|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
| Elementi e complementi . (appunti VIII.1) |
|
|
5 . L’INDIFFERENZA e L’INFORME
Temiamo che in questi nostri incontri sull’arte moderna, altre e forse troppe volte abbiamo introdotto la contrastata nozione della indifferenza [1]. Scusateci dunque se anche oggi la cosa si è ripetuta. Sapevamo però fin dall’inizio che ciò sarebbe stato inevitabile, dato che la pur brevissima osservazione di Deleuze sulla pittura di Turner nella quale «come si suol dire le forme svaniscono», la richiamava irresistibilmente alla nostra memoria assieme al contenuto del catalogo di una mostra d’arte del Centre Pompidou di Parigi del 1996: L’informe: mode d’emploi. Credo che infatti sia proprio tra le annotazioni a margine della pubblicazione italiana di questo catalogo che si trovino le primissime annotazioni sulla “nostra” indifferenza (in arte) [2].
A rileggerle, a rifletterci e a parlarne oggi qui, andremmo veramente troppo lontani dagli argomenti che ci eravamo proposti – se già non lo abbiamo fatto. Tuttavia, dato che questa monografia sull’informe esordisce con una finta questione di primato pittorico, siamo rimasti un po’ delusi di averlo ripreso in mano e constato di non trovarvi alcun cenno al Tunner.
- Olympia di Manet non è forse il “primo quadro” dell’arte modernista, l’onore del primato è solitamente riservato al Déjeuner sur l’herbe, dello stesso artista. Esso costituisce comunque, scrive Georges Bataille, «il primo capolavoro del quale la folla ha riso sonoramente», e questo scandalo senza precedenti gli ha immediatamente conferito l’impatto di una rottura radicale.[3]
Simili questioni hanno l’alito cattivo della concorrenza e dell’imbroglio: si inizia contestando il beneficiario per rendere ancora più indubitabile la sua vittoria, certificata già da oltre mezzo secolo da George Bataille.
- L’analisi di questo quadro [di Manet, ossia L’esecuzione di Massimiliano del 1868-69)] precede nel libro di Bataille quella di Olympia, a cui dedica tutto un capitolo, ma il tono è già stabilito: l’indifferenza di Manet non è un semplice ritiro nella torre d’avorio degli “esperimenti puramente formali”, è un attacco.[4]
Se non abbiamo frainteso proprio tutto delle parole di Deleuze su Turner, dalle quali siamo partiti, ci aspettavamo che, raggiunto il primato dell’informe nelle olimpiadi pittoriche del 1863, non ci si poteva dimenticare che l’inglese aveva già, in qualche modo, addirittura catastrofato processualmente la pittura fin dentro l’atto pittorico, almeno un trentennio prima…
- Malraux ha forse il torto di non aver sottolineato la magia della strana operazione a cui mi riferisco – e che resta velata. Egli ha colto l’impronta decisiva di Manet, da cui hanno tratto origine la pittura moderna e l’indifferenza per il soggetto, ma non evidenziato ciò che oppone l’atteggiamento di Manet all’indifferenza degli altri impressionisti. Non ha esattamente definito ciò che dà a Olympia […] il suo valore di operazione.[5]
«Non sono dunque né la “forma” né il “contenuto” a interessare Bataille, ma l’operazione che spiazza entrambi – commenta Bois –. In questa operazione di slittamento si potrebbe vedere una versione di quello che Bataille chiama informe. Non certo per fare di Manet un precursore (sebbene non sia un caso che i critici dell’epoca abbiano qualificato il corpo di Olympia – vedendovi un cadavere putrescente – appunto come “informe”) meno ancora per delineare la genealogia del termine, come si fa con la storia di un’idea, ma precisamente perché si tratta di un’operazione …»: cioè né un tema, né una sostanza, né un concetto. Forse – argomenta Bois …
- Forse Bataille conosceva l’Olympia di Jean Dubuffet (1950), appiattita come una focaccia, passata sotto un rullo compressore, forse questo quadro gli ha fornito l’idea dello slittamento (uno slittamento verso il basso, naturalmente). Certo non ha potuto conoscere quella – ancor più perentoria nel suo slittamento – che Cy Twombly ha dipinto nel 1957 (due anni dopo la comparsa del libro su Manet di Bataille, cinque anni prima della sua morte) e, anche se l’avesse conosciuta, non avrebbe avuto i mezzi per apprezzarne la potenza di oltraggio: la superficie del quadro incisa a graffiti, il corpo che affiora sotto i colpi dell’ingiuria oscena.[6]
… e via cantando.
