L'ARTE RACCONTATA AI COMPAGNI

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Tracce di Lavoro comune . 2025
arteideologia raccolta supplementi
made n.23 Ottobre 2025
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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Elementi e complementi . (appunti VIII.1)

8 . ARTE A VOLONTÀ

In precedenti incontri abbiamo parlato di qualcosa come il “formalismo” in arte, o della teoria dell’arte come pura visibilità ecc., ed ora potrebbe sembrare che cerchiamo di mettere Turner sulla strada di una pura pittura di colore, di una pittura purificata da ogni inquietudine personale o sociale. Rozzamente intesa la pura visibilità porta facilmente ad una pura godibilità se si confonde il modello con la cosa, lo stile con l’opera, e le teorie formaliste dell’arte pura sono abbastanza propense a provocare simili errori.
«La tentazione di aderire ai concetti dell’arte pura è grande, – dice lo storico dell’arte Edgar Wind – perché sono così confortanti…. Dal momento che le forze immaginative incorporate in una figura potrebbero turbare il nostro godimento, se non sappiamo come reagire [fattualmente], di fronte ad esse, è sempre incoraggiante sentirsi spiegare che non contano niente… e qui ci troviamo di nuovo, assai più di quel che crediamo, a essere vittime dell’èra scientifica e dei suoi propagatori.»[1]
Il volume di questo importante studioso e teorico dell’arte è stato per noi doppiamente importante. Come forma, trattandosi della raccolta e sistemazione delle sei letture radiofoniche per la BBC [2], ha una forte analogia con la trascrizione del parlato di Deleuze con cui abbiamo iniziato questa nostra parte del racconto dell’arte; come contenuto, lo raccomandiamo perché ognuna delle sei letture (che riguardano tutte il rapporto dell’arte e degli artisti con il potere e la società) sono accompagnate da una ricca raccolta di note ragionate molto utili per approfondire anche molti aspetti peculiari dell’arte moderna e contemporanea, che ancora non possiamo dire scaduti. Infine, per quanto ci riguarda personalmente, abbiamo trovato qui un qualche conforto al nostro controverso ricorso all’estetica di Hegel.

Egli [Hegel] spiegò che quando l’arte viene trasferita in una zona di sicurezza, può senz’altro continuare ad essere arte eccellentissima, e anche arte molto popolare, ma i suoi effetti sulla nostra esistenza diventano nulli. Vale la pena ascoltare quello che Hegel ha da dire su questo argomento. Qualunque siano le debolezze della sua metafisica, come osservatore del mondo degli uomini egli seppe dimostrarsi non meno perspicace di un Montaigne. La vita artistica che Hegel vedeva svolgersi attorno alla sua persona ha molti punti in comune con la nostra. Era l’apice del romanticismo, e, per giunta, del romanticismo berlinese. L’immaginazione si era liberata dalle pastoie della convenzione, e tutti intuivano che finalmente l’arte sarebbe stata ormai in grado di affermare in pieno la sua autonomia. La produzione poetica era così ricca e così eterogenea che il giovane Friedrich Schlegel la paragonava a uno spaccio di generi alimentari: canzoni folkloristiche, romanzi cavallereschi, epopee greche, nordiche e cristiane, epigrammi, inni patriottici, perfino “odi irochesi o cannibalistiche per dilettanti di antropofagia”. Nelle arti figurative, il cupo spirito di diabolici racconti di fate, illustrate alla maniera ironicamente maligna di Füssli [anche lui insegnante di pittura alla Royal Academy dal 1799], si faceva ammirare proprio accanto ai disegni casti, astemi, neoclassici, eseguiti nello stile di Flaxman – in onore del quale Ingres non sapeva trovare più alta lode che quella di chiamarlo “il Canova inglese” (l’arte moderna di quel tempo non era meno internazionale di quanto lo sia oggi!). E poi c’erano gli esteti del Primitivo: nobili selvaggi in comunione con la natura, amatori d’arte folcloristica e di antichità medievali, e sopra tutti i Nazzareni, i quali mettevano a fondamento della loro arte la conversione religiosa. Hegel vedeva tutto questo, e sentiva che ci mancava qualcosa, era interessante, senza dubbio, ma per lui questa parola non era certo un elogio. La moda di applicare la parola “interessante” a un’opera d’arte è stata, infatti, un’invenzione romantica; e se ancor oggi è rimasta questa abitudine, è perché senza accorgercene noi conserviamo un atteggiamento romantico. Ai tempi di Hegel, però, la cosa era nuova, ed egli capiva ciò che voleva dire. Un oggetto “interessante” possiede una qualità che colpisce; suscita la nostra attenzione; prendiamo atto di ciò che ci colpisce, e poi lo lasciamo perdere: Un’esperienza “interessante” è un’esperienza che non ha effetti duraturi. Di conseguenza Hegel tirò le somme, così come le vedeva lui. Era arrivato un momento nella storia del mondo, a partire dal quale l’arte avrebbe perso quello stretto legame, che in passato aveva avuto, con le energie centrali dell’uomo; si sarebbe trasferita al margine, e lì avrebbe formato un ampio e splendente variegato orizzonte. Il centro sarebbe rimasto alla scienza; cioè a un inarrestabile spirito di ricerca razionale. Il tipo di scienza che Hegel prevedeva non somiglia per niente alla scienza di oggi; sotto questo aspetto, egli fu un cattivo profeta. Ma previde, invece, correttamente il posto della scienza nella vota moderna, e non meno chiaroveggente fu nell’assegnare all’arte quel posto marginale. Egli spiegò che in un’èra dominata dalla scienza la gente non avrebbe smesso di dipingere né di fare statue, né di scrivere poesia, né di comporre musica; e poiché queste cose sarebbero state fatte, conveniva che venissero fatte bene. Ma non bisognava ingannarsi, scrisse: «Per quanto splendide le effigi degli dèi greci ci possono sembrare, qualunque sia la dignità e la perfezione che possiamo trovare nelle immagini di Dio Padre, di Cristo e della Vergine Maria, tutto ciò è inutile: le ginocchia non le pieghiamo più» […] Dovrebbe essere chiaro, dunque, che pur spostata al margine l’arte non perde la sua qualità d’arte; perde soltanto il suo legame diretto con la nostra esistenza: diventa una splendida superfluità. Un’arte così distaccata dalla realtà della vita non smette per questo di essere goduta ampiamente e intensamente. Al contrario, nulla ci dà tanto piacere quanto questa nostra comunione con immagini così libere. […] …ma il linguaggio di Hegel è più radicale. Hegel spiega che l’assoluta libertà dell’arte, grazie alla quale essa può servirsi liberamente di qualunque sostanza voglia, allo scopo di esercitare su di essa l’immaginazione, ha fatto del nuovo artista una tabula rasa. Suscettibile all’infinito di nuove forme, giacché nessuna forma può essere considerata definitiva, si trova in uno stato di perpetua autotrasformazione, occupato in ciò che Hegel curiosamente chiama una unendliche Herumbildung, un’infinita plasmabilità. È chiaro che Hegel prevedeva certi sviluppi di cui adesso [1963] abbiamo avuto la conferma; ma, nonostante l’acutezza della sua descrizione, da un certo punto di vista la sua analisi non è meno incompleta di quella di Platone. Platone non previde che i pericoli dell’arte, che egli tanto temeva, potessero non avere alcun effetto su un popolo reso immune a tali pericoli. Hegel, al contrario [di Platone], non riusciva a immaginare che l’arte potesse un giorno ridiventare pericolosa. Sebbene considerasse la possibilità di un’arte futura, più ricca forse e più sottile dell’arte da lui conosciuta, presupponeva che, per quanto varia potesse diventare la nuova arte, essa sarebbe rimasta sempre distaccata dalla realtà perché, come egli scrive, “l’arte si è compiutamente estrinsecata”. Secondo Hegel, quando l’arte diventa pura, non è più seria, e in queto consiste appunto il suo splendore finale.[3]            

