LA DIVISIONE DEL LAVORO

George Simmel . 1900
arteideologia raccolta supplementi
made n.23 Ottobre 2025
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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[…] È stato notato che la struttura dell’argomentazione simmeliana, quale che ne sia l’oggetto, si snoda sempre nei termini della contrapposizione di due polarità e che quindi vi si può avvertire una dimensione dialettica. Ma la contraddizione non si risolve o si supera, il terzo elemento non emerge dalla contrapposizione dialettica, ma interviene come istanza esterna che sposta la contraddizione su un altro piano. È stato anche notato che per Simmel la conoscenza non è mai senza presupposti, senza a priori. Ma la priorità in Simmel è sempre provvisoria. Non è quindi né neo-kantiano, né neo-hegeliano, ma piuttosto post-kantiano e post-hegeliano. Incompletezza ed apertura, disponibilità a porre interrogativi piuttosto che a fornire risposte, sistematicità ed assenza di sistema, rifiuto consapevole di ogni prospettiva escatologica e di ogni filosofia della storia, capacità (quasi temeraria) di passaggio dall’analisi minuta del particolare alla formulazione di ampie generalizzazioni, irrispettosità per i codici accademici e le rigide partizioni disciplinari, sono queste alcune delle caratteristiche che fondano l’affinità di Simmel con il tempo presente, la sua attualità e il senso della sua riscoperta.
Queste caratteristiche sono presenti in misura cospicua nella Philosophie anche se quest’opera si scosta in parte dal resto della produzione simmeliana. Il genere letterario che meglio si adatta allo stile di pensiero di Simmel è il saggio poiché consente di partire da un’idea, da un’intuizione o, più spesso, da una contrapposizione di concetti e di svilupparle attraverso i percorsi liberi dell’associazione e dell’analogia, senza richiedere un’impostazione sistematica mirata ad un esito in qualche modo conclusivo. Le opere simmeliane sono il più delle volte raccolte di saggi nelle quali il lavoro di ricomposizione dei vari frammenti è lasciato prevalente mente alla capacità del lettore di operare collegamenti e di fare emergere la trama unificante. […] [1]

La divisione del lavoro come causa della discrepanza tra cultura soggettiva e oggettiva

Se si vuol concentrare questo fenomeno e l’intensità della sua manifestazione in un concetto, bisogna parlare di divisione del lavoro, data la sua importanza sia nella produzione che nel consumo.
Dal primo punto di vista si è posto in luce abbastanza spesso come la realizzazione del prodotto avvenga a spese dello sviluppo del produttore.
Il potenziamento delle energie fisiopsichiche e delle capacità, che avviene con un’attività unilaterale, è in genere di scarsa utilità per lo sviluppo della personalità complessiva unitaria: piuttosto, spesso, la paralizza, in quanto le sottrae una quota di energia che sarebbe indispensabile per la configurazione, armonica dell’Io, o, in altri casi, si sviluppa quasi separatamente dal nucleo della personalità, come una provincia dotata di autonomia illimitata, i cui proventi non affluiscono alla capitale.
L’esperienza sembra mostrare che la totalità interna dell’Io si forma essenzialmente interagendo con l’armonia e la compiutezza del compito al quale è tesa la nostra vita.

Come l’unità di un oggetto si realizza per noi quando vi proiettiamo il nostro modo di sentire, il nostro «Io» e lo formiamo secondo la nostra immagine, nella quale la pluralità delle determinazioni si sviluppa fino a divenire l’unità dell’Io, così, in senso psicologico-prati-co, l’unità dell’oggetto da noi creata, o la sua mancanza, agiscono sulla formazione corrispondente della nostra personalità.
Quando la nostra energia non produce un tutto, nel quale essa possa dispiegarsi nella propria unità, manca un vero e proprio rapporto tra i due, le tendenze interne della prestazione la spingono verso le prestazioni di altri che unite ad essa formano una totalità, ma la prestazione non permette di risalire al produttore.
Data tale inadeguatezza tra la forma d’esistenza del lavoratore e quella del suo prodotto — inadeguatezza che appare con la specializzazione spinta —, quest’ultimo si separa in modo particolarmente netto e radicale dai primo, il senso non gli viene dall’anima del produttore, ma dalla sua connessione con prodotti che hanno altre origini; gli manca, dato il suo carattere frammentario, l’essenza della spiritualità che si avverte così facilmente nel prodotto del lavoro quando appare interamente come opera di un solo uomo.