Forse che nel 1842 un Napoleone che osserva un mollusco di mare sotto lo sguardo di un sorvegliante armato [immagine sotto, a sin.] non genera tuttora un riso sufficientemente sonoro? Forse che questa “pittura di storia” ridotta a pinocchietti appesi che si guardano alla distanza di una patella emersa grazie alla bassa marea dell’oceano, non è abbastanza indifferente nella forma, abbastanza insensibile al soggetto? Forse non è abbastanza cadaverica nella sentinella carceraria risolta come un’ombra separata dal corpo imperiale? Forse non è tutto sufficientemente schiacciato, putrescente, indifferente a sé stesso e troppo poco oltraggioso verso ogni genere di pittura, non abbastanza informe e volgare per poter entrare nella modernità? Forse che trovarsi negli occhi del 1842, quella divorante macchia nera del controluce che sprezza e deride la miseria geometrica delle vele e dei fiocchi [7] è stato meno inaspettatamente volgare e oltraggiosa che trovarsi un secolo dopo di fronte a un quadro di Franz Kline? [8]
 |
|
|
|
Guerra
|
|
Pace
|
Comunque – dicevamo –, le risposte, per il momento, non ci interessano più di tanto, dato che probabilmente convergeranno in un lavoro a parte che tratterà di simili singolarità storiche (della pittura).
Nel frattempo possiamo almeno anticiparvi che, proprio all’informe del 1996 di Yves-Alain Bois e Rosalind Kraus, qualcuno ha provveduto a metterci anche una coda.
- Io penso che possiamo meglio descrivere i dipinti dell’espressionismo astratto se li consideriamo in primo luogo come opere volgari. La parola ha per noi un valore peggiorativo, e deve essere intesa come tale nelle argomentazioni che seguono. Ma ciò non deve costituire un problema insuperabile, soprattutto per chi sia abituato a riflettere sul modernismo in generale. Dopo tutto, si è spesso pensato che il modernismo abbia tratto la sua forza da una serie di caratteristiche di cui erano state date, in precedenza, le più sgradevoli descrizioni peggiorative: la bruttezza, per esempio, o la mera frammentarietà e accidentalità; la materialità, contrapposta a tutto quanto è ideale; la piattezza, come elemento chiaramente limitativo; la superficialità, il carattere basso e informe. Ciò nonostante, può suscitare ancor un lieve frisson [brivido, fremito] l’idea che la forma di cui si riveste la bassezza dell’espressionismo astratto sia la volgarità… Per me va bene, Non perché ciò garantisca, una volta tanto, che il termine negativo utilizzato per descrivere un artefatto modernista possa mai assumere la sua valenza positiva; … possa cioè significare che serriamo da presso qualcosa. Definire volgare un’opera d’arte significa chiaramente (almeno per ora) fare cosa un po’ più trasgressiva che definirla bassa o informe. Averla definita prima di tutto volgare, aver fatto della volgarità la qualità (forse l’unica qualità) che sollevava l’opera dall’inerzia e la faceva parlare al mondo, dev’essere sicuramente sembrato strano a coloro che la facevano, e per molto tempo essi a malapena lo riconobbero o lo tollerarono, almeno [fin]quando si trattò di trovare parole per ciò che stavano facendo.[9]
Che si parli dell’arte dell’Ottocento o del Novecento, dell’impres-sionismo francese o dell’informale americano, sembra proprio che il pensiero borghese continua a darsi abbastanza da fare nello spendere le sue migliori risorse di arguzia e perspicacia per definire l’ambito, la produzione e il consumo del triviale e del volgare, e, soprattutto per spiegare, e spiegarsi, il piacere del basso materiale e della sua inestirpabile potenza, quasi non se ne avesse mai abbastanza. Ed è così che, su questa provvidenziale coda che aggiunge la volgarità (estetica) alla informe bassezza (pulsionale), ritroviamo il cruccio (etico) del primo – seppur tardivo – estimatore della pittura di Turner: John Ruskin.
- Mi rendo conto che non è ancora chiaro che cosa… intendiamo con la parola “volgarità” riferita a dipinti. Indica, come ben sapeva Ruskin, un profondo dilemma della cultura borghese: è vicinissima a un concetto estremo di etica o di metafisica al quale forse quella cultura non potrà mai rinunciare. Scrive Ruskin a conclusione del capitolo Della volgarità di Pittori moderni… [10]
Per il momento vi risparmiamo la citazione annunciata [11], ma non possiamo risparmiarci di svelarvi sbrigativamente che tutto porta Ruskin e Clark a definire la volgarità come una delle forme della morte, e che la morte è arruolata per far sembrare profonda la volgarità e la bassezza [12]. E se è vero – come abbiamo appreso da Berger [13] – che “Ruskin scrisse che il tema fondamentale di Turner era la Morte”, è probabile che la stima di Ruskin per Turner sia il frutto avvelenato di questo inestricato paradosso [14] che fin dall’inizio affligge e continuerà ad affliggere tutta l’arte moderna e modernista in quanto corollario della morte della pittura.
Con ciò, come vedete, siamo riusciti a tornare (seppure in un modo avventuroso che non ha nulla da invidiare ad un Tristram Shandy) nei pressi di Turner, di Ruskin… e perché no? di Hegel – che abbiamo lasciato mentre parlava della dissoluzione della forma d’arte romantica giusto nei primi anni 20 dell’Ottocento.[15]
Anche a riprendere Hegel si comprenderebbe facilmente da cosa è concretamente generata quella mortale (e volgare) indifferenza (comune a Manet per Bataille come a Turner per Berger) che il filosofo tedesco riscontrava già nell’arte della sua epoca… a condizione però di non tener conto del vizietto di attribuire allo “sviluppo della riflessione” e alla “libertà di pensiero” ciò che appartiene realiter allo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti sociali.
