L'ARTE RACCONTATA AI COMPAGNI

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Tracce di Lavoro comune . 2025
arteideologia raccolta supplementi
made n.23 Ottobre 2025
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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Elementi e complementi . (appunti VIII.1)

Non è dall’oggi al domani che il proletariato ha fatto del marxismo il suo metodo, e attualmente è ben lungi dal servirsene integralmente. Questo metodo serve ora principalmente e quasi esclusivamente a scopi politici. Il largo impiego come metodo di conoscenza e lo sviluppo metodologico del marxismo dialettico appartengono ancora all’avvenire. Soltanto nella società socialista il marxismo cesserà di essere lo strumento unilaterale della lotta politica, per divenire il metodo della creazione scientifica, l’elemento e lo strumento essenziale della cultura spirituale. (Lev Trotsky, Cultura e arte proletaria, 1923; it. Letteratura arte libertà, Schwarz, Torino 1958, pag.73)

...Siamo qui, come attorno ad un bivacco notturno. Alla luce di un fuoco che a sprazzi illumina la radura qualcuno ci intrattiene parlando più o meno di arte. Ma più sul meno riesce a dire, lasciando oltretutto cadere i fili continui del suo discorso. E così, chi paziente l’ascolta si sforza di ravvisare, oltre l’ombra che avvolge il gruppo, la completezza degli argomenti che lui vorrebbe illuminare senza però mai raggiurgerli…

Prefazione
Abbiamo iniziato questo “parlato” sull’arte seguendo la traccia di una precedente relazione sulla storia dell’arte svolta giusto per offrire ai compagni una visione panoramica sullo stato dell’arte figurativa moderna e contemporanea. In questo modo ricordavamo fin dall’inizio quel primo impulso e il proposito di approfondire gli argomenti che di volta in volta si sarebbero presentati dipanando il filo di quella prima traccia sommaria: “… qualche anno fa è stata già svolta una lunga ed estesa relazione sull’arte, che si era tentato di riprendere per sistemarla in una pubblicazione. La sistemazione di quel parlato non siamo riusciti ancora a farla, ma nel rileggerlo sono state stimolate delle problematiche, delle riflessioni, delle considerazioni o delle digressioni ulteriori sull’arte in generale e particolarmente su quelle che una volta venivano dette Belle Arti: pittura, scultura, architettura. Non volendo lasciare queste prime notazioni allo stato di intuizioni vaghe, un successivo ricorso a riferimenti bibliografici e altri documenti hanno ampliato il materiale in un elaborato difficile da riassumere in una unica relazione, e forse non sarà possibile esaurirne tutti gli argomenti neppure in più riprese...” [1]
Erano stati compilati quasi di getto dei canovacci utili a svolgere delle relazioni per un primo gruppo di argomenti, che poi hanno trovato una veste più definita anche per la pubblicazione. [2]
Forse voi vi aspettavate una rassegna di opere e giorni, magari più ampia e approfondita, o comunque più succosa e soddisfacente di quella che vi abbiamo proposta finora; una narrazione accompagnata con immagini più o meno seducenti e infarcita di vite mirabolanti. Ma crediamo che attualmente tanto e forse tutto di quanto potevamo offrire con una narrazione lineare ed episodica dell’arte figurativa sia oramai così facilmente attingibile dal proprio smartphone da rendere inutile da parte nostra riproporla.
Piuttosto che ad una linearità (cronologica e stilistica, ad es.) ci siamo dunque lasciati andare ad una reticolarità argomentativa, che magari non prenderebbe all’amo una cosa dopo l’altra per farvela vedere ma raccoglierebbe diverse cose da osservare con un po’ più di attenzione.
Se il lavoro svolto non ha risposto alle vostre aspettative e non ha incontrato e soddisfatto il vostro  (sempre legittimo) gusto, ne siamo spiacenti, ma rimaniamo convinti che è più proficuo per la nostra preparazione procedere – come abbiamo fatto finora – ad esplorare il campo dell’arte per coglierne le problematicità specifiche (che magari creano anche a noi stessi delle difficoltà nel trattarle) piuttosto che seguire i sentieri già tracciati, sperimentati e certamente più rassicuranti nel condurre immancabilmente al cospetto delle sacralità dell’Opera d’arte e dei suoi Geni.
Tuttavia, ora che una prima serie di elaborati è stata fin qui utilizzata, ci trovavamo nella difficoltà di dover riprendere il passo ed il fiato. Poco male.
Ultimamente la “provvidenza” ha voluto che una nostra amica ci abbia fatto avere alcuni libri che hanno scosso il nostro torpore e tra questi abbiamo trovato particolarmente interessante un recente volume che riportava le lezioni sulla pittura tenute da Gilles Deleuze nel 1981 [3], dal quale abbiamo ricevuto un primissimo conforto ravvisandovi un certo modo di esporre che ci è parso simile al nostro. Ci è sembrato, cioè, che nell’affrontare il tema della pittura Deleuze non si fosse preoccupato d’altro se non di sistemarsi a proprio agio nella cornice di un compito determinato per esporre ciò che man mano valutava interessante dirne, con modalità apparentemente estemporanea, interlocutoria e quasi amichevole, prendendo le parole da ogni lato possibile per abbandonarle alle cure degli astanti…
Così, tra le altre innumerevoli preziose osservazioni che al momento tralasciamo, abbiamo trovato particolarmente stimolante soffermarci soltanto su alcune ben circoscritte considerazioni che Deleuze ha fatto a proposito del pittore inglese William Turner.[4]

1 . WILLIAM TURNER E LA CATASTROFE

 – Regni e provincie, paesi e città non hanno fatto tutte il loro tempo? e allorché le forze che da principio le avevano cementate e unite assieme hanno compiuto le loro evoluzioni, esse cadono in rovina.
– Fratello Shandy, – lo interruppe zio Tobia, deponendo la pipa alla parola evoluzioni.
– Scusami! volevo dire rivoluzioni! O cielo, di rivoluzioni volevo parlare… evoluzioni è una sciocchezza.
– No, non è una sciocchezza, – esclamò zio Tobia. (Sterne) [5]

«Nel profondo, – dice Deleuze – l’atto del dipingere non deve forse sempre affrontare comprendere, una catastrofe, anche quando ciò che viene rappresentato non è una catastrofe? A ben vedere, i vasi di Cezanne non rappresentano una catastrofe, non c’è alcun terremoto. Nei bicchieri di Rembrandt non c’è una catastrofe. Si tratta quindi di una catastrofe più profonda che colpisce l’atto stesso del dipingere, al punto che l’atto del dipingere non potrebbe essere definito senza di essa… – Ed ecco il colpo di scena: – L’esempio classico, per me fondamentale, è Turner.» [6]
Dunque qui, Turner tornerebbe esemplare per rappresentare la pittura e l’atto stesso del dipingere come catastrofe

Ci sono come due grandi periodi – prosegue l’autore –. Nel primo dipinge molte catastrofi. Ciò che gli interessa del mare sono le tempeste, ciò che gli interessa delle montagne, spesso, sono le valanghe. Già questo è abbastanza geniale. Ma che succede attorno al 1830? È come se entrasse in un nuovo elemento, ma in modo così profondo da rimanere legato allo stile precedente. In cosa consiste questo nuovo elemento?

