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| Elementi e complementi . (appunti VIII.1) |
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3 . LE CARCERI DI PIRANESI E L’ORA D’ARIA DI TURNER
In un accantonato volume della nostra magra bibliotechina circondariale troviamo scritto in prefazione:
- [Henri Focillon], figlio di un incisore, … consacrò a quest’arte il suo primo saggio storico… e uno degli ultimi scritti, pubblicato poco avanti la morte, era dedicato ad un incisore… Questa fedeltà non è senza significato: ed è pertanto possibile che l’intero pensiero sull’arte di Focillon sia rimasto in qualche modo impregnato di quest’amore per l’incisione, ed in particolare per l’acquaforte, ove egli vide un mezzo quantomai suscettibile di portare alla luce il contatto fra lo spirito e la materia, la sensibilità e la tecnica, l’immaginazione formale ed il mestiere.[1]
Ecco – ci eravamo detti – il contrasto insanabile: la scala dei grigi e lo scuro; il segno nero della forma e dell’ombra è l’antitesi del colorismo e delle specializzazioni. Da questo lato della divisione del lavoro non troveremo sicuramente in questo libro alcuna traccia del colore e tantomeno della pittura di Turner! Fu dunque per caso, non certo per un ripensamento, che invece venimmo smentiti proprio da uno scritto raccolto in questo volume, che Focillon aveva dedicato all’estetica dei visionari parlando innanzi tutto del Piranesi.
- ...[rispetto ai “pittori di teatro”] sembra invece che il visionario soggiaccia al potere della vertigine. Gradini di scalinate colossali danno la scalata agli abissi e si perdono in altezze inaccessibili. Foreste di colonne sopportano archi di enorme gittata, dietro ai quali se ne profilano altri, e dietro a questi altri ancora, mentre precipitano vorticosamente in uno sfondo in cui li trascina la loro fuga. Noi ci sentiamo sopra un’impalcatura smisurata o su una fragile passerella, sospesi al di sopra d’una notte senza fondo percorsa da putrelle, cavi e catene, irta di saracinesche e stele funebri. Il ricordo degli ordini classici è scomparso. I blocchi si accatastano rudemente. Le masse non sono altro che i punti di riferimento di una prospettiva che si moltiplica senza posa impedendoci di misurare ormai con sicurezza altezza larghezza e profondità. Siamo lontani dalle finzioni più sapienti dell’opera italiana, da quelle decorazioni eleganti e complesse in cui si svolgono i sinuosi meandri delle avventure amorose. Questi sotterranei colossali sono asilo del crimine, del castigo e della morte. Al malessere provocato da questa moltiplicazione di incertezze si aggiunge l’orrore dei luoghi proibiti, l’ossessione notturna delle tombe e delle sciagure. Stupendo incubo della prospettiva, la cartella delle Prigioni, non è tuttavia un esempio unico.
Sulla fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, anche l’immaginazione inglese ne è stata pervasa.
Beckford, alla fine del suo mirabile racconto Vathek, raffigura una gigantesca città sotterranea, le cui volte si perdono negli abissi terrestri, e nella quale le vittime delle passioni funeste errano, con un braciere al posto del cuore, in gallerie senza fine. Il carattere particolare del genio visionario di Milton, con quelle sue immagini mutuate alla vita terrena, trasposte e moltiplicate in prospettive all’infinito, si ritrova nelle fantasticherie di John Martin, tradotte più dall’atmosfera vellutata e i bagliori inquietanti della maniera nera che da una materia pittorica appesantita. Cartagine, Babilonia, Pandemonium sono enormi ammassi regolati da leggi di un’ottica analoga a quella di Piranesi, ma più cupa. Visti dalle terrazze dei palazzi, i portici si scaglionano e si immergono nello spazio con una solenne monotonia. La città in rovina dispone a piani le sue miriadi di case sulla riva di un mare tenebroso che culla le meditazioni di Mario. Al centro di un cratere la cui ellisse si allarga a forma di parabola, illuminato da lampadari colossali che si succedono uno dietro l’altro perdendosi come tremule fiammelle nella notte, sul polo di una sfera di cristallo nero, Satana presiede l’assemblea dei demoni riuniti a migliaia. L’ossessione del vuoto e l’ossessione del numero si moltiplicano a vicenda, e l’ossessione del colossale le domina. Queste forme deviate e morbide permettono di spiegare in un certo numero di casi l’estetica dei visionari. L’ossessione della luce è di altra natura: ora basta a se stessa, proietta un raggio penetrante sull’umanità e sull’universo; ora si sovrappone a una nozione arbitraria dello spazio e, sia su volumi veri, sia in invenzioni di prospettiva multipla, sia nelle fantasticherie mitologiche o soprannaturali, sparge i suoi più sconcertanti prodigi.
Ma l’ossessione della luce non sempre si contenta delle concisioni del bianco e nero. Esistono visionari del colore, – non tutti i grandi coloristi ma alcuni di loro, i quali “visionano” il colore, come altri maestri “visionano” i volumi.
