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LA DIVISIONE DEL LAVORO |
George Simmel . 1900
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[…] È stato notato che la struttura dell’argomentazione simmeliana, quale che ne sia l’oggetto, si snoda sempre nei termini della contrapposizione di due polarità e che quindi vi si può avvertire una dimensione dialettica. Ma la contraddizione non si risolve o si supera, il terzo elemento non emerge dalla contrapposizione dialettica, ma interviene come istanza esterna che sposta la contraddizione su un altro piano. È stato anche notato che per Simmel la conoscenza non è mai senza presupposti, senza a priori. Ma la priorità in Simmel è sempre provvisoria. Non è quindi né neo-kantiano, né neo-hegeliano, ma piuttosto post-kantiano e post-hegeliano. Incompletezza ed apertura, disponibilità a porre interrogativi piuttosto che a fornire risposte, sistematicità ed assenza di sistema, rifiuto consapevole di ogni prospettiva escatologica e di ogni filosofia della storia, capacità (quasi temeraria) di passaggio dall’analisi minuta del particolare alla formulazione di ampie generalizzazioni, irrispettosità per i codici accademici e le rigide partizioni disciplinari, sono queste alcune delle caratteristiche che fondano l’affinità di Simmel con il tempo presente, la sua attualità e il senso della sua riscoperta.
Queste caratteristiche sono presenti in misura cospicua nella Philosophie anche se quest’opera si scosta in parte dal resto della produzione simmeliana. Il genere letterario che meglio si adatta allo stile di pensiero di Simmel è il saggio poiché consente di partire da un’idea, da un’intuizione o, più spesso, da una contrapposizione di concetti e di svilupparle attraverso i percorsi liberi dell’associazione e dell’analogia, senza richiedere un’impostazione sistematica mirata ad un esito in qualche modo conclusivo. Le opere simmeliane sono il più delle volte raccolte di saggi nelle quali il lavoro di ricomposizione dei vari frammenti è lasciato prevalente mente alla capacità del lettore di operare collegamenti e di fare emergere la trama unificante. […] [1] La divisione del lavoro come causa della discrepanza tra cultura soggettiva e oggettiva Se si vuol concentrare questo fenomeno e l’intensità della sua manifestazione in un concetto, bisogna parlare di divisione del lavoro, data la sua importanza sia nella produzione che nel consumo.
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Se la divisione del lavoro ha operato finora come specializzazione delle attività personali, bisogna considerare ora che la specializzazione degli oggetti agisce in misura non minore nel senso di porli a quella distanza dai soggetti che appare come indipendenza dell’oggetto, come incapacità del soggetto di assimilarlo e di sottometterlo al proprio ritmo. Questo vale soprattutto per i mezzi di produzione.
Quanto più questi sono differenziati, composti da una pluralità di parti specializzate, tanto meno la personalità del lavoratore può esprimersi per mezzo di essi e tanto meno si può riconoscere la sua mano nel prodotto. Gli strumenti con cui l’arte lavora sono in complesso relativamente indifferenziati e dànno pertanto all’arte un margine molto ampio per dispiegarsi per loro tramite. Non si pongono di fronte ad essa come la macchina industriale che per la sua complessità e specializzazione raggiunge, per così dire, la forma dell’abilità personale e un carattere personalmente definito, tanto che il lavoratore non può più permearla della sua personalità, come nel caso degli strumenti dell’arte, in sé stessi più indefiniti. Gli strumenti dello scultore da millenni non si sono sviluppati da uno stadio di completa non specializzazione. Quando invece ciò è accaduto con uno strumento artistico in modo molto netto, come con il pianoforte, questo dipende dal fatto che il carattere dello strumento è molto oggettivo, un carattere che è già in misura molto maggiore per sé e perciò pone all’espressione della soggettività un limite molto più forte di quello che