L'ARTE RACCONTATA AI COMPAGNI

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Tracce di Lavoro comune . 2025
arteideologia raccolta supplementi
made n.23 Ottobre 2025
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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Elementi e complementi . (appunti VIII.1)

6 . LA CATASTROFE IN VERITÀ

Come il periodo della crisi s’affaccia sul continente più tardi che in Inghilterra, così quello della prosperità. Il processo iniziale lo si trova sempre in Inghilterra; quivi è il demiurgo del cosmos borghese. Sul continente le diverse fasi del ciclo, che la società borghese ricomincia sempre a percorrere, appaiono in forma secondaria o terziaria. (Marx)[1]

Si fa presto a dire “catastrofe” e proseguire a orecchio nelle suggestioni filosofiche di una parola gravida.
Noi preferiamo non seguire il sapiente argomentare del francese, sicuramente non infecondo di stimoli.
Piuttosto ci ripetiamo volentieri l’osservazione – di Marx – per la quale di solito, o spesso, si inizia dalla fine; ad esempio, qui, dalla rivoluzione o dalla catastrofe già bell’e fatte. Ma poiché c’è Pompei e c’è Guernica, di catastrofi ce ne sono di orizzontali e di verticali, di reali e di metaforiche, di sanguinose e di tanto-per-dire.
Dunque, di quale sostanza concreta è fatta la nostra pittoresca catastrofe, dalla quale nascerebbe il colore?
Dopo l’insieme delle precedenti osservazioni sulla vita di Turner e di Girtin, siamo pronti a concordare con Deleuze che «si deve credere che la catastrofe che riguarda l’atto del dipingere sia anche qualcosa d’altro oltre che una catastrofe.»[2]
Le forme svaniscono e nasce il colore, ci dice Deleuze; ed è facile a dirsi giacché è una banalità anche troppo facile da vedere. Più complesso è spiegarsi il perché e il come ciò sia potuto accadere soltanto ora con Turner e proprio in Inghilterra. E per farla breve, a noi sembra essere dovuto proprio ad un qualcosa d’altro che la sola pittura; e che prima di essere una catastrofe particolare dell’atto del dipingere, sia stata quella “catastrofe” del lavoro in generale che in primo tempo ha riguardato l’assetto sociale successivo alla forma feudale, e in secondo tempo ciò che gli economisti indicano come “divisione” del moderno lavoro sociale e manifatturiero nella produzione capitalistica.
Questa connessione di una “catastrofe infinitamente più profonda” della pittura di Turner con la divisione del lavoro è per noi talmente evidente che ci è quasi impossibile spiegarla; possiamo però tentare di farla intuire anche a voi ricorrendo a tre brani di Marx – dei quali probabilmente si è giovata la nostra immaginazione nel raccontarvi ‘sta storia. Dunque, in primo luogo: 

 … una cosa è chiara; il processo che ha separato una massa di individui dai loro tradizionali rapporti in un modo o nell’altro positivi con le condizioni oggettive del lavoro, che ha negato questi rapporti e così ha trasformato questi individui in lavoratori liberi, è lo stesso che ha liberato δυνάμει [potenzialmente] queste condizioni oggettive del lavoro – terra, materia prima, mezzi di sussistenza, strumenti di lavoro, denaro e tutto ciò insieme – dal loro tradizionale legame con gli individui che ne sono stati poi staccati. Esse esistono ancora, ma esistono in altra forma; come libero fonds in cui tutte le vecchie relations politiche sono cancellate ecc., e che ormai si contrappongono a quegli individui liberi e senza proprietà soltanto nella forma di valori, di valori a sé stanti. Lo stesso processo che ha contrapposto alle condizioni oggettive del lavoro la massa sotto forma di lavoratori liberi, ha anche contrapposto ai lavoratori liberi queste condizioni sotto forma di capitale. Il processo storico è consistito nella separazione di elementi tradizionalmente uniti – il suo risultato non è pertanto la scomparsa di uno degli elementi, ma la comparsa di ciascuno di questi in una relazione negativa con l’altro – il lavoro libero (potenzialmente) da una parte, il capitale (potenzialmente) dall’altra. La separazione delle condizioni oggettive al polo delle classi che sono state trasformate in lavoratori liberi deve presentarsi altresì come una autonomizzazione di queste stesse condizioni al polo opposto.[3]

 In secondo luogo:

Gli è così che le manifatture di panni e molte altre sono nate dalla agglomerazione di mestieri diversi sotto il comando di uno stesso capitale. Però la manifattura può nascere in un modo affatto diverso. Molti operai, ciascuno dei quali fabbrica lo stesso oggetto, per esempio, carta, caratteri di stamperia, aghi, ecc., possono venire simultaneamente impiegati dallo stesso capitale nello stesso laboratorio. È una cooperazione nella sua forma più semplice. Ognuno di questi operai (forse con uno o due compagni) produce l’intera merce, compiendo l’una dopo l’altra le diverse operazioni necessarie e continuando a lavorare secondo il suo antico metodo. Tuttavia circostanze esterne inducono ben presto ad impiegare in altro modo la concentrazione degli operai nello stesso locale e la simultaneità dei loro lavori. Per esempio una quantità eccezionalmente grande di merci deve essere consegnata in un dato tempo. Allora il lavoro si divide. Invece di far eseguire le varie operazioni dallo stesso operaio le una dietro le altre, le si separano, le si isolano, poi si affida ciascuna di esse ad un solo operaio, e tutte insieme vengono simultaneamente compiute dai cooperatori l’uno accanto all’altro. Tale divisione, fatta una volta per caso, si rinnova, fa apparire i suoi vantaggi speciali, e a poco a poco si ossifica in una sistematica divisione del lavoro. Da prodotto individuale di un operaio indipendente che faceva una quantità di operazioni, la merce diventa il prodotto sociale di una riunione di operai, ciascuno dei quali non fa che compiere costantemente la stessa operazione di dettaglio.[4]

 In terzo luogo:

Perciò la manifattura, da una parte, introduce o sviluppa ulteriormente la divisione del lavoro in un processo di produzione; dall’altra, combina mestieri un tempo distinti. […] Per intendere correttamente la divisione del lavoro nella manifattura, è essenziale tener fermi i punti che seguono: In primo luogo, l’analisi del processo produttivo nelle sue fasi particolari coincide qui in tutto e per tutto con la scomposizione di un’attività di tipo artigianale nelle diverse operazioni parziali in cui si articola. Composta o semplice, l’operazione resta di tipo artigianale, e quindi dipende dalla forza, destrezza, rapidità, sicurezza del singolo operaio nel maneggio dello strumento di lavoro. Ma questa base tecnica ristretta esclude un’analisi veramente scientifica del processo di produzione, perché ogni processo parziale che il prodotto percorre deve poter essere eseguito come lavoro parziale di stampo artigianesco. […] Esaminando più da vicino i particolari, risulta evidente in primo luogo che un operaio il quale compia per tutta la vita una sola e medesima operazione semplice, trasforma tutto il proprio corpo in organo unilaterale automatico di essa, e quindi consuma per eseguirla meno tempo dell’artigiano che compie una serie di operazioni alterne… Perciò, in confronto alla bottega artigiana autonoma si produce di più in meno tempo … Inoltre, autonomizzatosi come funzione esclusiva di una persona, il metodo del lavoro parziale si perfeziona. La costante ripetizione della stessa attività circoscritta, e il concentrarsi dell’attenzione su questo ambito limitato, insegnano per esperienza a raggiungere l’effetto utile perseguito col dispendio minimo di energie. E poiché generazioni operaie sempre diverse convivono e cooperano nelle stesse manifatture, ben presto gli artifici tecnici del mestiere così acquisiti si consolidano, si accumulano e si trasmettono. In realtà, la manifattura produce il virtuosismo dell’operaio parziale riproducendo all’interno dell’officina e spingendo sistematicamente alle manifestazioni estreme quella naturale e spontanea separazione dei mestieri che ha trovato già in atto nella società. […] Oltre che dal virtuosismo dell’operaio, la produttività del lavoro dipende dalla perfezione dei suoi strumenti…[5]  

 L’enigmatica catastrofe “più profonda” dell’atto della pittura sembra prendere un suo preciso contorno reale qualora ci avvicinassimo ad osservare la vita concreta del pittore nelle particolari condizioni lavorative determinate dalla fase storica in cui si trova la divisione del lavoro, sociale e manifatturiero; e nell’epoca inglese della nascita e del precoce sviluppo della grande industria, la vita immediata e il lavoro degli uomini subivano tutti gli effetti di una catastrofe che si era abbattuta sul vecchio mondo lasciando di sé solo rovine monumentali, mentre il nuovo se la spiccia altrimenti e come può.
Ecco, ad esempio, come nel 1900 Georg Simmel tratterà strumenti e macchine nel suo studio sul Denaro.     