- Ai nostri giorni lo sviluppo della riflessione e la critica presso quasi tutti i popoli e, presso di noi Tedeschi, anche la libertà di pensiero, si sono impossessati degli artisti e, una volta compiuti anche i necessari stadi particolari della forma d’arte romantica, li hanno resi, per così dire, una tabula rasa sia nei riguardi della materia che della forma della loro produzione… cosicché l’arte è divenuta un libero strumento che l’artista può maneggiare uniformemente secondo la misura della sua abilità soggettiva nei riguardi di ogni contenuto, di qualsiasi genere esso sia… nessuna forma è più immediatamente identica con l’intimità, con la natura… ogni materia può essergli indifferente… Oggi non vi è nessuna materia che sia in sé e per sé al di sopra di questa relatività e, quando anche lo fosse, non v’è almeno alcun bisogno assoluto per cui debba essere l’arte a rappresentarlo… l’individuazione precisa non è invece affar suo, ma egli si serve a questo riguardo della propria provvista di immagini, di maniera di configurare, di forme d’arte antecedenti, che, prese per sé, gli sono indifferenti e divengono importanti solo quando gli appaiono appunto le più idonee per questa o quella materia. Nella maggior parte delle arti, soprattutto in quelle figurative, l’oggetto proviene all’artista dall’esterno; egli lavora su ordinazione e nelle storie profane o sacre, nelle scene, nei ritratti, nella costruzione di chiese ecc., deve solo cercare di portare la cosa a buon fine.[16]
E cosa attesta il buon fine e la riuscita di ogni genere d’impresa meglio della “volgare” vendita in contanti?...
Se dalla pagina hegeliana riportate alla terra tutti i sostantivi che hanno messo le ali delle idee per specializzarsi al verbo della filosofia, ritroverete la libertà dalla servitù della gleba e il lavoro salariato, la divisione sociale del lavoro e la produzione delle merci, il mercato, la circolazione, e infine lo scambio … affinché ciò che proviene dall’esterno all’artista possa essere riportato all’esterno dell’artista per cercare soltanto di “portare la cosa a buon fine”, a colpire il segno.
- Questa opposizione nel corso dell’arte romantica si è sviluppata fino ad approdare all’esclusivo interesse per la esteriorità accidentale o per la soggettività egualmente accidentale. Ma questo essere soddisfatti dell’esteriorità così come della rappresentazione soggettiva si eleva, in conformità al principio romantico, fino ad un immergersi dell’animo nell’oggetto, e l’umorismo d’altra parte si cura pure dell’oggetto e della forma che esso ha entro il suo riflesso soggettivo, noi otteniamo con ciò una penetrazione intima nell’oggetto, giungiamo ad un umorismo in un certo senso soggettivo… Quel che invece dobbiamo annotare in quest’ambito è piuttosto un effondersi, pieno di sentimento, dell’animo nell’oggetto, effusione che viene, sì, a sviluppo, ma rimane un soggettivo movimento arguto della fantasia e del cuore; una trovata, che però non è solo accidentale ed arbitraria, ma è un movimento interno dello spirito, che si dedica interamente al proprio oggetto e lo conserva come interesse e contenuto.[17]
Tirate le somme al raggiro delle parole, ci viene spontaneo confermare una nostra vecchia sentenza: la pittura ha senso quando la si fa, il quadro quando lo si vende… appunto: “portando la cosa a buon fine”.
Noi non abbiamo sufficiente familiarità e, ad esser franchi, neppure la capacità di seguire più di un tanto l’argomentare filosofico, ma quando ci imbattiamo in qualche particolare eppur vago punto promettente per capir qualcosa in più su quanto stiamo cercando, non esitiamo a mantenere il punto. Così è accaduto per le pagine conclusive della pittura olandese e tedesca, quando Hegel segnala che qui qualcosa merita attenzione (e “meritare attenzione” è completamente diverso dall’essere semplicemente interessante).