Così esso non può cercare la propria significatività né nel rispecchiamento di una soggettività, né nel riflesso che come espressione dell’anima creatrice il prodotto proietta sulla stessa, ma può trovarlo esclusivamente come prestazione oggettiva che si allontana dal soggetto. Questa connessione si mostra in misura non minore nella sua antitesi estrema, nell’opera d’arte. La sua essenza si contrappone radicalmente a quella della divisione del lavoro tra una pluralità di lavoratori, nessuno dei quali compie di per sé una prestazione totale.
L’opera d’arte è tra tutte le opere umane — non escluso lo Stato — l’unità più` chiusa, la totalità più autosufficiente. Infatti, per quanto lo Stato in particolari circostanze possa giungere ad un’interna armonia, pure non assorbe in sé i suoi elementi al punto che ognuno di essi non conduca una vita propria dotata di particolari interessi. Noi siamo uniti allo Stato sempre e soltanto con una parte della nostra personalità, ma le altre parti si volgono ad altri centri.
L’arte, invece, non consente a nessun elemento di avere un significato al di fuori della cornice in cui lo pone, la singola opera d’arte distrugge la polisemia delle parole e dei toni, dei colori e delle forme, lasciando esistere per la coscienza soltanto il lato di essi rivolto all’opera stessa.
Questa chiusura dell’opera d’arte significa però che in essa giunge ad espressione un’unità spirituale soggettiva; l’opera d’arte richiede soltanto un uomo, ma lo esige nella sua interezza, nel cuore della sua interiorità: in cambio la sua forma le permette di essere il più puro specchio e la più pura espressione del soggetto. Il rifiuto completo della divisione del lavoro è tanto causa quanto sintomo del legame tra la totalità dell’opera in sé compiuta e l’unità dell’anima.
Al contrario, il dominio della divisione del lavoro genera incommensurabilità tra la prestazione e colui che la compie, questi non si riconosce più nelle proprie azioni, le quali presentano una forma radicalmente diversa da tutto ciò che ha un carattere personale e spirituale e appaiono soltanto come un momento parziale della nostra essenza, formato in modo del tutto unilaterale e indifferente verso la totalità unitaria di essa.
La prestazione compiuta nel quadro di una accentuata divisione del lavoro e con la consapevolezza di questo carattere, spinge dunque già di per sé stessa verso la categoria dell’oggettività; il considerarla nei suoi effetti come qualcosa di puramente oggettivo e anonimo diventa anche per il lavoratore stesso sempre più plausibile, poiché non la sente più affondare le radici nell’insieme del suo sistema di vita.

Quanto più integralmente un tutto che nasce da contributi soggettivi assorbe in sé le parti, quanto più il carattere di ogni parte è quello di valere e di agire veramente soltanto come parte di questo tutto, tanto più oggettivo è il tutto, tanto più vive una vita al di là dei soggetti che lo hanno prodotto. — In generale, alla specializzazione della produzione corrisponde una diffusione del consumo: per esempio, anche l’uomo contemporaneo più specializzato nella sua vita spirituale, il più unilaterale dal punto di vista della sua competenza professionale, legge tuttavia il suo giornale, mostrando un consumo spirituale di una vastità che cent’anni fa non era possibile nemmeno all’uomo più poliedrico e di più ampie vedute.
L’allargamento del consumo è collegato però alla crescita della cultura oggettiva, perché quanto più oggettivo e impersonale è un prodotto, tanto più numerosi sono gli uomini ai quali si adatta.
Affinché il consumo del singolo possa trovare un materiale così ampio, questo deve essere reso accessibile a moltissimi individui e risultare attraente per tutti, non può quindi tener conto delle differenze soggettive dei desideri, mentre d’altra parte solo la differenziazione estrema della produzione è in grado di fabbricare gli oggetti a buon mercato richiesti dal consumo di massa. Quest’ultimo costituisce di nuovo un vincolo che mette in rapporto l’oggettività della cultura con la divisione del lavoro.

Infine, il processo che si definisce come separazione del lavoratore dai mezzi di produzione e che a sua volta rientra nella divisione del lavoro, agisce evidentemente nello stesso senso. In quanto la funzione del capitalista è quella di entrare in possesso dei mezzi di produzione, di organizzarli, di ripartirli, essi hanno per il lavoratore un’oggettività completamente diversa da quella che devono avere per colui che lavora con materiali e strumenti propri.
Questa differenziazione capitalistica separa radicalmente l’una dall’altra le condizioni soggettive e quelle oggettive del lavoro — una separazione per la quale non vi era nessuna ragione psicologica quando entrambe si trovavano ancora unite nella stessa mano. In quanto il lavoro stesso e il suo oggetto immediato spettano a diverse persone, il carattere oggettivo di questi oggetti deve acquisire un rilievo straordinariamente netto per la coscienza del lavoratore, tanto più netto in quanto il lavoro e la sua materia sono, d’altra parte, un’unità e quindi proprio la loro stretta vicinanza deve rendere particolarmente avvertibili le loro attuali direzioni contrarie.