Gli strumenti con cui l’arte lavora sono in complesso relativamente indifferenziati e dànno pertanto all’arte un margine molto ampio per dispiegarsi per loro tramite. Non si pongono di fronte ad essa come la macchina industriale che per la sua complessità e specializzazione raggiunge, per così dire, la forma dell’abilità personale e un carattere personalmente definito, tanto che il lavoratore non può più permearla della sua personalità, come nel caso degli strumenti dell’arte, in sé stessi più indefiniti. Gli strumenti dello scultore da millenni non si sono sviluppati da uno stadio di completa non specializzazione. Quando invece ciò è accaduto con uno strumento artistico in modo molto netto, come con il pianoforte, questo dipende dal fatto che il carattere dello strumento è molto oggettivo, un carattere che è già in misura molto maggiore per sé e perciò pone all’espressione della soggettività un limite molto più forte di quello che pone il violino, in sé tecnicamente molto meno differenziato. Il carattere automatico della macchina moderna è la conseguenza di una scomposizione e di una specializzazione molto avanzata dei materiali e delle forze, così come il carattere automatico di una burocrazia molto perfezionata può sorgere soltanto sulla base di una raffinata divisione del lavoro tra i suoi funzionari. Ma in quanto diventa una totalità e prende su di sé una parte sempre più grande del lavoro, la macchina sta di fronte al lavoratore come una forza autonoma, mentre egli di fronte ad essa non agisce come personalità individualizzata, ma soltanto come esecutore di una prestazione oggettivamente assegnata. […] Mentre lo strumento indifferenziato è veramente una mera continuazione del braccio, solo lo strumento più specializzato si eleva alla pura categoria dell’oggetto. In modo molto caratteristico ed evidente questo processo si compie anche negli strumenti bellici; il punto culminante è costituito dalla macchina più specializzata e perfetta, la nave da guerra: in essa l’oggettivazione è progredita a tal punto che nella guerra navale moderna spesso l’unico fattore decisivo è il puro rapporto numerico delle navi dello stesso tipo! [6] 

Le specializzazioni ottocentesche degli strumenti dell’arte visiva sono pronte ad imboccare la stessa via presa dalla specializzazione musicale del pianoforte (che forse ha già un’anticipazione manetiana giusto nell’omonima Olimpia di E.T.A. Hoffmann, che, appunto, seduce col suo doppione meccanico: il pianoforte).  Ed ecco, ad esempio, come l’epoca georgiana, in cui vive e lavora il nostro colorista di elezione, mostrò le prime spontanee e dilettantesche risposte pittoriche all’indifferenza ­– corrispondente alla recente “forma di società in cui gli individui passano con facilità da un lavoro ad un altro”, da un determinato godimento ad un altro – nella gaudente e unica città termale inglese di Bath, nel Somerset, a sud-ovest di Londra.  

Alexander Cozens [7] insegnò disegno nei circoli alla moda di Bath nei bei tempi passati, quando «si riunivano lì da ogni parte del mondo non solo gli ammalati per curarsi con le sorgenti termali, ma anche gli oziosi, i dissipati e anche gli amanti delle arti… Fu nel 1771 che Sheridan, allora ventenne, si trasferì a Bath con la famiglia del padre… Nello stesso anno anche Robert Edge Pine arrivò a Bath per dipingere ritratti, dopo aver lasciato Londra in preda a un accesso di malumore nei confronti del presidente della Spring Gardens Society of Artists. Esercitò la professione a Bath fino al 1779, e possiamo ragionevolmente supporre che fu durante lo stesso periodo che suo cognato fosse impegnato a dare lezioni alle Lydia Languish e alle Julia dell'epoca sul nuovo e affascinante divertimento della composizione paesaggistica… Alexander Cozens è stato definito (come molti altri artisti) il "padre" della nostra scuola di acquerello. Sarebbe più corretto definirlo il padre dei suoi maestri. Sembra essere stato il primo a dichiarare di guidare gli amatori [dilettanti] lungo la strada maestra verso la produzione di belle immagini, senza imporre loro il duro studio e l'attenta osservazione della natura necessari a un esperto praticante d'arte… Certamente, il suo metodo di insegnamento era peculiare e aveva un certo sapore di artificio meccanico. Eppure si può giustamente sostenere che tale metodo abbia in sé più elementi di un'arte ponderata rispetto alla semplice presentazione di oggetti da far copiare a uno studente. L'ipotesi di Cozens sembra essere stata suggerita da alcune osservazioni di Leonardo da Vinci su un detto attribuito a Botticelli, secondo cui una tavolozza piena di colori lanciata contro un muro lascerebbe dietro di sé una macchia che rappresenta adeguatamente un paesaggio. «È vero – dice Leonardo, – che con l'aiuto di una forte fantasia si possono scorgere teste, battaglie, rocce, mari, nuvole, boschi, ecc. in un muro così imbrattato; è come nel suono delle campane, dove ognuno è libero di far dire loro ciò che vuole; ma allora, sebbene una miscela fortuita di colori possa dare origine a un'idea o a una nuova invenzione, tuttavia non fornirà il minimo aiuto all'esecuzione o al completamento di ciò che ha provocato». Dopo essersi così messo in guardia dall'accusa di sostenere un tale metodo di ispirazione come sostituto dell'invenzione, Leonardo stesso raccomanda un percorso molto simile con le seguenti parole: «Tra le altre cose, non esiterò a proporre un nuovo metodo per agevolare l'invenzione, che, sebbene apparentemente insignificante, questo metodo può tuttavia essere di notevole utilità nell'aprire la mente e metterla sulle tracce di nuovi pensieri. Se osservate un vecchio muro coperto di terra, o la strana apparenza di alcune pietre striate, potreste scoprire diverse cose come paesaggi, battaglie, nuvole, atteggiamenti insoliti, volti umoristici, drappeggi, ecc. Da questa confusa massa di oggetti, la mente sarà fornita di un'abbondanza di disegni e soggetti perfettamente nuovi». Il procedimento di Cozens, secondo Edwards, consisteva nel «tracciare su diversi fogli di carta una serie di grandi macchie casuali e svolazzi, da cui selezionava forme e talvolta produceva idee grandiose; ma – aggiunge –, erano in generale troppo indefiniti nella loro esecuzione e sgradevoli nel colore, poiché essendo lavorati in marrone scuro o bistro apparivano estremamente cupi e pesanti, simili nel loro effetto all'aspetto della natura quando vista attraverso una lente di colore scuro». Cozens diffuse questo procedimento pubblicando un piccolo opuscolo intitolato Un nuovo metodo per disegnare paesaggi originali. È ovvio che il valore di tale metodo risiede nella sua applicazione. L'occhio artistico guarda ogni cosa in relazione alle sue combinazioni e proporzioni di forma, quantità e colore, e le riconosce in un vecchio muro così come in un paesaggio o in un'altra scena. L'occhio non artistico non li vede in nessuno dei due, e non riesce a percepire l'analogia, o la reale applicabilità dell'uno all'altro. Per Alexander Cozens, il suo metodo poteva essere mirabilmente suggestivo soprattutto per gli effetti di luce; e così solo chi è stato educato sotto influenze più moderne riuscirà a vedere in una carta affumicata da una candela le più delicate gradazioni di un chiaroscuro turneriano. Pyne, commentando, con il suo tono schietto, alcuni metodi di insegnamento complessi che in seguito avevano esercitato un'influenza nefasta sull'arte dell'acquerello, denuncia, senza mezzi termini, questo metodo casuale di composizione dei paesaggi. In Rise and Progress of Water-Colour Painting in England, il vecchio Cozens risponderà che le parole di Pyne esprimono solo il risentimento per aver lui, a Bath, «praticato con troppo successo la credulità degli amatori dello stile, che frequentavano quel luogo alla moda con agiata apatia»; e si chiede: «si crederà in futuro che un professore di pittura si impegni a spruzzare la superficie di un piatto di porcellana con giallo, rosso, blu e nero, e a prendere impressioni dalla massa promiscua su carta preparata, fingendo di insegnare ai suoi discepoli e a quelle persone colte e di menti raffinate a trasformarle in composizioni paesaggistiche? Tuttavia, ci provò, e la ciarlataneria ebbe successo, poiché ebbe una schiera di allievi per diverse stagioni, che lo ricompensarono con grande generosità per la sua meravigliosa scoperta!» Se l'origine della nostra scuola dell'acquerello è un onore troppo grande da attribuire ad Alexander Cozens, non è necessario attribuirgli l'accusa di averne degradato la pratica. Egli, come i disegnatori che lo precedettero, fu in larga misura un prodotto del suo tempo. Il suo insegnamento fu fornito in risposta a una domanda crescente che non era stato lui a creare. Il tipo di dilettantismo pratico che il vecchio Cozens sfruttò con il suo talento per avere successo, avrebbe esercitato nell'epoca successiva una forte influenza sullo sviluppo e l'applicazione dell'arte dell'acquerello. Se, tuttavia, l'amore per lo schizzo paesaggistico, che ha a lungo distinto gli amatori inglesi e che ai nostri giorni rimane prevalente come sempre, è da attribuire all'influenza di un singolo individuo, quest'ultimo è più probabilmente Gainsborough. Aveva risieduto a Bath per quattordici anni, al termine dei quali si stabilì a Londra, nel 1774, più o meno nello stesso periodo in cui iniziò la carriera di Cozens nell'ex località turistica alla moda. Sebbene i grandi paesaggi di Gainsborough avessero scarso successo a Londra, i suoi frammenti rurali e pittoreschi, eseguiti con leggerezza, ma con un effetto efficace e un'apparente facilità, presentavano modelli che infiammavano l'amatore con un naturale desiderio di imitare e la speranza di coglierne lo stile accattivante.[8]