Evitando per il momento di soffermarci sull’idea di una pericolosità dell’arte (che implicherebbe una sua propria forza e potenza) o sul suo destino di glorioso irresponsabile distacco, possiamo convenire che Hegel aiuta a spiegare molte cose di ciò che stava avvenendo di nuovo nelle modalità dell’arte e della pittura della prima metà dell’Ottocento, ma non spiega nulla di concreto sulle cause materiali che, ad esempio, stabiliscono e mantengono oppure negano e perdono “uno stretto legame con le energie centrali dell’uomo”. Per la cosiddetta pittura di genere gli olandesi, dice Hegel, avrebbero «trascelto il contenuto delle loro manifestazioni da loro stessi, dal presente della loro vita… Per sapere in che consisteva l’interesse contemporaneo degli Olandesi, noi dobbiamo interrogare la loro storia», ma poi si limita alla storiografia “politica” [4]. Tuttavia ci sono imprese gloriose e intraprese laboriose; e il “debito alla loro attività” è un debito dovuto anche al modo di produzione, di organizzazione e divisione del lavoro…
Se Hegel introduce l’estetica con la sentenza per la quale «il nostro tempo, per la sua situazione generale non è favorevole all’arte»[5], Marx converrà che con lui che «la produzione capitalistica è nemica di certe branche di produzione intellettuale, come l’arte e la poesia. Altrimenti si arriva alla presunzione dei francesi del secolo XVIII, che Lessing ha preso in giro così bene. Dato che abbiamo superato gli antichi nella meccanica, ecc. perché non dovremmo saper scrivere anche un poema epico? Ed ecco l’Henriade per l’Iliade! »[6].
Non dimentichiamo mica che Engels ci mette in guardia da ogni determinazione meccanica tra struttura economica e sovrastruttura. A a noi però sembra che la divisione del lavoro possa quantomeno togliere dei veli equivoci ed aiutarci e spiegare come il colore (nella sua assolutezza oggettiva, come colore in sé, autonomizzato, problematico e suscettibile di una sua propria evoluzione nel campo della pittura e dell’estetica, – e sia pure lungo una hegeliana infinita plasmabilità,  e forse proprio a partire dal Turner del 1830) giunga al punto di rendersi assoluto [7]  nei monocromi di Yves Klein del 1956, e finanche a librarsi, nel 1958, nel blu dipinto di blu di Sanremo.[8]
No. Turner non è tutto qui…
Tuttavia, trattando di illusioni e paure nel mondo borghese del XIX secolo qualche studioso disinteressato non ce la fa a tralasciare certi nostri argomenti prediletti, sebbene parlasse al proposito di una Difesa della Poesia (1821) di Shelley: «…era appunto qui, in un’epoca che inaugurava la divisione dei tempi e dei ruoli del lavoro, che la vocazione elettiva della Poesia operava la seconda distinzione dei romantici nei confronti della società industriale. L’arte unificava i suoi generi sulla base dell’autonomia e della continuità del momento poetico.»[9]

Solo a partire dallo sviluppo della psicologia disvelante degli ultimi decenni, – scrive Arnold Hauser – principalmente a partire dallo svelamento degli impulsi inconsci delle nostre inclinazioni, valutazioni e azioni grazie al marxismo e alla psicoanalisi, è divenuto consueto parlare di una “critica creatrice” e di liberarsi dall’accettazione ingenua dei contenuti letterari. Wilhelm Dilthey distingue nella sua ermeneutica una psicologia ‘analitica’ da una ‘descrittiva’, e da una critica letteraria feconda egli esige che “capisca un autore meglio di quanto egli stesso non si sia capito”… E così Unamuno affermò che Cervantes era stato incapace di capire il suo eroe. […] Per quel che riguarda l’obbiettività e il contenuto di verità della critica d’arte, Oscar Wilde ha completamente ragione quando asserisce che nessuno si preoccupa più di stabilire se il giudizio di Ruskin su Turner fu obbiettivamente giusto … Che Ruskin avesse o no ragione in riferimento a Turner, era importante soltanto per i suoi contemporanei… è questione che ha rilievo soltanto per la storia dell’arte. Infatti se Ruskin [o altri] hanno sbagliato materialmente, la loro critica d’arte, accanto all’oggetto rappresentato dai pittori, conserva una propria validità. Essa è creativa nel senso che con ogni nuovo strato che scopre nella struttura di un’opera crea una nuova dimensione del suo significato, dunque aggiunge un significato non noto né all’autore né ai suoi critici precedenti».[10]