Un secondo aspetto che merita attenzione è il passaggio dalla più quieta e riverente pietà alla raffigurazione di martirii e al brutto della realtà in generale. In tal campo si sono distinti particolarmente i maestri dell’alta Germania [la Superior?], quando essi hanno messo in rilievo con grande energia, in scene tratte dalla Passione, la rozzezza della soldataglia, la malvagità delle beffe, la barbaria dell’odio verso Cristo nel caso della sua Passione e Morte, caratterizzando questi aspetti con la raffigurazione di bruttezze e deformazioni che corrispondono, come forme esterne alla abbiezione interna del cuore.[18]
Un aspetto che merita attenzione senza però meritare altra spiegazione di un mero passaggio dello sguardo e dell’attenzione verso brutti soggetti, verso “il brutto della realtà in generale” – ma certo non ancora verso il brutto della pittura stessa. C’è però poi un successivo passaggio raggiunto nell’ultima fase dall’arte tedesca ed olandese, che oltre a meritarsi l’attenzione come il precedente, sembra meritare anche qualche spiegazione in più:
- L’ultima fase raggiuta dall’arte tedesca e olandese è l’immedesimazione totale nel mondano e quotidiano, e il connesso dispiegarsi della pittura nei generi più vari di rappresentazione, i quali si separano uno dall’altro e si sviluppano unilateralmente sia nei riguardi del contenuto che nella trattazione.[19] […] È questo il centro [la “base religiosa”] che viene ora a mancare, cosicché la cerchia degli oggetti, che fino ora erano tenuti in uno, si scompone e le particolarità nella loro singolarità e accidentalità specifiche di mutamento e trasformazione gli si offrono ad essere concepite e dipinte nel modo più vario. Per valutare completamente quest’ultima sfera [fase?], come abbiamo fatto per le altre, dobbiamo ancora una volta guardare più da vicino alla condizione nazionale da cui essa ha tratto origine. Dal passaggio agli argomenti attinenti alla Chiesa e dalle visioni e figurazioni della pietà alla gioia data dal mondo come tale, dagli oggetti e dai fenomeni particolari della natura, dalla vita domestica nella sua onorabilità, nel suo buonumore e nella sua quieta limitatezza, dalle solennità nazionali, dalle feste e dai cortei, dalle danze contadine, dai divertimenti delle sagre e delle baldorie, noi dobbiamo qui dare la seguente giustificazione…[20]
|
|
|
|
|
|
|
|
…e quale pensate possa mai essere questa necessaria giustificazione? La Riforma, naturalmente!
Noi sappiamo dalla sentenza di Marx [21] quale dubbio contributo concreto possa aver dato la Riforma alla realtà degli uomini posta fuori dalla loro immaginazione. Ma sembra che neppure Hegel nutra troppa fiducia nella capacità esplicativa della Riforma, dato che dopo aver semplicemente detto che era penetrata in Olanda si sbriga a chiamare in causa gli elementi meno spirituali che la sostanziavano.
- La maggior parte degli Olandesi, gente che aveva compiuto atti di coraggio in terra e gesti arditi sul mare, erano invece [invece di che ? di cristiano-protestanti, forse?] degli industriosi borghesi benestanti che, contenti della loro attività, non aspiravano a cose alte, me che, quando si trattò di difendere la libertà dei loro diritti onestamente acquisiti, dei privilegi particolari delle loro province, delle loro città e delle loro corporazioni, insorsero con ardita fiducia in Dio, nel loro coraggio e nella loro intelligenza, e senza lasciarsi intimidire dall’enorme prestigio del dominio spagnolo […] Se noi possiamo chiamare tedesca una particolare tendenza dell’anima, tale è questa condizione borghese, fiduciosa, benestante e animosa, che ha il senso di sé, ma senza orgoglio, che nella sua pietà non è semplicemente esaltata e bigotta bensì rimane legata al mondano con pietà concreta, che resta nella sua ricchezza schietta e soddisfatta, con abitazioni ed ambienti semplici, mantiene grazia e nettezza, rivolge ogni attenzione e trova soddisfazione in tutte le sue situazioni, e pur nella sua indipendenza e progrediente libertà sa al contempo conservare indisturbata la fedeltà agli antichi costumi e alla solidità avita.[22]
Dunque sarebbe sostanzialmente la formazione della borghesia con i suoi nuovi rapporti sociali a spiegare il “passaggio” all’ultima fase della pittura olandese e tedesca, immedesimata totalmente nel mondano e quotidiano, dispiegando la produzione pittorica nei generi più vari, che si separano (catastroficamente?) per autonomizzarsi e svilupparsi liberamente… E così, ci ritroviamo il pensiero estetico a bazzicare sul nostro stesso terreno; dove ritroviamo la divisione del lavoro come separazione dei generi pittorici in una società con una popolazione che, “artisticamente dotata, vuole gioire anche nella pittura della propria essenza robusta quanto retta, sobria e agiata”; che “vuole godere anche nei suoi quadri in tutte le situazioni possibili, la lindura delle sue città, delle sue case, dei suoi mobili, godere della sua pace familiare, della sua ricchezza, dell’abbigliamento rispettabile delle donne e dei suoi figli, dello splendore delle sue feste politiche, dell’ardire dei suoi marinai, della rinomanza del suo commercio e delle sue navi che navigano sugli oceani di tutto il mondo”.[23]
Tuttavia, una volta attuato il “passaggio”, lo sviluppo successivo di questa immedesimazione della pittura nel “mondano e quotidiano” borghese registra una perdita di quell’energia che l’aveva animata allo sbocciare: «Oggi ] però [1817-28– conclude difatti Hegel il paragrafo sulla pittura – siamo costretti ad aver dinanzi troppo spesso ritratti e quadri storici in cui si vede a prima vista che, nonostante ogni somiglianza con persone ed individui reali, l’artista non sa né che cosa sia l’uomo ed il colore umano, né che cosa siano le forme in cui l’uomo esprime il fatto di essere uomo».[24] E questo vale per la pittura olandese e tedesca quanto varrebbe per quella francese e soprattutto inglese, che intanto stava vedendo l’affermarsi del proprio dominio industriale e commerciale così in mare come in terra. Tanto valeva concludere dicendo che “oggi siamo costretti ad aver dinanzi troppo spesso merci e mercanti in cui si vede a prima vista che, nonostante la somiglianza con le cose reali, l’artista non sa cosa sono essi per l’uomo ma solo quanto valgono per loro stessi…”A questo punto, tra i passaggi particolarissimi della pittura europea potrebbe pure riapparire se non proprio Turner almeno il fantasma inglese di Turner; se non proprio la pittura di Turner almeno il suo point-d’honneur in pittura.