Cosa succede attorno al 1830 … In cosa consiste questo nuovo elemento…? – si chiede Deleuze.
I
l cosa-succede e l’in-cosa-consiste, se non vengono rivolte alla psicologia, devono andarsi a cercare le risposte nel mondo reale dei fatti e delle vicende umane.
Ed ecco che intanto ci siamo imbattuti nuovamente nella data di un anno, il 1830, che abbiamo incontrato in due diverse occasioni nella nostra ultima relazione; una prima volta riguardo l’avvento della fotografia nella produzione delle immagini [7]; una seconda volta riguardo l’osservazione di Marx per la quale “la scienza economica borghese” posteriore al 1830 (cioè dopo l’esito della rivoluzione di Luglio) scade nell’opportunismo e nell’apologetica [8].

Come si suol dire [nella pittura di Turner], le forme svaniscono. Ciò che viene dipinto e l’atto del dipingere tendono a identificarsi. Tramite quali forme? Sotto forma di getti di vapore, di palle di fuoco dove nessuna forma conserva la propria integrità, dove i tratti si limitano semplicemente a suggerire. Si procede per linee in una specie di braciere, come se tutto il quadro fuoriuscisse da un braciere. Una palla di fuoco. Celebre colore dominante in Turner, il giallo oro, Una sorte di fornace, e delle barche spaccate da questa fornace.[9] 

 Sembra proprio che l’anno 1830 sia considerato fatidico non soltanto da noi, ma anche per la pittura di Turner e la pittura moderna, suggerisce Deleuze. Ma se fatidico non lo è stato per un personale crollo psicologico dell’artista (Turner morirà nel 1851), e se tralasciamo al momento la quasi banalità della catastrofe provocata in quell’epoca dalla fotografia all’arte figurativa, non rimarrebbe che andarci a cercare la spiegazione di queste catastrofi di rincalzo in uno scenario più ampio della mente e del mestiere. Allora, in Le rivoluzioni borghesi di Hobsbawm, ad esempio, possiamo leggere:

La seconda ondata di rivoluzioni si ebbe nel 1929-34, e colpì tutta l’Europa a ovest della Russia, nonché il continente americano … In Europa il rovesciamento dei Borboni in Francia servì da stimolo a diverse altre sollevazioni. Il Belgio (1830) conquistò l’indipendenza dall’Olanda, la Polonia (1830-31) venne sopraffatta solo dopo un’imponente azione militare, varie parti dell’Italia e della Germania erano in agitazione, il liberismo prevaleva in Svizzera – paese allora molto meno pacifico di oggi – mentre in Spagna e Portogallo si apriva un periodo di guerra civile tra liberali e clericali. Neppure la Gran Bretagna rimase immune, grazie alla minacciata eruzione del vulcano locale, l’Irlanda, che diede luogo all’emancipazione cattolica (1829), e inoltre grazie alla riapertura dell’agitazione riformista. Il Reform Act del 1832 corrisponde alla rivoluzione del luglio 1830 in Francia; era stato anzi potentemente stimolato dalle notizie provenienti da Parigi. Questo periodo è probabilmente l’unico della storia moderna nel quale gli avvenimenti politici in Gran Bretagna siano andati di pari passo con quelli del continente, al punto che nel 1831-32 si sarebbe potuto sviluppare qualcosa di simile a una situazione rivoluzionaria se tanto il partito dei tory quanto quello dei whig non avessero saputo controllarsi. È l’unico periodo del secolo XIX per il quale l’analisi della politica britannica non sia, da questo punto di vista, interamente artificiale.[10] […] Il fatto più caratteristico di quell’epoca è che dopo il 1830 – il periodo di svolta che non può sfuggire allo studioso della storia di quel tempo, qualunque sia il suo particolare campo di interesse – l’intensità della trasformazione economica e sociale aumentò visibilmente e rapidamente.[11]

 È per tutto ciò che Deleuze chiede conto (certo a sé stesso più che a Turner) dell’ingresso della catastrofe nell’oggetto della pittura?

Il periodo che va dal 1815 al 1830 fu in complesso un periodo di assestamento, o, tutt’al più di lenta ripresa. […] Nessuno, è vero, osservando lo sviluppo economico di quel periodo … avrebbe potuto propendere per il pessimismo; ma ben pochi avrebbero pensato … che vi fossero alcuni paesi giunti oramai alla soglia immediata della Rivoluzione Industriale. […] Dopo il 1830 la situazione mutò rapidamente e drasticamente: già nel 1840 i problemi sociali caratteristici dell’industrializzazione – il nuovo proletariato, gli orrori dell’inurbazione incontrollata e precipitosa – erano argomenti di seria discussione nell’Europa occidentale e l’incubo degli uomini politici e degli amministratori.[12]

Se tanto non bastava a Turner per passare «da una pittura che in alcuni casi rappresenta delle catastrofi, come valanghe e tempeste, a una catastrofe infinitamente più profonda che riguarda l’atto stesso del dipingere, nel suo senso più profondo», tanto potrebbe esser bastato a Deleuze per stabilirne almeno la datazione – che magari non è proprio una misura del tempo quanto della temperatura dei corpi sociali.
Se però ciò non basta ancora a noi, possiamo anche andare a cercare nelle parole di Marx qualche nuovo elemento che – se non subentrò esplicitamente nella pittura di Turner, spoetizzando l’idillio sociale e radicalizzandone la fattura, la liberò brutalmente dalle romanticherie della figura in favore del colore di fornace.

Dopo la rivoluzione di luglio [giusto nel 1830], accompagnando il suo compare, il duca d’Orléans, in trionfo all’Hôtel-de-Ville, il banchiere Lafitte lasciava cadere questo detto: «D’ora innanzi regneranno i banchieri». Lafitte aveva svelato il mistero della rivoluzione.  Sotto Luigi Filippo non era la borghesia francese che regnava, ma una frazione di essa: banchieri, re della Borsa, re delle ferrovie, proprietari di miniere di carbone e di ferro e proprietari di foreste, e una parte della proprietà fondiaria rappattumata con essi; insomma la così detta aristocrazia della finanza. Era essa che sedeva sul trono, che dettava le leggi nelle Camere, che dispensava i posti governativi, dal ministero fino allo spaccio dei tabacchi.[13]   

 Se le parole di Lafitte svelano – almeno al comunista – il mistero della rivoluzione di Luglio, le parole di Marx illustrano di seguito anche gli elementi nuovi della catastrofe umana e sociale che l’anno 1830 si portò dietro:

Mentre l’aristocrazia finanziaria dettava le leggi, guidava l’amministrazione delle Stato, disponeva di tutti i pubblici poteri organizzati, dominava la pubblica opinione coi fatti e colla stampa, andava ripetendosi in ogni sfera, dalla Corte al Café-Borgne, l’identica prostituzione, l’identica frode svergognata, l’identica libidine di arricchire non mediante la produzione, ma mediante la rapina dell’altrui ricchezza già creata; erompeva cioè alla superficie della società borghese la tolleranza più sfrenata, più insistentemente in attrito colle stesse leggi borghesi, degli appetiti malsani ed abietti, nei quali trova la sua naturale soddisfazione la ricchezza scaturita dal gioco, e il godimento diventa crapuleux, e denaro e lordura e sangue scorrono insieme.[14]

Potreste obiettare che qui Marx parla della Francia, e ciò potrebbe pure andar bene per il parigino Delacroix, non certo per il londinese Turner. Ma la Morte di Sardanapalo è forse meno catastrofica dell’Incendio del Parlamento?