Potremmo anche commentare, per la sicurezza dei nostri intendimenti, il lungo brano, ma preferiamo sperare che il relatore sappia chiarire i punti dell’esposizione soffermandovisi opportunamente su alcuni aspetti caratteristici, come la voglia matta di turisti termali che, giacché andavano a sciabordare con le acque potevano farsi pure dei quadretti del paesaggio senza esser pittori e senza neppure avere l’immaginazione per poterlo essere, ma solo i soldi per pagarsi il trucco di riuscirci in quattro e quattr’otto. D’altronde è noto a tutti gli studiosi della cultura che l’epoca viene caratterizzata dalla nascita del “dilettantismo”, che si diffonde in ogni branca della produzione. La missione generale dell’epoca era di affrettarsi a ridurre anche i tempi di apprendistato e di lavoro prima che la macchina (fotografica) potesse elargire a tutti, e in cambio di un niente, il tempo libero dal lavoro.
È tutto qui, Alexander Cozens?
Certo che non è tutto qui.
Ma intanto se con Cozens si arriva a definire i risultati del suo metodo pittorico come "una produzione del caso con un minimo grado di abilità al disegno e al bello", presto qualcun altro proporrà di fare a meno non solo dell’apprendimento del disegno e della prospettiva, ma addirittura della mano e della matita: basterà avere l’occhio in una forma estraniata dal corpo biologico... come l’occhio alato dell’Alberti? …
E difatti, nello stesso periodo in cui Turner lavorava alla sua grande tela ad olio del castello di Norham [9] del 1845, William Henry Fox Talbot era impegnato nello sviluppo della calotipia, un processo fotografico che permetteva la riproduzione di immagini attraverso negativi e positivi.
Questo sistema, alternativo al dagherrotipo, fu brevettato appunto nel 1841, ma Talbot aveva già iniziato a presentare i suoi risultati alla Royal Society e alla Royal Institution di Londra nel 1839. La calotipia, nota anche come talbotipia o disegno fotogenico, utilizzava il cloruro d'argento e permetteva di ottenere immagini riproducibili, a differenza del dagherrotipo che produceva un'unica copia. Talbot stesso dimostrò l'utilità di questo sistema nella sua opera illustrata The Pencil of Nature (1844-1846), il primo libro in assoluto di fotografia, composto da immagini realizzate col suo metodo [10] accompagnate da commenti tecnici e varie osservazioni, quale, ad esempio, quello per l’immagine di un busto marmoreo di Patroclo – probabilmente letto anche da Turner, che per trent’anni [11] era stato un diligente professore di prospettiva della Royal Academy di Londra.

Si è detto spesso, e questo è diventato un proverbio, che non esiste una scorciatoia per acquisire alcun tipo di apprendimento. Ma il proverbio è fallace: perché esiste, senza dubbio, una via rapida per il disegno, e un giorno o l'altro, quando sarà più conosciuta e meglio esplorata, sarà probabilmente molto frequentata. Già diversi dilettanti hanno deposto la matita e si sono armati di soluzioni chimiche e di camere oscure. Soprattutto quei dilettanti, e non sono pochi, che trovano le regole della prospettiva difficili da imparare e da applicare – e che per giunta hanno la sfortuna di essere pigri – preferiscono usare un metodo che fa a meno di tutta questa fatica. E persino artisti affermati si avvalgono ora di un'invenzione che delinea in pochi istanti i dettagli quasi infiniti dell'architettura gotica che un'intera giornata non basterebbe a disegnare correttamente nel modo consueto.[12]
Monro School, J. M. W. Turner al tavolo da disegno, circa 1795, matita su carta biancastra, Museum of Art, Indianapolis
Henry Fox Talbot, Busto di Patroclo, talbotopia o calotopia del 1840 inserita nelle pagine di The Pencil of Nature

Mentre Deleuze e la filosofia vedono e descrivono la catastrofe senza spiegarla concretamente, è l’ambiente sociale (determinato dalla nuova effervescenza industriosa che cercava di darsi da fare con la scienza in tutti i rami delle attività umane – nonché nell’apprendistato e nel tirocinio di Turner come operaio parziale, ne fosse cosciente o meno) che può aiutarci a capire come gli effetti protratti della divisione del lavoro in cui era immersa la vita lavorativa immediata del fanciullo, nonché l’accresciuta richiesta di stampe colorate da parte della società mercantile, portarono il giovane ad aprirsi un negozio tutto suo (di coloratore, è da intendere) in Hand Court [13], ed in seguito a raggiungere l’atto catastrofico che, emancipando definitivamente il proprio lavoro parziale da quello del disegnatore e dell’incisore [14], emancipava, più profondamente, la coloratura dal colorato, il colore dalla figura, lo spazio dal fondo[15]
Sì. Nella pittura di Turner effettivamente “le forme svaniscono”, ma possono risolversi a svanire poiché Turner se le trova fin dall’inizio già separate e divise nelle loro singole componenti come prodotti parziali del lavoro del disegnatore, dello stampatore e del coloratore, ognuno isolato dall’altro, ognuno “in una relazione negativa con l’altro”: il colore e la luce che già si contrapponevano alla figura e all’ombra. Ecco, in qualche modo, la genesi reale che porta questa catastrofe da una parte ad inabissarsi nell’atto del dipingere e dall’altra ad una nascita. Nascita di cosa?
Del colore – afferma Deleuze… e certo non lo intende nel senso della nascita improvvisa dell’industria chimica dei coloranti artificiali [16] che a questa sublime parolina di “colore”, forniranno una livrea moderna.
Continuiamo ad evocare il colore, ma a questa generica sensazione dovremmo pur dare una sostanza, dargli un corpo, e, non potendo farne qui l’anatomia, preferiamo ricorrere alle osservazioni introduttive di un chimico inglese in una sua godibile e documentata monografia sul colore, ancora facilmente reperibile.
Per i pittori – sembra aver detto Bridget Riley, tra gli artisti attuali più attenti ai rapporti tra i colori – il colore non è soltanto in tutte le cose che chiunque può vedere, ma anche, in modo affatto straordinario, i pigmenti sparsi sulla tavolozza; e qui, fatto decisamente singolare, sono semplicemente e unicamente colore...Il pittore ha a che fare con due sistemi ben distinti di colore: uno fornito dalla natura, l’altro richiesto dall’arte… il colore percepito e il colore pittorico. Entrambi saranno presenti, e il lavoro dell’artista dipende dall’enfasi che egli pone prima sull’uno e poi sull’altro.[17]
Ma il chimico che riporta queste parole si affretta a dire che alla situazione del pittore descritta dalla Riley manca qualcosa: «I pigmenti non sono “semplicemente e unicamente colore”, ma sostanze con proprietà e attributi specifici, non ultimo il costo.»

Il colore è molto più di un semplice mezzo fisico con cui gli artisti possono costruire le loro immagini. «I materiali influenzano la forma», affermava il pittore americano Morris Louis negli anni Cinquanta; ma influenzare è una parola troppo blanda quando di troviamo di fronte alla esplosiva vivezza coloristica del Bacco e Arianna di Tiziano, dell’Odalisca con la schiava di Ingres, o dell’Atelier rosso di Matisse. Questa è arte che deriva direttamente dall’impatto del colore, da possibilità delimitate dalla tecnologia chimica dominante [nelle rispettive epoche dei dipinti] … Sarebbe quindi un errore presumere che la storia del colore nell’arte sia una somma di possibilità proporzionale alla somma dei pigmenti; ogni scelta del pittore è un atto di esclusione ma anche di inclusione. Prima di poter raggiungere una chiara comprensione di come le variabili tecnologiche entrano in questa decisione, vanno valutati i fattori sociali e culturali che incidono sull’atteggiamento dell’artista. Alla fin fine, ogni pittore sigla il proprio contratto con i colori del suo tempo.[18] […] [L’Annunciazione con sant’Emidio del 1486 di Carlo Crivelli] è come il colpo di coda del Medioevo, prima che l’esperienza umana sostituisse l’autorità divina come guida e mentore dell’artista. Man mano che i materiali perdevano la loro connotazione simbolica, le scelte coloristiche del pittore divenivano puramente finanziarie.[19]
Il chimico antico aveva poco più di un unico agente di trasformazione: il fuoco. Il calore può stimolare una reazione, ed è quanto basta per fabbricare antimoniato di piombo giallo o fritta egizia: eliminerà i gas, trasformando bicarbonati come gesso e malachite in ossidi, espellendone biossido di carbonio (anidrite carbonica). Certamente il calore è un mezzo di trasformazione abbastanza rudimentale, ma le civiltà della valle del Nilo lo portarono a uno straordinario grado di raffinatezza, e le grandi varietà dei modelli di fornaci babilonesi e assire giunte fino a noi è una testimonianza delle notevoli sperimentazioni riguardo le condizioni di cottura.[20]   

Il “costo” e la “cottura” di …cosa ?... precisamente.