- L’arte romantica era per sua natura caratterizzata da una più profonda scissione dell’interiorità di sé in sé soddisfatta, che, non corrispondendo perfettamente l’oggettivo in generale allo spirito in sé essente, restava lacerata e indifferente verso l’oggettivo. Questa opposizione nel corso dell’arte romantica si è sviluppata fino ad approdare all’esclusivo interesse per la esteriorità accidentale o per la soggettività ugualmente accidentale… fino ad un immergersi dell’animo nell’oggetto… otteniamo con ciò una penetrazione intima nell’oggetto… un effondersi, pieno di sentimento, dell’animo nell’oggetto…[25]
Come non vedere dissimularsi, in questo sviluppo dell’arte romantica, che si abbandona e si effonde nell’oggetto, il balzo in avanti della merce e del denaro?
- Ma d’altro canto… la pittura non deve arrestarsi a questo immergersi nel sostanziale della soggettività e nella infinità di questa, ma deve lasciare autonomia e libertà alla particolarità, a ciò che costituisce, per così dire, solo l’accessorio, l’ambiente e lo sfondo. In questo procedere dalla gravità più profonda alla esteriorità del particolare, la pittura deve spingersi fino all’estremo stesso dell’apparenza come tale, cioè fino al punto in cui ogni contenuto diviene indifferente ed interesse principale diviene la creazione artistica della parvenza.[26]
«Se i sentimenti, le passioni ecc., dell’uomo – scrive Marx nel 1844[27] – non sono soltanto determinazioni antropologiche in senso stretto, ma affermazioni veramente ontologiche dell’essenza (della natura), e se essi si affermano realmente solo per il fatto che il loro oggetto è per essi sensibile, si intende che: 1)…il modo con cui l’oggetto è per essi, è il modo particolare del loro godimento…»…[28]
E quale sarebbe questo “modo particolare” di godere l’oggetto? «Il denaro, – così conclude Marx – possedendo la caratteristica di comprar tutto di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto in senso eminente. L’universalità di questa sua caratteristica costituisce l’onnipotenza del suo essere; è tenuto perciò come l’essere onnipotente… il denaro fa da mezzano tra il bisogno e l’oggetto, tra la vita e i mezzi di sussistenza dell’uomo. Ma ciò che media a me la mia vita, mi media pure l’esistenza degli altri uomini per me. Questo [il denaro] è per me l’altro uomo.» E qui Marx ci regala subito il quadretto di Mefistofele che mostra a Faust come ci si può procurare tutto quel vigore giovanile che gli manca.
- Voi le vedete, mio caro signore, le cose / come le cose, appunto, le vediamo: / bisogna prenderle più da furbi / prima che scappino i piaceri della vita. / Diamine, mani e piedi, è chiaro, / testa e didietro sono tuoi / ma tutto quello che mi godo / forse è per questo meno mio? / Se io mi pago sei stalloni / non sono mie le loro forze? Corro, eccomi un vero uomo, come / ventiquattro ne avessi, di gambe.[29]
Ai nostri giorni, ci ha informato Hegel – e dovrebbero essere giorni degli anni tra il 1817 e il 1828 – per l’artista «ogni materia può essergli indifferente… Oggi non vi è nessuna materia che sia in sé e per sé al di sopra di questa relatività… oggi l’artista, il cui talento e genio si è liberato per sé dalle precedenti limitazioni ad una forma d’arte determinata, dispone a suo piacimento di ogni forma come di ogni materia.»