Questo processo continuo si riscontra nel fatto che non solo i mezzi di produzione ma anche il lavoro stesso si separa dal lavoratore; questo è il significato del fenomeno al quale ci si riferisce dicendo che la forza-lavoro è diventata una merce.
Quando il lavoratore opera su materiale proprio, il suo lavoro rimane all’interno della cerchia della sua personalità, e l’opera compiuta si separa da essa solo nel momento della vendita. Tuttavia, se manca la possibilità di valorizzare in questo modo il suo lavoro, egli lo mette a disposizione di un altro ad un prezzo di mercato, se ne separa dunque nell’attimo stesso in cui abbandona la sua fonte.
Il fatto che esso condivida il carattere, il tipo di valutazione, i modi di sviluppo di tutte le merci, significa proprio che agli occhi del lavoratore è divenuto qualcosa di oggettivo, qualcosa che non soltanto egli non è più, ma che propriamente non ha più. Infatti, non appena egli trasforma la quantità di lavoro potenziale di cui dispone in lavoro reale, essa non gli appartiene più, mentre gli appartiene il suo equivalente in denaro. Essa appartiene ad un altro, o, più precisamente, appartiene ad una organizzazione del lavoro oggettiva.
Anche la mercificazione del lavoro, dunque, è soltanto un aspetto del generale processo di differenziazione che separa dalla personalità i singoli contenuti per porli di fronte ad essa come oggetti dotati di una determinatezza e di un movimento indipendenti.
Infine, il risultato di questo destino dei mezzi di produzione e della forza-lavoro si manifesta nel loro prodotto.
Che il prodotto del lavoro sia un oggetto dell’epoca capitalistica, con un deciso essere-per-sé, con proprie leggi di movimento, con un carattere estraneo persino al soggetto che lo produce, risulta nel modo più chiaro dal fatto che il lavoratore è costretto a comperare il prodotto del proprio lavoro, se vuole disporne. — Questo schema generale dello sviluppo vale molto al di là del caso del lavoro salariato.
L’immensa divisione del lavoro presente, per esempio, nella scienza, fa sì che solamente pochissimi ricercatori possano disporre delle condizioni del loro lavoro; una grande quantità di dati e di metodi deve semplicemente essere accettata dall’esterno come materiale oggettivo, come proprietà spirituale altrui con la quale si compie il proprio lavoro.
Nel campo della tecnologia ricordo che ancora all’inizio del xix secolo, quando particolarmente nel campo dell’industria tessile e di quella siderurgica si susseguivano rapidamente le più grandiose invenzioni, gli inventori non solo dovevano costruire le macchine ideate con le loro mani e senza l’aiuto di altre macchine, ma per lo più dovevano anche progettare gli strumenti necessari e fabbricarseli da sé.
Lo stato attuale della scienza può essere definito in senso ampio — e in ogni caso nel senso che qui ci interessa — come separazione del lavoratore dai suoi mezzi di produzione. Infatti, nel processo di produzione scientifica, il materiale oggettivo del produttore si separa dal processo soggettivo del suo lavoro.
Quanto più l’attività scientifica era indifferenziata, tanto più il ricercatore doveva elaborare personalmente tutte le precondizioni e i materiali del suo lavoro e tanto meno si presentava ai suoi occhi la contrapposizione tra la sua prestazione soggettiva e un mondo di dati di fatto scientifici oggettivamente immutabili.
Anche qui questa contrapposizione si estende fin dentro il prodotto del lavoro: anche il risultato stesso, per quanto sia il frutto di uno sforzo soggettivo, deve elevarsi alla categoria di fatto oggettivo, indipendente dal produttore, quanto più il prodotto del lavoro di altri è in esso racchiuso e implicato fin dal principio.
Perciò vediamo che anche nella scienza in cui è minima la divisione del lavoro, nella filosofia — in particolare nella metafisica — da un lato il materiale oggettivo utilizzato gioca un ruolo assolutamente secondario, dall’altro il prodotto si è separato in misura minima dalla sua origine soggettiva; piuttosto, si presenta interamente come opera di un’unica personalità.

Se dunque la divisione del lavoro — che io intendo qui nel senso più ampio, comprendendo sia la divisione della produzione, sia la frantumazione del lavoro, sia la specializzazione — separa la personalità creatrice dall’opera creata e fa sì che quest’ultima raggiunga un’oggettiva indipendenza, qualcosa di simile si instaura nel rapporto tra la produzione realizzata mediante la divisione del lavoro e il consumatore.