Fino all’avvento, nel XIX secolo, dei pigmenti sintetici “moderni”, molti dei colori usati in pittura erano minerali finemente macinati: composti contenenti metallo estratti dalla terra. I loro colori erano in genere determinati dalla natura degli atomi di metallo che contengono; e questo è vero anche per molti dei nuovi colori sintetici, tra cui si distinguono in particolar modo i composti di cromo, cobalto e cadmio. I minerali dai colori forti contengono in genere i cosiddetti metalli di transizione, che occupano il centro della Tavola periodica, una specie di foto di gruppo degli elementi chimici. […] Non si tratta di identità rigide… tuttavia questi metalli operano scelte cromatiche tutt’altro che arbitrarie, Come mai? Nei composti inorganici come i cristalli e i sali, gli atomi di metallo sono ioni : hanno un patrimonio ridotto di elettroni e quindi possiedono carica elettrica positiva; questa è compensata da cariche negative sugli ioni circostanti di elementi non-metallici… questi ioni sono sistemati nel cristallo con la regolarità di mele e arance nella vetrina di un fruttivendolo, ma con fantasia assai maggiore; l’attrazione elettrica delle cariche opposte tiene unito tutto l’insieme, fornendo un collante potentissimo. I cristalli ionici sono sostanza nel complesso resistenti, e macinarli nelle botteghe degli artisti costò sudore e fatica. I metalli di transizione forniscono colore perché i loro ioni tendono ad avere transizioni elettroniche le cui frequenze risonanti rientrano nella gamma della luce visibile. Ma la lunghezza d’onda esatta richiesta per stimolare tale transizione dipende dalla collocazione dello ione del metallo nella scala atomica; i campi elettrici combinati degli ioni circostanti – il cosiddetto “campo cristallino” – modificano l’energia degli elettroni sullo ione del metallo. Ma oltre alla composizione chimica dei vicini dello ione ha importanza anche la loro disposizione geometrica; quindi uno ione di metallo non fornisce un unico colore; questo dipende dagli altri componenti chimici con cui è legato nel cristallo e da come questi sono collocati…[21]

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Ma per il momento non è importante capire tutti questi specifici aspetti fenomenici, che intanto possiamo riassumere nel criterio economico per il quale le materie prime di un lavoro (la pittura) possono rappresentare, per un altro lavoro (la chimica), un prodotto bell’e finito. Questo già lo sapevamo.
Quello però che in questi cenni sulla produzione  dei pigmenti coloranti ci ha colpito e stata anche la presenza dei termini transizione e ionizzazione che, prima di chiederci se si potessero applicare alla “catastrofe” singolare di Turner e alla sua pittura, avevamo  ripetutamente utilizzato per discutere sull’attuale stato storico di transizione di fase o di fase di transizione in cui si potrebbero o dovrebbero polarizzarsi gli ioni sociali in senso rivoluzionario, ovvero anti-forma – o anche, giusto per tornare a quanto abbiamo detto oggi, nel senso dell’informe artistico.
[Non vorremmo confondervi e confonderci le idee, ma spesso non riusciamo stare al nostro posto quando un fugace pensiero scaturisce improvviso, come questo, in particolare, che potrebbe trovare una ragione per mettersi in guardia di fronte a certe analogie lessicali che facilmente ci allettano, come l’esca di trappola che lusinga – al pari del micidiale specchietto (non per nulla biasimato) – l’allodola di turno.]
Se il chimico – e riprendiamo il filo – per fare della scienza non ha potuto fare a meno di reclamare tecnologia ed economia, non saremo certamente noi a deluderlo sostenendo che, nell’arte della pittura, lo sviluppo unilaterale del colore dovrà produrre ancora qualcos’altro, di trasformazione, capace di risolvere nella transizione di fase tutte le classiche antinomie della pittura nell’immediatezza del colore per presentarsi come unità finita nell’opera di pittura.      
«Che cosa … caratterizza la divisione manifatturiera del lavoro? Il fatto che l’operaio parziale non produce nessuna merce; che solo il prodotto comune degli operai parziali si trasforma in merce.»[22]

In una nota al primo libro del Capitale, Marx ci propone una “illustrazione pratica della differenza fra divisione sociale e divisione manifatturiera del lavoro”: «Uno dei nuovi balzelli escogitati da Washington fu l’imposta di consumo del 6% su “tutti i prodotti industriali”. Domanda: Cos’è un prodotto industriale? Il legislatore risponde: una cosa è prodotta quando è fatta (when it is made) ed è fatta quando è pronta per la vendita.»[23]
Dunque, per diventare “prodotto” autonomo, il prodotto parziale del “coloratore” ha dovuto anzitutto opporsi alla combinazione con altri lavori parziali e quindi acconciarsi in modo da soddisfare da solo ad un bisogno o ad un gusto sociale. Solo a queste condizioni la coloratura bastante a sé stessa, liberata dalle forme del disegnatore e dal fondo grigio dell’incisore, potrà darsi come un prodotto bell’e finito.

L’arte … non consente a nessun elemento di avere un significato al di fuori della cornice in cui lo pone, la singola opera d’arte distrugge la polisemia delle parole e dei toni, dei colori e delle forme, lasciando esistere per la coscienza soltanto il lato di essi rivolto all’opera stessa. Questa chiusura dell’opera d’arte significa però che in essa giunge ad espressione un’unità spirituale soggettiva; l’opera d’arte richiede soltanto un uomo, ma lo esige nella sua interezza, nel cuore della sua interiorità: in cambio la sua forma le permette di essere il più puro specchio e la più pura espressione del soggetto. Il rifiuto completo della divisione del lavoro è tanto causa quanto sintomo del legame tra la totalità dell’opera in se compiuta e l’unità dell’anima. Al contrario, il dominio della divisione del lavoro genera incommensurabilità tra la prestazione e colui che la compie, questi non si riconosce più nelle proprie azioni, le quali presentano una forma radicalmente diversa da tutto ciò che ha un carattere personale e spirituale e appaiono soltanto come un momento parziale della nostra essenza, formato in modo del tutto unilaterale e indifferente verso la totalità unitaria di essa.[24]

Ma è in questa chiusura dell’opera/prodotto che sembra poi essersi svolta la catastrofe per cui l’atto del colorare non riconosce più l’autorità del di-segno, e il colore inizia ad acquistare potenza sulle altre componenti la pittura figurativa classica. Per quanto possa apparire semplice liberarsi dall’usuale fondo colorato, sembra proprio esser stata questa semplicità il catastrofico “passo avanti” di Turner e Girtin [25]; l’atto pittorico necessario affinché l’acquarello mostrasse in una volta sola, assieme alle ovvie proprietà estetiche della pittura anche le proprietà richieste dall’economia politica, così da presentarsi come un nuovo prodotto per dare alla pittura il colore e al mercato la merce pronta per la vendita.
«In una fase più avanzata – commenta il giovane Marx prima di citare Destutt de Tracy –: “ogni uomo vive di scambi, e diventa una specie di commerciante, e la società stessa è propriamente parlando una società commerciale”».[26]
Si dice che nel novembre del 1802, quando ebbe notizia della morte prematura del suo amico Girtin, Turner abbia dichiarato: “Had Tom Girtin lived I should have starved” Se Tom Girtin fosse sopravvissuto io sarei morto di fame.
Anche solo così, a parole, Turner ci rende il colore sociale della sua epoca – e la cosa dovrebbe confortarci, perché sempre di pittura e di colori vogliamo parlare, sia lui che noi.

7 . IL TEMPIO, LA CELLA E L’ATRIO

Ora, ed è un apporto essenziale dell’Urtext, Marx mostra fino a che punto il movimento del valore di scambio, che dissolve le antiche comunità e tende a porsi esso stesso in quanto comunità, falsifica ogni comprensione degli esseri umani. (J. Camatte)[27]

È tutto qui, Turner?
Niente affatto. Non è tutto qui (anche se non ci sembra poca cosa).
E neppure sarà stato propriamente quel bambino salariato al deschetto del colorista che ci siamo permessi di evocare.
Tuttavia quei bambini esistevano non meno della parcellizzazione del lavoro e del salario, cioè non meno di William Turner nella sua propria solitudine [28] … dunque, fa lo stesso – se è vero (come è maledettamente vero) che il “lavoro è la vera antropologia dell’uomo”, la parcellizzazione del lavoro va ben al di là e più in profondità nella sua vita.

