in cui la piccola borghesia si prende la rivincita, col risultato di creare, in barba a tutti i suoi ideali, una cultura ancora meno libera, perché la sua rivolta ha finito con l’affrettare lo sviluppo dell'economia capitalista.
Come abbiamo visto a proposito di Milton, la piccola borghesia fu tradita dopo la rivoluzione di Cromwell, quando l'aristocrazia ripristinò gli Stuart e con la “gloriosa rivoluzione” del 1688 ne assicuro il potere.
Questi enormi capitali in proprietà fondiarie, favoriti dallo sviluppo dell'allevamento ovino e dalla recinzione dei terreni demaniali, erano un peso costante per il piccolo borghese, il quale, pieno di risentimento per i ricchi e trionfanti Vanderbilt del suo tempo – aveva imparato nel frattempo che il capitale ha il potere, nella società borghese, di rendere l'uomo libero – faceva del suo meglio per accumularlo esercitando le virtù puritane della sobrietà e del risparmio.
Così l'opposizione di due diversi sistemi morali, la rilassatezza della Chiesa d'Inghilterra e la sobrietà puritana, riproducevano pari pari la differenza qualitativa tra piccolo e grande capitalismo nell'Inghilterra del XVIII secolo.La scena cambia con l’introduzione delle macchine; piccoli capitali accumulati a forza di risparmi hanno ora la possibilità di realizzare grossi margini di profitto; privilegio, finora, riservato ai grossi capitali. Dal 1750 in poi, infatti, la piccola borghesia continua ad arricchirsi finché, all'inizio del XIX secolo, fanno la loro comparsa liberalismo, libero scambio, cobdenismo, e un partito che rappresenta la piccola borghesia in ascesa: la quale, per affrettare la caduta dell'alta borghesia, invoca l'aiuto del “popolo”, si ispira alla democrazia, incrementa lo sviluppo dell'industria e le riforme. La rivoluzione romantica e la espressione della rivolta e delle rosee speranze della piccola borghesia, stanca della lunga oppressione; questa classe si scopre ostacolata nel suo sviluppo da vincolanti leggi sociali e da obblighi tradizionali, proprio come ai tempi del feudalesimo; come allora, infatti, immagina la sua come la rivolta dell'individuo, come la rivincita della personalità umana sulle categorie della società, il trionfo dei valori inalienabili dell'ego. Ma le norme cui si ribella non sono più quelle della società feudale: per questo, la seconda rivoluzione borghese è diversa dalla prima, nonostante le numerose affinità.
Tutto il periodo cha va da Marlowe a Milton aveva visto un'identica rivalutazione dell'individuo contro la società e le sue norme, ed ebbe perciò un fascino irresistibile sul piccolo borghese ribelle. La poesia elisabettiana, e soprattutto Shakespeare, suprema espressione di questa ribellione, furono riscoperti in questo periodo, e trovarono un'eco commossa nell'animo del piccolo borghese: per tutto il secolo seguente l'arte fu influenzata da questo brusco ritorno di una letteratura quasi dimenticata. Keats e Wordsworth sembrano saltare il lungo periodo che aveva visto al potere l'alta borghesia, per rifarsi direttamente a Shakespeare e a Milton.Naturalmente il romanticismo fu qualcosa di più di una moda letteraria.
Quando si ritorna in un posto, non è come se ci si fosse sempre rimasti, e le differenze sono dovute proprio al periodo che si è trascorso altrove.
Gli elisabettiani esaltavano i valori dell'individuo, semplicemente, con l'entusiasmo dei rivoluzionari. I romantici propugnavano un ritorno a questi valori; c'era stato il peccato originale, in mezzo: essi erano nostalgia dell’età dell'oro.
II borghese tende ad identificare l'affermazione della propria personalità con la rivendicazione di alcuni diritti; tale processo è intrinsecamente contraddittorio perché questi stessi diritti, una volta conquistati, si risolvono alla fine in una minaccia per la sua individualità. Il borghese minacciato si ribella, affermando ancora più perentoriamente la propria individualità e i propri diritti borghesi, e in tal modo non fa che stimolare maggiormente lo sviluppo delle forze sociali che lo minacciano. I romantici sono dei rivoluzionari allo specchio: credono di andare in direzione del passato (primo individualismo borghese) e in realtà, illusi da un gioco di specchi, si inoltrano sempre più nel futuro (sviluppo dello sfruttamento capitalistico).
Questa è la loro tragedia e l'origine del pessimismo che sta alla base della loro situazione; un identico miraggio è il mondo classico per il borghese del Rinascimento.
Naturalmente qualunque epoca storica va più o meno bene per chi si aggrappi disperatamente al passato: il mondo «gotico» con le sue rigide gerarchie sembra, all'astorico borghese, anti-con temporaneo, e perciò individualistico, fantastico, bizzarro, ricco di risorse prorompenti, di magia, di mistero. Così, quest'epoca anti-misteriosa e terre-à-terre per eccellenza, viene investita di un'aura borghese mistificante che le è rimasta fino ai nostri giorni: un'epoca che fu fatta diventare romantica.Uno degli aspetti di questa affannosa ricerca del passato fu il godwinismo, o rousseauismo; la favola di un ideale «uomo allo stato di natura», corrotto dalla proprietà privata, dalla religione e dal matrimonio, imposizioni della cultura del XVIII secolo.
Questo individualismo alla Rousseau raggiunge il suo più eloquente sviluppo in Shelley, mentre l'individualismo di tipo romantico o gotico-elisabettiano culmina in Keats.
In Wordsworth è presente come ritorno alla solitudine, al potere rasserenante della natura: in solitudine, tagliato ogni contatto con la società repressiva, l'uomo borghese ritrova il suo io autentico, l'innocenza della sua infanzia presaga di immortalità, prima che fosse corrotta dalla società e dalle sue convenzioni.
È vero che il borghese trapiantato in campagna ha alle sue spalle “una piccola rendita privata”, cioè tutta la vasta e complessa macchina della società borghese fondata sullo sfruttamento.
È vero che le sue meditazioni solitarie hanno una profondità che deve tutto, forma e complessità di contenuti, alla cultura borghese.
È vero anche che in solitudine egli è un animale selvatico che secoli di lavoro sociale hanno temprato e allontanato dalla giungla; ma queste riflessioni non si presentano mai alla mente del borghese.
E’ facilissimo per lui rifiutare la società, i suoi doveri e il suo sfruttamento per diventare un parassita rurale, visto che i rapporti sociali sono sempre stati mistificati dal denaro. Tutto è permesso purché si abbia il denaro per farlo, e il possesso del denaro è il riconoscimento ufficiale del diritto di esaudire qualunque desiderio.
Keats, Shelley e Wordsworth rappresentano le tre correnti principali della rivoluzione piccolo-borghese, di cui i loro rispettivi stili sono altrettante espressioni.