Il segreto di Turner non va cercato nella composizione o nel disegno dei suoi quadri, cioè nella struttura che è ora classica, ora romantica. La sua Italia è pressappoco la stessa di Claude [Lorrain], o meglio di Richard Wilson; le sue vedute di città e castelli, disegnate con un’attenzione paziente, appartengono alla storia della grande moda archeologica e architettonica del suo tempo. Gli stati d’acquaforte pura del Liber studiorum presentano paesaggi di una concezione armonica e anche ardita, ma che non ci sconcertano. Turner è soprattutto pittore di grandi cieli, e nelle opere che concludono la sua carriera, persino la leggera cornice di una composizione schematica dilegua per far posto alle fantasmagorie dell’aria e dell’acqua. Altri inglesi, pittori di marine o di belle campagne percorse dai raggi di un sole oceanico, hanno avuto il senso della ricca gamma dell’atmosfera, delle perturbazioni, degli squarci di luce, che regolano nella nebbia i piani di una prospettiva aerea molto sottile. Ma anche negli effetti più vaporosi, questi pittori restano degli ordinatori di forme, esperti non soltanto in meteorologia marina, ma anche in profili di coste e in architetture navali. Turner verso la metà della sua vita rinuncia a questi elementi di verosimiglianza, naturali e umani, e la barca, la vela, i flutti altro non diventano per lui che ondulazioni luminose. Il colore stesso, quel colore di un’intensità inaudita e profonda che conferisce a opere come Ulisse che si beffe di Polifemo [2] un significato che va ben aldilà del soggetto, non è più per lui un elemento di stabile armonia, ma diviene gradazione, impasto, illusione. Mentre un visionario come Piranesi, servendosi dei volumi definiti in modo formidabile, accentua in noi la nozione di una sorta di stabilità vertiginosa, fatta dell’orrore dell’abisso e dell’oppressione del peso, un visionario come Turner ci assorbe in un mondo instabile, dove tutto è bagliore, riflesso, liquefazione. Anch’egli possiede e ci fa sentire l’orrore dell’abisso, ma questo abisso è sopra di noi, attorno a noi, immenso ma non vuoto, raggiante, ma non incolore. L’occhio abbagliato conserva tutta la sua potenza analitica, poiché è occhio di pittore. La vibrazione dei toni lo scompongono nei suoi elementi, ma ognuno di essi si ripercuote in corrispondenze e mobili accordi. Alla terribile magia della fissità si oppone la magia dei fluidi, e il colore, attraverso le sue gradazioni, la penetrazione della luce, gli aloni che la disperdono e la divorano, mediante la sua stessa decomposizione, traduce quei fenomeni di ondulazione e iridescenza della terra, del mare e del cielo, dovuti al moto dell’universo.
Questa visione cromatica è anche una visione dinamica: una visione che non impedisce ma moltiplica le possibilità di scambi e di penetrazione, una visione che fa muovere. C’è qualcosa di simile, ma per tutt’altre vie, in certi maestri più antichi. L’arte veneziana, dapprima nobilmente statica o ricca di belle composizioni religiose, è presa a poco a poco da un’inquietudine ingigantita dalla pratica delle decorazioni dei soffitti e dalla passione sfrenata della prospettiva. Sui cieli dipinti si profila il paradosso delle forme strapazzate dagli scorci, oppure allungate sotto la spinta delle curve. Il piano verticale adotta le fughe, i bilichi, gli slanci della volta orizzontale e della cupola, e scorcia a sua volta. L’uomo non ha più peso, vola, s’insinua nell’etere, con una sorta di ondeggiamento che sta fra la reptazione e la danza, si direbbe che oscilla su assi multiple, le sue proporzioni si sfilano e si allungano, simili a una fiamma agitata dal vento…[3]
Avremmo potuto intramezzare la prosa di Focillon con glosse esplicative, ma non avremmo guadagnato molto rispetto alla sua esposizione compatta, che ci è sembrata raccogliere in un unico brano quello che ci mancava.
Non per questo rinunciamo a segnalarvi i punti che più ci sembrano interessanti ai fini del nostro racconto.
Se quello che mancava finora era di inquadrare in qualche modo il lavoro pittorico di Turner, allora tanto vale scegliere il modo di Focillon, che ce ne offre uno più fluido, non pedantemente cronologico o scandito dalla successione dello stile. Basta teniate presente che:
1) Turner nasce a Londra nel 1775 per morire nel dicembre 1851 – e dunque la sua vita è quasi per intera coincidente con l’intero periodo inglese della prima rivoluzione industriale, che lo storico Thomas Ashton fa iniziare tra il 1760 e il 1780 e terminare fra il 1820 e il 1840;
2) anche l’età georgiana (1714-1830) copre quasi interamente il medesimo periodo di massimo sviluppo degli stili rococò, neoclassico, preromantico (Sturm und Drang) e romantico (che insieme viene comunemente indicato come “l’età di Goethe”);
3) Turner verrebbe così a collocarsi nell’età matura goethiana e romantica per inoltrarsi nella successiva età vittoriana ed avere il tempo di assistere all’apoteosi industriale celebrata nell’esposizione di Londra del 1851, e pertanto il fatidico 1830 evocato da Deleuze, plausibilmente separerebbe il tempo della nascita, formazione e affermazione locale dell’industria moderna dal tempo del suo trionfo universale.