Da sin.: Delacroix, La morte di Sardanapalo,1827, cm.395x425 – Turner, L’incendio del Parlamento,1835, cm.92x123.

Allora ecco qui quanto Marx riserva anche all’Inghilterra:

Col 1830 subentra la crisi decisiva una volta per tutte. La borghesia aveva conquistato il potere politico in Francia e Inghilterra. Da allora la lotta tra le classi raggiunse aspetti sempre più netti e minacciosi, sia in pratica che in teoria. Quella lotta suonò la campana a morto per la scienza economica borghese. Adesso non era più questione di sapere se questo o quel teorema fosse vero, ma se fosse utile o dannoso, comodo o scomodo al capitale, se fosse più o meno gradito alla polizia. Attaccabrighe presero il posto dei ricercatori disinteressati, la malafede e la malvagia intensione dell’apologetica presero il posto dell’impar-ziale indagine scientifica.[15]  

Se pensate che nel 1830 i due paesi e i loro rispettivi artisti vivessero su pianeti dissimili, è forse nelle parole di Engels – per quanto le riferisse alla propria parte politica – che possiamo arrivare a intravedere la presenza di una diffusa valutazione delle cose politiche e sociali estesa all’intera Europa.

Allorché scoccò la rivoluzione di febbraio [1848], tutti noi ci trovavamo sotto l’influenza dell’esperienza storica passata, ed in specialità di quella della Francia. Era quest’ultima appunto, che dal 1789 aveva dominato tutta la storia europea e da essa era nuovamente partito il segnale del rivolgimento sociale, Cosicché era naturale ed inevitabile che le nostre elucubrazioni sulla natura e sul corso della rivoluzione “sociale”, proclamata in Parigi nel febbraio del 1848, della rivoluzione cioè del proletariato, fossero sensibilmente colorite delle rimembranze dei modelli del 1789-1830.[16]

Il carattere ancora confuso dei nuovi elementi che stanno prendendo forma nel quadro storico trova spiegazione nelle circostanze del tempo. E tanto vale per l’Inghilterra come per la Francia

Da un lato anche la grande industria [inglese] usciva appena dalla sua infanzia, e già lo riprova il fatto che inizia il ciclo periodico della sua vita moderna solo con la crisi del 1825. D’altro lato la lotta delle classi tra capitale e lavoro era respinta sullo sfondo, politicamente per il disaccordo tra i governi e l’aristocrazia feudale schierati attorno alla Santa Alleanza, e la massa del popolo condotta dalla borghesia, economicamente per il dissidio tra capitale industriale e proprietà fondiaria aristocratica, che si nascondeva in Francia dietro il contrasto tra piccola proprietà e grande proprietà fondiaria, apertamente scoppiato in Inghilterra dopo la legge sui grani.[17] … Fu però precisamente cotesta rivoluzione industriale, che cominciò a spargere ovunque la luce sui rapporti delle classi, che eliminò una moltitudine di esistenze intermedie, provenienti dal periodo della manifattura e nell’Europa orientale anche dalle corporazioni di mestiere, che creò una vera borghesia ed un vero proletariato della grande industria, sospingendoli alla testa dell’evoluzione sociale  Ciò fu però causa che la lotta di coteste due grandi classi [borghesia e proletariato], svoltasi nel 1848, fuori dell’Inghilterra, solamente a Parigi, tutt’al più in qualche grande centro industriale, si estendesse per la prima volta su tutta l’Europa, raggiungendo un’intensità, quale nel 1848 non poteva ancora concepirsi.[18]

Se tutti questi nuovi elementi della crapula capitalistica non potevano ancora concepirsi pienamente nel 1848, figuriamoci se potevano immaginarsi pittoricamente nel 1830 nelle loro reali fattezze piuttosto che mettere in ansia la pittura stessa nel timore delle catastrofi già subite e di altre che il tempo minaccia. In Francia La Morte di Sardanapalo precede il 28 Luglio 1830 di Delacroix, e trova un suo esito finale giusto in Inghilterra, nel quadro di Turner L’incendio del Parlamento del 1834…  che piuttosto sembra un bastimento dato alle fiamme.

Da sin.: Delacroix, La Libertà guida il popolo,1830, cm.260x325 – Turner, L’incendio del Parlamento,1834, cm.117x148.

Quando nell’ottobre del 1834 il vecchio Palazzo del parlamento andò in fiamme il dibattito che seguì per cinque lunghi anni al progetto della sua restaurazione - e che verteva essenzialmente sulla questione dello stile di rappresentanza del più importante e famoso palazzo pubblico - chiarì per tutti, nonostante le forti resistenze di Palmestron e dei conservatori, che il vecchio stile palladiano non rispondeva più ai requisiti spirituali che si richiedevano per un edificio tanto significativo: cioè l’espressione di una coscienza e di un carattere tipicamente tradizionali. La scelta del gotico ratificò ufficialmente la presenza della borghesia nella storia inglese, rivelando il suo potere di conquista non soltanto a livello economico ma culturale.[19] [Lo stile palladiano o anche neoclassico veniva associato alla Francia.]
Come poi tutti questi nuovi elementi, politici, economici, culturali o tecnologi siano potuti entrare nel particolare crogiolo pittorico dei nostri due artisti (Delacroix e Turner) per caratterizzarne le opere, è questione che qui non vogliamo affrontare, non perché ritenuta secondaria, ma piuttosto troppo specifica, e comunque più frequentata rispetto alla trascuratezza che in arte solitamente subiscono le determinazioni storiche e sociali e soprattutto quelle materiali e concrete che presiedono alla produzione artistica. Ma forse questa nostra predilezione per i fatti duri della vita concreta potrebbe risultare una posizione ideologica – un “partito preso”, come si suol dire? –  pregiudicante, e invalidante il nostro procedere, privato com’è dall’usuale sostegno della narrazione aneddotica, romanzesca, sapientemente filologica e argutamente psicologica?
È forse colpa nostra se Deleuze parlando di Turner ha portato la catastrofe nel cuore della pittura stessa? Della sua descrizione della catastrofe (del1830) mancava il disegno dei contorni… È vero: “le forme svaniscono” – come si dice – ma noi non le lasceremo svanire prima che ci rilascino una spiegazione; fosse pure, ad esempio, una qualche spiegazione che possa dar conto del nostro impulso ad avvicinare tra loro il francese Delacroix e l’inglese Turner, dissolvendo i limiti nazionali dell’uno e dell’altro.
Ed è così che Paul Signac dà consistenza al tenue filo del nostro discorso con un fatto concreto riguardante appunto Delacroix:

Nel 1925 … Delacroix si risolve a recarsi a Londra per studiare i coloristi inglesi di cui i suoi amici, i fratelli Fielding e Bonington, gli hanno fatto così grandi elogi. Ritorna stupefatto per lo splendore insospettato di Turner, di Wilkie, di Constable e mette immediatamente a frutto il loro insegnamento. A Constable … deve l’odio per il colore piatto e il procedimento per hachures [tratteggio]; i quadri di Turner, già libero da ogni impaccio, eccitano al massimo il suo amore per il colore intenso e puro. L’indimenticabile ricorso di queste colorazioni strane e fiabesche lo stimolerà fino all’ultimo giorno. […] Tornato in Francia, messo al corrente dei lavori di Bourgeois e di Chevreul, constata che i precetti della tradizione orientale si accordano perfettamente con la scienza moderna. E, allorché va al Louvre a studiare il Veronese, si accorge che il maestro veneto, del quale dice “tutto ciò che so l’ho appreso da lui”, era stato anch’egli iniziato alle magie del colore orientale, probabilmente dagli Asiatici e dagli Africani che al suo tempo recavano a Venezia le ricchezze della loro arte e della loro industria …[20]

 Faremmo sicuramente una caricatura arbitraria dell’odio di Delacroix per il “tratteggio” se stabilissimo un qualche nesso significativo tra il tratto (pittorico) e il confine (locale, nazionale) – come a qualcuno di noi è pur venuto in mente – per immaginarsi un Turner frantumare col tratteggio i confini delle sagome politiche... Diversamente, non crediamo affatto arbitrario soffermarci sull’osservazione secondo la quale Turner, in pittura, era “già libero da ogni impaccio”. Impaccio che specificamente riguarda il trattamento del colore – sembra qui intendere Signac, non meno però di Deleuze, che in questo modo riassume il proprio discorso:

Dunque Turner mi serve per dire: ecco un caso in cui si passa da una pittura che in alcuni casi rappresenta delle catastrofi, come valanghe o tempeste, a una catastrofe infinitamente più profonda che riguarda l’atto stesso del dipingere, l’atto del dipingere nel suo senso più profondo. Aggiungo che questa catastrofe interna all’atto del dipingere è inseparabile da una nascita. Nascita di cosa? Del colore. Ci troviamo qui di fronte a un problema. L’abbiamo costruito quasi involontariamente. Era necessario che l’atto del dipingere passasse attraverso questa catastrofe per generare ciò con cui esso ha a che fare, vale a dire il colore? Bisognava passare attraverso la catastrofe nell’atto del dipingere affinché nascesse il colore, il colore come creazione pittorica? Si deve credere che la catastrofe che riguarda l’atto del dipingere sia anche qualcosa d’altro oltre che una catastrofe.[21] 
E lasciamo perdere che qui si dice anche che Turner non è che un espediente per parlare d’altro, precisamente della “catastrofe”, e specificatamente della catastrofe dell’atto della pittura che genererebbe il colore.
Non è anche così che sotto l’azione del pensiero si dissolvono le forme per acconciare la pittura alla filosofia? E difatti con rapidi passaggi si passa solo apparentemente a Cezanne per fargli dire però ciò che Gasquet gli mette in bocca per evocare Socrate, Platone e Kant eccetera, ed arrivare così al “noumeno”, o al colore in quanto idea… 

Non che questo procedere di espediente in espediente sia poi del tutto ozioso e privo di interessanti osservazioni; ma noi, che al momento preferiamo orientarci per poter arrivare appena al colore in quanto chimica, dovremmo forse almeno riformulare l’atto (della pittura) come lavoro (della pittura), e così poter trattare il pittore non come un mezzo che “ci serve” ma come un uomo.
Una decina di anni prima di queste lezioni sulla pittura, Deleuze aveva già incontrato Turner non come Turner ma (forse?[22]) come uno di quegli “uomini del desiderio”[23] che sono come Zaratustra, che – riassumiamo così, quasi letteralmente – “conoscono incredibili sofferenze, vertigini, malattie, che hanno i loro spettri, che deve inventare ogni gesto per esibirsi come uomo libero, irresponsabile, solitario e gioioso, capace infine di fare qualcosa di semplice in nome proprio, senza chiedere il permesso; desiderio, il loro, che non manca di nulla, flusso che supera gli sbarramenti e i codici, nome che non designa più alcun io. Vive se stesso come la sublime malattia che non lo toccherà più. Che vale, che varrebbe qui uno psichiatra?” – si chiede infine, forse[24]  rivolto a Guattari:  
La visita a Londra, è la nostra visita alla Pizia. Là c’è Turner. Guardando i suoi quadri, si capisce cosa voglia dire varcare il muro, e tuttavia restare, far passare dei flussi di cui non si sa più se portano altrove o se tornano già su di noi. I quadri si situano in tre periodi. Se lo psichiatra avesse qualcosa da dire, potrebbe parlare dei primi due, benché in verità siano i più ragionevoli. Le prime tele sono catastrofi da fine del mondo, valanga e tempesta. Turner comincia da qui. I secondi sono una sorta di ricostruzione delirante, ove il delirio si nasconde, o meglio procede di pari passo con una tecnica elevata ereditata da Poussin, da Lorrain o di tradizione olandese: il mondo è ricostruito, attraverso arcaismi che hanno una funzione moderna. Ma qualcosa di incomparabile avviene nei quadri del terzo periodo, nella serie di quelli che Turner non mostra, tiene segreti. Non si può neanche dire che è in anticipo sui suoi tempi: qualcosa che non è d’alcuna epoca, che ci viene da un eterno futuro, o fugge verso di esso. La tela sprofonda in se stessa, è trafitta da un buco, un lago, una fiamma, un tornado, un’esplosione. I temi dei quadri procedenti possono ritrovarsi qui, ma il loro senso è cambiato. La tela è veramente infranta, spaccata da ciò che l’attraversa. Fluttua soltanto un fondo di nebbia e d’oro, intenso, intensivo, attraversato in profondità da ciò che viene a fenderla in larghezza: la schiza[25]. Tutto si confonde, ed è qui che si produce l’apertura (e non il crollo).[26]  

E con ciò, anche la nostra è una visita alla Pizia.
Ma qualcosa tuttavia crediamo di comprendere, quantomeno di intuire, se non del particolare finito almeno della direzione cui rivolgere il flusso dei significati possibili.
Magari, rispetto a molte nostre letture di testi altrettanto ardui da comprende, sarebbe stato meglio per noi attenersi al consiglio che Bordiga dava per certe interpretazioni degli scritti di Marx: «Sarebbe stato meglio non leggerli: vi è anche un modo di leggere i libri che è simile a quello con cui lo scassinatore sfoglia i pacchi di biglietti da mille.»[27]
Purtroppo, in realtà non siamo altro che degli scassinatori senza neppure l’attenuante di rubare al ricco per donare al povero. Nondimeno, meglio ladri che ricettatori. 