Per illustrare meglio il nostro racconto di oggi, dovremmo certamente commentare dal vivo certi punti, ma crediamo che intanto sia venuto fuori ciò che di solito manca o viene trascurato da molti studi sulla pittura e i pittori. A noi ora non interessa tanto parlare della “consapevolezza” del visivo e del vedere (come si lascia credere abbia svolto Strzemiński nel suo trattato sulla Teoria del vedere [11]) quanto delle condizioni concrete al contorno, che pre-siedono e con-sentono l’atto pittorico.
Con il nostro modo disinvolto di trattare il tema, non pretendiamo di spiegarci l’arte di quel periodo, figuriamoci poi se pretendiamo di spiegare la peculiare pittura di Turner o di qualunque altro singolo artista.
E neppure siamo sicuri di aver spiegato, e finanche capito, qualcosa del pensiero di Deleuze su Turner o Cézanne; ma certamente non siamo stati noi per primi a parlare di catastrofi, senza prevederne le conseguenze su una nostra “critica creatrice”.
Catastrofe è difatti una parola a cui siamo molto sensibili; basta ricordare il diagramma del 1952
[qui, in alto a destra], che non raffigura affatto delle catastrofi, tuttavia ce le fa vedere.
...Dunque, «L’atto del dipingere – si chiede anche Deleuze – non deve forse sempre affrontare comprendere, una catastrofe, anche quando ciò che viene rappresentato non è una catastrofe?»...
Era necessario che l’atto del dipingere passasse attraverso questa catastrofe per generare ciò con cui esso ha a che fare, vale a dire il colore?
E in cos’altro consisterebbe in sostanza tale atto se non nel lavoro del pittore?
Se non ci sono abusi nelle parole, la catastrofe in pittura è qualcosa che va ben al di là di un quadro brutto o sgradevole, mal riuscito o mal risolto, riducibile ad un crollo delle capacità personali di risolvere il compito.
Ciò che qui subirebbe un crollo è l’atto stesso del dipingere.
Allora, in cerca di questa “catastrofe”, subìta dal processo lavorativo consueto della pittura fino al 1830 (diciamo pure con Deleuze), non meravigliatevi se poi siamo arrivati ad osservare le condizioni reali al contorno che probabilmente hanno reso possibile l’evento della catastrofe rappresentata finanche dal modo di trattare il colore e la luce da parte di Turner.
D’altronde, la “catastrofe” ha una valenza più effettuale che causale, è la conseguenza di un accumulo e rilascio improvviso di energia, e non riguarda tanto il fenomeno che prepara segretamente, ma gli effetti che riversa improvvisamente, o rilascia poi lentamente e senza clamore sugli uomini e sulle cose del loro mondo materiale e spirituale. Eppoi, la catastrofe esiste solo per chi vi rimane sepolto, e che di là sotto nelle macerie non vede altro che macerie; chi la scampa invece vede i colori del cielo e se la dimentica, come se avesse schivato un pestone camminando per la città.
Se dal giovane Turner andiamo al giovane Marx lo sentiremo dire: «La differenza delle doti naturali tra gli individui non è tanto la causa quanto l’effetto della divisione del lavoro.»[12]
Certamente, la divisione del lavoro in cui sono costretti Turner e Girtin, non si è mostrata col crudo sembiante della catastrofe sociale, ma con quello oramai assestato di una naturale premessa da cui iniziare il lavoro. Nondimeno avranno a che fare con gli effetti di questa catastrofe, ossia con i frantumi dispersi dell’atto pittorico, soprattutto della luce, con il quale Turner risolve la propria pittura in un modo originale e tanto audace da far sì che dopo il suo lavoro l’arte della pittura non potesse più tornare indietro.

Se il suo disegno delle figure era stato sempre difettoso, negli ultimi anni della sua vita il suo modo di colorare divenne così eccentrico e stravagante, e gli oggetti che disegnava così indistinti e privi di forma, che le sue opere furono severamente censurate; ma questo difetto, sempre presente in una certa misura, divenne eccessivo solo negli ultimi dieci o dodici anni della sua vita, quando forse la sua vista stava cedendo e la sua mente era concentrata solo ad illustrare la propria idea [di pittura] con brillanti effetti di colore. La maggior parte delle sue opere successive illustrava un poema manoscritto da lui scritto, ma mai pubblicato (se non in frammenti nei cataloghi dell’Accademia), intitolato Le fallacie della speranza. Disdegnava di seguire le tracce di qualsiasi altro pittore; quindi ignorò i dogmi delle scuole e divenne uno sperimentatore sfrenato, osservando tinte e forme nelle nuvole passeggere, combinando i colori, se non in forme naturali, comunque in immagini di splendida bellezza e creando così tipi di realtà piuttosto che immagini della verità. Ma anche nel periodo in cui iniziò a lasciarsi andare alle più sfrenate fantasie artistiche, dipinse quell’incantevole quadro, L’Italia (1832), e La vecchia Téméraire (1839), che sono inclusi nel suo lascito ai connazionali.[13]

Schizzata fuori dalla catastrofe, questa “luce dispersa” come colore, da mezzo pittorico inizierà presto, molto presto, a trasformarsi in un fine della pittura, per venir in seguito anche comodamente spremuta fuori dai tubetti dell’industria chimica delle vernici o sbalzata oltre l’incandescenza dall’industria elettrica delle illuminazioni.
Ma se di vera catastrofe si è trattato, allora non ha potuto evitare di travolgere il linguaggio, l’estetica e la narrazione storica che fino allora si era fatta della pittura.
Mentre la critica della economia politica o le scienze fisiche iniziavano a penetrare nell’oggetto stesso delle loro analisi, la letteratura dell’arte faceva fatica a penetrare il suo specifico oggetto.
Per farsi trovare universalmente adeguata al compito di continuare a parlare la pittura, forse già a partire dal Turner del 1830 (quando la forma della pittura si era risolta in colore prima che la massa si potesse risolvere in energia), il linguaggio comune avrebbe dovuto già iniziare a formarsi sulla base di una sorta di estetica… “quantistica”, tanto per dire, non più classica… Oddio! forse l’ha pure fatto e noi non ce ne siamo accorti!
Allora è meglio lasciarci bastare le considerazioni fin qui svolte.
Turner certamente non sarà tutto nella nostra storia, ma non lo è neppure nelle vostre.
Se comunque rimangono delle curiosità da soddisfare attorno quest’artista, in giro e sulla rete c’è così tanta roba sulla vita e l’opera di William Turner da risparmiarci la noia dei consigli per altre letture. Tuttavia…

9 . DALLA RAGIONE AL SENTIMENTO DELLA RAGIONE

Potrebbe essere di una certa reciproca utilità, tanto nostra quanto vostra, condividere con voi qualche argomentazione di alcuni studiosi dell’arte per tratteggiare una qualche filogenesi del colore.   