Tuttavia l’articolo di Focillon, non prende affatto in considerazione il grado di sviluppo storico o gli stili e le correnti culturali proprio per consentirsi di raccogliere singoli artisti di epoche diverse in una particolare “famiglia” artistica: quella dei “visionari” Leonardo, Tintoretto, El Greco, Rembrandt, Piranesi, e “l’immaginazione inglese” a cavallo del settecento e dell’Ottocento – o, più precisamente quella espressa da John Martìn e da William Turner...
Veniamo dunque al lungo brano che vi abbiamo proposto, dove, nella descrizione delle opere piranesiane abbiamo trovato che la rappresentazione della catastrofe con rovine titaniche che incombono desolate sugli uomini sembrano tutte carceri [4] catacombali, che a noi sono apparse come l’anticipazione di oltre un secolo di alcune tavole in cui Gustave Dorè pare avesse visto Londra [5] stessa come un carcere a cielo aperto in cui è assiepata tutta quell’umanità affaticata e verminosa che in Piranesi mancava. Infatti quelle che in Piranesi sono appena delle allusioni di uomini ridotti a un pugno di ravvicinati svolazzi del bulino, cioè ad un niente grafico spremuto tra le rovine, in Dorè sono divenuti essi stessi una lavica di rovine in carne e ossa che s’insinua come una malattia tra le anguste prospettive urbane sminuzzate dalla proprietà fondiaria.

«Questi sotterranei colossali sono asilo del crimine, del castigo e della morte» – le parole di Focillon si adattano facilmente tanto alle strade di Londra quanto alla situazione della classe operaia in Inghilterra descritta da Engels trent’anni prima del pellegrinaggio di Doré, quando cioè l’oramai anziano Turner fendeva la folla proletaria per portare i suoi taccuini da disegno a prendere vita in qualche sordido puzzolente e senz’acqua.
Avremmo tempo per mostravi apertamente a cosa stiamo girando attorno. Intanto contentiamoci in primo luogo d’aver guadagnato al nostro racconto altri due “oggetti” che fanno da naturale pendant alla evocata catastrofe deleuziana in pittura. Si tratta delle rovine e della folla, ovvero la massa (dei gravi) e le masse (dei vivi) come preferiva chiamarle la filosofia giovane-hegeliana e la nascente sociologia. In secondo luogo, d’aver guadagnato un aneddoto circa la visionarietà leonardesca che ci permette di intrecciare l’esperienza di un famoso mangiatore d’oppio inglese (in realtà un bevitore di laudano) con quella di un importante paesaggista inglese che insegnò a Bath fino al 1779 e morì a Londra nel 1786. Scrive dunque Focillon:
- Sappiamo la potente elasticità di certi stati psicologici, talvolta provocati artificialmente, che da un particolare in apparenza futile o indifferente, fa sorgere una successione complicata e coerente di immagini fortemente colorate, di un rilievo vigoroso, di una continuità ossessiva. Un fenomeno che potremmo chiamare di risonanza psichica. La coscienza, bruscamente risvegliata, sente propagarsi in sé, come attraverso un metallo riccamente sonoro, tutta una ondulazione di echi. Appaiono delle forme, non incerte e fumose, come nei capricci di un sognatore normale, ma decisive e anche violente. Thomas de Quincey, il fumatore d’oppio [6], sente pronunciare all’orecchio o si dice queste due parole, Consul romanus; e subito, con una subitaneità teatrale, vede [letteralmente]sfilare delle legioni in armi, coi loro tribuni, i carriaggi e tutta la pompa militare. Su un pezzo di muro in rovina, screpolato dagli inverni, macchiato di umidità, mangiato da lebbre vegetali e da muffe, Leonardo segue come il tratto di un disegno il percorso enigmatico delle fessure, e vi scopre le forme di figure meravigliose. Senza dubbio qui il fenomeno non è puro: c’è osservazione, ricostruzione, ma anche e senza che sia d’altronde possibile dire in che misura, evocazione e incastro d’immagini. Quali vantaggi non ha saputo trarre anche l’arte dell’estremo oriente dagli effetti del caso e dell’estetica del fortuito? D'altronde è questo il solo punto di contatto che si possa notare fra il genio orientale e il pensiero di un artista [Leonardo] che non è possibile limitare all’umanesimo? [7]
Intanto ci viene spontaneo rispondere con una parafrasi: E quali vantaggi non ha saputo trarre anche l’arte europea del Novecento dagli effetti del caso e dell’estetica del fortuito?…
E lasciamo perdere il contributo pratico che ha dato l’oppio dell’India – sia alla vita lavorativa dell’Inghilterra nei primi decenni dell’Ottocento che al suo commercio mondiale in seguito – per considerarlo sotto un aspetto più soggettivo e personale ma non meno oggettivo ed “economico”.