Se l’architettura ha eretto il tempio, e la mano dello scultore vi ha collocato la statua del dio, di fronte a questo dio visibilmente presente, sta nel vasto atrio della sua casa, in terzo luogo, la comunità. Essa è la riflessione spirituale in sé di quell’esistenza sensibile, la soggettività e interiorità animante, con cui quindi, tanto per il contenuto dell’arte quanto per il materiale della manifestazione esteriore, la particolarizzazione, la singolarizzazione e la sua soggettività divengono principio determinante.[29] 

Qualunque cosa voglia intendere qui “lecitamente” – cioè legalmente o filosoficamente, o meglio giuridicamente o teologicamente – con il termine di “comunità” presente nell’atrio (dell’arte, dell’opera o dell’artista), noi preferiamo prenderlo letteralmente e senz’altro nel senso di una comunità umana piuttosto che divina o sociologica.
Ed è con questo senso che la sua presenza, sentita ancora come una esigenza dell’arte romantica da Hegel vivo, la ritroviamo come assente dopo oltre un secolo dall’annuncio di morte. 

Ed è ancora per un atto di volontà che l’artista offre la sua opera finita al mondo, oppure se la tiene, o se ne dimentica, o qualsiasi altra cosa decide di fare – o di non fare – con essa. L’atto creativo quindi, sebbene completamente inattingibile dalla volontà, è circondato da atti voluti dall’artista, e tra questi tutti i problemi che riguardano i suoi punti di partenza, la scelta delle dimensioni, per esempio, o del materiale, o qualsiasi altra componente dello schema generale di idee entro il quale egli farà lavorare la sua immaginazione. Questi sono problemi che vengono posti nell’atrio dell’arte, anche se la loro soluzione definitiva avverrà soltanto nell’interno del tempio stesso. Da ciò si deduce che l’argomento di questa conferenza [“Arte e volontà”] riguarda in realtà l’atrio dell’arte in relazione con il tempio. Quando trattiamo l’arte come cosa sacrosanta, ovviamente vogliamo alludere al tempio, e a nessun’altra cosa; là dentro l’artista si trova per forza solo, con il proprio genio. Ma nell’atrio non bisogna lasciarlo solo. Eppure siamo soliti lasciarlo solo anche lì, perché erroneamente conferiamo all’ingresso, per estensione, la stessa venerazione che spetta al santuario. Perfino nell’esercizio della sua volontà pensiamo che l’artista debba venir protetto da ogni pressione esterna, per paura che qualcosa possa turbare la sua ispirazione; come dire che tutte le sue decisioni preliminari egli dovrebbe prenderle in vacuo. […] Praticamente, l’atrio dell’arte è vuoto.[30] 

Noi comunque rimaniamo qui nell’atrio [31] per dirla con Hegel e con Wind –, e pertanto, ad un ipotetico ritratto di Turner al lavoro [32] siamo soltanto capaci di dare dei tocchi, senza i quali però Turner ci apparirebbe come una figurina anagrafica senza peso… o senza forma – come il capolavoro inconoscibile del pittore balzachiano Frenhofer, che tra l’altro appare proprio nel 1831: una data pericolosamente vicina a quella che segna per Deleuze il secondo periodo della svolta pittorica verso la “catastrofe” pittorica di Turner.[33]
Tuttavia dal nostro angolino dell’atrio, qualche particolare sembra emergere dalla massa chiaroscurale dell’interno, e ci sembra persino di riconoscerlo – ma non c’è abbastanza chiarore per comprenderlo tutto.

…si può dire che le innovazioni fondamentali del romanticismo sono consistite in questo: non c’erano più parti sostanziali corrispondenti a forme, ambienti corrispondenti a codici, una materia caotica che veniva ordinata nelle forme e dai codici. Le parti erano piuttosto come concatenamenti che si componevano e si decomponevano, La forma stessa diveniva una grande forma in continuo sviluppo, riunione delle forze della terra che raccoglieva tutte le parti. La materia stessa non era più un caos da sottomettere e organizzare ma la materia in movimento di una variazione continua … la materia cessava d’essere una materia di contenuto per diventare materia d’espressione, la forma cessava d’essere un codice che doma le forze del caos per divenire forza essa stessa, insieme alle forze della terra. C’era un nuovo rapporto col pericolo, con la follia, con i limiti: il romanticismo non andava più lontano del classicismo barocco, andava altrove, con altri dati e altri vettori. Ciò che manca di più al romanticismo, è il popolo.[34]

È forse anche per l’assenza della comunità para-hegeliana, o per la mancanza del popolo deleuziano che William Turner spostò nell’atrio pubblico la sua pittura?
Tuttavia qualcosa allora stava mutando, e mutò.

Le materie d’espressione lasciano il posto ad un materiale di cattura. Perciò le forze da catturare non sono più quelle della terra, che costituivano ancora una grande Forma espressiva, sono adesso le forze di un Cosmo energetico, informale e immateriale. Il pittore Millet dice che ciò che conta in pittura non è, ad esempio, quel che un contadino porta, oggetto sacro o sacco di patate, ma il peso esatto di quel che porta. È la svolta postromantica; l’essenziale non è più nelle forme e nelle materie o nei temi, ma nelle forze, nelle densità, nelle intensità. La terra stessa si capovolge e tende a valere come il puro materiale di una forza gravifica o di pesantezza. Forse bisognerà attendere Cézanne perché le rocce esistano soltanto per le forze di piegamento che captano, i paesaggi per le forze magnetiche e termiche, le mele per forze di germinazione: forze non visive e tuttavia rese visibili.[35]    

Ma allora, chi più di Turner rese visibile la forza della luce rifratta delle materie e dei temi, la forza del processo sulla pittura, o quella del colore alle prese col muscolo visivo?
Sì. Tutto mutò e muto per sempre.
Quello però che non mutò affatto, rimase l’assenza della comunità. Così oggi quell’atrio – che un tempo s’incendiava, magari per il degrado dell’abbandono da parte della comunità – iniziò presto a venire incendiato con l’intero tempio proprio dalla comunità venuta a mancare a sé stessa… ma siccome non si conosceva c’era lì un pastore di passaggio da prendere al collo…
Non solo l’atrio dell’artista è vuoto, ma resta talmente vuoto l’atrio intero del mondo che persino il pensiero più disinteressato se ne sta da solo a vagheggiare piani di salvezza incomprensibili come incubi personali….  

È evidente infine che muta, il rapporto con la terra, con il popolo muta, e non è più del tipo romantico. La terra è, ora [1980?] la più deterritorializzata: non soltanto un punto in una galassia, ma una galassia fra le altre. Il popolo è, ora [1980?] molecolarizzato: una popolazione molecolare, un popolo di oscillatori che sono altrettante forze d’interazione. L’artista abbandona le sue figure romantiche, rinuncia alle forze della terra non meno che alle forze del popolo. La battaglia, se ce n’è una, ormai si combatte altrove. I poteri costituiti hanno occupato la terra e hanno formato organizzazioni del popolo, del tipo partito o sindacato, sono macchine per riprodurre, macchine per fare il vago, che effettivamente disorientano tutte le forze terrestri popolari. I poteri costituiti ci hanno posto nella condizione di in combattimento ad un tempo atomico e cosmico, galattico. Molti artisti hanno preso coscienza di questa situazione da lungo tempo, e perfino prima che essa fosse stabilita (Nietzsche, ad esempio). […] Quindi, il problema era di sapere se le “popolazioni” atomiche o molecolari di ogni natura (mass media, mezzi di controllo, ordinatori, armi ultraterrestri) avrebbero continuato a bombardare il popolo esistente, sia per addestrarlo sia per controllarlo sia per annientarlo – o se altre popolazioni molecolari sarebbero state possibili, si sarebbero potute insinuare fra le prime e suscitare un popolo a venire. […] L’assassino è colui che bombarda il popolo esistente, con popolazioni molecolari che continuano a richiudere tutti i concatenamenti, a precipitarli in un buco nero sempre più vasto e profondo. Il poeta è invece è colui che libera popolazioni molecolari nella speranza che esse gettano le sementi o anche generino il popolo a venire, che passino in un popolo a venire, che aprano un cosmo. E qui ancora non bisogna trattare il poeta come se s’imbottisse di metafore: non è detto che le molecole sonore della pop music non diffondano, qui o là, attualmente, un popolo di nuovo tipo, singolarmente indifferente agli ordini della radio, ai controlli dei calcolatori, alle minacce della bomba atomica. In questo senso il rapporto degli artisti col popolo è molto cambiato: l’artista ha cessato di essere l’Uno-Solo ritirato in se stesso, ma ha cessato anche di rivolgersi al popolo come forza costituita. Non ha mai avuto tanto bisogno di un popolo, ma constata, ora più che mai, che il popolo manca – il popolo è quello che manca di più. Non sono gli artisti popolari o populisti, è Mallarmé a dire che il Libro ha bisogno del popolo, e Klee, che il popolo è l’essenziale e che tuttavia manca[36] 