Keats, dotato di una complessa personalità di tipo elisabettiano non senza qualche venatura miltoniana, si libera dagli schemi convenzionali e crea una fraseologia articolata, sensuale, ricca di termini nuovi e arcaici. La critica mossagli dall’alta borghesia è di aver fatto una poesia cockney, una poesia per piccoli commercianti; è vero infatti, ma è anche vero che i piccoli commercianti – il farmacista e l'avvocato – sono diventati la forza motrice della società di quell'epoca.
Shelley, idealista e nostalgico dell'Era dell'Oro, e dunque metafisico, ha la verbosità astratta e quel modo curioso e tipico di ogni metafisico di usare con scioltezza termini vaghi ma carichi di suggestioni.
Wordsworth, l'amante delta solitudine e delta vita semplice, oscilla tra il linguaggio della piccola borghesia dell'epoca e quello miltoniano della vecchia guardia rivoluzionaria. La teoria gli suggerisce il prime, il suo senso artistico gli fa preferire il secondo. Stando alla sua teoria, il meglio sarebbe un linguaggio semplice, asociale, il più possibile espressivo ed individualistico. In realtà, questo linguaggio “semplice”, proprio perché scaturisce in massima parte dalle esigenze individuali del momento, è solo in minima parte dalla realtà permanente degli affetti collettivi, è ben poco espressivo e ben poco artistico, e rappresenta il livello più basso delta poesia di Wordsworth.
Queste tre correnti, il romanticismo–miltoniano appassionato, l'idealistico-metafisico, e la poetica della natura sono le tre sorgenti da cui nascerà tutta la poesia inglese successiva.
(Coleridge si colloca a metà tra Shelley e Wordsworth).