Ma almeno, qualcosa è sorto, che spezza i codici, che disfa i significati, che passa sotto le strutture, che fa passare i flussi e opera tagli al limite del desiderio. Non basta dire che l’Ottocento è già là, in pieno Cinquecento, perché bisognerebbe dire lo stesso dell’Ottocento, a sua volta, e anche del codice bizantino sotto il quale passano già strani flussi liberati. L’abbiamo visto per il pittore Turner, per i suoi quadri più finiti che talora vengono detti «incompiuti»; non appena c’è genio, c’è qualcosa che non appartiene più ad alcun codice, ad alcun tempo, e che opera uno sfondamento – l’arte come processo senza scopo, che si realizza come tale.[28]

Il “genio” – ci chiediamo sommessamente tra noi – il genio è forse chi vive confuso nell’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura? [29]
Non sembra anche a voi che persino le parti di un discorso sbrindellato dagli scassinatori possano appartenere anch’essi, per quanto dissimulati, alla medesima familiare nebulosa di significati, o comunque è verso di essa che si dirigono, irresistibilmente?

L’arte [e qui non c’è né persona, né opera] infatti, non appena raggiunge la propria grandezza, il proprio genio, crea catene di decodificazione e di deterritorializzazione che instaurano, che fanno funzionare delle macchine desideranti. (424)
… queste decodificazioni dei flussi di pittura, queste linee di fuga schizoidi che formano all’0rizzonte macchine desideranti, sono ripresi in brandelli del vecchio codice, oppure introdotti in nuovi codici, in un’assiomatica propriamente pittorica che effettua allacciature sulle fughe, chiude l’insieme sui rapporti trasversali tra linee e colori, e lo ripiega su territorialità arcaiche o nuove (la prospettiva ad esempio). (p.424 seg.)
Anche per l’arte, infatti, c’è un polo d’investimento reazionario, una cupa organizzazione paranoico-edipico-narcisistica… Questa pittura che fiorisce oggi, con il nome usurpato di moderna, fiore velenoso … (p.425)
Ma, all’altro polo, schizo-rivoluzionario, il valore dell’arte non viene più commisurato se non dai flussi decodificati e deterritorializzati che essa fa passare sotto un significante ridotto al silenzio….  Qui l’arte accede alla sua autentica modernità, che consiste solo nel liberare ciò che era presente nell’arte di ogni tempo, ma che era celato sotto scopi e oggetti sia pure estetici, sotto le ricodificazioni e le assiomatiche: il puro processo che si realizza, e che non cessa di realizzarsi in quanto procede, l’arte come “sperimentazione”. (p.426) [30]

2 . IL GENIO E I CONIGLI

La nozione di “genio”, dopo aver indicato per molti secoli un numem esteso alla comunità, iniziò dal Rinascimento a restringere sempre più la sua aureola fino all’epoca romantica, quando prese a risplendere esclusivamente sulla capoccia della singola persona … giusto in tempi di competizioni tra cavalieri d’industria, di commercio e d’altri variopinti affari da concludere.

Un articolista recentissimo nell'esporre la teoria del sistema generale di Bertalannfy che vorrebbe sintetizzare i principii dei due famosi sistemi controversi: vitalismo e meccanismo, pur riconoscendo solo a denti stretti che il materialismo in biologia guadagna terreno, ricorda il paradosso di non facile confutazione: un solo coniglio non è un coniglio, due conigli soltanto possono essere un coniglio. Sei, o individuo, espulso dall'ultima trincea, quella di Onan.[31]

Dopo avere iniziato con un paragrafo sulla miniaturistica e la ritrattistica, seguito dal paesaggismo topografico   – che utilizzavano largamente oltre i colori ad olio anche quelli ad acqua e a guazzo [32] – una storia della pittura ad acquerello inglese pubblicata a Londra nel 1908 dedica il suo intero terzo capitolo ai personaggi di cui stiamo tentando di occuparci, incluso naturalmente Turner.

Si può dire che Richard Wilson e Thomas Gainsborough siano stati i primi paesaggisti in Inghilterra a rompere con le linee topografiche e ad aggiungere un sentimento poetico ai loro dipinti. Entrambi lavorarono principalmente a olio; il primo è noto per i suoi paesaggi classici, e il secondo non solo per i suoi ritratti, ma anche per i suoi dipinti di paesaggi rurali inglesi. Wilson eseguì anche alcuni vigorosi schizzi a gesso, e Gainsborough realizzò disegni a gesso e matita a cui aggiunse tinte locali ad acquerello. Questi disegni di Gainsborough divennero molto popolari e furono ampiamente imitati dagli amatori. "La Gainsboroughmania", afferma W. H. Pyne sulla 'The Somerset House Gazette', "fu a lungo di moda, e ci sono ancora alcuni beaux and belles dell'alta società che ricordano i loro numerosi amici che, come loro, furono colpiti dalla frenesia del disegno, e sorridono a Bath e alle sue vanità, mentre parlano dei giorni passati". Un altro artista, sebbene molto più giovane, stava anche esercitando contemporaneamente una notevole influenza sulla pittura paesaggistica: John Cozens, figlio di Alexander Cozens. Studiò principalmente in Italia e in Svizzera, e i suoi disegni, sebbene appartenessero alla "scuola grigia", con poco più di un chiaroscuro colorato, erano eseguiti con sentimento poetico e mostravano effetti atmosferici fino ad allora sconosciuti negli acquerelli. Si sa poco della vita successiva di Cozens, se non che visitò una seconda volta l'Italia in compagnia di William Beckford, l'autore di "Vathek", nel 1782, e che al suo ritorno perse gradualmente la ragione. Fu assistito fino alla sua morte da due grandi mecenati d'arte, Sir George Beaumont e il Dr. Thomas Monro. [33]

Il Dr. Thomas Monro (1759-1833) – un medico di successo specializzato in malattie mentali, apprendiamo – ereditò dal padre una vasta collezione di dipinti, che furono conservati ad Adelphi Terrace, dove visse per molti anni. Qui strinse amicizia con molti giovani artisti, non solo permettendo loro di realizzare copie di questi dipinti, ma anche offrendo loro una cena e mezza corona per i loro disegni. Molti giovani, a quel tempo alle prime armi, che in seguito divennero noti come acquerellisti – come Varley, Edridge, Francia, De Wint, Cotman, Linnell, Hunt e altri – ricevettero l'aiuto del degno Dottore; ma soprattutto saranno i nomi di due suoi protetti, Thomas Girtin e William Turner, che rimarranno per sempre legati e messi in relazione a questo grande mecenate.