La tabula però non è affatto rasa, ma lo dà a vedere.
Liberare “popolazioni molecolari nella speranza che esse gettano le sementi o anche generino il popolo a venire, che passino in un popolo a venire, che aprano un cosmo”, non è forse riempire la tabula di speranzose molecole? … Se “non è detto che le molecole sonore della pop music non diffondano, qui o là, attualmente, un popolo di nuovo tipo, singolarmente indifferente” all’ordine attuale delle cose, neppure è detto che questo paradossale popolo costituito da molecole singolarmente indifferenti, non sia già nient’altro che un popolo agli ordini delle andazzi attuali… C’è, in simili ritornelli d’autore, più di qualcosa di simile a certi diagrammatici ragionamenti che sono stati resi così adeguatamente conformi ai nostri piani tanto da confonderli, se non da sostituirli. Così, ad esempio e semplificando, alcuni nostri compagni – vogliamo credere momentaneamente sedotti dal prefigurare un probabile futuro evolutivo della specie umana – si sono soffermati sulla morfologia dell’uomo, e traendo conclusione da alcune considerazioni di Leroi-Gourhan [37], hanno immaginato l’evolversi verso un genotipo umano ibridato con la macchina: un cyborg, insomma, in un universo ovviamente concepito ciberneticamente.
È sempre possibile che noi abbiamo semplificato troppo e dunque frainteso anche il senso e lo scopo stesso di questa loro ricerca, e non gli faremo certamente il torto di non riconoscere la coscienziosità che mettono nel loro lavoro, pertanto confidando nel tempo per capirlo meglio. Ma, nel frattempo, ci chiediamo se ciò che manca al singolo per adattarsi al nuovo ambiente non sarebbe qualche organo di precisione (biologico o artificiale) ma qualcosa di più esteso e generale di qualche pur anche mirabolante nuova dotazione della carcassa corporea …  e dunque se non sia il corpo sociale, oltre quello zoologico, a dover esser considerato nell’area evolutiva dell’uomo; ovvero che non sia tanto il genotipo e il fenotipo umano a potersi e doversi modificare quanto la comunità umana … E a questo riguardo qualcuno ha attirato la nostra attenzione su una lezione del fisico Schrödinger al Trinity College, della quale proponiamo il brano che ci è parso più necessario sottoporvi. 

… Ammesso questo, ne consegue che coscienza e discordia con se stessi sono concatenati inseparabilmente, anzi che esse devono per così dire essere proporzionali una all’altra. Ciò sembra un paradosso, ma i saggi di tutti i tempi e di tutti i popoli hanno testimoniato in favore di quanto affermiamo. Uomini e donne per cui questo mondo fu illuminato da una luce di conoscenza eccezionale e che con la loro vita e le loro parole hanno più di altri formato e trasformato quest’opera d’arte che chiamiamo l’umanità, testimoniato coi detti e con gli scritti o anche con la loro stessa vita, che più degli altri essi furono straziati dal tormento della discordia interiore… Senza di essa nulla di durevole è stato fatto. Vi prego di non fraintendermi. Io sono uno scienziato, non un maestro di morale. Non si pensi che l’idea che la nostra specie si sviluppi verso destini più alti sia da me proposta quale motivo valido per propagare precetti morali. Non può essere così perché la mèta alla quale essa tende non è egoistica; essa è disinteressata e perciò già l’accettarla presuppone la virtù, sicché io mi sento incapace come tutti di spiegare il “devi” dell’imperativo di Kant. Il precetto morale nella sua forma generale più semplice (non essere egoista!) è semplicemente un fatto, un dato, approvato anche dalla maggioranza di coloro che non lo metto troppo spesso in pratica. Io considero la sua non spiegabile esistenza come un indice che siamo all’inizio d’una trasformazione biologica da un atteggiamento generale egoistico a uno altruistico, un indice che l’uomo sta per diventare un “animale sociale”. Per un animale solitario l’egoismo è la virtù diretta a migliorare e conservale la specie; in ogni tipo di comunità invece esso diventa un vizio pernicioso. Un animale che si accinga ad organizzarsi in comunità senza limitare fortemente l’egoismo è condannato a perire. Filogeneticamente antichissimi organizzatori di Stati, come le api, le formiche e le termiti, hanno completamente lasciato da parte l’egoismo, benché la fase successiva, l’egoismo nazionale o, in breve il nazionalismo, sia ivi ancora in vigore. Un’ape operaia che si smarrisce ed entra in un alveare sbagliato è assassinata senza esitazione. Ora, a quanto sembra, nell’uomo sta maturando qualcosa che non è infrequente. Dopo una prima modificazione si possono notare tracce visibili d’una seconda nello stesso senso, tracce che si manifestano quando la prima modificazione è ancora ben lontana dall’essere compiuta…[38]

Attenti… che per questo fisico, un “atteggiamento” è una componente biologica – forse un composto, se non addirittura un “biologema” (ancora da definire)… Insomma, ad essere sinceri, in questo brano noi ci troviamo più affinità e risonanze col nostro pensiero di quante ce ne consentirebbe quello di Leroi-Gourhan. E – giusto alla spicciolata –, piuttosto che a proiettare nel futuro dell’uomo quello che il capitale già sta facendo con il corpo degli uomini legati alle macchine, preferiamo il nostro classico passaggio dalla preistoria alla storia, dal modo capitalistico al modo comunistico, ovvero, per dirla con le parole di Schrödinger, ad un modo non più egoistico, localistico, non più egocentrico, come vorrebbe la nostra critica del battilocchio…eccetera.
Certo, ci sarebbero molte precisazioni da fare ed altrettante osservazioni da avanzare e riflessioni approfondite da svolgere su questo brano, ma lasciamo a voi la libertà di trovarle.
Ora preferiamo limitarci a farvi notare che intanto sembra che la comunità manchi anche dall’atrio del tempio della scienza, e a sottolineare due proposizioni importanti legate dalla parola “indice”.
Come mero indicatore questo segnalerebbe “l’inizio di una trasformazione biologica”, ma poi, tale biologia si rivela essere lo stesso di una sociologia, di una nuova antropologia: è questo il senso da dare all’indizio che l’uomo “sta per diventare (evolvere in) un animale (biologicamente) sociale”. Forse è questo il capovolgimento della prassi?
...Ma l’atrio non è soltanto vuoto; e la nostra tabula non è soltanto rasa ma anche repellente ai sinonimi.[39]
Se l’ultima a morire è la speranza, il primo a morire dovrà certamente essere un popolo di molecole singolari prive forze (ioniche o storiche che dir si voglia) per potere andare insieme da qualche parte nel cosmo.
L’atrio dell’arte è vuoto tanto quanto vuota è l’astrazione che dovrebbe riempirlo col corpo della comunità, che non è certo un popolo candeggiato dall’indifferenza polare.
Mallarmé era ancora in fasce e Klee neppure lontanamente concepito, che già qualcuno si occupava di rispondere della mancanza del “popolo” al Libro o alla Pittura in termini ben più precisi e potenti d’una lagnanza. Difatti l’indice non dà solo il grado ma anche il verso , la direzione e il senso ; e se poi quest’indice deve appartenere alla mano di un corpo vivente, esso appartiene senz’altro a quella dell’ultimo arrivato. Chi è?
Ce lo facciamo dire dal primo che ce lo ha spiegato: «Come la filosofia trova nel proletariato le sue armi materiali, così il proletariato trova nella filosofia le sue armi spirituali… La filosofia non può realizzarsi senza la soppressione del proletariato, il proletariato non può sopprimersi senza la realizzazione della filosofia.»[40]  

Questo comunismo è, in quanto compiuto naturalismo [giunto al proprio compimento], umanismo; e in quanto compiuto umanismo, naturalismo [giunto al proprio compimento]. Esso è la verace soluzione del contrasto dell’uomo con la natura e con l’uomo [dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, tra l’uomo e l’uomo]; la verace soluzione del conflitto fra esistenza ed essenza, fra oggettivazione e autoaffermazione soggettiva, fra libertà e necessità, fra individuo e genere [specie]. È il risolto enigma della storia e si sa come tale [è consapevole di essere questa soluzione].[41]
[Scusatemi se ora, in via personale, vi confesso che non riesco proprio a comprendere come qualcuno (e fosse pure una persona eccezionale come Camatte) sia potuto arrivare a pensare che le parole di Marx sulla Gemeinwesen  avessero bisogno di venir chiarite, quasi fossero state emesse da una pizia a beneficio dei sacerdoti, forse dimenticando che il proletariato mondiale è nato chiarito, dato che ha dimostrato fin dall’inizio di comprenderle perfettamente da solo per il semplice fatto che il sapersi e le parole di tale sapersi erano nati e cresciuti assieme; parole talmente chiare, per altro, da non essere certo state meno comprese dalla borghesia, che da subito ha iniziato a tremare, e continua così anche da morta.[42]]
Tuttavia, se ora siamo qui, non è tanto perché la Gemeinwesen manca all’uomo, al libro o all’arte, quanto perché intanto manca ai processi stessi della scrittura o della pittura.
L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi; la potenza materiale dev’essere abbattuta da potenza materiale; però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse. La teoria è capace d’impadronirsi delle masse non appena si pone ad argomentare ad hominem, ed essa argomenta ad hominem non appena diventa radicale. Essere radicale, vuol dire prendere le cose alla radice; ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso… Non basta che il pensiero spinga verso la realizzazione, la realtà stessa deve spingersi verso il pensiero.[43]

Come la forza materiale deve essere abbattuta da forza materiale, così la scrittura o la pittura deve essere abbattuta dalla scrittura o dalla pittura… È forse questa la catastrofe e la tragedia?  

