|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
| Elementi e complementi . (appunti VIII.1) |
|
|
10 . UN CAPITOLO IN BIANCO
Chi non conosce la storia di Achab e di Moby Dick?
«Che cosa era la Balena bianca per Achab è stato accennato; che cosa a volte essa fosse per me, resta ancora da dire.»
Proprio così inizia il quarantaduesimo capitolo dedicato alla bianchezza della balena.
Quindi Ismaele comincia a rifletterci sopra:
- Fuori da quelle più ovvie considerazioni intorno a Moby Dick che non potevano non risvegliare occasionalmente nell’anima di chiunque una certa apprensione, c’era al suo proposito un altro pensiero, o piuttosto un orrore vago, senza nome, che a volte soverchiava completamente tutto il resto con la sua intensità; eppure era tanto mistico e quasi indicibile ch’io quasi dispero di renderlo in forma comprensibile. Era la bianchezza della balena che sopra ogni altra cosa mi atterriva. Ma come posso sperare di spiegarmi qui? Eppure, in qualche modo oscuro e approssimativo devo spiegarmi, altrimenti tutti questi capitoli potrebbero riuscire in nulla. / Sebbene in molti oggetti naturali la bianchezza accresce raffinatamente la bellezza, quasi le impartisse una speciale virtù come nei marmi, nelle camelie e nelle perle; sebbene vari popoli abbiano in certo modo riconosciuto una qualche supremazia regale a questo colore, poiché persino i barbarici e fastosi antichi re del Pegu ponevano il titolo di Signore degli Elefanti Bianchi al di sopra di tutte le loro magniloquenti attribuzioni di dominio, e così i moderni re del Siam spiegano lo stesso niveo quadrupede nello stendardo reale, la bandiera annoverese porta l’unica figura di un niveo destriero e il grande Cesareo Impero Austriaco, erede dell’onniregnante Roma, ha per colore imperiale la stessa tinta imperiale; sebbene questa supremazia si verifichi nella razza umana stessa, dando all’uomo bianco una signoria ideale sopra ogni altra tribù scura; sebbene… [1]
E per almeno una dozzina di altrettanti sebbene Ismaele continuerà a sgranare di seguito svariati esempi per concludere, desolato: «eppure, malgrado tutte queste accumulate associazione con tutto ciò che è dolce e venerabile e sublime, sempre cova nell’intima idea di questo colore qualcosa di elusivo che incute più panico all’anima di quel rosso che atterrisce nel sangue.
«È questa elusiva qualità – prosegue – che fa sì che il pensiero del bianco, quand’esso sia separato da più benigne associazioni e accoppiato con un qualunque oggetto in se stesso terribile, accresca questo terrore fino all’estremo limite».[2]
- Ma non abbiamo ancora risolto l’incantesimo di questa bianchezza né trovato perché abbia un così potente influsso sull’anima; più strano e molto più portentoso, dato che, come abbiamo veduto, essa è il simbolo più significativo di cose spirituali, il velo stesso, anzi, della Divinità Cristiana, e pure è insieme la causa intensificante nelle cose che più atterriscono l’uomo! È forse ch’essa adombra con la sua indefinitezza i vuoti e le immensità spietate dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero del nulla, quando contempliamo le profondità bianche della Via lattea? Oppure avviene che nella sua essenza, la bianchezza non è tanto un colore quanto l’assenza visibile del colore e nello stesso tempo la fusione di tutti i colori: avviene questo che c’è una tale vacuità muta e piena di significato in un paesaggio di nevi, un incolore ateismo di tutti i colori che ci fa rabbrividire. E quando consideriamo quell’altra teoria dei filosofi naturali, che tutte le altre lingue terrene… sarebbero soltanto inganni non connaturali alla verità delle sostanze, ma soltanto sovrapposti dall’esterno, cosicché tutta la divina Natura si dipingerebbe soltanto come la prostituta le cui lusinghe non ricoprono che l’intimo sepolcro … e pensiamo che il mistico cosmetico, il gran principio della luce, che produce ciascuno dei suoi colori, rimane in se stesso sempre bianco e incolore.[3]
L’indicibile bianchezza della bestia la ravvisiamo qualche decennio prima in descrizioni di candidi nevai e ghiacciai alpini, sui quali si proiettano gli incubi di Mary Shelley o si stagliano nitidi i tormenti raggelati di Frankenstein.
- Spalancai i miei [occhi] in preda al terrore. La visione si era impossessata di me a tal punto che fui percorsa da un brivido di paura e cercai di sostituire l’immagine spaventosa della mia fantasia con gli oggetti reali che mi circondavano. Li vedo ancora: la stanza, il parquet scuro, le imposte chiuse attraverso cui filtrava la luce della luna e la certezza che lì fuori c’erano il lago limpido e le bianche Alpi svettanti.[4]
[…] E quando salii più in alto, la valle assunse caratteristiche ancor più magnifiche e sorprendenti. Castelli diroccati sospesi sugli strapiombi delle montagne coperte di pini; l’impetuoso Arve, e capanne che spuntavano qui e là tra gli alberi, creavano un paesaggio di rara bellezza; ma lo scenario era esaltato e reso sublime dalle maestose Alpi, le cui piramidi e cupole bianche e scintillanti sovrastavano tutto, come dimore di un’altra razza su un’altra terra.