L’oppio – dice de Quincey presentandolo – «ecco una panacea, un rimedio per tutti i mali umani; ecco il segreto della felicità, su cui i filosofi avevano dibattuto per secoli, e ora all'improvviso si scopriva che la felicità si poteva comprare per un penny, e portare nella tasca del panciotto un'estasi portabile; che si poteva tener tappata in una bottiglia da una pinta, e che la pace della mente si poteva spedire per posta.»[8]...
L’oppio e la felicità : ecco delle merci che faranno carriera!
… La Dichiarazione d’Indipendenza, scritta dall’americano Thomas Jefferson e approvata il 4 luglio 1776, affermava che tutti gli uomini sono creati uguali e dotati di diritti inalienabili, tra cui la vita, la libertà e il perseguimento della felicità? Perfetto così: purché quegli uomini abbiano in tasca almeno un penny, preciserebbe l’inglese!
… Per l’illuminista svizzero Adrien Hélvetius, affinché si realizzi il diritto di ciascuno alla felicità e allo sviluppo della personalità, è necessaria un’istruzione obbligatoria e gratuita? … ma non fece quasi in tempo ad affermare ciò che già la grande borghesia inglese provvedeva a garantire alla sua progenie l’acquisto immediato e sbrigativo dell’immaginazione e del vivere senza neppure saper fare… o senza lavorare!
- Tuttora il droit au bonheur, il diritto alla felicità, questa goffa formula, in cui primitivamente si riassumono i reclami rivoluzionari della società civile, lo si può anche trasformare nel droit á l’assistance, nel diritto alla salute pubblica; e quale Stato moderno non sostenta in una od altra forma i suoi infelici? Il diritto alla felicità è nel senso borghese un controsenso, un meschino, un pio desiderio; ma dietro al diritto alla felicità sta la presa di possesso del capitale, dietro la presa di possesso del capitale l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe lavoratrice associata e conseguentemente l’abolizione del lavoro salariato, del capitale e del loro rapporto di scambio.[9]
Ecco, con parole parafrasate da Marx, come la felicità e il suo diritto assumono la forma concreta di un penny in saccoccia. E più avanti vedremo anche come l’osservazione leonardesca ricordata da Focillon verrà messa al frutto della saccoccia dal paesaggista britannico Alexander Cozens [10], per la felicità della esordiente borghesia industriale, la quale, nel completare più profondamente la dissoluzione degli ordinamenti corporativi sminuzzando i vecchi processi lavorativi, si ritrovava nel taschino del panciotto la pietra filosofale per soddisfare con i suoi appetiti odierni anche i suoi miti originari.
Quello che per Leonardo era uno stimolo per l’immaginazione visionaria del pittore, nell’epoca della prima rivoluzione industriale diventa subito un imbroglio da comprare per posta per la soddisfazione domestica degli sguardi da salotto.
Non per questo imbrogli e truffe morali non sciolgano poi dei nodi gordiani rivelandone l’inconsistenza.
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Certo l’impresa pedagogica di Cozens non è stata poi così incisiva per la pittura da meritarsi di essere ricordata; appartiene più al costume dell’epoca che alla storia della pittura, ma ci aiuta a farci scorgere meglio certe particolarità che legano alcuni aspetti della produzione materiale con certi altri della produzione spirituale, cosicché la catastrofe degli uni è – più o meno ipso facto – la catastrofe degli altri.
Tuttavia, mentre davanti e dietro a simili imbrogli i puritani acefali della pittura presero subito a fremere e strepitare, noi vi indoviniamo lo svolgersi e l’avanzare delle conseguenti abolizioni rivoluzionarie di inamovibili vecchie forme sociali, accatastate ad ingombrare lo spazio come delle rovine piranesiane.
E se ciò valeva ieri per l’immaginazione in contanti degli allievi di Cozens, tanto più vale oggi per l’intelligenza in scatola dei Tech Billionaires.
Dopo che l’articolo di Focillon ci ha già riportato in piena Inghilterra con la nostra digressione su Leonardo e Cozens, l’autore ci fa pure il favore di introdurre qualche “visionario” inglese, utile a preparare l’ingresso di Turner: John Milton, William Beckford e la pittura di John Martin, contemporaneo e amico di Turner.[11]
Dopo di che continuiamo a seguirlo per venire a sapere che mentre nelle Prigioni di Piranesi la visionarietà si caratterizza come “incubo della prospettiva”, la visionarietà delle rappresentazioni del Paradiso Perduto di Martin si caratterizza come “ossessione della luce” (che basta a se stessa) e quindi in Turner come “ossessione del colore” (che basta a se stesso) – e il suo colore basterà anche totalmente a se stesso quando «verso la metà della sua vita [Turner] rinuncia a … elementi di verosimiglianza, naturali e umani, e la barca, la vela, i flutti altro non diventano per lui che ondulazioni luminose», incubi e ossessioni che, anche loro, “bastano a se stessi”.