Francis Bacon, il primo grande empirista inglese, arrivò a negare la bellezza delle proporzioni geometriche e a sostenere che il pittore crea una bella faccia “per una sorta di felicità e non secondo una regola”. Boileau, che nell’Art Poétique, pubblicata nel 1674, dava alla ragione un posto più dominante che mai, ammetteva l’eccezione alla regola: “E’ il je ne se quoi che ci incanta … e senza il quale il bello stesso non avrebbe né grazia, né bellezza”. E Alexander Pope, nell’Essay on Criticism (1711), creò l’espressione immortale: “cogliere una grazia irraggiungibile dell’arte”. Il “je ne sais quoi” [un non so che, di ineffabile, di indicibile] fu la concessione ufficiale alle esigenze della sensibilità.
Col progredire del Settecento il “je ne sais quoi” scomparve da un largo settore di pubblicazioni teoretiche, per la semplice ragione che la scappatoia non era più necessaria quando tutto il campo dell’arte era diventato un problema di sensibilità.
È l’affermarsi di questo atteggiamento e del nuovo tipo di letterature sull’arte, che considereremo ora. Gli avvenimenti più importanti ebbero luogo in Francia e in Inghilterra; per quanto nelle due nazioni le prospettive fossero diverse, i risultati furono, fino a un certo punto simili.
Mentre in Francia si sviluppava una critica a opera di dilettanti che minava i principi della dottrina classica, questi furono attaccati in Inghilterra dalla speculazione filosofica.
In ogni caso, in tutti e due i paesi le riflessioni teoriche sull’arte furono in gran parte dovute ad autori che non erano artisti. Iniziamo col Dialogue sur le coloris di Roger de Piles, che apparve nel 1673 ed ebbe un effetto esplosivo immediato. Non perché de Piles fosse un rivoluzionario o uscisse dal cerchio magico della dottrina classica; egli sosteneva solo che Poussin, il semidio dell’Accademia, falliva come colorista, assegnando invece una posizione preminente a Rubens. Queste affermazioni inaugurarono la lunga controversia dei “poussinisti” e dei “rubenisti”, controversia che, prima della fine del secolo [XVII], fu risolta a favore dei rubenisti, aprendo la via al libero sviluppo dell’arte francese nei primi decenni del nuovo secolo [XVIII], senza l’ingombro di pregiudizi accademici.
Questi fatti sono ormai ben noti. Quello che vogliamo sottolineare è che dar valore al colore a scapito del disegno, significava porre gli elementi accidentali e irrazionali al di sopra di quelli permanenti e razionali, almeno secondo l’Accademia; significava abbandonare l’ortodossia accademica; contribuiva inoltre a liberalizzare il giudizio, come appare chiaramente dal verdetto di de Piles: “E’ ragionevole stimare tutto ciò che è bello, e farlo senza alcun pregiudizio”.
Dal punto di vista delle norme classiche queste erano idee pericolose. Le conseguenze si fanno sentire nelle discussioni dei decenni successivi, centrate sul fine ultimo dell’arte: deve l’arte istruire e piacere (il “docere-delectare” dei classicisti), o soltanto piacere? De Piles, dilettante, era il portavoce del pubblico non professionista che si veniva affermando, e che trovava, naturalmente, che la funzione dell’arte era di piacere. Il passo successivo è la conclusione scontata: l’arte piace quando fa appello alle emozioni piuttosto che alla ragione. Se la quintessenza dell’arte si trova si trova nel fare appello alle emozioni o, come diremo ora, alla sensibilità individuale, allora chiunque è un giudice competente dell’arte, basta che abbia il dono irrazionale della sensibilità.[14]

Prima di chiudere il capitolo, e il libro, però Wittkower tiene a precisare: «Ma non bisogna dimenticare che nel Settecento i campioni delle due schiere – i difensori e i distruttori della dottrina classica – erano ancora entrambi sostenitori della ragione».[15]

Noi oggi non ignoriamo che certi sviluppi futuri manifestano i loro prodromi in epoche precedenti. Allora ecco qualcuna delle cose che Wolfflin scrive parlando del chiaro e dello scuro, della luce e del colore nella pittura.
…se il barocco in pittura considerava innaturale la vecchia presentazione della forma, e tale da riuscire impossibile riprenderla, questo non dipende soltanto da un’aspirazione ad accrescere l’attrattiva complicando la percezione.
Mentre nell’arte classica tutti i mezzi della rappresentazione servono a chiarire quanto più è possibile le forme, qui invece [nel barocco]si cerca di evitare nel modo più assoluto l’apparenza che l’immagine sia preparata per la percezione e che possa esaurirsi in essa. Si cerca di evitare questa impressione, poiché l’effetto d’insieme è in realtà assolutamente conforme alle esigenze visive dello spettatore… L’arte rimane tale anche quando abbandona l’ideale della piena chiarezza oggettiva. Il secolo XVII ha scoperto una bellezza in quella oscurità che annulla la forma. Lo stile del movimento, l’impressionismo, è per sua natura orientato verso una certa mancanza di chiarezza. Ed essa non va considerata come un dato, come l’approdo di una concezione naturalistica – poiché la realtà visibile non offre immagini perfettamente chiare –, ma come l’affermarsi di un gusto per una chiarezza [definizione] più incerta. Solo per questo l’impressionismo è divenuto possibile. Le sue premesse non sono unicamente di natura imitativa, ma anche di natura decorativa. (p. 241 seg.) […] Alcune libertà si possono rintracciare in ogni epoca, ma allora rappresentavano delle eccezioni e come tali erano sentite. Ora invece [nel barocco] la distribuzione irrazionale della luce è la regola, e anche nei casi in cui si ha una illuminazione nettamente obbiettiva si ha cura di farla apparire non voluta, casuale. Nell’impressionismo poi, il movimento della luce acquista per conto suo tanta energia che l’arte, nella disposizione della luce e dell’ombra, può rinunciare ai motivi “pittoricamente” confusi. Gli effetti di una luce molto violenta che distrugge la forma, e quelli di una luce debolissima che la dissolve, rappresentano nell’età classica problemi estranei all’ambito dell’arte. Anche il Rinascimento ha rappresentato la notte. Le figure sono allora incupite, ma conservano sempre la loro determinatezza formale; ora invece, nel nuovo stile [il barocco], le figure si confondono nella generale oscurità e rimane soltanto qualche tratto approssimativo. Il gusto si viene evolvendo fino a trovare bella anche questa chiarezza relativa. Anche la storia del colore si può subordinare ai concetti di chiarezza assoluta e di chiarezza relativa. (p. 247 seg.) […] Qui basterà dire che, per il barocco, anche l’attenuarsi del colore ha un’attrattiva. In luogo dell’uniforme chiarezza del colore si ha una parziale non-chiarezza. Il colore non esiste per così dire a priori, già predisposto in ogni parte, ma è in un costante divenire. Come i tratti salienti del disegno … in parte esigono e presuppongono la non-chiarezza della forma, anche lo schema delle “punte” di colore si fonda sul riconoscimento della non-chiarezza coloristica come fattore creativo della pittura. Secondo i principi dell’arte classica, il colore è al servizio della forma, non soltanto nel dettaglio, come afferma Leonardo, ma anche in generale. Il quadro visto nel suo complesso si articola, per mezzo del colore, nelle sue varie parti e gli accenti cromatici danno il ritmo a tutta la composizione. Ben presto si proverà piacere a spostare leggermente gli accenti, e già prima del Seicento si potrebbero riscontrare alcune anomalie nella disposizione dei colori; ma il barocco propriamente detto non incomincia se non quando è stato realmente tolto al colore il compito di chiarire, di spiegare la forma oggettiva. Il colore non opererà in senso contrario alla chiarezza, ma quanto più si desta a vita propria, tanto meno resta subordinato alle cose. (p. 248 seg.) […] [Velázquez], in alcuni dei suoi famosi ritratti, è ricorso all’artificio di ripetere un dato rosso in diversi oggetti … variandone sempre un poco il tono, e in tal modo esso viene a creare rapporti che superano gli oggetti, e si libera del suo substrato materiale. Quanto più forte è il legame tonale, tanto più facilmente si attua questo processo. Ma si può anche aumentare l’efficacia autonoma del colorito distribuendo l’identico colore su oggetti di significato diverso o, al contrario, dissociando cose che invece costituiscono una concreta unità. (p. 249) […] Infinite sono le combinazioni di tal genere. Non è neppure necessario che l’effetto di colore più accentuato sia legato al motivo principale… Nessuno vedrà in questo una violazione inopportuna della chiarezza compositiva, ma si tratta pur sempre di un’emancipazione del colore, che nell’epoca classica non sarebbe stata minimamente compresa.[16]