[…]Subito dopo entrai nella valle di Chamonix… Le montagne alte e nevose le si stringevano intorno, ma io non vidi più castelli in rovina e campi fertili. Immensi ghiacciai affiancavano la strada; sentii il rombo tonante della valanga che cade e vidi la foschia sollevata dal suo passaggio. Il monte Bianco, supremo e magnifico, si ergeva al di sopra degli altri picchi, e la sua tremenda cupola dominava la valle.[5]
[…] Era circa mezzogiorno quando arrivai in cima alla salita. Rimasi per un po’ seduto sulla roccia che dava su quel mare di ghiaccio. Una foschia coprì sia quella che le montagne circostanti. Subito una brezza dissipò le nuvole, e io scesi sul ghiacciaio. La superficie è molto irregolare, si alza come le onde di un mare agitato, scende in basso, frammezzata da crepacci che si inabissano profondamente. Il campo di ghiaccio è largo circa una lega, ma io impiegai circa due ore per attraversarlo. La montagna di fronte è una nuda roccia perpendicolare rispetto a dove mi trovavo io, Montanvert era esattamente all’opposto, a circa una lega di distanza; e sopra di esso si ergeva il Monte Bianco, nella sua terribile maestosità. Rimasi in una rientranza della roccia a osservare questo meraviglioso e stupendo scenario. Il mare, o piuttosto il vasto fiume di ghiaccio, serpeggiava tra le sue montagne, le cui aeree cime incombevano sui suoi recessi. I loro picchi ghiacciati e scintillanti brillavano alla luce del sole sopra le nuvole. Il mio cuore, prima pieno di dolore, si gonfiò di qualcosa simile alla gioia; esclamai «Spiriti erranti, se davvero errate, e non riposate nei vostri stretti letti, concedetemi questa flebile felicità, o portatemi via, come vostro compagno, dalle gioie della vita».[6]
Ma è ancor prima della bianchezza della bestia o del paesaggio ottocenteschi, che appaiono le pagine lasciate in bianco in un romanzo del Settecento: «Con lo Sterne – scrive Mario Praz – il romanzo si trasforma…»
- … l’autore approfitta di ogni scusa per introdurre riflessioni, aneddoti grassocci, capricci d’ogni genere, perfino scherzi come pagine bianche, pagine marmorizzate, un capitolo formato della sola parola alas! stampata a lettere sempre più grandi, ecc. L’edificio del romanzo viene ad assomigliare alle cineserie di moda; si frange in arabeschi, in svolazzi, capricci, è esso stesso un colossale capriccio che ne contiene infiniti altri a mo’ di scatole cinesi. Ritardata di continuo da minuti incidenti, come nei racconti orientali, la narrazione non procede, si convolge e smarrisce ogni temporalità: il libro è giunto al mezzo, che ancora l’eroe non è nato. Ora appunto questo sfiancare il racconto a forza di digressioni, così liberandolo dalla sequenza temporale e ponendolo su un piano al di là dell’accadere, è la grande scoperta di Sterne, di enorme conseguenza per lo sviluppo della narrativa.[7]
[…] Sterne fece pel romanzo precisamente quel che i pittori fiamminghi e olandesi fecero per la pittura… gli olandesi per primi si misero a coltivare quella disprezzata pittura di “genere” [natura morta, ritratto, paesaggio, quadretto di vita comune] che doveva agire come un cuneo nel ceppo di quell’albero dell’upas [velenoso] che era diventato il classicismo accademico; poiché, attraverso all’interesse per le cose umili (ad esempio, in un quadro raffigurante le nozze di Cana, si confinava nello sfondo il soggetto principale, e si metteva in primo piano la serva con le vivande) si sviluppò un’indifferenza pel contenuto della pittura, una svalutazione dell’importanza del soggetto; e così si giunse al ripudio d’ogni soggetto come un’impurità, alla pittura pura, e all’idea dei nostri giorni che il supremo trionfo della fantasia consista nel fare arte non rappresentativa.
Nella narrativa lo Sterne fa esattamente la stessa cosa che facevano gli olandesi in pittura; relega il racconto principale nel dimenticatoio: “per lui, e per la prima volta nella narrativa, una fanciulla con una borsetta di satin verde può essere più importante, e più grande, della cattedrale di Notre-Dame (Levi)”. Non c’è più gerarchia di soggetti, non c’è più regola di narrazione; ed è pacifico che Sterne fu il primo ad aprire la via che doveva condurre a Joyce, anche a Proust e a Musil se si vuole, ma soprattutto a Joyce.