Turner e Girtin erano della stessa età, nati nel 1775, e si conoscevano prima di studiare insieme dal Dr. Monro e forse prima di condividere la stessa candela in una sera d'inverno. Non si sa esattamente in quale data abbiano iniziato a lavorare lì, o per quanto tempo abbiano lavorato in compagnia. Un promemoria del defunto signor John Pye, l'incisore, ci dice che la prima menzione di Turner nel diario del Dottor [Thomas] Monro risale al 1793, e che Girtin non fu impiegato da lui per tutto il tempo in cui lo fu Turner. Dice che "il dottor Monro li assunse a due o tre scellini a testa e una buona cena, per mettere effetti di bianco e nero e di colore in contorni di piombo nero".[34] […] Il giovane Turner aveva ora aperto uno studio tutto suo, in Hand Court, vicino al negozio del padre. Si dice che la conoscenza tra Girtin e Turner sia iniziata durante un impiego congiunto, da ragazzi, per colorare stampe per John Raphael Smith, pittore e incisore di mezzatinta, che svolgeva anche un'ampia attività, come editore e commerciante di stampe, in King Street, Covent Garden. Non è improbabile che il Dottore li abbia conosciuti mentre erano così impegnati. Non si sa molto sul tipo di lavoro originale che Girtin produsse sotto l'ospitale tetto del Dott. Monro; ma i disegni grigi di Turner, alcuni dei quali basati forse sugli schizzi del suo ospite, si incontrano di tanto in tanto. […] È possibile che anche Girtin abbia messo mano in alcuni di questi disegni, essendoci una buona fonte per dire che fece un gran numero di disegni, alcuni dei quali il Dottore fece colorare a Turner in grigio, e poi lavorare a colori; e che Girtin si lamentò di questo perché non gli dava le stesse possibilità di imparare a dipingere. Fu solo per l'attrazione di simili inclinazioni nell'arte che i due ragazzi si unirono. Crescendo, sembrò che i loro caratteri e gusti fossero per altri aspetti molto diversi.[35]

Se vogliamo dare un panorama di sfondo a queste due note figure di giovani apprendisti inglesi, possiamo ricorrere alla descrizione che troviamo in un testo esplicativo fin già dal titolo – e non siamo affatto sorpresi di trovarvi il medesimo anno che Deleuze stabilisce per la catastrofe di Turner.     

… mentre la tecnica del disegno per incisione si sviluppava da mestiere sussidiario nell’arte, tipicamente inglese, del disegno ad acquerello, la collaborazione tra disegnatore, incisore e coloratore produsse una grande tradizione dell’illustrazione colorata che non è mai stata superata. Questa fiorì fino al 1830, circa, quando venne rapidamente sostituita dalle nuove tecniche della litografia e dell’incisione su acciaio, nell’epoca in cui il factotum dei costruttori, il costruttore di mulini, veniva sostituito dall’ingegnere meccanico vero e proprio. Questi cambiamenti nella tecnica dell’illustrazione e nell’ingegneria sono esemplificati nelle successive edizioni di un libretto di John Berkinshaw che descrive il suo famoso brevetto per fare le rotaie saldando il ferro invece di fonderlo... L’arte dell’illustrazione fiorì a ogni livello, dal rozzo intaglio sul legno alle tenui acquetinte e mezzetinte, in seguito alla diffusione dell’istruzione e al progressivo sviluppo dell’editoria e della stampa. I venditori di stampe del secolo XVIII provvedevano a soddisfare i gusti di ogni strato della società, da chi comprava alle fiere libretti economici ornati di silografie, ai ricchi contadini e albergatori che acquistavano le incisioni colorate …[36]

Ecco qui gli elementi concreti che costituiscono le condizioni materiali della catastrofe e quindi l’apprendistato della catastrofe stessa da parte di Turner o di Girtin.
«Sia Thomas Girtin che Joseph Mallord William Turner – leggiamo ancora in Arte e Rivoluzione Industriale – iniziarono a lavorare come coloratori presso un incisore. Perfino nell’ultimo decennio del secolo XVIII, quando si usò colorare l’intera superficie di un disegno o di un’incisione, rimase il fondo grigio o seppia, finché Girtin e Turner lo abbandonarono completamente nei loro disegni e crearono così la tecnica del disegno ad acquerello come arte indipendente di pieno diritto.»[37]

… il passo principale in avanti, che effettuò una sorta di rivoluzione nell'arte dell'acquarello e la elevò [separazione, autonomizzazione] dal semplice disegno alla dignità [autonomia] della pittura, fu l'uso diretto del colore stesso, senza la consueta base di grigio [della carta]. L'introduzione di questo metodo, verso la fine del secolo scorso, è generalmente attribuita a Turner e Girtin; anche se si può dubitare che altri non avessero diritto a una parte di questo onore. Sembra in ogni caso che abbia segnato il periodo in cui i nostri artisti iniziarono a guardare al colore di una scena in natura come a una cosa di bellezza da imitare per il suo stesso bene [il colore che basta a sé stesso per completarsi come opera di pittura].[38]

È a questa rivoluzione dell’acquarello descritta da Roget che Deleuze allude chiamandola catastrofe?
Abbiamo avuto occasione di dire qualcosa sull’Inghilterra, che faceva la pratica economica e politica, e sulla Francia, che faceva la pratica sociale. Mancherebbe forse la Germania, che intanto faceva tutto questo e anche la rivoluzione… ma solo in teoria?
Effettivamente, qualcuno in Europa aveva cominciava a sentire di tanto in tanto una certa puzzetta, e qualcun altro si era convinto che un cadavere bazzicava dalle sue parti. Forse Hegel?
Per tutto il corso del secondo decennio dell’Ottocento (ca. 1817-1829) il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel – nato 21 anni prima di Goethe, ma soltanto 5 prima di Turner – tiene in diverse università prussiane dei corsi di estetica e dopo la sua morte le sue lezioni vennero raccolte e pubblicate in tre volumi, nel 1834 e risistemate per una seconda edizione nel 1842-43, nove anni prima della morte di Turner. Ovviamente, a noi non interessa affatto sapere se Turner abbia letto o no, sentito dire o meno qualcosa dell’estetica del tedesco (personalmente riteniamo improbabile anche l’eventualità che potesse interessargli – invece ha conosciuto il testo di Goethe sul colore, che era stato pubblicato per la prima volta in edizione inglese nel 1844).
Avendo in precedenza accennato ad alcuni aspetti della realtà storica e politica che fa da sfondo potente alla vita di Turner, ora intendiamo porre alla vostra attenzione le osservazioni di Hegel circa la dissoluzione della forma d’arte romantica [39], dove solitamente viene sistemata la pittura di Turner, e quindi dove ci aspettiamo quanto meno di trovare i segni precoci della catastrofe dell’atto pittorico in generale e di Turner in particolare, così come stabilita da Deleuze attorno al 1830.