Tutto questo ci lascia credere di poter formulare l’analogia per la quale, agli inizi del XIX secolo, mentre in economia il commercio separa l’ombra dal corpo (Sismondi citato da Marx), in pittura separa il colore dal chiaroscuro, come già il chiaroscuro dalla forma … Ma quello che a noi importava farvi notare è il profilarsi di un lento processo storico (nelle società commerciali) che, nel complessivo lavoro della pittura, sospingeva il colore locale a liberarsi dal proprio oggetto naturale [17] a cui lo avevano da sempre associato i vecchi principi classici della pittura – quasi l’oggetto divenisse nel tempo un involucro di cui liberarsi, non più capace di contenere il colore. D'altronde già dal Settecento la definizione e la completezza delle forme e delle figure iniziano a vacillare; niente di più conseguente dunque se poi, nel secolo successivo, sarà il colore a liberarsi, o a tentare di liberarsi di questi elementi stremati dal tempo.
Ed ecco come Starobinski, nel suo studio sulla scoperta della libertà, ci presenta la situazione nel XVIII secolo in un capitolo dal titolo brutto ma eloquente: L’attimo captato.

Il pittore non dispone che d’un attimo – scrive Diderot –; né gli è concesso d’abbracciare due attimi né due azioni. Ma questa condizione il pittore del Settecento l’accetta facilmente: il suo desiderio, infatti, è captare l’attimo, rendere sensibile un momento fuggitivo. Per riuscirvi, il pennello e l’olio sono mezzi troppo lenti: la matita, il guazzo, il carboncino, l’acquarello, invece, maneggiati da una mano rapida, potranno rivaleggiare in rapidità con l’oggetto fuggente. Da ciò risulta che gli schizzi riusciti del disegno ci appaiano come l’espressione più consona del genio peculiare dell’epoca.  L’acutezza del colpo d’occhio, la fattura rapida son sempre accompagnati da una sorta di brio amoroso e non si può ignorare che il modello è un oggetto amato, percepito in un istante prezioso. Bisogna, però, tener presente che, per l’amatore del Settecento, questi disegni, che ci sembrano opere finite, avevano il fascino dell’incompiuto. Per essi, il disegno restava comunque un abbozzo, cioè una proposta in vista d’un accompimento ulteriore. Il piacere risiedeva nel completare mentalmente, in una complicità immaginativa, l’opera che il disegnatore, rinunciando a comporre, lasciava apparentemente incompleta. Per l’amatore, l’attimo captato dal disegno indica la virtualità d’un’opera in sospeso. Questa maniera di mescolare l’acuità dell’annotazione all’attesa d’una perfezione aggiornata, sedurrà a tal punto gli artisti da incitarli a rinunciare all’indispensabile completamento. Caylus [18] spiega le cause di questo piacere ma si scaglia contro le cause di questo piacere: «Poiché una semplice linea determina speso una passione e testimonia quanto l’animo dell’autore provasse allora la forza e la verità dell’espressione, mi sembra che l’occhio curioso e l’animazione vivace si compiacciono e ciascuno è fiero di completare ciò che spesso non è che abbozzato. Secondo me, la differenza tra un bel disegno e un bel quadro sta nel fatto che nell’uno si può leggere a seconda delle proprie forze tutto ciò che il gran pittore ha voluto rappresentare, e che nell’altro, ognuno termina l’oggetto che è offerto; in conseguenza spesso siamo più colpiti dalla vista dell’uno che da quella dell’altro… Il solo inconveniente… è la maniera con cui alcuni pittori si sono lasciati trasportare dal gusto di disegnare. Hanno trascurato la pittura per dedicarsi unicamente al disegno, si sono abbandonati unicamente al fascino lusinghiero di gettare rapidamente le proprie idee sulla carta, come a quello di imitare la natura nei paesaggi e nelle altre bellezze con le quali essa sa così bene eccitare il gusto dei suoi adoratori. Per quanto coloro che ho appena citato abbiano potuto disegnare bene, bisogna convenire che si tratta sempre d’una specie di libertinaggio che si deve biasimare…».[19]      

 Vale a dire che la scoperta della libertà si accompagna al prendersi delle libertà …. «Dobbiamo a questo libertinaggio – commenta Starobinski, ormai pensando in termini di fotografia – una serie meravigliosa di istantanee dove… incontriamo di già ciò che tanto sedurrà Baudelaire di Costantin Guys: l’esaltazione della bellezza che fugge, il lirismo dell’effimero. Questi disegnatori vogliono cogliere un segreto di femminilità…»[20]
In questi modi magari possono essere anche spiegate le ragioni per la scelta di usare tecniche artistiche rapide per fissare idee o immagini fuggevoli da parte dell’artista, tanto quanto da parte del consumatore di tali immagini, che così sbircia, con il medesimo sguardo sfuggente del guardone, l’abbozzo furtivo di una scosciata domestica di turno che s’infila la calza…[21]
Lo sguardo, l’immagine e la pornografia: ecco delle imprese che faranno carriera!
Mentre la macchina del desiderio abbozzato si avviava a trasformarsi senz’altro in macchina del piacere tascabile [22], la pittura forse si preparava a scamparla dalle macerie delle figure…
E saremmo anche tentati di attribuire subito questa spinta di emancipazione del colore al procedere di pari passo con lo sviluppo delle forze e dei mezzi di produzione – che spingono l’oggetto a sbiancarsi nella “merce” e il lavoro ad ottundersi nel salario [23] – se non fosse che simili faccende, così complesse da meritare un trattamento a parte, ci porterebbero troppo lontano da quello che stiamo cercando di mantenere a fuoco. E in questo momento dedicato al colore preferiamo soffermarci su qualche considerazione circa le illusioni e la paura del mondo decisamente borghese in cui era immerso Turner.