Trasferisce l’interesse dall’esterno all’interno… dal soggetto della narrazione alla maniera della narrazione, come nei supremi dipinti della scuola olandese (Vermeer) siamo messi a contatto con la sostanza stessa della pittura, cioè col colore, con la sua gerarchia tonale.[8]
Trasferire l’interesse dall’esterno all’interno, praticamente non è altro che riconoscere l’oggetto nell’unitarietà delle sostanze che lo costituiscono come corpo e istituiscono la sua autonomia di sistema autopoietico; se per Sterne è la narrazione artificiale (scrittura, tipografia: il “libro” con paragrafi in bianco), per Turner sarà l’immagine artificiale (traccia visibile dei gesti, pittura: il “quadro”).
Quello che accade specificatamente nei rispettivi campi di forze (superfici bidimensionali) è soltanto tutto ciò che le condizioni e le circostanze storiche rendono possibile fare accadere, ad un determinato grado di sviluppo delle forze e delle particolari capacità produttive, in quel determinato libro, in quella determinata immagine.
Ma intanto, sul bianco qualcosa accade anche senza metterci mano.
- Se si osserva attraverso il prisma una superficie bianca o di un colore uniforme, il prisma non cambia nulla se non i bordi esterni della superficie. Ma il campo visivo che ci è davanti è composto da molte superfici con molti bordi esterni ed è qui, decise Goethe [Beitrãge sur Optik, 1791-92] che il prisma manda i colori. Se si vuole provare questo esperimento anche senza prisma, la superficie di una lente di ingrandimento è sufficientemente prismatica per dimostrare quello che osservò Goethe nei suoi esperimenti. Prendete una striscia di carta bianca e disegnatevi una striscia nera larga circa sei millimetri. Mettetela su un tavolo bene illuminato da una luce bianca con la striscia rivolta verso il vostro campo visivo, focalizzate l’occhio sulla riga e osservatela attraverso il prisma oppure sul bordo superiore esterno di una lente di ingrandimento. Una estremità della riga parrà giallognola, il fondo blu.
[Nella spiegazione di Newton] vi sono due raggi, il prisma inclina il raggio rosso meno di quello blu. Il raggio rosso proviene dalla parte bianca della striscia e non c’è blu, perché il punto da cui dovrebbe provenire il blu è nero e non riflette la luce. Perciò quello che si vede è dovuto alla metà rossa dello spettro, e se si osserva attentamente, si riesce a vedere il giallo, l’arancione e il rosso. Se si inverte il prisma o si guarda dall’estremità inferiore di una lente di ingrandimento i colori sono in ordine opposto… Goethe descrive alcuni esperimenti di questo tipo e conclude che il colore viene prodotto perché c’è un confine tra bianco e nero. La purezza del bianco è offuscata e imbrattata al limite col nero…[9]
La purezza del bianco non è solo imbrattata dal nero ma è anche intrisa dal colore del lutto.
- I pittori erano da tempo abituati a lavorare con sostanze pericolose, poiché il capriccio della natura ha donato ad alcune di esse i colori più intensi. Il piombo non è certo la più feroce né vi sono prove che la salute degli artisti del passato fosse disturbata dal minio, dal massicot o dalla biacca; tuttavia man mano che la rivoluzione industriale faceva aumentare le dimensioni della manifattura e creava una forza-lavoro permanente esposta ogni giorno lavorativo a tali sostanze tossiche, non era possibile trascurare il fatto che la biacca costituisse una minaccia.
Già nel XVII secolo, Filiberto Vernatti nelle Transactions della Royal Society di Londra descriveva i terribili danni subiti dai lavoratori nelle manifatture di biacca. «Gli accidenti dei lavoratori sono immediato dolore allo stomaco, con contorsioni spasmodiche delle viscere, e costipazione che non soccombe ai catartici… poi una vertigo, o capogiro, con forti dolori continui alla fronte, cecità, demenza e affezioni paralitiche.» La biacca veniva fabbricata in gran quantità perché era l’unico pigmento bianco largamente usato non soltanto nei colori per Belle Arti, ma anche per le vernici domestiche, e costituiva un pericolo per chi in quelle case abitava.
Alla fine del XVIII secolo, le autorità francesi erano fortemente preoccupate del rischio che la biacca rappresentava per la salute pubblica e divenne necessario trovare un bianco ad essa alternativo. …
Intorno al 1780 [quando il piccolo Turner aveva 5 anni], Guyton de Morveau fu contattato dal governo francese [il Consolato] perché cercasse un nuovo pigmento bianco più sicuro. Nel 1782 egli riferì che il miglior candidato era l’ossido di zinco, noto come “bianco di zinco”, sintetizzato all’Accademia di Digione da un assistente di laboratorio di nome Courrois. Non solo il bianco di zinco non era tossico, ma non scuriva come la biacca in presenza di gas solforosi quando il carbonato di piombo viene convertito in solfuro di piombo.