Qui si tratta di trarre le conseguenze psicologiche di fatti esterni universalmente noti. Il lavoro su commissione, che dominava l’artigianato medievale e che nell’ultimo secolo ha conosciuto una rapidissima decadenza, permetteva al consumatore di instaurare un rapporto personale con la merce: poiché era predisposta in particolare per lui e rappresentava, per così dire, un’interazione tra consumatore e produttore, essa apparteneva intimamente anche al consumatore, così come apparteneva al produttore.
Come nella teoria si è conciliata la contrapposizione tra soggetto e oggetto facendo in modo che il secondo risultasse la rappresentazione del primo, così nella prassi la stessa contrapposizione non si sviluppa fintanto che l’oggetto nasce per opera o per volontà di un solo soggetto. In quanto la divisione del lavoro distrugge la produzione su commissione — in primo luogo perché il committente può mettersi in contatto con un produttore, ma non con una dozzina di collaboratori — il carattere soggettivo del prodotto svanisce anche dal lato del consumatore, perché il prodotto nasce indipendentemente da lui.
La merce è un’entità oggettiva, a cui ora egli accede dall’esterno e che, per così dire, gli presenta la sua esistenza e il suo modo di essere come qualcosa di autonomo. Ad esempio, la differenza tra un moderno magazzino di abbigliamento, basato su un’estrema specializzazione, e il lavoro del sarto, che veniva in casa, caratterizza nel modo più` netto la maggiore oggettività della sfera economica, la sua impersonale autonomia in rapporto al soggetto consumatore al quale era originariamente unita.
Si è posto in rilievo che, con la frammentazione del lavoro in prestazioni parziali sempre più specializzate,
i rapporti di scambio diventano sempre più articolati, più mediati, e che quindi l’economia comporta una sempre maggior quantità di rapporti e di obbligazioni, che non sono immediatamente reciproche. È evidente in che misura il carattere complessivo delle transazioni risulti oggettivato, e come la soggettività debba spezzarsi e tradursi in fredda riservatezza e anonima oggettività quando tra il produttore e chi riceve il suo prodotto si inseriscono tante istanze intermedie che tolgono l’uno dal raggio di visibilità dell’altro.

A questa autonomia della produzione nei confronti del consumo è collegato un aspetto della divisione del lavoro che oggi è tanto frequente quanto poco compreso nel suo significato.
Fin dalle prime forme di produzione domina in generale l’idea semplice in base alla quale gli strati più bassi della società lavorano per i più alti; il fatto che le piante traggano vita dal terreno, gli animali dalle piante, l’uomo dagli animali, si ripeterebbe, giustamente o ingiustamente, nella struttura della società: quanto più in alto stanno gli individui, da un punto di vista sociale e spirituale, tanto più la loro esistenza si fonda sul lavoro dei sottoposti che essi non ricompensano a loro volta con lavoro, ma soltanto con denaro.
Questa concezione è oggi del tutto inesatta, da quando cioè i bisogni delle masse inferiori vengono soddisfatti dalla grande industria che ha posto al loro servizio immense energie scientifiche, tecniche e organizzative dei ceti più elevati.
Il grande chimico, che nel suo laboratorio pensa alla preparazione dei coloranti, lavora per la contadina che sceglie dal merciaio la sciarpa più variopinta; quando il grande commerciante, con speculazioni estese a tutto il mondo, importa in Germania grano americano, è al servizio del proletario più povero; l’attività di un cotonificio, nella quale sono impiegate intelligenze di grado elevato, dipende da consumatori del più basso strato sociale.
Questo effetto di ritorno dei servizi, mediante il quale le classi più basse comperano il lavoro delle classi più elevate, si presenta ora in innumerevoli esempi che definiscano l’intero ambito della nostra vita culturale.
Ma questo fenomeno è possibile solo perché l’oggettivazione si è impadronita della produzione sia nei confronti del soggetto che produce che nei confronti di quello che consuma; attraverso questo processo la produzione si trova ora al di là delle differenze sociali o d’altro tipo. Il fatto che i più elevati produttori di cultura sono al servizio dei consumatori di più bassa estrazione sociale significa proprio che tra loro non esiste alcun rapporto, e che invece si è inserito un oggetto, da un lato del quale gli uni, per così dire, lavorano, mentre dall’altro lato gli altri lo consumano, un oggetto che li divide e nello stesso tempo li unisce.