Non va dimenticata l'importanza di Blake e di Scott: Blake comincia come settecentista, si ribella improvvisamente al goticismo elisabettiano ed è attratto dal godwinismo, ma non ha pace fin quando non si converte finalmente a una specie di superprotestantesimo, un misticismo individualistico assoluto che tocca punte di psicosi.
Rivoluzionario dei più puri, la sua tragedia è la conseguenza di un'epoca, come già quella di Donne, in cui non vi sono forze sociali che si battano per una reale espressione dei valori individuali. Egli fu preso nella morsa della borghesia; il suo interesse per Milton e Giobbe non ha bisogno di spiegazioni.
Scott è il romanziere della rinascita gotica: egli si vendica delle squallide norme della borghesia al potere descrivendo un mondo in cui il denaro è quasi inesistente, i rapporti sono improntati ad una fedeltà ancora feudale, e trionfano l'eroismo e la libera espressione individuale.
Tutti questi sogni borghesi di una società non commerciale furono scritti, curiosa coincidenza, proprio quando Scott sembrava impazzito per una tipica crisi economica borghese dovuta ad un ingiustificato ottimismo nel commercio. Il problema del rapporto tra soggetto e realtà non si è ancora posto, in questo mondo storico, a parte il fatto significativo che eroi ed eroine sono invariabilmente personaggi di secondo piano: in questo modo essi possono agire più liberamente, a differenza dei grandi personaggi che, come riconoscono persino gli storici borghesi, dipendono dagli eventi e gli eventi da loro. Il romanzo storico, questa affascinante evasione dallo squallore della vita borghese e dalla tirannia delle sue leggi, fu per tutta l’Europa l’espressione dello spirito e delle speranze della piccola borghesia ribelle.

Non bisogna dimenticare che Scott fu il primo romanziere che riuscì ad arricchirsi, fatta forse eccezione per Richardson, il quale pero era già inserito nell'industria editoriale. Questo fatto avrà d'ora innanzi conseguenze importantissime sulla letteratura. Fino a quel momento, infatti, lo scrivere era un'attività riservata a chi godeva della «protezione» o almeno della approvazione dell'alta borghesia: la letteratura continuava così una tradizione feudale elisabettiana.
I processi di produzione non sono ancora stati camuffati dalla borghesia, e l'autore non produce ancora beni di consumo per un mercato impersonale. È un personaggio onorato, al servizio della classe dirigente, come Shakespeare e Omero. Ma quando la piccola borghesia si ribella, la letteratura ne approfitta per “liberarsi” della “schiavitù“di protettori e padrini; la sua ricetta di liberta è la vecchia e buona ricetta borghese: il libro deve diventare un bene di consumo, in vendita sul mercato.
Una volta ancora la borghesia ribelle è riuscita ad accelerare lo sviluppo di quelle stesse cose che odiava, visto che il mercato diventerà un tiranno peggiore di qualunque protettore o padrino.
Ma tutto ciò deve ancora venire: Scott è il precursore di Dickens, Thackeray e Tennyson.
Jane Austen, vissuta nella chiusa società borghese di Bath, è l'ultima scrittrice di romanzi del XVIII secolo. Le convenzioni sociali sono ormai così profondamente assimilate che la libertà di muoversi al loro interno è ridotta al minimo; se un ulteriore irrigidimento di queste norme costringesse gli intrecci di Jane Austen a ridursi ancora di poco, non ne resterebbe più nulla; così com'e, il suo romanzo è uno spettacolo minuzioso di lanterna magica, squisitamente luminoso nell'insieme, perfettamente messo a fuoco nei particolari.
Ma in realtà nessuna tendenza è portata avanti fino alla sua conclusione “logica”: la conclusione dialettica di Jane Austen e Scott, il grande istrione romantico. Con Jane Austen a Bath il defoismo raggiunge il suo culmine; a Edimburgo, a quei tempi roccaforte della piccola borghesia più ancora di Londra, il romanzo sfociava nel gran mare del romanticismo.
D'altronde chi può negare che Burns aveva già dato alla piccola borghesia ribelle e alle sue rivendicazioni una caratteristica espressione? «Un uomo è un uomo per tutto ciò». «Il rango non è coniar ghinee». Il rango, per il piccolo borghese, non è una garanzia di valore: ma un conio di ghinee sì.
L'esempio della rivoluzione francese, in cui la borghesia, per aver chiamato in aiuto il proletariato, rischiò di essere rovesciata da questo, terrorizzava letteralmente la piccola borghesia inglese, e non solo ne raffreddava lo slancio rivoluzionario, tanto da fare di Wordsworth, nell'ultima parte della sua vita, una vera nullità, ma addirittura spingeva l'alra borghesia a cedere a molte sue pretese in cambio di aiuto contro il “giacobinismo”. È certo comunque che la classe piccolo-borghese era in rapida espansione, grazie alle enormi possibilità di sfruttamento che l'industria aveva rivelato; molti sarebbero passati all'alta borghesia. In Inghilterra, comunque, la rivoluzione romantica è in fase di riflusso.
Quell'insoddisfazione, che era stata la causa dell'ondata di individualismo, scompare; tira un'aria soddisfatta: la piccola borghesia ha riguadagnato terreno con la rivoluzione industriale, ed è diventata anch'essa conservatrice.