[…] Il bianco di zinco aveva molti vantaggi, ma anche alcuni notevoli svantaggi. Prima di tutto il costo: il prodotto di Courtois era circa quattro volte più caro della biacca; gli artisti erano certamente disposti a pagare di più per un materiale di qualità superiore, ma all’inizio del XIX secolo il bianco di zinco non lo sembrava affatto, dato che il suo potere coprente non era eccezionale e, peggio ancora, asciugava molto lentamente sotto forma di pigmento a olio. Per questo motivo la sua prima applicazione commerciale fu quella di pigmento per acquerello, col nome di “bianco cinese”, introdotto dai fabbricanti inglesi di colori Winsor e Newton nel 1834.
[…] Commercialmente il bianco di zinco ebbe un’enorme importanza, ma gli artisti esitavano ad adottarlo: la biacca li aveva serviti bene per secoli, e la sua tossicità non rappresentava per loro una grossa minaccia, quindi perché cambiarla con un materiale più nuovo e non sperimentato? Inoltre, paragonato alla biacca, il bianco di zinco aveva un tono freddo e piatto che ad alcuni non piaceva affatto. Per i pittori, quindi, la biacca rimase il principale bianco per tutto il XIX secolo. Perfino gli acquarellisti non lo adottarono subito…[10]
Sembra dunque che ancora attorno agli anni trenta dell’Ottocento la nascita del colore venisse tuttora accompagnata dalla minaccia del suo contrario: il bianco di piombo.
La biacca, dunque, non ha per nulla abusato della fama funesta di cui godrà l’armata bianca: sui mari o sulla terra come nella pittura realmente si corre il rischio e il fallimento della catastrofe…
- Ma tu dici: Secondo me questo capitolo alla biacca intorno alla bianchezza è soltanto una bandiera bianca sporta da un’anima codarda: tu ti arrendi a un’ubbia, Ismaele! [11]
Sì. Tutto questo nostro “capitolo alla biacca” sarebbe un nulla, una resa senza pace ad un’ubbia inconsolabile se davanti alla superficie sbiancata Turner o van Gogh avessero tremato ad arpionare quel bianco letale. [12]
- È difficile immaginare una storia dell’arte senza la biacca, poiché le antiche alternative – gesso e ossa macinate – non potevano fornire l’opacità eburnea di cui ogni artista aveva bisogno. Solo nel XIX secolo essa fu soppiantata da nuovi prodotti sintetici più moderni; prima era l’unico pigmento bianco della tavolozza europea per dipingere quadri a olio.
Come avrebbero potuto essere ottenute le brillanti lumeggiature del chiaroscuro rinascimentale senza questa sostanza chimica artificiale? E i grandi maestri olandesi del periodo barocco dove avrebbero potuto trovare un altro bianco all’altezza dei loro neri profondi? Inoltre, l’opacità di questo pigmento permette di scoprire i ripensamenti degli antichi maestri: il piombo assorbe facilmente i raggi X, che rivelano così la mano di fondo bianca delle varie fasi di progettazione di un’opera.[13]
Tuttavia, l’atto catastrofico della pittura o della scrittura verrà sospeso, e addirittura definitivamente interrotto, quando ad incombere sul bianco verrà il mero fascio luminoso della macchina da proiezione cinematografica.
Con lo schermo termina dunque la genealogia del bianco, che rimane in sé stesso incolore e informe, e pertanto ancor più minaccioso di un leviatano.

|
|
|
|
|
|
|
|
11 . UNA CATASTROFE ANNUNCIATA
- I suoni si succedono nel tempo, non esteriormente come ad esempio per i dati ottici, i colori e le figure. (Plessner) [14]
«Trasferite l’interesse dall’esterno all’interno e siamo messi a contatto della sostanza stessa della pittura: il colore», aveva detto Mario Praz … e ogni trasferimento brusco è una catastrofe “da cui scaturisce sempre il colore”, confermerà Deleuze per la pittura.[15]
Se dopo affermazioni di uno studioso della letteratura inglese e di un filosofo francese leggessimo lo studio di un pittore e teorico della pittura polacco della seconda metà del Novecento, potremmo magari farci un’idea del lungo tempo di lavoro che occorre affinché simili “trasferimenti” della visione dell‘oggetto nell’oggetto stesso dello sguardo, raggiungano la coscienza teorica della visione – sempre però, noterete, dopo l’esperienza pratica, cumulativa di tutti gli atti non solo pittorici ma anche estetici [16] (è anche così che funziona il cervello sociale).