Abbiamo certamente una ripartizione a tutta prima accettabile e sicuramente utile, dato che quanto Focillon descrive corrisponde abbastanza evidentemente con quanto poi si vede. Ci permettiamo tuttavia una precisazione: non sarebbero gli incubi e le ossessioni a bastare a se stessi, ma i loro sembianti: la prospettiva, il fenomeno della luce, il colore, nella fissità della loro finitezza. L’incubo e l’ossessione apparterrebbero più alla psicologia che al quadro, ed il semplice “visionare” fissamente il volume o i colori, non produce con ciò stesso la pittura.
L’occhio abbagliato conserva tutta la sua potenza analitica, poiché è occhio di pittore, scrive Focillon; l’occhio dunque trattiene ma in nessun caso dà la sua potenza analitica senza una mano non abbagliata … piuttosto almeno abbigliata – e di Focillon ricordiamo appunto un elogio della mano.
Dove sistemare la vera sede della “catastrofe” di Turner, all’interno o all’esterno del suo corpo biologico?
Un oftalmologo della sua epoca si decise per l’occhio senz’altro, e spiegò la catastrofe e i suoi effetti, cioè il suo colorismo, come il prodotto di un difetto della vista; il medesimo grado di validità (nullo) della diagnosi oftalmica l’avrebbe una spiegazione che spostasse il difetto (o la particolarità) dall’occhio al cervello, dall’oftalmologia alla psicologia. In entrambe i casi, la catastrofe viene circoscritta ed è prerogativa del singolo sposato a sé stesso, e a sé stesso fedele in ricchezza come in povertà, in salute come in malattia, nell’incubo come nell’ossessione…
Non vogliamo argomentare troppo e, detto in poche parole, noialtri non crediamo affatto che siano le idee a passare dalla testa alla realtà, ma è la realtà che passa nella testa in forma di idee. E la realtà – vedremo meglio più avanti – ci mostrerebbe i primi anni d’apprendistato di un bambino trascorsi a eseguire unicamente il lavoro comandato e compensato a salario di colorare le immagini già fatte da altri lavoratori.
Prima che il colore diventasse un problema a parte, faceva ancora un tutt’uno con la forma naturale: c’era soltanto come rosso della mela o del sangue, come celeste o azzurro del manto della Madonna o del cielo… faceva ancora parte della luce nel paesaggio eroico o romantico, soffuso nell’idilliaco o rarefatto nel visionario.
L’incubo della prospettiva o le ossessioni della forma o del colore, dovevano però trovare la loro fuoriuscita nel mondo che si stava preparando universalmente alla misura e al calcolo, al numero e al valore, agli estremi universali della prosperità e della miseria.
È con lo sviluppo industriale del lavoro associato produttivo delle immagini a stampa colorate di quel primo periodo industriale che il colore, dopo che la luce di Newton si era scomposta tramite il prisma ottico nelle sue componenti colorate, si ricomporrà nelle tinte di Goethe alla luce della merce che avanza le sue proprie pretese in pastiglia, in barattolo o in tubetto da spremere al bisogno.
Così, quando il piccolo Turner era lì, la catastrofe già gli sedeva accanto.
Il “colore” era già l’unica maceria che a quel bambino doveva bastare; e la colorazione, che magari eseguiva nell’indifferenza, era però l’ultima rifinitura che bastava al prodotto per uscire dalle sue mani e andare al mercato: risorsa sufficiente a chiudere la partita con l’immagine. – Vi preghiamo di ricordarvi di questa ipotizzata esperienza tecnica infantile che, scampata al terremoto e alla catastrofe, stenterà a sgusciare infine, non tanto nella coscienza quanto nella maturazione decisionale dell’atto pittorico di Turner, e dopo di Turner.
- Ciò che dunque si concretizza nella sfera della cultura mostra il suo essere vincolato all’autorialità umana e insieme (nella stessa misura) la sua indipendenza. L’uomo può inventare solo ciò che scopre. Egli può fare soltanto solo ciò che si dà “già” in sé; così come egli è uomo solo se si fa tale, e vive solo se conduce la propria vita. La sua produttività è soltanto l’occasione in cui l’invenzione diventa evento e acquisisce forma. Si ripete qui il già discusso rapporto di correlazione tra l’elemento a priori e quello a posteriori, per come esso in generale regola la situazione dell’essere vivente e l’adattamento al suo ambiente e addirittura lo stabilisce a livello del fare consapevole, che diventa creativo soltanto quando riesce l’adattamento specifico al mondo oggettivo. Il mistero della creatività, dell’idea lampante, consiste nella mossa riuscita, nell’incontro tra l’uomo e le cose. La ricerca di qualcosa di determinato non è il prius dell’invenzione vera e propria, poiché colui che cerca qualcosa in verità ha già trovato. Segue la legge dell’essente, secondo la quale la scoperta è il mero appagamento di una aspirazione garantita come realizzabile. Il prius nel cercare e trovare è invece la correlazione di uomo e mondo, la quale rinvia all’identità della sua forma posizionale eccentrica e alla struttura della realtà cosale (che mostra proprio la forma “eccentrica”).[12]
Non ci vuol molto a capire come ciò che dice l’antropologia filosofica di Plessner lo abbiamo già potuto intendere, con parole di più estesa portata, in un brano di Marx che ci è molto familiare:
- Una formazione sociale non scompare mai finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive che essa è capace di creare, così come non si arriva mai a nuovi e più evoluti rapporti di prodizione prima che le loro condizioni materiali di esistenza si siano schiuse nel grembo stesso della vecchia società. Perciò l’umanità si pone sempre e soltanto quei problemi che essa è in grado di risolvere; infatti, a guardar meglio, si noterà sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali per la sua soluzione sono già presenti o almeno in via di formazione.[13]
Le forze artistiche che mantenevano l’equilibrio che precede la catastrofe territoriale – evocata da Deleuze quale causa della nascita di un dominio e di una assolutezza del colore in pittura – dovevano aver esaurito la vecchia capacità di coesione tra gli elementi che la componevano, e adesso si volgevano verso un proprio problematico futuro, già orientato tuttavia dalla serie storica di quelle particolari modalità pittoriche che si era già provveduto ad affrontare e risolvere: alla pittura mancava la mossa riuscita specifica, la singolarità…
Così, anche Turner doveva aver già vissuto concretamente l’esperienza della catastrofe quando ancora la sua elementare vita pratica trascorreva senz’altra materia che il colore, senz’altro lavoro che il colorare, prima di poter trovare la fattibilità automatica della propria soluzione pittorica nella “nascita” del colore
Sembrerebbe proprio la banale parodia di una diagnosi freudiana; dove al posto della pulsione sessuale abbiamo messo una più accettabile pulsione lavorativa, per la gioia nostra e degli accoliti.