Ora la prima distinzione che i romantici operarono nei confronti della società del loro tempo – una società che era già sulla via di trasformare industrialmente il paese – fu quella che riguardava il concetto di imitazione. L’arte non doveva più considerarsi un’imitazione della vita (o della natura così come appariva) pena il confonderla con il processo anonimo della riproduzione meccanica. Alla facoltà imitativa, ormai accessibile al metro della tecnica, doveva sostituirsi la facoltà creativa perché l’artista costruisse il suo rapporto con la Natura senza esserne condizionato. Si apriva così, sotto un nuovo profilo, l’antico divario tra natura naturata e natura naturans. Alla prima si annetteva il ruolo della regolarità del processo fenomenico e con esso la possibilità della verifica, dell’intervento, dell’usura; alla seconda si affidava il valore di un’anticipazione del mondo. Il carattere più genuino della cultura romantica si profila con Goethe allorché egli introduce nella sua Teoria dei colori, contro la classica sistemazione settenaria stabilita dall’Ottica newtoniana, il concetto dell’essenza primordiale del bianco. Secondo la nuova scoperta la luce non si scompone attraverso il prisma nei colori fondamentali se non perché forzata sugli orli dello stesso che costituiscono la resistenza dell’opaco, ovvero essa non deriva dalla fusione complessiva del cerchio cromatico in movimento ma piuttosto, assieme all’oscuro che ne consegue e le si oppone, essa stessa combina i sette colori dell’iride. Con tale intuizione Goethe opera il superamento di una natura data, riferibile ad un sistema teologico e misurabile meccanicamente, con una natura sentita nelle sue forme originarie, vissuta in un rapporto d’intesa mediante il quale il nesso delle rappresentazioni sensoriali si allinea qualitativamente all’intima organizzazione delle forme. Osservando che l’ordine scalare del cerchio cromatico offre «composizioni puramente armoniche che nascono da se stesse e portano sempre con sé la totalità» Goethe stabilisce la supremazia naturale della luce come fenomeno primigenio sulle finzioni di un apparato scientifico che presume di misurare l’autenticità dell’esistenza. […] La religione della Natura nasce così come risarcimento estetico della situazione necessitata del mondo: l’uomo può conseguire la sua più autentica realtà assumendo nella pienezza dei sensi la coscienza segreta della propria condizione di soggetto-oggetto della Storia. Il distacco dalla quotidianità non è arbitrario, categorico, non risponde al rifiuto pregiudiziale del nuovo quale si esprimeva nelle ultime, accorate difese dell’”età dell’eleganza”. Ma l’ambiguità dei contrasti, drammaticamente vissuta nell’alternativa di una scelta fra la parte e il tutto, tende ad esaltare i termini della crisi esistenziale, mostrando i pericoli di un annientamento dell’individuo una volta isolato nel determinismo del mondo quotidiano.[24]

Questo ci porterebbe ad annotare – ma per il momento solo al margine della pagina – che ragione e sentimento non esprimano affatto una antinomia. Se prendessimo questi due elementi dal lato del processo lavorativo materiale per far prevalere la ragione nel momento “produttivo” e il sentimento nel momento del “consumo”, e consideriamo con il Marx dei Grundrisse che non esiste produzione senza consumo e consumo senza produzione, ecco che quello che appariva separato si risolverebbe nel “consumo produttivo” della sensazione, nella quale la ragione e sentimento si umanizzano nel godimento … e la tensione che si presentava in un primo tempo trova scioglimento nel piacere che appaga i sensi. Parrebbe così che dopo il Settecento (in cui la ragione pittorica si trovava), si consolida infine (con l’accademismo classico “poussinista” e palladiano, nel quale ha preso avvio inarrestabile la socializzazione della produzione industriale) non poteva che seguire un Ottocento a cui preme necessariamente un’altrettanta potente socializzazione dei consumi (industriali) – ovvero, secondo la nostra considerazione, il colore dei “rubenisti”… che magari si presenta (catastroficamente?) nella pittura di Turner come e in quanto un potenziale anticipato dei sentimenti futuri (come sarà della pittura europea)… o anche, a fortiori, come correlato alla socializzazione universale del godimento dei beni – magari senza neppure più alcun mezzo di scambio…

Nella società ottocentesca il colore, come nei simboli nell’araldismo antico, sembra assumere una frequente prorompenza anche se non precisamente codificata come nei manuali cavallereschi…[25]

Friedrich Engels, potrebbe forse offrirci un quadretto per darci un’idea di quanto il colore ottocentesco si trovasse già impastato con la vita nell’avanzare del paesaggio delle merci.  

Un gran numero di operai viene occupato nelle stamperie di cotone del Lancashire, del Derbyshire e della parte occidentale della Scozia, In nessun’altra branca dell’industria inglese la meccanica ha ottenuto risultati così brillanti, ma in nessun’altra essa ha sottoposto l’operaio ad un’oppressione così grave. L’impiego di cilindri incisi azionati dal vapore, i quali, grazie a una recente invenzione, possono imprimere da quattro a sei colori per volta, ha completamente soppiantato il lavoro manuale, come già avevano fatto le macchine nel campo della filatura e tessitura del cotone, mentre il numero degli operai rimasti disoccupati a causa delle invenzioni è assai maggiore nel settore della stamperia che non in quello della fabbricazione delle stoffe. Un uomo con l’aiuto di un fanciullo compie per mezzo della macchina il lavoro che un tempo era compiuto da 20 operai; una sola macchina fornisce 28 yards (80 piedi) di stoffa stampata al minuto. Di conseguenza gli stampatori di cotone si trovano in una condizione assai grave… Poiché le macchine sono di data recente e vengono sempre perfezionate, il numero degli stampatori a mano è stragrande rispetto alla quantità di lavoro disponibile, e naturalmente molti di essi … sono del tutto disoccupati, mentre i rimanenti sono occupati in media uno, due o al massimo tre giorni la settimana… Le stamperie hanno dunque attuato in pieno il sistema di fabbrica, senza però sottostare alle limitazioni legali ad esso applicate. Esse fabbricano articoli di moda, e perciò non hanno un orario di lavoro regolare. Se hanno poche ordinazioni, lavorano soltanto metà del tempo, se un articolo ha successo e gli affari proseguono bene, si lavora fino alle dieci di sera, fino a mezzanotte, e perfino per tutta la notte… Poco ci resta da dire degli altri operai occupati nella fabbricazione di stoffe per abbigliamento: i candeggiatori hanno un lavoro estremamente insalubre, dovendo respirare continuamente il cloro, una delle sostanze più dannose per i polmoni; il lavoro dei tintori è meno nocivo, in parecchi casi è anzi molto sano, poiché esige uno sforzo di tutto il corpo…[26]  