- Il metodo empirico, per sua natura capace di osservare ed esaminare solo fatti già esistenti e consolidati, diviene strumento conoscitivo della classe borghese che va consolidandosi ed estendendo il proprio dominio su tutta la società attraverso le rivoluzioni olandese, inglese e francese. Solo quando, all’interno della realtà storica, si palesarono fatti concreti che testimoniavano della reale esistenza di elementi borghesi in essa, il metodo empirico fu universalmente assunto [anche teoricamente] dalla borghesia in fase di consolidamento. [17] […] Il metodo empirico si è sviluppato nel corso di un lungo periodo (XVI, XVII, XVIII e XIX secolo). In generale, il suo sviluppo ha seguito in parallelo quello della società borghese. Ogni fatto relativo alla visione empiricamente scoperto ha influenzato la trasformazione della consapevolezza visiva. Si è originata così la consapevolezza visiva del chiaroscuro (XVI e XVII secolo) espressa nella pittura barocca. Più tardi, nel XIX secolo si è sviluppata la consapevolezza visiva relativa alla visione in movimento, espressa nella pittura impressionista. L’impressionismo non è nient’altro che realismo della visione in movimento. In ciò stanno la sua forza e la sua debolezza: il suo realismo, nel restituire un’epoca con la precisione che solo la visione in movimento può dare, e il suo formalismo, per via del quale la sua immagine risultava un’immagine incompleta e falsa dal punto di vista delle classi sociali. La visione in movimento è una visione più completa di quella precedente: restituisce il processo della visione in maniera più precisa, ma nella specificità di tale visione, nel suo stesso realismo perdurano le fonti di un realismo deformante. Il realismo della visione in movimento si è originato per effetto di una lunga evoluzione preparatoria, durata per tutto il secolo XVIII e fino alla prima metà del XIX. Si raccolsero gradualmente delle osservazioni minime. Gradualmente si osservò che il colore naturale utilizzato nella pittura barocca non rimane sempre uguale nella visione empirica reale, ovvero immutabile e indipendente dall’influsso dei colori circostanti, ma cambia per effetto del movimento dell’occhio. |Nel corso del XVIII secolo l’idea di una legge naturale cerca ancora meno fondamento nella concezione metafisica di una “ragione” astratta, basandosi sempre più, invece, sull’esperienza. Trasferita nell’ambito delle leggi attinenti alla visione, l’esperienza rileva la variabilità del colore. Il medesimo colore naturale (il rosso, per esempio) è disponibile in varie tonalità. Era il risultato di un’osservazione incompleta, ancora inconsapevole, dei fenomeni di cambiamento del colore che si verificano nello sguardo in movimento. La pittura rococò, ridotta alla sua base realistica e qualificata come tipo di consapevolezza visiva, rappresenta una visione in movimento inconsapevole e incompleta. Così si è sviluppata la seguente linea evolutiva: Watteau, Boucher, Tiepolo, Fragonard, Goya, una linea che partiva da un colore naturale unico e non modificabile (ammantato di un’ombra barocca) e passava a una grande variabilità del colore stesso (entro certo limiti generali). Il colore naturale si presenta come insieme di varie e diverse sfumature dello stesso colore. Il che era condizionato dall’influsso dei colori opponenti che scaturivano dall’osservazione dei vari colori vicini. La pittura si sviluppò in questo modo per tutto il corso del secolo XVIII, evidenziando la variabilità sempre più grande del colore e la molteplicità sempre più grande delle sfumature di colore. Nel corso di un paio d’anni appena, quelli della Rivoluzione francese, questa pittura cessò di esistere. Nel 1792 David domina la scena in modo totale e assoluto. Che cosa rappresentava? [18] […] David non vedeva la variabilità del colore nella visione in movimento; David non vedeva il gioco di luce e ombra che fluiscono al di sopra degli oggetti esaltando e offuscando i loro contorni. Il tratto “scultoreo”, che gli venne rimproverato, rappresentava in effetti la consapevolezza visiva del solido e una visione delle merci analoga a quella della seconda metà del XV secolo. L’ambito delle sue osservazioni non si spingeva oltre la semplice restituzione di un solido inteso logicamente… La visione dedotta razionalmente era arretrata di trecento anni rispetto alla visione empirica chiaroscurale (secoli XVI e XVII) e rispetto alla visione in movimento (XVIII secolo). Se malgrado questo passo indietro, la visione di David si affermò come il tipo di visione dominante all’epoca della Rivoluzione e di Napoleone, questo accadde perché la sua consapevolezza visiva corrispondeva alla consapevolezza visiva della maggioranza schiacciante dei suoi destinatari, della nuova classe sociale che andò a regnare nel nuovo sistema. I trecento anni rispetto ai quali retrocedette la visione rappresentano la misura dell’arretramento visivo e dell’oppressione sociale che dominavano prima della Rivoluzione.