pone il violino, in sé tecnicamente molto meno differenziato. Il carattere automatico della macchina moderna è la conseguenza di una scomposizione e di una specializzazione molto avanzata dei materiali e delle forze, così come il carattere automatico di una burocrazia molto perfezionata può sorgere soltanto sulla base di una raffinata divisione del lavoro tra i suoi funzionari. Ma in quanto diventa una totalità e prende su di sé una parte sempre più grande del lavoro, la macchina sta di fronte al lavoratore come una forza autonoma, mentre egli di fronte ad essa non agisce come personalità individualizzata, ma soltanto come esecutore di una prestazione oggettivamente assegnata. Basta paragonare, ad esempio, l’operaio di una fabbrica di scarpe con l’artigiano che fabbrica scarpe su ordinazione per vedere in quale misura la specializzazione degli strumenti di lavoro impedisca in misura maggiore o minore l’intervento delle qualità personali e faccia sì che soggetto e oggetto si sviluppino come potenze indipendenti l’una dall’altra in base alla loro natura. Mentre lo strumento indifferenziato è veramente una mera continuazione del braccio, solo lo strumento più specializzato si eleva alla pura categoria dell’oggetto. In modo molto caratteristico ed evidente questo processo si compie anche negli strumenti bellici; il punto culminante è costituito dalla macchina più specializzata e perfetta, la nave da guerra: in essa l’oggettivazione è progredita a tal punto che nella guerra navale moderna spesso l’unico fattore decisivo è il puro rapporto numerico delle navi dello stesso tipo! Il processo di oggettivazione dei contenuti della cultura, che, spinto dalla loro specializzazione, crea tra il soggetto e i suoi prodotti un’estraneità sempre crescente, si insinua fin negli aspetti intimi della vita quotidiana. La struttura delle abitazioni, gli oggetti d’uso e gli oggetti ornamentali che ci circondano erano ancora nei primi decenni del XIX secolo — considerando i bisogni degli strati sociali più bassi, ma anche quelli degli strati sociali di più elevata formazione — di una semplicità e di una durevolezza assai più consistente. Nasceva da ciò quell’«aderire» della personalità agli oggetti che la circondavano, che appare già alla generazione di mezzo come una bizzarria dei nonni. Questa situazione è stata interrotta dalla differenziazione degli oggetti secondo tre diverse dimensioni, e sempre con lo stesso risultato. In primo luogo, è la mera pluralità di oggetti di forma molto specifica che rende difficile un rapporto stretto, per così dire personale, con i singoli oggetti: poche e semplici suppellettili sono più facilmente assimilabili dalla personalità, mentre la loro grande varietà crea nei confronti dell’Io quasi un partito antagonistico; ciò trova espressione nel lamento delle massaie che la cura dell’arredamento domestico richiede un culto feticistico e formale, e nell’odio che a volte esplode in nature più profonde e serie contro la quantità infinita di oggetti coi quali circondiamo la nostra vita. Il primo caso è culturalmente indicativo perché l’attività con cui la donna provvedeva alla cura della casa era un tempo più estesa e faticosa di quanto non lo sia adesso. Ma non si giungeva a quel sentimento di schiavitù nei confronti degli oggetti perché essi erano più direttamente legati alla personalità. Quest’ultima poteva permeare più facilmente di sé i pochi oggetti non differenziati, essi non le opponevano la loro autonomia, come nel caso di una massa di oggetti specializzati. Questi, invece, quando dobbiamo servirli, sono sentiti come una potenza ostile. Come la libertà non è qualcosa di negativo, ma la positiva estensione del potere dell’Io sugli oggetti che ad esso si piegano, così al contrario, oggetto è per noi soltanto il punto in cui cessa la nostra libertà, qualcosa con cui siamo in rapporto, senza poterlo tuttavia assimilare al nostro Io. La sensazione di venir oppressi dalle esteriorità con cui la vita moderna ci circonda non è soltanto la conseguenza, ma anche la