Seppure per “materia” Hegel intenda ogni arte particolare (la poesia, la musica, l’architettura, la scultura o la pittura ecc.), e con “forma” riferirsi agli elementi propri di ognuna di tali arti (come, ad esempio per l’arte figurativa, la superficie, il segno, la forma geometrica, il colore, ecc.) è tuttavia facile immaginarsi che questa “indifferenza” (qualunque possa essere la sua origine: sociale o spirituale, sarebbe a sua volta indifferente) che consente di compenetrare ed effondersi nel suo oggetto, può portare a compimento le lacerazioni e le scissioni tra gli elementi fisici, concreti e sensibili, dei singoli composti l’oggetto stesso dell’arte che, resi così autonomi, diverrebbero a loro volta penetrabili al sentimento dell’artista “il cui talento si è liberato per sé ”… con ciò liberando, più profondamente, gli in sè del colore del colorista dalla linea del disegnatore, la luce dall’ombra dell’incisore, il fondo bianco dallo sporco dello stampatore … È in questo processo di superamento della lacerazione e dell’indifferenza verso l’oggetto della pittura che Turner arriverebbe al colore senz’altro? … e giunto lì lo ritrova nelle forme dell’acqua e delle tinte con cui tutto era iniziato – non in quelle dell’olio e della vernice trovate lungo la strada per l’Accademia Reale…
- Sebbene i colori trasparenti fossero stati talvolta impiegati in Inghilterra dai pittori per i ritratti a olio in miniatura, e fossero stati persino applicati con successo al paesaggio dagli artisti olandesi nel XVII secolo, fu solo nella seconda metà del XVIII, e attraverso una pratica del tutto indipendente da parte dei nostri paesaggisti, che nacque la scuola britannica degli acquerelli. Iniziando con disegni in chiaroscuro, in grigio o marrone, e usando sia la penna che il pennello, procedettero alla suggestione della prospettiva aerea attraverso l'unione di due colori semplici, disegnando gli oggetti vicini con i più caldi e riservando quelli più freddi per le parti distanti della loro visione. Il marrone con il grigio, o entrambi con il blu, era sufficiente a tale scopo. Poi venne la cauta aggiunta di alcune tinte trasparenti sfumate su questi disegni ombreggiati in grigio, marrone o blu, per dare qualche indicazione sulle varietà del colore naturale degli oggetti. Gli alberi venivano dipinti di verde, il cielo di blu e diverse tinte erano realizzate per distinguere tra tegole e ardesia, case di mattoni e quelle costruite in pietra. Gradualmente vennero introdotti altri colori. Ma il processo era ancora duplice. Un disegno sfumato veniva realizzato in tonalità neutra con penna e pennello o solo con il pennello; e questo disegno veniva poi trattato con varie tinte, allo stesso modo che un bambino colorerebbe una stampa.[30]
È forse colpa del bimbo esser stato messo a salario nella pittura? … “Sempre meglio che nel cotonificio, o in miniera”, esclamerebbe Engels.[31]
- …l'uso dell'acquerello trasparente era stato esteso, come abbiamo visto, alla colorazione e alla tinteggiatura di disegni grigi; e quando in seguito l'acquatinta venne ampiamente utilizzata come mezzo efficiente per moltiplicare tali disegni colorati quasi in facsimile, il mestiere dell’acquarellista divenne, come vedremo, un ramo d'attività regolare, in cui molte persone venivano impiegate dagli editori di stampe. Non è un cattivo tipo di esercitazione per allenare la mano di un giovane artista; poiché è necessaria una certa pratica per stendere le pennellate in modo uniforme e con il giusto tono, come in effetti per fare bene qualsiasi cosa, fino a una cosa semplice come girare la manovella di un organetto. Ma Girtin, e Turner con lui, stavano allo stesso tempo prendendo lezioni dalla natura. Le rive del Tamigi a Westminster, Lambeth e Chelsea, … irregolari e frastagliate, con una guarnizione di banchi di fango e ricche di pittoreschi gruppi di chiatte arenate, imbarcazioni fluviali galleggianti e vecchi moli fatiscenti, offrivano soggetti prolifici per la matita di un artista. Girtin disse che uno studio che fece sui gradini dell'antico palazzo sabaudo allora in rovina "fu una lezione da cui derivò tutta la futura conoscenza che dimostrò nella rappresentazione pittorica di opere murarie in rovina". Acquisirono così una certa abilità con il pennello, che procurò loro altri incarichi professionali oltre a quello di colorare stampe. Tra il 1788 e il 1790, sia Girtin che Turner furono assunti da architetti per dipingere cieli e forse aggiungere sfondi, oltre che per stendere tinte piatte. E così troviamo Tom Girtin, a diciassette o diciotto anni, selezionato per realizzare disegni topografici per la rivista Walker's, e l’altro giovane artista al lavoro presso lo studio del Dr. Monro. C'era un altro amatore e collezionista di disegni paesaggistici, un vicino molto prossimo del Dr. Monro, che, probabilmente seguendo il suo esempio, permetteva ai giovani artisti di fare copie dalle opere di maestri più anziani. Si trattava del signor John Henderson, che viveva al numero 3 o al numero 43 di Adelphi Terrace. Sia Girtin che Turner si avvalevano ampiamente del privilegio così offerto … Sembrerebbe che i processi educativi che rispettivamente adottarono fossero l'inverso l'uno dell'altro; che Girtin acquisisse uno stile proprio disegnando dal vero e lo usasse come linguaggio per interpretare le opere di altri artisti; mentre Turner, all'inizio della sua carriera, studiò le opere di altri artisti per acquisire padronanza del loro stile e della loro maniera, in modo da poterli applicare in seguito, a seconda delle occasioni, nelle diverse interpretazioni della natura. Solo dopo essersi cimentato con ogni pittore formò successivamente il proprio stile distintivo. Nell'ampia gamma della sua pratica, il grande pittore comprese, assorbì e infine assimilò tutto. È lecito supporre che tra gli artisti originali da cui apprese una lezione ci fosse il suo primo amico e compagno, Tom Girtin. Turner fu allievo di Malton e Girtin di Dayes, ma capitò che ognuno studiasse per esercitarsi le opere del maestro dell'altro. Le copie di Turner da Dayes erano così vicine ai facsimili che hanno ingannato i collezionisti, mentre i disegni di Girtin da Malton mostrano il suo colore e la sua tecnica distintamente separata dal chiaroscuro dell'originale.[32]
Se nel deschetto del piccolo colorista c’è solo un’acqua tinta di rosso, che non è certo sangue denso e glorioso, di viso rasato o sgocciolatura di macello, la buona letteratura della clerisy britannica non gli farà per questo mancare la presenza della Morte, della solitudine, della violenza e della dannazione richiesta dall’epos dei cavalieri d’industria. E seppure il bimbo non ha colpe per ciò che farà praticamente, dovrà comunque vivere alle spalle della loro paranoia, lavorando al servizio con l’acqua e con l’olio, con il limpido e con l’untuoso, ma sempre nel tremore delle conseguenze del peccato, ovvero del fallimento o della “catastrofe” della sua pittura al mercato.