[19] […] La rivoluzione, rimuovendo gli ostacoli che frenavano lo sviluppo delle forze produttive, ha costruito la cultura su una base sociale più ampia. Una dinamica più ampia della nuova classe vincente non tardò a dare i propri frutti: intorno al 1825 dipingono le proprie opere Géricault e Delacroix. Analizzando la base visiva sulla quale si è originata la forma di queste opere, dobbiamo definirla come consapevolezza della visione del chiaroscuro. Nei trent’anni successivi alla rivoluzione la pittura francese ha intrapreso la strada che porta da Mantegna (fine XV secolo) a Rubens (inizio del XVII secolo). L’anno 1825 colloca la pittura francese nel bel mezzo di problematiche attraverso cui era già passata nel 1625. Essa dovette questo rapido processo evolutivo alla dinamica intensa del periodo postrivoluzionario. Lo sviluppo va protraendosi ulteriormente. La Francia è il paese all’avanguardia in Europa, in cui la borghesia dell’epoca realizza il proprio sistema più progressista. La consapevolezza della visione cresce. Intorno al 1848 emergono Corot, Millet, Courbet; Delacroix espone i propri ultimi lavori. Questo periodo si configura storicamente come realismo borghese; a volte, viene semplicemente chiamato realismo.[20] … Guardando i dipinti dei principali pittori di quest’epoca troviamo in essi la morbidezza della modellazione e un chiaroscuro [è piuttosto il colore] accuratamente elaborato nelle sue varie gradazioni e transizioni, analogo a quello della scuola olandese. Il che testimonia a favore di un’osservazione ben strutturata dei fenomeni del chiaroscuro e l’esistenza di una profonda consapevolezza visiva nell’ambito del chiaroscuro: vi aveva contribuito il lavoro delle generazioni precedenti (Géricault, Delacroix), che, sulla base dell’arte fiamminga e olandese, aveva consolidato tale consapevolezza. Osservando più da vicino, tuttavia, ci accorgeremo che tale chiaroscuro non si presenta solo come semplice ombreggiatura, o schiarimento, di singole parti degli oggetti: a ogni oscuramento, o schiarimento, corrisponde un cambiamento contemporaneo del colore; ogni ombra e ogni gradazione della luce contengono in sé non solo un colore in grado di scurire o schiarire, ma anche una piccola quantità di un colore diverso da quello naturale. Nell’ambito di un insieme genericamente consolidato, il colore si modifica e assume la sfumatura di altri colori. Si tratta di un colore, quindi, che proviene da uno sguardo in movimento non sviluppato fino in fondo e inconsapevole.[21]
Potremmo fermare qui questa lunghissima citazione; dato che qui si sono già fermati per sempre sia quel frutto troppo prematuro di Turner (1851) che Delacroix (1863) – il quale, come abbiamo detto, aveva conosciuto direttamente il lavoro dell’inglese nel 1825. Tuttavia, poiché spesso (a torto o a ragione non importa) Turner viene comunemente associato – spesso malvolentieri agli impressionisti, mettiamo una coda che ci spinge appena un po’ più in là, agli anni 60-70 dell’Ottocento.
- L’impressionismo … non si è allontanato dal realismo, ma, al contrario, ha approfondito l’empirismo della propria visione, ha rilevato una serie di fenomeni fisiologici inerenti alla nostra visione. Se, ciò malgrado, ha desunto un’immagine incompleta e falsata della realtà a esso contemporanea, è successo perché il metodo stesso dell’empirismo visuale ha fallito: era un metodo insufficiente per cogliere appieno il mondo e i processi che vi intervengono. Questo metodo, plasmato dalla borghesia nel corso del suo sviluppo storico, metodo cognitivo specifico della classe borghese, è passato attraverso varie trasformazioni. È partito come metodo incompleto e parziale: inizialmente esaminava solo i fenomeni di luce e ombra (XVI e XVII secolo). Man mano che si sviluppava ha abbracciato una gamma sempre più ampia di fenomeni, ha osservato quasi tutto ciò che agisce sulla fisiologia della nostra visione, ha rotto tutti i modelli convenzionali a favore di una visione fisiologica del tutto empirica. Se la piena verità della visione fisiologica non ha fornito un quadro completo della realtà, questo indica la limitatezza del metodo stesso come strumento cognitivo e la limitatezza della classe che ha formato tale strumento a sua immagine e somiglianza.[22]
Non dovete credere che abbiamo dato un peso eccessivo a questo testo in virtù del suo ridondante ricorso ad un certo “materialismo storico” di maniera – sicuramente appiccicato per favorirne la pubblicazione in una Polonia in cui dominava la dottrina del realismo socialista. Nonostante ciò, alcuni punti sembrano dover essere importanti e da approfondire.