Tuttavia il sentimento del colore prende forma dall’esperienza concreta dalla vita colorata non meno che dalla sua negazione: tanto dal colore naturale quanto dal candeggio igienico dello sfondo.
Così – ad esempio – il sentimento per il fondo bianco, su cui preferiranno lavorare i giovani coloristi Girtin e Turner, magari ha iniziato a prender forma durante i loro larghi giri di ricognizione topografica nei dintorni di Manchester [27], dove chiunque vi andava rimaneva sorpreso alla straordinaria vista di enormi prati imbiancati dalle tele stese a candeggiare sul verde dell’erba alta.

I vari tentativi delle scienze applicate e della chimica di costruire un corrispettivo vantaggioso rispetto alle ineffettuali teorie sui colori di Newton sembrano provvedere in qualche modo a un riesame teorico sulla produzione di tinte classiche ormai estinte del tutto quali la porpora, in realtà fondano e producono metodi di immediata applicazione industriale per esempio nella “mordenzatura” (rendere la fibra accettabile alla tinta) o sullo “sbiancamento”, candeggio e liscivazione dei filati e dei tessuti. Si tende a un’opera di igienica purgazione a vasto raggio che elimina lo sporco [cioè pure dei miasmi urbani e industriali] e le tracce dei colori naturali e della lavorazione delle materie tessili, pronte per la somministrazione del colorante. L’impronta morale dell’igiene e della pulizia di impone come effetto sociale nell’estensione del bianco civilizzatore… […] Questa era ancora un’industria sbiancante che si svolgeva fuori dalla fabbrica e disponeva di spazi agricoli, rapidamente sostituiti dal ciclo industriale prima con la colorazione poi con la Bleaching powder (di T. Lewis Rupp, 1798), salutata come una vittoria dello spirito per la borghesia che indossa e diffonde la biancheria, abrogando ogni “sanculottismo” rivoluzionario e colonizzando ogni “selvaggio” senza camicia.[28] Il bianco igienico che s’impose a partire dal XVIII secolo presuppone una filosofia pragmatica ormai rozzamente newtoniana, in cui ogni altro colore si riflette in una chiara coscienza civilizzatrice, come una seconda pelle, estendendo sulle aree d’ombra un’azione dominante di pulizia non priva di una feroce ambiguità nella bianca certezza che Melville scopriva inseguendo il mostro bianco Moby Dick. [29]