Il fatto fondamentale è evidentemente la divisione del lavoro: la tecnica della produzione è così specializzata che la messa in funzione delle sue diverse parti non soltanto riguarda un numero sempre maggiore di persone, ma anche persone sempre più diverse — finché si giunge al punto che una parte del lavoro per gli articoli più necessari e di più basso livello viene prestata dalle persone di grado più` elevato, mentre, viceversa, con un processo del tutto corrispondente di oggettivazione, il frazionamento del lavoro in base alla tecnica meccanica fa sì che alla produzione dei prodotti più raffinati della cultura superiore collaborino le mani più rozze (si pensi, ad esempio, alla differenza tra una moderna tipografia e la produzione dei libri prima dell’invenzione della stampa!).
Da questo capovolgimento del rapporto, considerato tipico, tra gli strati sociali più alti e quelli più bassi risulta dunque nel modo più chiaro come la divisione del lavoro fa sì che i primi lavorino per i secondi, ma che la forma in cui tutto questo può accadere è la completa oggettivazione della prestazione produttiva stessa, sia nei confronti degli uni che nei confronti degli altri in quanto soggetti.
Quel capovolgimento non è altro che una conseguenza estrema del legame tra divisione del lavoro e oggettivazione.

Se la divisione del lavoro ha operato finora come specializzazione delle attività personali, bisogna considerare ora che la specializzazione degli oggetti agisce in misura non minore nel senso di porli a quella distanza dai soggetti che appare come indipendenza dell’oggetto, come incapacità del soggetto di assimilarlo e di sottometterlo al proprio ritmo. Questo vale soprattutto per i mezzi di produzione.
Quanto più questi sono differenziati, composti da una pluralità di parti specializzate, tanto meno la personalità del lavoratore può esprimersi per mezzo di essi e tanto meno si può riconoscere la sua mano nel prodotto.
Gli strumenti con cui l’arte lavora sono in complesso relativamente indifferenziati e dànno pertanto all’arte un margine molto ampio per dispiegarsi per loro tramite. Non si pongono di fronte ad essa come la macchina industriale che per la sua complessità e specializzazione raggiunge, per così dire, la forma dell’abilità personale e un carattere personalmente definito, tanto che il lavoratore non può più permearla della sua personalità, come nel caso degli strumenti dell’arte, in sé stessi più indefiniti.
Gli strumenti dello scultore da millenni non si sono sviluppati da uno stadio di completa non specializzazione. Quando invece ciò è accaduto con uno strumento artistico in modo molto netto, come con il pianoforte, questo dipende dal fatto che il carattere dello strumento è molto oggettivo, un carattere che è già in misura molto maggiore per sé e perciò pone all’espressione della soggettività un limite molto più forte di quello che pone il violino, in sé tecnicamente molto meno differenziato.
Il carattere automatico della macchina moderna è la conseguenza di una scomposizione e di una specializzazione molto avanzata dei materiali e delle forze, così come il carattere automatico di una burocrazia molto perfezionata può sorgere soltanto sulla base di una raffinata divisione del lavoro tra i suoi funzionari. Ma in quanto diventa una totalità e prende su di sé una parte sempre più grande del lavoro, la macchina sta di fronte al lavoratore come una forza autonoma, mentre egli di fronte ad essa non agisce come personalità individualizzata, ma soltanto come esecutore di una prestazione oggettivamente assegnata.
Basta paragonare, ad esempio, l’operaio di una fabbrica di scarpe con l’artigiano che fabbrica scarpe su ordinazione per vedere in quale misura la specializzazione degli strumenti di lavoro impedisca in misura maggiore o minore l’intervento delle qualità personali e faccia sì che soggetto e oggetto si sviluppino come potenze indipendenti l’una dall’altra in base alla loro natura. Mentre lo strumento indifferenziato è veramente una mera continuazione del braccio, solo lo strumento più specializzato si eleva alla pura categoria dell’oggetto. In modo molto caratteristico ed evidente questo processo si compie anche negli strumenti bellici; il punto culminante è costituito dalla macchina più specializzata e perfetta, la nave da guerra: in essa l’oggettivazione è progredita a tal punto che nella guerra navale moderna spesso l’unico fattore decisivo è il puro rapporto numerico delle navi dello stesso tipo!

Il processo di oggettivazione dei contenuti della cultura, che, spinto dalla loro specializzazione, crea tra il soggetto e i suoi prodotti un’estraneità sempre crescente, si insinua fin negli aspetti intimi della vita quotidiana.