Quello però che, ad un esame provvisorio, troviamo quantomeno discutibile, è l’idea di collegare quella che Strzemiński chiama la “consapevolezza visiva” [23] con l’atto della pittura; quasi quest’ultima fosse il prodotto diretto, se non automatico, della conoscenza inerente alla fisiologia dello sguardo: un’immagine artificiale generata direttamente non dagli stimoli della luce, come nella fotografia, ma dagli stimoli visivi dell’occhio – che troverebbe nel funzionamento della Polaroid il modello meccanico corrispettivo al funzionamento del lavoro del vecchio pittore… da sostituire con la riproduzione industriale dei suoi automi tascabili: dalla volontà di pittura alla pittura a volontà…
Forse il nostro non sarà il modo giusto di intendere la “sua” teoria del vedere, ma è certo che tra il vedere e il pitturare – come tra il dire e il fare – c’è di mezzo il mare … Altrimenti potremmo anche stare ad ascoltare l’oftalmologo contemporaneo di Turner: «Ai loro tempi – scrive Schapiro –, i quadri degli impressionisti venivano spesso descritti come follemente arbitrari, perché i pittori attribuivano a oggetti familiari nelle vedute di paesaggi colori che gli altri non avevano ancora percepito in natura. Gli scienziati, sfruttando la loro autorità, appoggiavano le reazioni ostili, e spesso filistee, affermando che i toni di violetto presenti nelle tele erano dovuti a un difetto dell’occhio, del cristallino o della retina degli artisti, nello stesso modo in cui un dottore aveva tardivamente spiegato le figure allungate di El Greco facendo riferimento a presunto astigmatismo del pittore. Alcuni decenni prima anche i colori di Turner erano stati spiegati da un oftalmologo come il prodotto di un difetto della vista.»[24]
Ovviamente quel povero oftalmologo non riusciva a capire che seppure Turner avesse percepito rosse le fronde verdi di un platano, doveva poi dipingerle con l’impasto verde che lui percepiva rosso; così seppure El Greco vedeva ellittico un cerchio, tuttavia era costretto a disegnare un cerchio per poterlo percepire come un’ellisse; in entrambe i casi, la cosa reale risulterebbe infine “ridata” conformemente dalla pittura all’occhio “sano”; mentre il qui pro quo resterebbe intimo al pittore non al pitturato; non per nulla la pittura è anzitutto un’arte della visione, non della cognizione.
- I pittori rivoluzionari hanno sempre sostenuto che dovrebbe essere possibile liberare l’arte del colore dal suo vincolo tradizionale con un sujet e ottenere per essa la stessa libertà del fare musica, contro il popolare pregiudizio che il suo scopo consisterebbe in un modo qualunque di descrivere e riprodurre. La nostra epoca sembrerebbe finalmente possedere le possibilità tecniche per fare ciò, anzitutto il cinema. E non solo le possibilità tecniche. Il tentativo dell’Espressionismo non era un preludio che appunto non si poteva sviluppare soltanto perché non si era considerato il fattore tempo? La fotografia e il cinema hanno soddisfatto il bisogno di riproduzione ed esonerato in questo modo la volontà artistica? Tuttavia tutti i tentativi interessanti del cinema assoluto, la sequenza di colori su superfici curvilinee e i colori spaziali, il gioco di trasformazione delineato da Goldschmidt, che perfeziona le possibilità di passaggio tra i colori proiettati, risentono di una mancanza fondamentale. Essi operano (come già uno dei teorici dell’Espressionismo, Kandinskij) con i valori emotivi dei colori senza sapergli conferire valore di impulso. La successione temporale rimane pertanto esterna ai colori e immotivata. Non si riesce a far rientrare nella successione una direzione in qualche modo plausibile rispetto allo scioglimento della fine. Il gioco delle forme e della variazione dei colori si svolge, si motiva soltanto per colui che lo produce. Per potere fare musica è invece decisivo il fatto che la successione sia motivata dai suoni stessi, senza poggiare su un qualche “programma”, su un modello poetico o pittorico. Chi non ha orecchio musicale di solito fallisce su questo punto. Non può abbandonarsi all’impulso stringente delle sonorità, alle loro tensioni che premono per sciogliersi, al gioco dei giri e degli arresti sorprendenti. Egli “non penetra all’interno” e perciò la musica “non gli dice niente”. Egli cerca ragioni e motivi comunicabili attraverso la razionalità, o meglio il linguaggio, laddove certo vi sono motivazioni, ma non vi sono motivi né ragioni; egli cerca di ascoltare qualcosa che è dietro ai suoni anziché i suoni stessi.[25]
… egli cerca di vedere qualcosa che è dietro alla pittura anziché la pittura stessa; e, poiché la pittura solo attraverso l’uso dei colori porta la pienezza dell’anima alla sua apparenza propriamente vivente [26], solo liberandosi di ogni altra motivazione è possibile vedere il colore.
- Come mezzo per la raffigurazione di questo contenuto [Dio, “come oggetto della coscienza umana” o “come spirito della comunità, come lo spirituale che sente se stesso”], la pittura deve servirsi, rispetto alla forma [architettura, scultura], dell’apparenza esteriore in generale, tanto della natura come tale quanto dell’organismo umano, nella misura in cui questo lascia tralucere chiaramente da sé lo spirituale. Invece come materiale essa non può usare la pesante materialità con la sua esistenza spaziale completa, ma deve in se stessa interiorizzare questo materiale, così come fa con le figure. Il primo passo con cui il sensibile… va incontro allo spirito consiste da un lato nel superamento della reale apparenza sensibile, la cui visibilità è trasformata a semplice parvenza dell’arte; dall’altro nel colore, con le cui differenze, passaggi e mescolanze viene ad effettuarsi questa trasformazione. La pittura perciò concentra per l’espressione dell’animo interno le tre dimensioni spaziali nella superficie quale più prossima interiorità dell’esterno, e rappresenta le distanze e le forme spaziali mediante la parvenza del colore. Infatti la pittura non ha il compito di rendere visibile in generale, ma ha da fare con la visibilità in sé particolarizzantesi e al contempo resa interiore. Nella scultura e nell’architettura le forme vengono rese visibili dalla luce esterna; nella pittura invece la materia in se stessa oscura ha in sé il proprio interno, il proprio ideale, la luce; essa è in se stessa illuminata e la luce proprio perciò è in sé oscurata. Ma l’unità ed il compenetrarsi reciproco della luce e dello scuro costituiscono il colore.[27]
Così, per la pittura romantica, Hegel, «dopo aver indicato il carattere degli oggetti religiosi [nei quali] si esprime l’intimità sostanziale dell’anima», prosegue: «L’opposto della cerchia religiosa è dato da ciò che, per sé preso, è privo di intimità e di divinità: la natura, e più precisamente, in rapporto alla pittura, la natura come paesaggio». Anche nel paesaggio – continua – l’intimità può trovare un’eco dell’animo; e questa intimità è anch’essa oggetto della pittura.[28]
Quasi non manca nulla affinché un’intimità sostanziale con la luce si possa, e forse: si debba, estrinsecare totalmente in pittura… prima che la superficie stessa venisse animata e colorata dalla luce (prima esterna poi interna) sullo schermo e nel monitor…
|
|
Il lavoro di John Martin : The Creation of Ligth, 1825, ilustrazione per Paradise Lost di John Milton, stampa a mezzatinta, cm.15.1x19.3, Royal Accademy of Arts, Londra.