Ruskin scrisse che il tema fondamentale di Turner era la Morte (e forse dunque la volgarità); Berger pensava fosse la solitudine, la violenza, l’impossibilità di redenzione e l’indifferenza. Noi crediamo che in realtà il tema fosse la balìa : l’essere alla mercè, non tanto degli elementi della natura, che possiamo vedere e dare a vedere, quanto degli elementi sociali, che si celano allo sguardo per tenerci meglio nelle grinfie.
Il vecchio Turner non vorrà più vendere il suo lavoro ma regalarlo tutto alla nazione.[33]
Vuole tenere assieme la sua vita andata in merci per mostrarla integra e disinteressata, senza più lo scandalo inabissato dalla catastrofe del valore di scambio. …
Non è per niente così? …Poco male per Turner: tanto il “nostro” quadro è stato fatto ed esposto a Londra nel 1848, tre anni prima della sua morte.
|
|
il lavoro delle Forniture Critiche nel 2004
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
 |
|
 |
|
 |
|
|
William Turner 1842, War –The exile and the Rock Limpet, olio su tela cm.103x102
|
|
William Turner 1842, Peace - Burial at Sea [sepoltura in mare], olio su tela cm. 87x86,7 |
|
Franz Kline 1958, Requiem, olio su tela cm. 264,16x198,75 |
|
|
|
|
|
|
|
[1] . La nozione di “indifferenza”, desunta da Marx, crediamo sia abbastanza ricorrente nel sito arteideologia.it, in varie pagine di nostri lavori disparati, ma l’abbiamo trovata accidentalmente anche in diverse pagine di autori che sono qui citati.
[2] . Yve-Alain Bois e Rosalind Krauss, L’informe: istruzioni per l’uso (1997), ed. it. Paravia-Bruno Mondadori, Milano 2003. – Vedi immagini di copertina e controcopertina, e alla p.161, in questo almanacco di ottobre.
[3] . Yve-Alain Bois, L’informe, cit., in Introduzione, p. 1. – Vedi immagine dell’Olympia di Manet, qui a p.115.
[5] . Georges Bataille, da Manet, Skira, Ginevra 1955, citato in L’informe, p. 3.
[6] . Yve-Alain Bois, L’informe, cit., in Introduzione, p. 3 seg.
[7] . Immagine sopra, colonna 2: J. M. William Turner, Peace - Burial at Sea [sepoltura in mare] (1842), olio su tela, cm. 87x86,7.
[8] . Vedi immane qui sopra, nella colonna 3: Franz Kline, Requiem (1958), olio su tela cm. 264,16x198,75.
[9] . Timothy J. Clark, Farewell to an Idea: Episodes from a History of Modernism (1999), it. Addio a un’idea: modernismo e arti visive, ed. Giulio Einaudi, Torino 2005, p. 352 seg.
[12] . Cfr. Ibidem, p. 358. Per Ruskin, Of Vulgarity, in Modern Painters vol.V, Boston,New York 1860 [trad. It. Pittori moderni, Einaudi, Torino 1998, p. 2017].
[14] . Se per Ruskin la morte è la volgarità, il tema fondamentale di Turner sarebbe dunque la volgarità. Diciamo “inestricato” e non “inestricabile”, in riferimento alla usuale critica e storia dell’arte che preferisce ignorare il carico di effetti profondi, causati da un ambiente nella cui Gemeinwesen dominano forme e rapporti come la merce e il denaro … Per quanto ci riguarda, noi riteniamo di avere una visione a dir poco un po’ meno fantasiosa di certi turbati spiriti.
[16] . Friedrich Hegel, Estetica (1817-28), cit., p.677 seg. – Il portare la cosa a buon fine di Hegel, equivale al non mancare il segno di Ruskin, ovvero ad un non peccare – Cfr. qui §15.Le conseguenze della virtù (morale) e Nota 14.
[20] . Ibidem, p. 987.