La struttura delle abitazioni, gli oggetti d’uso e gli oggetti ornamentali che ci circondano erano ancora nei primi decenni del XIX secolo — considerando i bisogni degli strati sociali più bassi, ma anche quelli degli strati sociali di più elevata formazione — di una semplicità e di una durevolezza assai più consistente. Nasceva da ciò quell’«aderire» della personalità agli oggetti che la circondavano, che appare già alla generazione di mezzo come una bizzarria dei nonni.
Questa situazione è stata interrotta dalla differenziazione degli oggetti secondo tre diverse dimensioni, e sempre con lo stesso risultato.
In primo luogo, è la mera pluralità di oggetti di forma molto specifica che rende difficile un rapporto stretto, per così dire personale, con i singoli oggetti: poche e semplici suppellettili sono più facilmente assimilabili dalla personalità, mentre la loro grande varietà crea nei confronti dell’Io quasi un partito antagonistico; ciò trova espressione nel lamento delle massaie che la cura dell’arredamento domestico richiede un culto feticistico e formale, e nell’odio che a volte esplode in nature più profonde e serie contro la quantità infinita di oggetti coi quali circondiamo la nostra vita. Il primo caso è culturalmente indicativo perché l’attività con cui la donna provvedeva alla cura della casa era un tempo più estesa e faticosa di quanto non lo sia adesso.
Ma non si giungeva a quel sentimento di schiavitù nei confronti degli oggetti perché essi erano più direttamente legati alla personalità. Quest’ultima poteva permeare più facilmente di sé i pochi oggetti non differenziati, essi non le opponevano la loro autonomia, come nel caso di una massa di oggetti specializzati. Questi, invece, quando dobbiamo servirli, sono sentiti come una potenza ostile.
Come la libertà non è qualcosa di negativo, ma la positiva estensione del potere dell’Io sugli oggetti che ad esso si piegano, così al contrario, oggetto è per noi soltanto il punto in cui cessa la nostra libertà, qualcosa con cui siamo in rapporto, senza poterlo tuttavia assimilare al nostro Io.
La sensazione di venir oppressi dalle esteriorità con cui la vita moderna ci circonda non è soltanto la conseguenza, ma anche la causa del fatto che esse ci stanno di fronte come oggetti autonomi.
Il senso di penosità dipende dal fatto che questi molteplici oggetti che si affollano intorno a noi sono in fondo equivalenti, e proprio per le ragioni specifiche tipiche dell’economia monetaria, cioè la genesi impersonale e la facile sostituibilità. Il fatto che la grande industria alimenti il pensiero socialista non si basa soltanto sulla situazione dei lavoratori, ma anche sulla natura oggettiva dei prodotti: l’uomo moderno è circondato soltanto da cose così impersonali che l’idea di un ordine di vita fondamentalmente anti-individuale deve risultargli sempre più familiare, come del resto può sorgere l’idea di un’opposizione a questo ordine.
Gli oggetti della cultura si sviluppano sempre più nel senso di un mondo che al suo interno è strettamente connesso, ma incide in un numero sempre minore di punti sul soggetto, sulla sua volontà e i suoi sentimenti. Questa connessione viene rafforzata da una certa autonomia di movimento degli oggetti.
È stato sottolineato che il commerciante, l’artigiano, lo studioso, sono oggi molto meno in movimento che non, ad esempio, all’epoca cella Riforma. Gli oggetti materiali, come quelli spirituali, si muovono oggi indipendentemente, senza bisogno di persone che li rappresentino o li trasportino. Uomini e cose si sono separati. Il pensiero, lo sforzo di lavoro, l’abilità, hanno ottenuto, mediante il loro crescente investimento in forme oggettive, in libri e in merci, la possibilità di muoversi autonomamente. Il moderno progresso dei mezzi di trasporto è soltanto la realizzazione o l’espressione di questo fenomeno.
Solo mediante la loro mobilità impersonale si compie la differenziazione degli oggetti dall’uomo giungendo a formare una sfera autosufficiente.
L’esempio definitivo del carattere meccanico dell’economia moderna è il distributore automatico; in esso la mediazione umana viene esclusa completamente anche dalla vendita al dettaglio, che da sempre era fondata sul rapporto interpersonale; l’equivalente in denaro viene meccanicamente trasformato in merce.
Ad un altro livello, lo stesso principio agisce anche nel grande magazzino a prezzo unico e in simili istituzioni commerciali nelle quali il processo economico-psicologico non procede dalla merce al prezzo, ma muove dal prezzo alla merce. Infatti, in questo caso l’uguaglianza a priori del prezzo di tutti gli oggetti esclude tutta una serie di riflessioni e di considerazioni del compratore, e di sforzi e spiegazioni del venditore, così che l’atto economico attraversa le istanze personali molto rapidamente e in modo indifferente nei loro confronti.