D’altra parte ci sembra puerile spiegare, o tentare di spiegare, ad esempio, la nascita della prospettiva in pittura grazie alla nascita biologica di un pittore con l‘incubo della forma; la scoperta del colore in pittura con la nascita biologica di un pittore ossessionato dalla rifrazione della luce…
Per noi, come per Marx, la vera essenza dell’antropologia è il lavoro… «che diventa creativo – aggiungerebbe Plessner – soltanto quando riesce l’adattamento specifico al mondo oggettivo. Il mistero della creatività, dell’idea lampante, consiste nella mossa riuscita, nell’incontro tra l’uomo e le cose.»
E dove avverrebbe di fatto quest’incontro riuscito dell’uomo col mondo oggettivo delle cose se non nel lavoro dell’uomo con le cose? Come si adatterebbe l’uomo alle specifiche modificazioni del suo specifico mondo?
«L’uomo può inventare solo ciò che scopre. Egli può fare soltanto solo ciò che si dà “già” in sé… la scoperta è il mero appagamento di una aspirazione [già] garantita come realizzabile» – dice Plessner –, «perciò l’umanità si pone sempre e soltanto quei problemi che essa è in grado di risolvere», concluderebbe Marx.
L’incubo piranesiano per la prospettiva o l’ossessione turneriana per il colore, benché mettano l’accento improprio su uno stato patologico dell’organismo, possono tuttavia suggerirci qualcosa di oggettivamente adeguato alla specificità del lavoro di Piranesi, di Martin o di Turner; purtroppo lo fanno a spese della forma storica e fisica della loro coscienziosa fatica alle prese con gli inamovibili rapporti sociali che tengono insieme l’ambiente in cui ognuno di loro ha dovuto farsi tale per condurre la propria vita.
4 . DI BOTTEGA IN BOTTEGA
Concediamoci una rapida deviazione volgendoci ad un articolo del 1972 in cui John Berger parla di Turner.
- È impossibile sapere quali furono le prime esperienze visive che influenzarono l’immaginazione di Turner. Ma esiste una stretta corrispondenza fra alcuni elementi visivi presenti nella bottega di barbiere e quelli presenti nelle opere mature del pittore; corrispondenza di cui si deve tener conto, senza però pretendere di trarne una spiegazione esauriente. Osserviamo alcune delle opere più tarde e immaginiamo la bottega del barbiere: acqua, schiuma, vapore, metallo luccicante, specchi appannati, catini e bacili bianchi colmi d’acqua saponata mossa dal pennello del barbiere che deposita sul fondo i residui, Pensiamo all’analogia tra il rasoio del padre e la spatola di cui, nonostante le critiche e l’uso corrente, Turner continuò sempre a servirsi. A un livello più profondo – al livello delle fantasie infantili – immaginiamo la combinazione, assai probabile in una bottega di barbiere, di sangue e acqua, acqua e sangue. A vent’anni Turner progettò di dipingere un quadro ispirato all’Apocalisse e intitolato: L’acqua trasformata in sangue. Non la realizzò mai, ma quel soggetto, sotto forma di tramonti e incendi, è uno dei temi ricorrenti in migliaia di lavori e studi successivi.[14]
L’autore arriva a questa conclusione dopo aver preparato in precedenza uno scenario esperienziale ben più articolato:
- Turner nacque nel 1775, figlio di un barbiere che aveva bottega in un vicolo del centro di Londra. Suo zio faceva il macellaio e la sua famiglia viveva a un tiro di schioppo dal Tamigi. […] Turner fu un bambino prodigio. All’età di nove anni si guadagnava già da vivere colorando stampe, a quattordici entrò alla scuola della Royal Accademy e a diciotto aveva già uno studio personale [una “bottega”, precisa Roget]. Poco tempo dopo il padre rinunciò alla propria attività per diventare assistente e factotum del figlio [tra l’altro gli preparava gli impasti del colore] e fra i due naturalmente ci fu sempre un rapporto molto stretto (la madre del pittore morì pazza).[15]
Turner qui sembrerebbe proprio alla lettera un anti-Edipo rifinito e sputato – con pure un ramo di pazzia.