Si noterà che, finora, i nostri periodi rivoluzionari hanno coinciso con periodi poetici (Shakespeare, Milton, e la triade Keats-Shelley-Wordsworth), mentre il romanzo è tendenzialmente conservatore e conformista.
È un fenomeno normale in queste fasi della cultura borghese, se si pensa che il rivoluzionario deve affermare la propria individualità al di sopra delle regole sociali, ed è proprio un universo individuale, un'angolazione soggettiva della realtà, un'oggettivazione del proprio mondo interiore che la poesia riesce a dare, valendosi della sua tecnica. Il romanzo invece è la realtà esterna, l'intero mondo della società in cui l'individuo si muove. È l'interiorizzazione di una realtà oggettiva, l'angolazione impersonale di un mondo soggettivo.
Lo scrittore non può allora preferire il romanzo, nella misura in cui il suo atteggiamento è di rifiuto verso i rapporti sodali correnti; e d'altra parte, appartenendo a una cultura borghese, non può avere interesse a condannarla o a metterla in ridicolo, perché ciò comporterebbe, come abbiamo visto, riconoscere implicitamente delle convenzioni non dichiarate che finirebbero per sottoporre a una critica sottilmente corrosiva i personaggi, al contrario affatto espliciti e dichiarati. Il rivoluzionario individualista (e proprio qui sta la misura delle sue difficoltà) non dispone ancora, in questo momento, di norme valide da sostituire alle altre, cui si ribella; ha soltanto il proprio mondo emotivo, che si esprime in poesia, e non nel romanzo.