Il lavoro di Gustave Doré : Over London-By Rail (Sopra Londra - In treno), xilografia, cm. 19.8x24.8, realizzata da Gustave Doré e pubblicata nel 1872 tra le illustrazioni del libro London: A Pilgrimage, con testo del giornalista inglese William Blanchard Jerrold. Originariamente pubblicato in 13 parti da Grant & Co nel 1872 con 191 pagine e illustrazioni di Doré, e poi serializzato sulla rivista americana Harper's Weekly.
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[1] . Marx, Le lotte di classe in Francia, cit. p. 126.
[2] . Cfr. qui Deleuze al §1.Turner e la catastrofe, brano di Nota 21.
[3] . Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, vol. II, ed. La Nuova Italia, Firenze 1970, pp. 132,33 (sottolineatura nostra).
[4] . Marx, Il Capitale, Critica dell’economia politica, Libro Primo, introduzione di Luigi Firpo, ed. UTET, Torino 1963, pp. 296, 297.
[5] . Karl Marx, Il capitale, vol I, cap. XII, Divisione del lavoro e manifattura, ed. UTET, Torino 1974 – qui ed. De Agostini 2013, pp. 464,65,66 (sottolineature nostre).
[6] . Georg Simmel, Philosophie des Geldes, 1900; it. Filosofia del Denaro, ed. UTET, Torino 1984, p. 647 seg. – L’intero paragrafo, La divisione del lavoro come causa della discrepanza tra cultura soggettiva ed oggettiva, è in questo almanacco nelle pp. 102-106.
[7] . «Alexander Cozens è stato anche definito il "padre" della nostra scuola di acquerelli. Era figlio naturale di Pietro il Grande, nato in Russia da una inglese di Deptford, che accompagnò Pietro al suo ritorno in patria. Cozens fu mandato dallo Zar a studiare arte in Italia, e da lì giunse in Inghilterra nel 1746, dove dipinse paesaggi ad acquerello. Fu maestro di disegno a Eton per alcuni anni e diede lezioni al Principe di Galles, in seguito Giorgio IV. Successivamente, visse per un periodo a Bath, e qui divenne un insegnante molto popolare tra i dilettanti di quella località turistica alla moda. Dichiarava di insegnare agli amatori come realizzare belle opere senza imporre loro la necessità di studiare. Il suo metodo consisteva nel "tracciare su diversi fogli di carta una serie di grandi macchie casuali e svolazzi, da cui selezionava forme, e talvolta produceva idee molto grandiose". Cozens ha illustrato questo processo in un piccolo trattato intitolato Un nuovo metodo per disegnare paesaggi originali. Dayes, nei suoi Profesional Sketches, lo definisce "Maestro generale nello schizzo del paesaggio”.» – Da H. M. Cundall, A History Of British Water Colour Painting , By John Murray, London 1908, Pp. 31-32.
[8] . Roget, A History Of The Old Water-Colour’ Society, cit., 1891, pp. 56-58. – Per la “nascita” del dilettantismo, si potrebbe tener presente K. Marx, Il Capitale, ed UTET, Torino 2013, vol.1, pag. 637 (citato anche in nømade n°19-2020, p. 87, Nota 3): «...non v’ha dubbio che la forma di produzione capitalistica, e la situazione economica dell’operaio che ad essa corrisponde stanno agli antipodi con quei fermenti rivoluzionari e con la direzione nella quale essi vanno: la soppressione della vecchia divisione del lavoro. Ma lo sviluppo degli antagonismi di una forma storica di produzione è l’unica via storica possibile al suo dissolvimento e alla sua metamorfosi. Ne sutor ultra crepidam! *, questo nec plus ultra della saggezza artigianale è divenuto follia e maledizione dal giorno in cui l’orologiaio Watt ha inventato la macchina a vapore, il barbiere Arkwrith il telaio continuo, il garzone-orefice Fulton il battello a vapore.» [* “Il calzolaio non vada oltre la scarpa”. Nella prima trad. in fran. di Joseph Roy (in fascicoli dal 1872 al 1875), la frase latina è preceduta dall’inciso: «E’ qui il segreto del movimento storico, che i dottrinari, ottimisti o socialisti, non vogliono capire.»]
[9] . Vedi qui immagine al §12.Uno sguardo empirico, quasi interamente dedicato a questo dipinto.
[10] . Talbot introduce il suo libro specificando che le tavole in esso contenute sono state create utilizzando la sola azione della luce su fogli sensibili: «Questa piccola opera che si offre oggi al pubblico è il primo tentativo di pubblicare una serie di tavole o immagini realizzate attraverso la nuova arte del disegno fotogenico, senza il minimo ricorso alla matita dell'artista.»
[11] . Dal 1807 al 1837. Cfr. William Sandby, The history of the Royal Academy of Art, vol. II, Logman & Green, London 1862, p. 403.
[12] . Henry Fox Talbot, Pencil of Nature, Longman, Brown, Green, & Longmans, London 1844, pp. 140, 141(tavola XVII, p. 137).* – Immagini: Da sinistra: Monro School, J. M. W. Turner al tavolo da disegno, circa 1795, matita su carta biancastra, Museum of Art, Indianapolis; Henry Fox Talbot, Busto di Patroclo, talbotopia o calotopia del 1840 inserita nelle pagine di The Pencil of Nature
[13] . …accanto al negozio del padre, un parsimonioso parrucchiere”, precisa Roget, cit., p. 82.
[14] . L'unico metodo pratico di produrre stampe colorate su scala commerciale consistette nel colorare a mano i singoli fogli. Questo finché l’analisi dello spettro di Newton fornì la base teorica per la stampa a colori mediante lastre multiple, applicata da Jacob Christof Le Bon con il brevetto del 1719, atto a moltiplicare dipinti e schizzi a colori naturali per mezzo della stampa (3 lastre per i colori primari + una per il nero). La stampa a colori non fu applicata su larga scala fino al XIX secolo; Baxter introdusse l’incisione su acciaio e legno a colori; Thomas de La Rue introdusse la cromolitografia (1832). Fino a quando la vera stampa a colori non fu applicata su sala commerciale, la richiesta di stampe a colori veniva soddisfatta colorandole a mano.
La produzione di stampe si scisse in 3 mestieri: il disegnatore dell’originale, l’incisore, e il coloratore. Prima metà XVIII l’incisione al tratto era la principale base per produrre stampe a colori. In seguito vennero introdotti i procedimenti della mezzatinta e acquatinta per soddisfare il gusto del pittorico. Mentre la tecnica del disegno per incisione si sviluppava da mestiere sussidiario nell’arte del disegno ad acquarello, la collaborazione tra disegnatore-incisore-coloratore produsse una grande tradizione dell’illustrazione colorata fino al 1830, quando fu sostituita dalle nuove tecniche della litografia e dell’incisione su acciaio. I soggetti delle stampe andavano dalle caricature alle illustrazioni letterarie, dal ritratto al quadro storico, dalle illustrazioni tecniche alla documentazione dei fatti, alle composizionidi fantasia (ispirate soprattutto dall'entusiasmo per la scienza, la tecnica e l'industria).
[15] . …e, ancora oltre: la forma dalla luce… infine: il positivo dal negativo (fotografico) con cui produrre “industrialmente” l’immagine…
[16] . La storia dell'industria chimica dei coloranti inizia con la scoperta della mauveina da parte del londinese William Perkin nel 1856, il primo colorante artificiale, aprendo la strada alla produzione di massa e alla sostituzione dei coloranti naturali.
[17] . Philip Ball, Bright Earth (2001), it. Colore – una biografia, ed. Rizzoli, Milano 2002, p. 12.
[18] . Ibidem, p. 12 seg.
[19] . Ibidem, p. 129.
[20] . Ibidem, p. 61 seg.
[21] . Ibidem, pp. 37 seg. 38.
[22] . Karl Marx, Il Capitale, vol.I, ed. UTET, Torino 1974, 2013, p.484.
[23] . Ibidem. Qui, nella stessa nota, Marx prosegue: “… alcune manifatture di New York e Philadelphia avevano ‘fatto’ ombrelli e relativi accessori. Ma poiché un ombrello è un mixtum compositum di parti completamente eterogenee, a poco a poco queste divennero l’opera di rami di industria esercitati in modo reciprocamente indipendente in località diverse: prodotti parziali, essi passavano quindi come merci a sé stanti nella manifattura degli ombrelli, che si limitava a comporli in un insieme. Gli yenkees battezzarono questi prodotti ‘assembled articles’ (articoli radunati).”