… ora [dunque nell’epoca 1817-1829, quando Turner può avere dai 42 ai 54 anni [40]], in cui l’artista, per nazionalità ed epoca, e nella sua sostanza, è collocato all’interno di una determinata concezione generale del mondo con il suo contenuto e le sue forme di rappresentazione, troviamo una posizione assolutamente opposta, che nel suo pieno sviluppo è divenuta importante solo oggi. Ai nostri giorni lo sviluppo della riflessione e la critica presso quasi tutti i popoli e, presso di noi Tedeschi, anche la libertà di pensiero, si sono impossessati degli artisti e, una volta compiuti anche i necessari stadi particolari della forma d’arte romantica, li hanno resi, per così dire, una tabula rasa sia nei riguardi della materia che della forma della loro produzione. L’esser legati ad un contenuto particolare e ad un modo di rappresentazione adatto esclusivamente a questa materia costituisce per gli artisti odierni qualcosa di passato, cosicché l’arte è divenuta un libero strumento che l’artista può maneggiare uniformemente secondo la misura della sua abilità soggettiva nei riguardi di ogni contenuto, di qualsiasi genere esso sia. L’artista perciò sta al di sopra delle determinate forme e configurazioni consacrate, muovendosi libero per sé, indipendentemente dal contenuto e dalle concezioni in cui il sacro e l’eterno stavano prima dinanzi alla coscienza. Nessun contenuto, nessuna forma è più immediatamente identica con l’intimità, con la natura, con l’inconsapevole essenza sostanziale dell’artista; ogni materia può essergli indifferente, purché non contraddica alla legge formale di essere in generale bella e capace di essere trattata artisticamente. Oggi [1817-1829] non vi è nessuna materia che sia in sé e per sé al disopra di questa relatività e, quando anche lo fosse, non v’è almeno nessun bisogno assoluto per cui debba essere l’arte a rappresentarlo. L’artista perciò si comporta verso il suo contenuto, nell’insieme, come un drammaturgo, che introduce ed espone personaggi diversi da lui, estranei. Anche ora egli vi applica, sì, il suo genio, vi intesse la propria materia, ma solo ciò che è universale o interamente accidentale, l’individualizzazione precisa non è invece affar suo, ma egli si serve a questo riguardo della propria provvista di immagini, di maniere di configurare, di forme d’arte antecedenti che, prese per sé, gli sono indifferenti e divengono importanti solo quando gli appaiono appunto le più idonee per questa o quella materia. Nella maggior parte delle arti, soprattutto in quelle figurative, l’oggetto proviene all’artista dall’esterno; egli lavora su ordinazione e nelle storie profane o sacre, nelle scene, nei ritratti, nella costruzione di chiese ecc., deve solo cercare di portare la cosa a buon fine. Infatti, per quanto immetta il suo animo nel contenuto dato, questo risulta per lui sempre una materia che non è per lui stesso immediatamente il sostanziale della sua coscienza. […] La sua anima grande e libera, prima di passare a produrre, deve per propria natura sapere e avere il proprio posto, ed essere sicura di sé e fiduciosa in sé; particolarmente il grande artista di oggi ha bisogno del libero sviluppo dello spirito, in cui ogni superstizione e fede, che restano limitate a forme determinate di concezione e rappresentazione, sono abbassate a semplici lati e momenti di cui il libero spirito è divenuto padrone, poiché egli non vede in esse delle condizioni in sé e per sé, santificate della sua esposizione e configurazione, ma ascrive loro valore solo per mezzo del contenuto superiore che egli vi immette ricreandolo come a loro adeguato.  In questo modo oggi l’artista, il cui talento e genio si è liberato per sé dalle precedenti limitazioni ad una forma d’arte determinata, dispone a suo piacimento di ogni forma come di ogni materia.[41]

Leggiamo di estetica, ma basterebbe una semplice distrazione da questa convinzione per scorgere dissimulate dietro le parole della filosofia la voce brutale dell’economia. È un quid pro quo che vediamo soltanto noi a causa di una cattiva preparazione che avrebbe compromesso le nostre sensibilità con il cattivo insegnamento per cui, ad esempio,

… la divisione materiale del lavoro è il presupposto della divisione del lavoro intellettuale… Per considerare la connessione fra la produzione intellettuale e la produzione materiale, è anzitutto necessario concepire quest’ultima non come categoria generale, ma in forma storica determinata. Per esempio, al modo di produzione capitalistico corrisponde un genere di produzione intellettuale diverso da quello corrispondente al modo di produzione medievale. Se la produzione materiale stessa non viene considerata nella sua forma storica specifica, è impossibile comprendere il carattere determinato della produzione intellettuale a essa corrispondente e la loro azione reciproca. Si resta così nella banalità… Inoltre, dalla forma determinata della produzione materiale si ha in primo luogo una determinata articolazione della società, in secondo luogo un determinato rapporto dell’uomo verso la natura. Il sistema politico e la concezione spirituale della società sono determinati da questi due fattori. Quindi anche il modo della sua produzione intellettuale.[42] 

Dato che molti di noi sono già persuasi in tal senso, non perderemo altro tempo a mostrare i vari punti in cui le parole di Hegel descrivono inconsapevolmente i caratteri spirituali dell’arte e degli artisti nella tarda epoca romantica del capitalismo tramite gli stampi bronzei dei nuovi rapporti economici, che in quel secolo stavano prendendo potenza dalla recente alleanza con la scienza, ovvero della macchina settecentesca con l’ottocentesco sistema di macchine – e più che d’un’umana “macchina del desiderio” dovremmo parlare d’un’automatica ”macchina desiderante”. 