Alla luce di queste informazioni – per le quali possiamo anche supporre che la precocità del prodigioso bambino colorista poteva più facilmente trovare la fonte delle sue “prime esperienze” visive e pratiche nel suo proprio ambiente di lavoro – non crediamo sia irrilevante chiederci perché mai prediligere di collocare la fonte delle sue prime immaginazioni nella bottega e nel lavoro del padre piuttosto che nella propria. In tutte e due c’è l’acqua e c’è il pennello, c’è il fondo bianco del bacile e del disegno con i residui di peli o di inchiostri… Ci mancherebbe solo il sangue della barberia del padre e della macelleria dello zio? ma per il piccolo colorista geniale – così come per la pittura – il sangue è soltanto un colore.
È forse proprio questo essere il sangue soltanto un colore che priverebbe il racconto agiografico di una tinta forte, sempre gradita al pubblico assieme a quelle sottigliezze che vogliono spiegare tutta una vita chiudendola in un quadretto di famiglia. Forse per questo anche Ruskin aveva parlato della pittura come una letteratura da camera, di arredo?
Ruskin scrisse che il tema fondamentale di Turner era la Morte. Io credo piuttosto – scrive Berger – che fosse la solitudine, la violenza e l’impossibilità di redenzione. La maggior parte dei suoi dipinti sembrano avere come tema le conseguenze del peccato. Quello che inquieta in questi quadri – quello che ce li fa vedere belli – non è il senso di colpa, ma la totale indifferenza che esprimono.[16]
Precisamente così si fa rientrare Edipo nei panni della colpa fino alla cecità… Ma questa indifferenza dell’artista nei confronti del suo intero processo lavorativo e dell’opera prodotta, è troppo simile all’indifferenza del lavoratore salariato per non essere altro che l’essenza traslucida della generale indifferenza nei confronti di tutto ciò che viene prodotto nel dominante regime sociale del lavoro salariato.
- L'indifferenza verso un genere determinato di lavoro presuppone una totalità molto sviluppata di generi reali di lavoro nessuno dei quali domini più sull'insieme. Così, le astrazioni più generali sorgono dove si dà il più ricco sviluppo concreto, dove una sola caratteristica appare comune a un gran numero, a una totalità di elementi. Allora, essa cessa di poter essere pensata soltanto in una forma particolare. D'altra parte, quest'astrazione del lavoro non è soltanto il risultato mentale di una concreta totalità di lavori. L'indifferenza verso il determinato lavoro corrisponde a una forma di società in cui gli individui passano con facilità da un lavoro ad un altro e il cui genere determinato del lavoro è per essi fortuito e quindi indifferente. Il lavoro qui è divenuto, non solo nella categoria, ma anche nella realtà il mezzo per creare la ricchezza in generale, e, come determinazione, esso ha cessato di concrescere con gli individui in una dimensione particolare.[17]
Anche Berger sembra confortare questa nostra irruzione della critica dell’economia nelle suggestioni dell’arte.
- Come artista [Turner] aveva un atteggiamento pragmatico, quasi artigianale: ciò che lo attirava di un soggetto o di una tecnica era quel che egli chiamava praticabilità, la capacità di produrre un dipinto. […] Quello di Turner è il tipo di genio che ritroviamo nella Gran Bretagna del secolo XIX, più frequente nel campo delle scienze, della tecnica o degli affari (qualche tempo dopo lo stesso tipo di genialità comparve negli Stati Uniti.[18]
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Il lavoro di J. M. Gandy : La Banca d’Inghilterra in rovina, 1830, inchiostro e acquarello cm. 84x140.