[24] . Simmel, Filosofia del Denaro, cit., p. 642 (sottolineature redazionali).
[25] . Cfr. qui, §2.Il genio e i conigli, il brano di Roget della Nota 38 (parentesi e corsivi nostri).
[26] . Destutt de Tracy, Eléments d’Idéologie. Traité de la volonté e de ses effets, Parigi 1826, pp. 68, 78, citato in K. Marx, Manoscritti economici-filosofici del 1844, cit., p.145.
[27] . Jacques Camatte, dalla Prefazione a Urtext (Grundrisse) di K. Marx (testo ted. a fronte), ed. International, Savona 1977, p. 11.
[28] .  «Le peculiarità del temperamento di Turner, i suoi gusti asociali, il suo amore per la solitudine, la sua vita semplice e persino avida di reclusione sotto il falso nome di Brooks, sono state tutte raccontate e moltiplicate; ma se era parsimonioso nella vita, era di nobile cuore nello scopo per cui risparmiava il suo denaro e per cui dedicava la fatica della sua vita. Infatti, alla sua morte, si scoprì che aveva lasciato in eredità quasi tutta la sua proprietà (frutto di una lunga vita di lavoro) al duplice scopo di ampliare la collezione nazionale di dipinti di artisti inglesi e di aiutare i membri della sua stessa professione che potessero trovarsi in difficoltà.» In William Sandby, cit., Vol. I, p. 322.
[29] . Friedrich Hegel, Estetica, cit. p. 99.
[30] . Edgar Wind, Arte e Anarchia, 1963, it. Adelphi 1968, qui ed. Mondadori, Milano 1972, p. 121. – L’apparente ingegnosa formulazione teorica attribuita a Picasso: Non parlate al conducente, non sarebbe dunque altro che la forma picassiana di un luogo comune.
[31] . «Per l’idea di un “atrio” dell’arte, vedere la prefazione di Goethe ai Propyläen. Goethe credeva ancora nella convenienza di indicare i soggetti ai pittori; invece Carl Ludwig Fernow (1763-1808), uno studioso di estetica, il quale era vissuto a Roma ed era stato portato da Goethe a Weimar, biasimava questa abitudine, considerandola un’inutile interferenza: egli voleva che si lasciasse al pittore il compito di scegliersi in pace il soggetto più adatto al suo genio. Cfr, il suo saggio Über die Begeinsterung des Künstlers (Römische Studien, I, II, 1806, p. 269), che anticipa il punto di vista moderno. Appassionato classicista e kantiano, Fernow era un rivoluzionario anche in politica (cfr. Römische Briefe, 1944, pp. 52 sg. 73 seg.).» – Nota 148, da Wind, cit., p 192.
[32] . «Di persona era basso, tarchiato, con una fronte ampia ed un viso ruvido e foruncoloso, sopracciglia ispide e labbra sottili; c'era poco nel suo aspetto esteriore a indicare le concezioni poetiche interiori. La sua casa in Queen Anne Street veniva raramente aperta, era tutta sporca, buia e impenetrabile. Lì era stivata la grande massa delle sue produzioni, molte delle quali furono trovate irrimediabilmente danneggiate da sporcizia, umidità e incuria. Negli ultimi anni non acconsentì mai a posare per un suo ritratto, nemmeno a spese dei suoi amici; ma dipinse il suo in gioventù e posò per G. Dance nel 1800. Dodici anni prima della sua morte, Charles Turner (l'incisore delle prime venti stampe del Liber Studiorum) riuscì a realizzare uno schizzo di profilo che è stato pubblicato, e altri furono realizzati di nascosto circa venticinque o trent'anni prima da Linnelland Mulready. Il ritratto abbozzato da lui stesso, dipinto intorno al 1802, fa parte della collezione nazionale.» – W. Sandby, cit. vol. I, p. 325.
[33] . Cfr. Honoré de Balzac, Le Chef-d'œuvre inconnu (Il capolavoro sconosciuto). Il racconto breve comparve inizialmente in due parti sulla rivista L'Artiste il 31 luglio e il 7 agosto 1831, e successivamente nello stesso anno venne incluso, in una forma rimaneggiata, nella raccolta Romans et contes philosophiques. Nel 1847 lo scrittore vi apporta altre modifiche e lo inserisce nel volume Le provincial à Paris, con il nuovo titolo di Gillette. – Cfr. il nostro Marx,Engels e l’arte moderna, in L’arte raccontata.2, almanacco nømade n.16, ottobre 2018, p.38.
[34] . Gilles Deleuze-Felix Guattari, Sul ritornello (la sez. III di Millepiani-Capitalismo e schizofrenia del 1980), ed. Castelvecchi, Roma 1997, pp. 51,52.
[35] . Ibidem, p.56.
[36] . Ibidem, pp. 59, 60 ,61
[37] . André Leroi-Gouran, Le Geste et la Parole II. La Mémoire et les rythmes (1965), it. Il gesto e la parola II, Giulio Einaudi ed., Torino 1977, p. 297, 469, 470: «L’adattamento degli individui, che conservano il cervello e la carcassa corporea dell’uomo Cro-Magnon, avviene mediante una crescente distorsione. Attualmente l’adattamento non è terminato: l’evoluzione si accinge a compiere un nuovo passo, quello dell’esteriorizzazione del cervello, e dal punto di vista strettamente tecnologico la mutazione è già avvenuta; dal punto di vista più generale è aumentata ancora la distanza tra il discendente dei cacciatori di renne e le sue macchine ragionanti. […] Nella fase attuale… la società continua a disporre di tutti i suoi mezzi, ma li trasferisce in maniera crescente in organi artificiali. Il macchinismo, l’assoggettamento del mondo terrestre hanno diminuito in mezzo secolo, in vaste regioni, la gamma del modo di espandersi degli individui […] Bisogna dunque concepire un homo sapiens completamente trasposto e sembra proprio di assistere agli ultimi rapporti liberi tra l’uomo e il mondo naturale. Liberato dai suoi utensili, dai suoi gesti, dai suoi muscoli, dalla programmazione dei suoi atti, dalla sua memoria, liberato dalla sua immaginazione per la perfezione dei mezzi telediffusi, liberato dal mondo animale, vegetale, dal vento, dal freddo, dai microbi, da ciò che è ignoto delle montagne e dei mari, l’homo sapiens della zoologia è probabilmente vicino alla fine della sua carriera.»
[38] . Erwin Schrödinger, Mind and Matter, Tanner Lectures al Trinity College di Cambridge, nell’ottobre 1956; it. Spirito e materia, in Schrödinger, L’immagine del mondo, ed. Bollati Boringhieri, Torino 2017, p. 330 seg.
[39] . È una chiara allusione – soprattutto un richiamo – alla storica intransigenza (anche lessicale) della “sinistra italiana”.
[40] . Karl Marx, dalla Critica della Filosofia del Diritto di Hegel, in Scritti Politici Giovanili a cura di Luigi Firpo, Einaudi Milano 1950, ed. Reprint 1975, pp. 411, 412.
[41] . Karl Marx, Proprietà privata e comunismo (1844), in Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 226.
[42] . Non facciamo nessuno sforzo a confessare di non aver studiato affatto il concetto di marxiano di Gemeinwesen come invece ha fatto in modo approfondito e per decenni Jacques Camatte; figuriamoci dunque se intendiamo avanzare indebite valutazioni al riguardo. Ma, seppure avessimo a malapena e stentatamente compreso appena i termini della questione, ciò non ci impedisce di avanzare una osservazione (sperando che risulti pertinente). Detto in poche parole si tratta di questo: certamente la comunità politica (Gemeinschft) non è ancora la comunità umana (Gemeinwesen), ma può quest’ultima giungere a compimento (non illusoriamente ovvero individualmente) senza sopprimere la prima? Le cose, cioè, staranno pure così come dice Camatte… e dunque? … È probabile, però, che la faccenda sia più complessa e irriducibile ai termini semplificati valsi per la nostra obiezione? ... allora, vorrà dire che dovremmo studiarcela meglio prima di scusarci.
[43] . K.  Marx, Scritti politici Giovanili, cit. p. 404.
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