Allo stesso risultato di questa differenziazione tra ciò che è vicino nello spazio porta anche la differenziazione nell’ambito di ciò che si succede nel tempo. Il cambiamento della moda interrompe quel processo intimo di appropriazione e di radicamento tra soggetto e oggetto, che non permette di giungere alla loro discrepanza.
La moda è una di quelle configurazioni sociali che uniscono in una particolare combinazione il fascino della differenza e del cambiamento con quello dell’uguaglianza e della coesione.
Ogni moda è per essenza moda di classe, cioè essa definisce ogni volta uno strato sociale che con l’uguaglianza del proprio modo di apparire si fonde unitariamente al proprio interno mentre si chiude, verso l’esterno, nei confronti di altri strati sociali. Non appena lo strato inferiore, che cerca di imitare quello superiore, se ne è appropriato, essa viene abbandonata da quest’ultimo che ne crea una nuova. Perciò vi sono state delle mode ovunque le differenze sociali hanno prodotto espressioni visibili.
Ma il movimento della società da cent’anni a questa parte ha conferito loro un tempo del tutto particolare, da un lato mediante la diffusione di una certa fluidità dei confini di classe e la frequente promozione sociale individuale (che tuttavia a volte riguarda anche interi gruppi), dall’altro con il predominio del terzo stato.
Nel primo caso le mode delle classi dirigenti (da questo punto di vista) devono cambiare con estrema rapidità, perché la pressione degli strati inferiori, che sottrae alla moda dominante il suo senso e il suo fascino, è ora quasi immediata. Il secondo momento acquista efficacia in quanto il ceto medio e la popolazione delle città, in contrasto con il conservatorismo degli strati sociali più alti e dei contadini, hanno caratteristiche di grande variabilità.
Le classi e gli individui inquieti che premono verso il mutamento, ritrovano nella moda, nella forma dei cambiamenti e dei contrasti di vita, il tempo dei loro moti psichici.
Se le mode attuali non sono così stravaganti e dispendiose come quelle dei secoli precedenti, ma hanno una durata molto più breve, ciò dipende dal fatto che esse dominano cerchie sempre più ampie.
Altri motivi sono che la possibilità di appropriarsene è stata molto facilitata a coloro che occupano i gradini più bassi della scala sociale, e che il loro luogo privilegiato è diventata la borghesia benestante.
Il risultato di questa diffusione della moda, sia dal punto di vista dell’ampiezza che da quello del tempo, è che essa appare come un movimento autonomo, come una potenza oggettiva che si sviluppa con forze proprie, e che percorre la sua strada indipendentemente da ogni singolo.
Quando le mode — e non si tratta affatto soltanto di mode che riguardano l’abbigliamento — duravano relativamente più a lungo e tenevano assieme cerchie relativamente ristrette, si poteva giungere ad un rapporto per così dire personale tra il soggetto e i singoli contenuti delle mode stesse.
La rapidità del loro cambiamento — dunque la loro differenziazione nella successione del tempo — e l’ambito della loro diffusione sciolgono questa connessione.
Come accade per altri miti sociali dell’epoca moderna, la moda ha poco a che fare con l’individuo, l’individuo ha poco a che fare con la moda, i loro contenuti si sviluppano come mondi evoluzionisticamente separati.

Posto dunque che la differenziazione dei contenuti di cultura universalmente diffusi in base agli aspetti formali della contiguità e della successione contribuisce a dare loro un carattere di oggettività autonoma, voglio, in terzo luogo, indicare un ulteriore momento che risulta in questo senso di contenuto assai efficace.
Penso alla pluralità degli stili con cui ci si presentano gli oggetti che vediamo ogni giorno — dal modo di costruire le case alla rilegatura dei libri, dalle opere delle arti figurative alla struttura dei giardini e all’arredamento delle stanze, in cui si insediano l’uno accanto all’altro il Rinascimento e lo stile giapponese, il Barocco e lo stile impero, lo stile preraffaellita e i canoni di un utilitarismo realistico.
Questa è la conseguenza dell’estensione del nostro sapere storico che è anch’esso in rapporto di interazione con quella volubilità dell’uomo moderno che è stata messa in evidenza.
La comprensione della storia richiede una grande flessibilità mentale, una capacità di proiezione empatica nelle strutture più lontane dal nostro stato e di riproduzione in noi stessi; infatti, ogni storia, per quanto tratti di cose visibili, ha senso e può venir intesa solo come storia di interessi, sentimenti, aspirazioni che ne costituiscono la base: persino il materialismo storico altro non è che un’ipotesi psicologica. Per appropriarsi del contenuto della storia è richiesta una grande capacità di immaginazione e di riproduzione, una sublimazione interiore della variabilità. Le inclinazioni storicizzanti del nostro secolo, la sua incomparabile capacità di riprodurre e di rendere vitale ciò che è più lontano — in senso temporale come in senso spaziale — è soltanto l’aspetto interno del potenziamento universale della sua capacità di adattamento e della sua generale mobilità.