|
|
|
|
|
|
|
|
|
 |
|
 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
[1] . Herman Melville, Moby Dick o la balena bianca (1850), a cura di Cesare Pavese, Frassinelli, Milano 1969, pp. 230-31.
[2] . Ibidem, p. 232.
[4] . Mary Shelley, Frankenstein; or, The Modern Prometheus (1818), it. Ed. Mondadori, Milano 1994, dall’Introduzione dell’autrice all’edizione del 1831, p. 10.
[5] . Ibidem, p. 112 seg.
[6] . Ibidem, p. 116 seg.
[7] . Mario Praz, Storia della letteratura inglese, Sansoni ed., Firenze 1964, p. 358 seg.
[8] . Ibidem, p. 359 seg. – A questo punto avrete notato certamente come il tema dell’arte olandese, per il suo influsso innovativo, sia ritenuto un passaggio obbligato (forse una consuetudine) per spiegare gli sviluppi della pittura nell’Ottocento. Quello che però non si deve trascurare è che Hegel stesso è “costretto” a spiegare il suo carattere innovativo per via storica ed economica.
[9] . David Park, The Fire within the Eye, Princeton University Press, 1997 – it. Natura e significato della luce, dall’antica Grecia alla fisica moderna, McGraw-Hill, Milano 1998, p. 249 se.
[10] . Philip Ball, Bright Earth (2001), it. Colore – una biografia, ed. Rizzoli, Milano 2002, pp. 160, 161.
[11] . Melville, Moby Dick o la balena bianca (1850), cit., p. 240.
[12] . “Molti pittori hanno paura della tela vuota, ma la tela vuota a sua volta ha paura di un pittore appassionato che sia anche audace – che una volta per tutte abbia rotto l’incantesimo del non sai fare.” - Lettera di Vincent a Theo, Nuenen 2 ottobre 1884 (n. 464-378.79).
|
|
[14] . Helmuth Plessner, L’antropologia della musica (1972), in Studi di estesiologia, L’uomo, i sensi, il suono, a cura di Alesia Rucco, ed. CLUEB, Bologna 2007, p. 147.
[15] . Deleuze, op. cit., p. 15.
[16] . L’atto pittorico fa riferimento al lavoro, l’atto estetico al giudizio.
[17] . Władysław Strzemiński (1893-1952), Teoria widzenia (1956), it. Teoria del vedere, ed. Il Saggiatore, Milano 2023, p. 232.
[18] . Ibidem, pp. 234-35
[19] . Ibidem, p. 136 seg. – L’interpretazione è discutibile.
[20] . Ibidem, pp. 241-43.
[21] . Ibidem, p. 243 seg.
[22] . Ibidem, p. 249 (sottolineatura nostra).
[23] . Ibidem, p, 152: “Cos’è dunque la consapevolezza visiva? Essa rappresenta un grado (uno dei gradi) di riflesso della realtà che una determinata società ha raggiunto a un certo punto del proprio sviluppo storico. Gli elementi della forma non sono niente altro che i mezzi utilizzati per esprimere una determinata consapevolezza visiva”. Ci sembra più accettabile intendere questa “consapevolezza visiva” come un qualcosa più simile alla “volontà d’arte” (Kunstwollen) di Riegl.
[24] . Meyer Schapiro, Impressionism. Reflections and Perceptions (1977), it. L’impressionismo, Einaudi, Torino 2008, p.78.
[25] . Plessner, L’antropologia della musica (1972), in Studi di estesiologia, L’uomo, i sensi, il suono, cit., p. 146 seg.
[26] . F. Hegel, Estetica, cit., p. 936.
[27] . Ibidem, p. 700 seg.
[28] . Ibidem, Estetica, cit., p. 927.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|