Il lavoro di Thomas Cole : Distruzione (dell'Impero), 1836, olio su tela, cm. 100x161, New-York Historical Gallery of Fine Arts. – Il quadro fa parte di una serie di cinque dipinti completati tra il 1833 e il 1836 che raffigurano Il Corso dell'Impero (The Course of Empire) che comprende lo Stato Selvaggio, lo Stato Arcadico, il Compimento dell'Impero, la Distruzione e la Desolazione.
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[1] . Edgar Wind, Arte e Anarchia, cit., p. 50.
[2] . BBC The Reith Lecture, Art and Anarchy, trasmissione del 18 dic. 1960 > Arte e Volontà
[3]  . Wind, Arte e Anarchia cit., pp. 23, 24, 25, 26, 32 (sottolineature nostre).
[4] . F. Hegel, Estetica, cit., p. 192. – «Il popolo olandese ha in massima parte da sé creato il terreno su cui abita e vive, ed è costretto a conservarlo e difenderlo continuamente contro gli assalti del mare; i borghesi delle città e i contadini hanno abbattuto con coraggio, costanza ed ardire il dominio spagnolo di Filippo II, il figlio di Carlo V, questo potente re del mondo, e si sono conquistati nella lotta, servendo la religione della libertà, insieme alla libertà politica anche quella religiosa. Questo civismo e quest’intraprendenza, in piccolo come in grande, nelle proprie terre come sul vasto mare, questa prosperità sollecita ed insieme linda, netta, la letizia e la baldanza nel cosciente sentire che di tutto erano debitori solo alla propria attività, ecco cosa costituisce il contenuto di tutti i loro quadri. Ma ciò non sono materia e contenuto ordinari a cui si debba guardare con l’albagia del cortigiano o del raffinato della buona società. Nel seno di tale robusta nazionalità Rembrandt ha dipinto la sua famosa Ronda di notte ad Amsterdam, van Dyck tanti suoi ritratti, Wouwerman le sue scene di cavalieri, e in ciò rientrano anche le gozzoviglie, le piacevolezze e le gustose scene contadine». Cfr. i brani dello stesso tenore qui a pp. 40 e 41, alle note 82 e 84.
[5] . Ibidem, p. 15 seg. Molto più avanti, a pagina 1177, leggiamo: «Il nostro ordinamento industriale moderno con le sue officine e le sue fabbriche, insieme con i prodotti che da esso provengono, così come in generale il modo di soddisfare i nostri bisogni vitali sarebbero per questo rispetto inadeguati, tanto quanto lo è la moderna organizzazione statale, allo sfondo vitale che l’epos originario richiede.»
[6] . Karl Marx, Storia delle teorie economiche, cit. vol. I, p. 358.
[7] . ...dopo essere passato dall’impressionismo all’astrattismo, dal suprematismo al neoplasticismo, dall’informale al minimalismo, eccetera.
[8] . Singolare è la vicenda di Yves Klein, che nel 1960 brevetta una vernice dalla particolarissima tonalità blu con la quale realizza monocromi e antropometrie: l’IKB, ovvero International Klein Blue, che produceva in privato e mai entrato nella produzione industriale prima del 2018, in occasione della celebrazione del novantesimo anniversario dell’artista, nato nel 1928 e morto nel 1962. In realtà il brevetto non riguarda la vernice, ma il metodo di produrla. Nel 2016, anche il famoso scultore indiano Anish Kapoor pensa di far lo stesso, non inventando ma comprando i diritti di una vernice nera, il Vantablack, la vernice più nera al mondo, che serviva a verniciare i jet per renderli invisibili al radar, e che così può usare solo lui. Ma la comunità artistica ha reagito negativamente. «Non ho mai sentito di un artista che monopolizzi un materiale – ha dichiarato il pittore Christian Furr al Daily Mail –. Tutti i migliori artisti hanno avuto una passione per il nero puro: Turner, Manet, Goya... Questo nero è come la dinamite nel mondo dell'arte. Dovremmo poterlo usare. Non è giusto che appartenga a un solo uomo». Per contestare l'azione di Kapoor, l’artista inglese Stuart Semple ha prodotto "PINK", la pittura rosa più rosa al mondo, proibendo esplicitamente l’acquisto del pigmento a Kapoor o a chi per lui… Sì. Oramai l’atrio dell’arte può aspettarsi soltanto la visita di Erostrato.
[9] . Runcini, Illusione e paura nel mondo borghese, cit., p. 142.
[10] . Arnold Hauser, Soziologie der Kunst (München, 1974), ed. it. Sociologia dell’arte, Giulio Einaudi, Torino 1977, vol. II, p. 165… E prosegue: «A critici come Diderot, Dr Johnson, Lessing, Sainte-Beuve e Mathew Arnold importava ancora l’interpretazione del contenuto concreto delle opere; essi dovevano stabilire che cosa era realmente presente nelle creazioni artistiche. Romantici come Friedrich von Schlegel o Colleridge e precursori dell’Impressionismo come Ruskin, Walter Pater e Oscar Wilde, guardavano invece al di dietro della creazione e stabilivano nessi logici, elementi formali e complessi che non erano presenti nelle opere di cui parlavano e dovevano venir indovinati e formulati solo da loro. Però essi si occupavano anche molto meno della costituzione obbiettiva delle opere che delle loro proprie “impressioni”, poiché fine della critica era per essi, come in definitiva Wilde dichiarò, registrare i procedimenti che avvengono nell’animo del soggetto recettore.»
[11] . Władysław Strzemiński (1893-1952), Teoria widzenia (1° ed. 1956), it. Teoria del vedere, ed. Il Saggiatore, Milano 2023, pagine 360. – A noi, seppure dopo una rapida visione del suo studio, non sembrerebbe affatto che la sua ricerca sia orientata dalla consapevolezza del vedere, ma dalla capacità e la possibilità, storicamente determinate, di suscitare, tramite l’immagine, anche la sensazione provata nell’esperienza (personale) del vedere.   
[12] . Karl Marx, Manoscritti economici-filosofici del 1844, cit,, p. 144
[13] . W. Sandby, cit. vol. I, p. 321.
[14] . Rudolf Wittkower, Palladio and English Palladianism (1974), it. Palladio e il palladianesimo, Einaudi, Torino 1995, pp. 306-308 (sottolineature nostre).
[15] . Ibidem, p. 317.
[16] . Heinrich Wolfflin, Concetti fondamentali della storia dell’arte (1915), ed. Abscondita, Milano 2012 (sottolineature nostre)..
[17] . “In conseguenza dell’applicazione (nel Cinquecento) alle arti figurative di principi raccomandati da Aristotile e Orazio per la letteratura, l’Arte con la maiuscola finì per significare soltanto pittura storica: questo era il grand goût, e natura morta, ritratto, paesaggio e quadretto della vita d’ogni giorno furono relegati nella categoria inferiore detta genere.” Così l’anglista Mario Praz ci fa il piacere di riassumere alla spiccia la situazione (cfr. qui, più avanti in §10.Un capitolo in bianco, il brano relativo alla Nota 8). 
[18] . Anne Claude Philippe de Tubières, conte di Caylus (Parigi 1692–1765), archeologo, incisore e antiquario francese, uno dei maggiori antiquari-archeologi del XVIII secolo, è stato il primo ad avere idee generali ed ordinate sull'antichità ed è, in questo studio, accanto al Winckelmann ed al Barthélemy il più grande nome del secolo. Sebbene non fosse direttamente coinvolto nella stesura dell'Enciclopedia, il Conte di Caylus ebbe un ruolo importante nella diffusione della cultura classica e nel rinnovamento del gusto artistico, temi che ebbero un impatto significativo sull'Illuminismo e sul lavoro degli enciclopedisti (dal 1751 e il 1772). 
[19] . Jean Starobinski, La scoperta della libertà.1700.1789, ed. Skira-Fabbri, Ginevra 1965, pp. 119-120 (in ed. Abscondita, Milano 2008, pp.107-110 e seg., sottolineature nostre).
[20] . Starobinski si sta riferendo qui a Gabriel (1724-1780) e Augustin /1736-1807) de Saint-Aubin, che “furono quasi esclusiva-mente disegnatori e incisori”.
[21] . Crediamo interessante (anche a integrazione di quella che Focillon ha definito estetica dei visionari (cfr. qui paragrafo 3) suggerire la lettura di La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica (1930) di Mario Praz, che offre un’ampia visione storica, letteraria e psicologica delle sensibilità dell’epoca del romanticismo, tramite una disamina orientata dai temi, della letteratura francese, inglese ed italiana. (Edizione consultata, Sansoni, Firenze 1966, 2a ristampa 1973). 
[22] . Fotografia (Joseph Nicéphore Niépce, 1813 e 1816), Cinematografia (Louis e Auguste Lumière, 1895) – Riguardo la tascabilità del piacere cfr. qui al §3.Le carceri di Piranesi..., al brano di Nota 8, quanto ne dice sulla felicità de Quincey .
[23] . (superamento del lavoro artigianale, organizzazione industriale, divisione del lavoro e dei processi produttivi, macchinismo, moltiplicazione dei rami produttivi, aumento della produzione di merci, diffusione del lavoro salariato e indifferenza, eccetera).
[24] . Runcini, op. cit., pp. 137-38
[25] . Manlio Brusatin, Storia dei colori, Giulio Einaudi Editore, Torino 1983, p. 97
[26] . Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845), Editori Riuniti, Roma 1955-1972, p, 225 seg.
[27] . J.M.W. Turner realizzò diversi schizzi e acquerelli di Manchester negli anni '30 dell'Ottocento, tra cui uno raffigurante i cotonifici lungo il fiume Irwell, vicino al Blackfriar's Bridge. Queste opere mostrano l'interesse di Turner per la raffigurazione del paesaggio industriale, in particolare per la fiorente industria cotoniera di Manchester. Le raffigurazioni di cotonifici di Turner, soprattutto tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, offrono uno spaccato del fiorente paesaggio industriale britannico. Spesso inserì i cotonifici nei suoi paesaggi, come si può vedere in opere come "Veduta di Knaresborough dal fiume Nidd" e "Manchester da vicino al ponte di Blackfriars". L'attenzione di Turner su questi cotonifici evidenzia il ruolo mutevole dell'industria nella società britannica.
[28] . Brusatin, cit., pp. 91-92
[29] . Ibidem, p. 95.




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