causa del fatto che esse ci stanno di fronte come oggetti autonomi. Il senso di penosità dipende dal fatto che questi molteplici oggetti che si affollano intorno a noi sono in fondo equivalenti, e proprio per le ragioni specifiche tipiche dell’economia monetaria, cioè la genesi impersonale e la facile sostituibilità. Il fatto che la grande industria alimenti il pensiero socialista non si basa soltanto sulla situazione dei lavoratori, ma anche sulla natura oggettiva dei prodotti: l’uomo moderno è circondato soltanto da cose così impersonali che l’idea di un ordine di vita fondamentalmente anti-individuale deve risultargli sempre più familiare, come del resto può sorgere l’idea di un’opposizione a questo ordine. Gli oggetti della cultura si sviluppano sempre più nel senso di un mondo che al suo interno è strettamente connesso, ma incide in un numero sempre minore di punti sul soggetto, sulla sua volontà e i suoi sentimenti. Questa connessione viene rafforzata da una certa autonomia di movimento degli oggetti. È stato sottolineato che il commerciante, l’artigiano, lo studioso, sono oggi molto meno in movimento che non, ad esempio, all’epoca cella Riforma. Gli oggetti materiali, come quelli spirituali, si muovono oggi indipendentemente, senza bisogno di persone che li rappresentino o li trasportino. Uomini e cose si sono separati. Il pensiero, lo sforzo di lavoro, l’abilità, hanno ottenuto, mediante il loro crescente investimento in forme oggettive, in libri e in merci, la possibilità di muoversi autonomamente. Il moderno progresso dei mezzi di trasporto è soltanto la realizzazione o l’espressione di questo fenomeno. Solo mediante la loro mobilità impersonale si compie la differenziazione degli oggetti dall’uomo giungendo a formare una sfera autosufficiente. L’esempio definitivo del carattere meccanico dell’economia moderna è il distributore automatico; in esso la mediazione umana viene esclusa completamente anche dalla vendita al dettaglio, che da sempre era fondata sul rapporto interpersonale; l’equivalente in denaro viene meccanicamente trasformato in merce. Ad un altro livello, lo stesso principio agisce anche nel grande magazzino a prezzo unico e in simili istituzioni commerciali nelle quali il processo economico-psicologico non procede dalla merce al prezzo, ma muove dal prezzo alla merce. Infatti, in questo caso l’uguaglianza a priori del prezzo di tutti gli oggetti esclude tutta una serie di riflessioni e di considerazioni del compratore, e di sforzi e spiegazioni del venditore, così che l’atto economico attraversa le istanze personali molto rapidamente e in modo indifferente nei loro confronti. Allo stesso risultato di questa differenziazione tra ciò che è vicino nello spazio porta anche la differenziazione nell’ambito di ciò che si succede nel tempo. Il cambiamento della moda interrompe quel processo intimo di appropriazione e di radicamento tra soggetto e oggetto, che non permette di giungere alla loro discrepanza. La moda è una di quelle configurazioni sociali che uniscono in una particolare combinazione il fascino della differenza e del cambiamento con quello dell’uguaglianza e della coesione. Ogni moda è per essenza moda di classe, cioè essa definisce ogni volta uno strato sociale che con l’uguaglianza del proprio modo di apparire si fonde unitariamente al proprio interno mentre si chiude, verso l’esterno, nei confronti di altri strati sociali. Non appena lo strato inferiore, che cerca di imitare quello superiore, se ne è appropriato, essa viene abbandonata da quest’ultimo che ne crea una nuova. Perciò vi sono state delle mode ovunque le differenze sociali hanno prodotto espressioni visibili. Ma il movimento della società da cent’anni a questa parte ha conferito loro un tempo del tutto particolare, da un lato mediante la diffusione di una certa fluidità dei confini di classe e la frequente promozione sociale individuale (che tuttavia a volte riguarda anche interi gruppi), dall’altro con il predominio del terzo stato. Nel primo caso le mode delle classi dirigenti (da