[21] . Karl Marx, Critica della filosofia del diritto di Hegel (1843-44): «Anche dal punto di vista storico l’emancipazione teorica ha per la Germania uno specifico significato pratico. Il passato rivoluzionario della Germania è infatti teorico: è la Riforma. Come allora nel cervello del monaco, così ora in quello del filosofo la rivoluzione prende il suo avvio. Lutero vinse, in verità, la servitù per devozione, mettendo al suo posto la servitù per convinzione. Egli spezzò la fede nell’autorità restaurando l’autorità della fede. Trasformò i preti in laici trasformando i laici in preti. Liberò l’uomo dalla religiosità spostando la religiosità nell’uomo interiore. Emancipò il corpo dalla catena incatenando il cuore.» – In Scritti politici giovanili, a cura di Luigi Firpo, Einaudi, Torino 1950, reprints1975, p. 404.
[22] . Friedrich Hegel, Estetica (1817-38), cit., p.988.
[26] . Ibidem, p. 906.
[27] . Karl Marx, Denaro, in Manoscritti economico filosofici del 1844, cura di Norberto Bobbio, ed. Einaudi, Torino 1970, Terzo manoscritto, p. 151 seg.
|
|
[28] . Ibidem. Così Marx qui argomenta in cinque punti: «1) il modo della loro affermazione non è per nulla unico e identico, ma anzi il modo diverso di affermarsi costituisce la particolarità della loro esistenza, della loro vita; il modo con cui l’oggetto è per essi [uomini], è il modo particolare del loro godimento ; 2) là dove l’affermazione sensibile è la soppressione immediata dell’oggetto nella sua forma per sé stante (mangiare, bere, lavorare un oggetto ecc.), proprio là ha luogo l’affermazione dell’oggetto; 3) in quanto l’uomo è umano, e quindi anche il suo sentimento ecc. è umano, l’affermazione dell’oggetto da parte di un altro è anche un godimento suo proprio; 4) solo attraverso l’industria in pieno sviluppo, cioè attraverso la mediazione della proprietà privata, l’essenza ontologica della passione umana diviene tanto nella sua totalità quanto nella sua umanità; la scienza dell’uomo è quindi essa stessa un prodotto dell’attuazione pratica che l’uomo fa di se stesso; 5) il senso della proprietà privata – liberata. Dalla sua estraniazione – è l’esistenza degli oggetti essenziali per l’uomo, tanto come oggetto di godimento quanto come oggetto di attività.» Solo immediatamente dopo ciò pone il “denaro” come l’oggetto in senso eminente.
[29] . Johann Wolfgang von Goethe, Faust, prima parte (1805-08), traduzione e introduzione di Franco Fortini, ed. Mondadori, Milano 1970, 1987, p. 139.
[30] . Roget 1891, cit., p. 4 seg. (Se temevamo che "bambino-Turner" fosse il frutto arbitrario della nostra immaginazione, eccolo smentito).
[31] . Cfr. Friedrich Engels, Die Lage der arbeitenden Klasse in England (1845).
[32] . Roget 1891, cit., pp. 86-7-8.
[33] . La National Gallery di Londra era ed è tuttora a ingresso gratuito (free entry) perché la sua collezione appartiene al popolo inglese.
«In quel periodo… alcuni pittori e scultori contemporanei di grande successo cominciarono a mirare alla costituzione di musei personali…, sfruttando in proprio un’istituzione relativamente nuova come il museo. Particolarmente significativo fu il caso dello scultore Antonio Canova che alla sua morte, nel 1822, aveva lasciato ciò che era contenuto nel suo studio al fratellastro, monsignor Giambattista Sartori-Canova. Questi vendette le opere finite ma conservò la maggior parte dei modelli in gesso e i disegni eseguiti dal fratello, che furono collocati in un piccolo museo, fatto costruire da Sartori tra il 1826 e il 1835 a Possagno, vicino a Bassano. Tale iniziativa ispirò il rivale di Canova, lo scultore danese Bertel Thorvaldsen, che nel 1937, decise di lasciare tutte le sue opere ancor in suo possesso alla città natale, Copenaghen […] Il primo pittore a pensare a un museo pubblico come destinazione finale dell’insieme delle su opere fu l’inglese Turner, tanto che, per attuare tale proposito, nell’ultimo periodo della sua vita cominciò a ricomperare i propri quadri dai collezionisti privati perché venissero conservati perennemente in una galleria a lui dedicata. Per questo, nel 1849, due anni prima della morte, dispose nel testamento che tutti i cuoi quadri “finiti” andassero alla National Gallery di Londra, istituita pochi anni prima, nel 1824, a condizione che si aggiungesse una stanza o delle stanze all’attuale National Gallery, stanze che devono essere chiamate “Turner Gallery”, in cui i miei quadri devono essere costantemente tenuti in deposito e conservati. (È noto che le volontà di Turner contenute nel suo testamento conservato negli archivi della National Gallery di Londra, non furono sostanzialmente rispettate.)» – [Leonardo Capano, Il museo e gli artisti contemporanei, in Arte e artisti della modernità, a cura di Antonello Negri, Jaca Book, Milano 2001, p. 116 seg.]
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|