Nel 1830 l’architetto John Soane espose le sue opere alla Royal Academy di Londra, e per l'occasione, affidò a Gandy l'incarico di realizzare una prospettiva assonometrica della Banca d'Inghilterra tra antiche rovine monumentali. La veduta mostra l'intera portata del suo lavoro per la Banca e raffigura la complessità della planimetria derivante dalle numerose campagne di costruzione. È anche un gesto poetico che esprime l'atemporalità e la monumentalità dell'edificio e dell'istituto. Nel disegno, la Banca d'Inghilterra si unisce ai celebri monumenti dell'antichità. Come scrive Daniel Abramson, "La veduta fonde in modo creativo le convenzioni della prospettiva aerea in sezione rinascimentale con il paesaggio di rovine piranesiano del XVIII secolo per creare un'immagine della Banca d'Inghilterra ambiguamente sia in rovina che in costruzione"
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John Martin , Pandemonium, 1841, olio su tela, cm.123x185 Musée du Louvre, Paris. – JOHN MARTIN (1789-1854) è stato pittore, incisore e illustratore. Nel secondo decennio dell’ottocento «riuscì ad imporsi all'attenzione del pubblico, con tele di ampie dimensioni e che avevano come soggetto episodi biblici o mitici, oppure vedute immaginarie con impetuosi fenomeni naturali, ispirate ai più turbinosi paesaggi di William Turner… Fu difensore del deismo, dell'evoluzionismo e del razionalismo; frequentò piacevolmente Charles Dickens, Michael Faraday e William Turner.» (da Wikipedia)
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John Martin, Satana che presiede il Consiglio infernale, 1827, mezzatinta, cm. 20x28; parte di una serie di 48 incisioni create tra il 1823 e il 1827 per illustrare una nuova edizione del Paradise Lost di Milton. – «Il Paradiso Perduto, si prestava naturalmente al genio di Martin. Già nel Milton di Blake l’identificazione di Satana con i nuovi poteri dell’industria era stata resa evidente.» (F.D. Klingender, cit. p.169)
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Ingresso della ferrovia a Edge Hill, Liverpool, 1831, acquatinta colorata a mano dall’opera di Thomas Talbot Bury, cm. 20,3x25,2. – «Edge Hill, stazione di testa della ferrovia Liverpool–Manchester, avrebbe potuto essere scelto come luogo per uno dei più spettacolari cataclismi di John Martin.» Un esempio notevole di influenza reciproca tra architetti, archeologhi e pittori … (F.D. Klingender, cit. p.174)
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Il festino di Baldassarre, incisione colorata a mano pubblicata nel 1826, cm.47,9x68, National Gallery of Art, Washington DC. Stampa tratta da un quadro ad olio di grandi dimensioni dipinto da John Martin nel 1821 di cm.160x249, ora in collezione privata.
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[1] . Henri Focillon, Grandi maestri dell’incisione, ed. Alfa, Bologna 1965, nota al lettore di Andrea Emiliani, p. X.
[3] . Henri Focillon, Esthétique des visionnaires, in Journal de psycologiem, 1926, ora in Grandi maestri dell’incisione, ed. Alfa, Bologna 1965, pp. 258, 259, 260, 267.
[5] . Cfr. Gustave Doré and Blanchard Jerrold, London. A pilgrimage, Grand & Co., Londra 1872. Doré compie questo “pellegrinaggio” l’anno successivo al massacro dei comunardi parigini. Dunque, un pellegrinaggio che è visita di condoglianza.
[6] . Thomas de Quincey, Confessions of an English opium-eater (1821-22). In Opere complete di Thomas De Quincey, Oxford University Press 1926, Volume XXIII.
[7] . Henri Focillon, Esthétique des visionnaires, cit., p. 231.
[8] . De Quincey, cit., p. 199. – In queste parole non sentite risuonare una certa prosa del giovane Marx? Il brano è perdippiù in una edizione appositamente risistemata dall’autore nel 1856; ciò quanto meno ci mostra le idee, ben più chiare di quelle di oggi, che alla metà del XIX secolo la clerisy aveva dell’economia – De Quincey è caratterizzato da Marx anche come economista con “incapacità di superare le manchevolezze della teoria ricardiana.” (Cfr. Storia delle teorie economiche, Newton Compton, Roma 1974, vol.3, p.107).
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[9] . Parafrasi da Karl Marx, Le lotte di classe in Francia (reprint Neue Rheinische Zeitung 1850, pub. Biblioteca della Critica Sociale, Milano 1896), ed. Reprint Feltrinelli, p. 59.
[10] . Qui, nel § 6 La catastrofe, in verità, da pagina 46 e seguito, si fa un interessante quadretto sull’educazione pittorica dell’epoca.
[11] . Turner nasce a Londra nel 1775, e muore nel 1851; Martin nasce nel 1789 e muore nel 1854. È probabile che Focillon si sia limitato a citare i nomi più conosciuti o legati a precise opere calcografiche che aveva in mente, altrimenti non avrebbe potuto tacere i nomi di altri visionari del periodo, come William Blake (1757-1827), Heinrich Füssli (1741-1825) o Thomas Cole (1801-1848).
[12] . Helmuth Plessner, Die Stufen des Organischen und der Mensch, Einleitung in die philosophische Antropologie (1928-1964), it. I gradi dell’organico e l’uomo, ed. Bollati Boringhieri, Torino 2019, p. 344 seg.
[13] . Karl Marx, Zur Kritik del politischen Okonomie (1859), it. Per la critica dell’economia politica, ed, Newton Compton, Roma 1972, dalla Prefazione, p. 32.
[14] . John Berger, Turner e la bottega di barbiere (nella rivista mensile Réalités, Paris 1972), raccolta nel volume Del guardare (1980), it. ed. Sestante, Ripatransone (AP) 1995, p. 136 seg.
[17] . K. Marx, Lineamenti..., cit., pag. 31-32. (Cfr. la parafrasi in L’azzardo omologetico, Imprinting i, 1976, pag. 79).
[18] . Berger, cit. p. 139
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