questo punto di vista) devono cambiare con estrema rapidità, perché la pressione degli strati inferiori, che sottrae alla moda dominante il suo senso e il suo fascino, è ora quasi immediata. Il secondo momento acquista efficacia in quanto il ceto medio e la popolazione delle città, in contrasto con il conservatorismo degli strati sociali più alti e dei contadini, hanno caratteristiche di grande variabilità. Le classi e gli individui inquieti che premono verso il mutamento, ritrovano nella moda, nella forma dei cambiamenti e dei contrasti di vita, il tempo dei loro moti psichici. Se le mode attuali non sono così stravaganti e dispendiose come quelle dei secoli precedenti, ma hanno una durata molto più breve, ciò dipende dal fatto che esse dominano cerchie sempre più ampie. Altri motivi sono che la possibilità di appropriarsene è stata molto facilitata a coloro che occupano i gradini più bassi della scala sociale, e che il loro luogo privilegiato è diventata la borghesia benestante. Il risultato di questa diffusione della moda, sia dal punto di vista dell’ampiezza che da quello del tempo, è che essa appare come un movimento autonomo, come una potenza oggettiva che si sviluppa con forze proprie, e che percorre la sua strada indipendentemente da ogni singolo. Quando le mode — e non si tratta affatto soltanto di mode che riguardano l’abbigliamento — duravano relativamente più a lungo e tenevano assieme cerchie relativamente ristrette, si poteva giungere ad un rapporto per così dire personale tra il soggetto e i singoli contenuti delle mode stesse. La rapidità del loro cambiamento — dunque la loro differenziazione nella successione del tempo — e l’ambito della loro diffusione sciolgono questa connessione. Come accade per altri miti sociali dell’epoca moderna, la moda ha poco a che fare con l’individuo, l’individuo ha poco a che fare con la moda, i loro contenuti si sviluppano come mondi evoluzionisticamente separati. Posto dunque che la differenziazione dei contenuti di cultura universalmente diffusi in base agli aspetti formali della contiguità e della successione contribuisce a dare loro un carattere di oggettività autonoma, voglio, in terzo luogo, indicare un ulteriore momento che risulta in questo senso di contenuto assai efficace. Penso alla pluralità degli stili con cui ci si presentano gli oggetti che vediamo ogni giorno — dal modo di costruire le case alla rilegatura dei libri, dalle opere delle arti figurative alla struttura dei giardini e all’arredamento delle stanze, in cui si insediano l’uno accanto all’altro il Rinascimento e lo stile giapponese, il Barocco e lo stile impero, lo stile preraffaellita e i canoni di un utilitarismo realistico. Questa è la conseguenza dell’estensione del nostro sapere storico che è anch’esso in rapporto di interazione con quella volubilità dell’uomo moderno che è stata messa in evidenza. La comprensione della storia richiede una grande flessibilità mentale, una capacità di proiezione empatica nelle strutture più lontane dal nostro stato e di riproduzione in noi stessi; infatti, ogni storia, per quanto tratti di cose visibili, ha senso e può venir intesa solo come storia di interessi, sentimenti, aspirazioni che ne costituiscono la base: persino il materialismo storico altro non è che un’ipotesi psicologica. Per appropriarsi del contenuto della storia è richiesta una grande capacità di immaginazione e di riproduzione, una sublimazione interiore della variabilità. Le inclinazioni storicizzanti del nostro secolo, la sua incomparabile capacità di riprodurre e di rendere vitale ciò che è più lontano — in senso temporale come in senso spaziale — è soltanto l’aspetto interno del potenziamento universale della sua capacità di adattamento e della sua generale mobilità. Di qui la varietà sconcertante degli stili che nella nostra civiltà vengono accolti, rappresentati, compresi. Se ogni stile è come una lingua dotata di suoni e inflessioni particolari e di una propria sintassi per esprimere la vita, finché ne conosciamo uno solo, col quale modelliamo