Di qui la varietà sconcertante degli stili che nella nostra civiltà vengono accolti, rappresentati, compresi. Se ogni stile è come una lingua dotata di suoni e inflessioni particolari e di una propria sintassi per esprimere la vita, finché ne conosciamo uno solo, col quale modelliamo noi stessi e il nostro ambiente, lo stile non si presenta alla nostra coscienza come una potenza autonoma che vive una propria vita.
Nessuno sente nella propria lingua madre, nella misura in cui la parla con scioltezza, la presenza di una legalità oggettiva, alla quale debba riferirsi come a qualcosa che trascende il soggetto, per ricavare da essa la possibilità, in base a norme che sono da lui indipendenti, di esprimere la propria interiorità.
Piuttosto, ciò che viene espresso e l’espressione stessa sono in questo caso immediatamente la stessa cosa e noi non sentiamo la lingua materna come un’entità autonoma che ci sta di fronte, come quando impariamo una lingua straniera. Così, gli uomini che possiedono un solo stile unitario che informa tutta la loro vita presenteranno lo stesso stile connesso in modo non problematico ai contenuti della loro vita medesima. Tutto ciò che creano o vedono si esprime naturalmente in esso e in nessuna occasione psicologica questo stile si separa dai contenuti materiali di questa creazione o di questa visione per porsi di fronte all’Io come una struttura dotata di origine propria.
Solo quando è disponibile una pluralità di stili il singolo stile si separerà dal suo contenuto in modo tale che di fronte alla sua autonomia e alla sua autonoma significatività esista la nostra libertà di sceglierne uno oppure un altro. Con la differenziazione degli stili ogni singolo stile, e quindi lo stile in generale, diventa qualcosa di oggettivo, che vale indipendentemente dal soggetto e dai suoi interessi, dalle sue attività, dai suoi piaceri o dispiaceri.
Il fatto che tutti i contenuti visivi della nostra vita culturale si siano distinti in una pluralità di stili sopprime quel rapporto originario con essi in cui soggetto e oggetto sono ancora per così dire indissociabili e ci pone di fronte ad un mondo di possibilità espressive che si sviluppano secondo norme proprie, un mondo di forme di espressione della vita tale che queste forme, da un lato, e la nostra soggettività, dall’altro, siano come due partiti tra cui domina un rapporto puramente casuale di contatti, armonici o disarmonici.

Questo è dunque, approssimativamente, l’ambito in cui la divisione del lavoro e la specializzazione, in senso sia personale che oggettivo, portano avanti il grande processo di oggettivazione della cultura moderna.
Di tutti questi fenomeni si compone il quadro complessivo in cui il contenuto della cultura diventa sempre più, e sempre più consapevolmente, spirito oggettivo, non soltanto nei confronti di coloro che lo recepiscono, ma anche nei confronti di quelli che lo producono.
Nella misura in cui questa oggettivazione procede, diventa più comprensibile quello strano fenomeno dal quale sono partite le nostre riflessioni: il potenziamento culturale degli individui può restare notevolmente arretrato rispetto a quello delle cose, sia tangibile che funzionale e spirituale.

Il lavoro di William Turner come professore di prospettiva alla Royal Academy: D16973, grafite e acquarelli su carta, cm. 48.5x69.0 . Tate Britain, Turner Besquet CXCV 4.
Un incarico che prese nel 1807 e tenne fino al 1837. Turner creò circa 170 diagrammi per aiutarsi ad illustrare le teorie e le procedure che descriveva nelle sue lezioni. Inizia a raccogliere questo materiale prima di iniziare le lezioni all'inizio del 1811. In seguito, fino alla fine degli anni 1820, aggiunse nuovi diagrammi mentre rielaborava o migliorava le lezioni. I disegni raffigurano una vasta gamma di soggetti relativi alla prospettiva sia lineare che atmosferica. La modalità di presentazione è altrettanto varia sia nei disegni tecnici che negli acquerelli accuratamente rifiniti.
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[1] NdR. – Dalla Introduzione di Lucio Perucchi in Georg Simmel, Philosophie des Geldes, Leipzig 1900; it. Filosofia del Denaro, ed. UTET, Torino 1984. Segue, un capitolo dal citato volume di Simmel.