Dickens è l'espressione compiaciuta dello strato più basso della piccola borghesia, questa classe ormai libera, il cui sviluppo si accompagna allo sviluppo industriale. Non vi sono naturalmente veri e propri operai nei suoi libri, ma ci sono tutti gli strati inferiori e più vitali della classe media coi suoi dipendenti (commercianti, servitori, garzoni di osteria, levatrici e così via), e tutto un susseguirsi di povera gente che soffre (dello sfruttamento da parte dell’alta borghesia, naturalmente), di cui la piccola borghesia si fa politicamente ed emotivamente complice. In effetti, la piccola borghesia si è scissa: ci sono i Gradgrind e gli Scrooge che fanno i “grandi borghesi” e rimpiazzano i vecchi capitalisti aristocratici del XVIII secolo.
Questa classe pesa ora sugli altri meno fortunati piccolo-borghesi, che, per quanto siano abbastanza ricchi per conto loro, non possono non invidiare il maggiore successo dei compagni. Ma il proletariato industriale non è che “gente oscura” per Dickens, come i seguaci di Gordon in Barnaby Rudge.
Così in Dickens incontriamo per la prima vo1ta quella caratteristica “compassione borghese” che tanta parte avrà d'ora in poi nella letteratura della borghesia. E’ una compassione per le sofferenze della classe sfruttata, usata a volte come arma contro le classi superiori, come in Dickens, Wells, Gissing, Bennett e Shaw; altre volte contro la classe cui ci si ribella, come per Galsworthy, e, infine, come per Disraeli, contro le classi inferiori che hanno alzato la cresta e cercano di fare piazza pulita delle altre.
Ma la linea di demarcazione non è mai molto netta: Disraeli è il più significativo di tutti, perché per molto tempo, fino ai nostri giorni […], resta l'unico a considerare il proletariato come una classe ben definita, coerente, sofferente, una Seconda Nazione, e non semplicemente un'accolita di derelitti, rifiuti dell'industria, senza classe e senza unità. E se lo può permettere in quanto rappresenta il partito dei capitalisti terrieri, una vo1ta onnipotenti e ora minacciati dalla piccola borghesia industriale: questi uomini diventano nelle sue mani un mezzo di attacco contro quegli stessi borghesi che li sfruttano.
Naturalmente, per nessuno di questi uomini il proletariato può essere qualcosa di più di una classe sofferente; considerarla una classe rivoluzionaria, anzi l'unica classe rivoluzionaria esistente, è impossibile per l'artista borghese ribelle e suicida.
Dickens è lo scrittore della società piccolo-borghese in sviluppo: da questa classe in ascesa egli trae il suo entusiasmo, il suo gusto per la vita attiva e laboriosa; dai suoi falsi valori e dalle sue illusioni, il suo ottuso sentimentalismo. Ma nei suoi romanzi, la vita scorre copiosa, come in una commedia elisabettiana – individualistica, non di tipi – perché si conduce una battaglia contro le concezioni del XVIII secolo.
I suoi personaggi trasformano queste norme di vita, non le stabiliscono, né le accettano né le infrangono.
Le norme del capitalista terriero devono diventare norme piccolo-borghesi, ed ecco che, mentre i suoi intrecci riflettono tutto lo slancio della prosperità, della sicurezza e del vigore materiale, l'inconsapevolezza borghese della natura dei processi sociali trova espressione nella sua arte inconsapevole.

In questo clima, Thackeray rende gli estremi onori al capitalismo terriero del XVIII secolo con un’aria vagamente critica, come se propinasse un'elegia funebre a un pubblico scettico. Il suo è un lavoro elegante, anacronistico, un po' disfattista.
Il mondo di Dickens ha un suo tono di contemporaneità: il mondo di Thackeray è il XVIII secolo. La classe di cui era alleato stava per essere spazzata via dalla volgare, vigorosa e vitale piccola borghesia: il suo disfattismo e accentuato dall’artificiosità della sua tecnica. L'ombra dell'autore si insinua tra il lettore e questo mondo fittizio, a ricordargli che è tutto finito, salvo che nella tensione fantastica dell'autore. Il romanzo di Dickens rimosse quello di Thackeray, proprio come la classe che egli rappresentava si stava sbarazzando dell'altra.

George Eliot è una figura significativa, benché di minor statura: la piccola borghesia produce ora i suoi intellettuali che nei romanzi di George Eliot vediamo cercare una conciliazione tra i poteri di cui si sentono investiti e le convenzioni sociali che essi hanno contribuito a trasformare. C'è nei suoi romanzi una sorta di tensione tra la vita provinciale, dickensiana e vigorosa, e la cultura metropolitana, estenuata e thackereiana.
Gli eventi volgevano troppo rapidamente perché si potesse trovare una soluzione, e George Eliot si sente a suo agio soltanto in provincia, tra concezioni di vita che contrastano col suo punto di vista. Fatto piuttosto curioso, George Eliot fu la traduttrice di Feuerbach, che esercitò un così potente influsso su Marx, […]

Il lavoro di William Turner come professore di prospettiva alla Royal Academy: D17111 (1823-28), matita e acquarelli su carta tessuta bianca, cm. 54.8x76.0. Tate Britain, Turner Busquet CXCV 140.

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[1] NdR. Da Christopher Caudwell, Romance and Realism. A Study in English Bourgeois Literature, (1934-35), Princenton University Press, Princenton 1970; it. Soggettivismo e Realismo, ed. De Donato, Bari 1971, pp. 74-88. – Biografia, Testi e Studi su Caudwell sono in archivio marxists.org