noi stessi e il nostro ambiente, lo stile non si presenta alla nostra coscienza come una potenza autonoma che vive una propria vita. Nessuno sente nella propria lingua madre, nella misura in cui la parla con scioltezza, la presenza di una legalità oggettiva, alla quale debba riferirsi come a qualcosa che trascende il soggetto, per ricavare da essa la possibilità, in base a norme che sono da lui indipendenti, di esprimere la propria interiorità. Piuttosto, ciò che viene espresso e l’espressione stessa sono in questo caso immediatamente la stessa cosa e noi non sentiamo la lingua materna come un’entità autonoma che ci sta di fronte, come quando impariamo una lingua straniera. Così, gli uomini che possiedono un solo stile unitario che informa tutta la loro vita presenteranno lo stesso stile connesso in modo non problematico ai contenuti della loro vita medesima. Tutto ciò che creano o vedono si esprime naturalmente in esso e in nessuna occasione psicologica questo stile si separa dai contenuti materiali di questa creazione o di questa visione per porsi di fronte all’Io come una struttura dotata di origine propria. Solo quando è disponibile una pluralità di stili il singolo stile si separerà dal suo contenuto in modo tale che di fronte alla sua autonomia e alla sua autonoma significatività esista la nostra libertà di sceglierne uno oppure un altro. Con la differenziazione degli stili ogni singolo stile, e quindi lo stile in generale, diventa qualcosa di oggettivo, che vale indipendentemente dal soggetto e dai suoi interessi, dalle sue attività, dai suoi piaceri o dispiaceri. Il fatto che tutti i contenuti visivi della nostra vita culturale si siano distinti in una pluralità di stili sopprime quel rapporto originario con essi in cui soggetto e oggetto sono ancora per così dire indissociabili e ci pone di fronte ad un mondo di possibilità espressive che si sviluppano secondo norme proprie, un mondo di forme di espressione della vita tale che queste forme, da un lato, e la nostra soggettività, dall’altro, siano come due partiti tra cui domina un rapporto puramente casuale di contatti, armonici o disarmonici. Questo è dunque, approssimativamente, l’ambito in cui la divisione del lavoro e la specializzazione, in senso sia personale che oggettivo, portano avanti il grande processo di oggettivazione della cultura moderna. Di tutti questi fenomeni si compone il quadro complessivo in cui il contenuto della cultura diventa sempre più, e sempre più consapevolmente, spirito oggettivo, non soltanto nei confronti di coloro che lo recepiscono, ma anche nei confronti di quelli che lo producono. Nella misura in cui questa oggettivazione procede, diventa più comprensibile quello strano fenomeno dal quale sono partite le nostre riflessioni: il potenziamento culturale degli individui può restare notevolmente arretrato rispetto a quello delle cose, sia tangibile che funzionale e spirituale.
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Il lavoro di William Turner come professore di prospettiva alla Royal Academy: D16973, grafite e acquarelli su carta, cm. 48.5x69.0 . Tate Britain, Turner Besquet CXCV 4.
Un incarico che prese nel 1807 e tenne fino al 1837. Turner creò circa 170 diagrammi per aiutarsi ad illustrare le teorie e le procedure che descriveva nelle sue lezioni. Inizia a raccogliere questo materiale prima di iniziare le lezioni all'inizio del 1811. In seguito, fino alla fine degli anni 1820, aggiunse nuovi diagrammi mentre rielaborava o migliorava le lezioni. I disegni raffigurano una vasta gamma di soggetti relativi alla prospettiva sia lineare che atmosferica. La modalità di presentazione è altrettanto varia sia nei disegni tecnici che negli acquerelli accuratamente rifiniti. |
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[1] NdR. – Dalla Introduzione di Lucio Perucchi in Georg Simmel, Philosophie des Geldes, Leipzig 1900; it. Filosofia del Denaro, ed. UTET, Torino 1984. Segue, un capitolo dal citato volume di Simmel.
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