Il lavoro di Carle Vernet : Sei adulti e un bambino guardano le stampe nella vetrina dell'editore Delpech a Parigi, litografia su carta colorata a mano, c.1818-25, cm.17x24
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[1] . Cfr. gli almanacchi nømade dal n.14 di ottobre 2017 in poi.
[2] . Vedi negli almanacchi nømade nei numeri da 14 a 22.
[3] . Gilles Deleuze, Sulla Pittura – corso maggio-giugno 1981, Giulio Einaudi editore, Torino 2024.
[4] . Così trovereste in Wikipedia: «William Turner (Londra, 23 aprile 1775 – Chelsea, 19 dicembre 1851) è stato un pittore e incisore inglese. Appartenente al movimento romantico, il suo stile pose le basi per la nascita dell'Impressionismo e fu anticipatore dell'astrattismo. Benché ai suoi tempi fosse visto come una figura controversa, Turner è oggi considerato l'artista che elevò la pittura paesaggistica ad un livello tale da poter competere con la più blasonata pittura storica. Famoso per le sue opere ad olio, Turner fu anche uno dei più grandi maestri britannici nella realizzazione di paesaggi all'acquerello, e meritò il soprannome di pittore della luce
[5] . Laurence Sterne, The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman (1760-1767), it. Vita e opinioni di Tristram Shandy, Rizzoli ed.  Milano 2002-2013, p. 362.
[6] . G. Deleuze, cit., (Lezione del 31 marzo), p. 13.
[7] . In nømade n.22-2024, p. 53: «Dalla metà del secolo, anzi dalla generazione del 1830, anche grazie all’affermazione della fotografia, gli artisti cercano di rompere con l’intera tradizione, e lo stile inizia a riferirsi a singole correnti artistiche decisamente connotate e al modo personale di esprimersi dei singoli artisti (lo sviluppo della concorrenza commerciale fa il suo corso) …»
[8] . Ibidem, p. 62: «… non si trattava più di vedere se questo o quel teorema era vero o no, ma se era utile o dannoso, comodo o scomodo al capitale, se era accetto o meno alla polizia. Ai ricercatori disinteressati subentrarono pugilatori a pagamento, all’indagine scientifica spregiudicata subentrarono la cattiva coscienza e la malvagia intenzione dell’apologetica» (K. Marx)
[9] . G. Deleuze, cit., p.14.
[10] . Eric John Hobsbawm, The Age of Revolution: Europe 1789-1848; it. Le rivoluzioni borghesi 1789-1848, ed. Il Saggiatore, Milano 1963, p. 158 seg.
[11] . Ibidem, p.240
[12] . Ibidem, p. 240 e seg.
[13] . Carlo Marx, Le lotte di classe in Francia, dal 1848 al 1850 (ristampa dalla Neue Rheinische Zeitung, Amburgo 1850), ed. Uffici della Critica Sociale, Milano 1856, p. 23 seg.
[14] . Marx, Le lotte …, cit. p. 26.
[15] . Marx, Il Capitale, ed Newton Compton, Roma 2016, Poscritto alla seconda edizione, p. 46. Riecco il contenuto della Nota 8.
[16] . Marx, Le lotte…, cit., nella prefazione di F. Engels, p.6.
[17] . Marx, Il Capitale, ed Newton Compton, cit., Poscritto alla seconda edizione, p. 45 seg.
[18] . Marx, Le lotte …, cit., p.10.
[19] . Romolo Runcini, Illusione e paura nel mondo borghese, da Dickens a Orwell, ed. Laterza, Bari 1968, p. 145.
[20] . Riportato in Corrado Maltese, Delacroix, ed. Club del Libro, Milano 1965, pp. 92, 93. – Nel suo trattatello teorico D’Eugène Delacroix au nèo-impressionisme del 1899, il pittore divisionista Paul Signac esamina a fondo i procedimenti tecnici di Delacroix in quanto precorrono quell’applicazione delle moderne teorie sul colore che – transitando appunto dal divisionismo – saranno poi fondamentali per l’evoluzione della pittura successiva.
[21] . Deleuze, cit., p. 14 seg. (sottolineatura nostra).
[22] . Non possiamo assolutamente dire di aver studiato o capito, e neppure di aver cercato di capire il pensiero svolto dagli autori   de L’anti-Edipo, pertanto qui ci limitiamo a comunicarvi solo ciò che abbiamo creduto di capire, o meglio di “carpire” per i nostri fini.
[23] . Più o meno, secondo Deleuze e Guattari, l’inconscio non è un sistema chiuso di rappresentazioni, ma una macchina desiderante, un insieme di flussi e collegamenti che producono desiderio e nuove realtà.
[24] . Cfr. Gilles Deleuze e Félix Guattari, L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia (1972), it. Giulio Einaudi, Torino 1975, p. 146 seg.
[25] . Più o meno, il termine “schizo” non fa riferimento alla patologia clinica, ma a un processo di liberazione e creazione. La schizoanalisi è una filosofia che mira a decostruire le strutture rigide e i modelli predefiniti per esplorare le potenzialità creative dell’inconscio e del desiderio. Schizo non indica quindi una malattia ma un processo di rottura con le norme, le categorie e le strutture che limitano la vita e il pensiero. La tela qui si schiza, nel senso viene schizata da un flusso verso la libertà e la diversità di nuove possibilità. 
[26] . G Deleuze e F. Guattari, L’anti-Edipo, cit., p. 148 seg.
[27] . La batracomiomachia, della serie Sul filo del tempo CXV, in Il Programma Comunista n. 10, 1953.
[28] . Deleuze-Guattari, L’anti-Edipo, cit. p. 425.
[29] . Da Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione è storicamente sfavorevole, in “Il Programma Comunista” n. 2, gennaio 1965: «Le violente scintille che scoccarono tra i reofori della nostra dialettica ci hanno appreso che è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde se stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nella armonia gioiosa dell’uomo sociale.»
[30] . Deleuze-Guattari, L’anti-Edipo, cit. pp. 424, 425, 426
[31] . (Amadeo Bordiga) I fattori di razza e nazione nella teoria marxista, in Programma Comunista nn. 16, 17, 18, 19 e 20 del 1953.
[32] . Herbert M. Cundall, A History Of British Water Colour Painting, John Murray, Albemarle Street, London 1908, p. 21 seg.: «…le prime raffigurazioni medievali nei messali erano realizzate con pigmenti solubili in acqua, mescolati con gomma di fico, mastice, albume o tuorlo d'uovo, o qualche altro mezzo adesivo per conferire la giusta consistenza e la necessaria fissazione; questo metodo era chiamato pittura a tempera o a guazzo. Mentre questo mezzo era ancora di uso comune, la tecnica di dipingere con pigmenti macinati in acqua era impiegata anche da artisti di tutta Europa, soprattutto tedeschi e olandesi, per realizzare schizzi o studi per dipinti a olio; una ripresa dell'antica pittura a tempera su tavola o tela applicata su carta, utilizzando la stessa tecnica. Inizialmente ai colori veniva aggiunto un pigmento bianco, che li rendeva opachi, e questo stile è noto come pittura a corpo. Nella Sala delle Stampe del British Museum si trovano due ammirevoli disegni cinquecenteschi realizzati in questo stile da Albrecht Dürer (1471-1528). […] si possono anche ammirare alcuni disegni a colori corposi accuratamente rifiniti, eseguiti nel secolo successivo dall'artista olandese Adrian van Ostade (1610-1685). Questo pittore realizzò anche studi ad acquerello, ovvero i pigmenti sono quasi trasparenti, e il fondo bianco della carta è la fonte della loro luminosità. Questi studi furono inizialmente delineati con una penna di canna, con lievi colori locali aggiunti in seguito… Come si può dire che la ritrattistica in miniatura sia stata introdotta in Inghilterra da uno straniero, Hans Holbein, così allo stesso modo la colorazione dei disegni con l'acquerello, con ogni probabilità, fu introdotta in questo paese verso la metà del XVII secolo da Wenceslaus Hollar, nativo di Praga, che giunse in Inghilterra con il conte di Arundel al suo ritorno dall'ambasciata a Vienna…»
[33] . Ibidem, p. 41 seg.
[34] . John Lewis Roget, A History Of The Old Water-Colour’ Society , Longmans Green and Co., London 1891, p. 81
[35] . Ibidem, p. 82.
[36] . Francis Donand Klingender, Arte e rivoluzione industriale (1968), it. Giulio Einaudi, Torino 1972, p. 99 seg.
[37] . Ibidem, seg.
[38] . Roget 1891, cit., p. 6 (parentesi e corsivi nostri).
[39] . Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Asthetik, Aufbau Verlag, Berlin 1955; it. Giulio Einaudi editore, Torino 1967. Precisamente con questo titolo i curatori hanno raccolto certi appunti delle sue lezioni per ordinarli nel paragrafo che, nell’edizione cit. è compreso tra le pp. 664 e 684. 
[40] . E rimarrà in piena attività ancora per i 23 anni successivi. Turner infatti morirà nel 1851, all’età di 76 anni.
[41] . Friedrich Hegel, Estetica cit., pp. 676, 77, 78.
[42] . Karl Marx, Storia delle teorie economiche (ed. Stuttgart 1905), it. Giulio Einaudi editore, Torino 1954. Vol I, p. 357. 

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