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L'ARTE RACCONTATA AI COMPAGNI |
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Tracce di Lavoro comune . 2025
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12 . UNO SGUARDO EMPIRICO
Ci sarebbe un modo più immediato e diretto, o meglio “empirico” – diremmo, giusto per adeguarci all’ambiente inglese dell’epoca – per comprendere meglio la deleuziana “nascita del colore” dalla catastrofe dell’atto pittorico di Turner?
Ai due tipi di colore corrispondono due tecniche diverse.
Inzuppare la carta e pompare acqua…
E subito una nota ci informa che il quadro citato è l’opera il cui titolo completo è Luce e colore (la teoria di Goethe). Il mattino dopo il diluvio. Mosè scrive il libro della Genesi, con la quale Turner nel 1843 compone un dittico affiancato con un altro dipinto: Ombra e tenebre, la sera prima del Diluvio.
Prima e dopo il Diluvio…
E dato che quasi tutte le operazioni vengono oramai compiute con la forza dell’acqua, del fuoco e del vapore, questi elementi hanno un ruolo anche in quelle operazioni connesse con quella che nel paragrafo 9 abbiamo indicata come “l’impronta morale dell’igiene e della pulizia che si impone come effetto sociale nell’estensione del bianco civilizzatore”…
Il quadro può parlarci (Heidegger [10]), può guardarci (Bredekamp [11]), ma il suo corpo non ha odore, il suo alito non ha sentore …
Sempre meglio che la pittura come (ruskiniana) letteratura da parete!... E fosse pure l’aderenza consapevole ad un programma provvisorio di salute pubblica, ciò darebbe alla pittura di Turner il carattere volgare della propaganda e non quello sublime di una reale risposta alla presenza della comunità nell’atrio della sua pittura?
![]() ![]() In alto : Pieter Paul Rubens & Jan Brueghel il Vecchio, Il senso dell'olfatto, 1617-18, olio su tavola, cm.110x66.5, Madrid, Museo Nacional del Prado (Courtesy). – Sotto : Pietro Mattoni detto Pietro della Vecchia, Allegoria dell'Olfatto, tra 1650 e 1678, cm. 73x139. Collezione Scarpa, Venezia. |
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Allora, ecco qui un soggetto incontrato nei viaggi topografici di Turner nel Northumberland: i ruderi lontani del castello di Norham sul fiume Tweed in un mattino d’estate, a cui Turner doveva essere particolarmente affezionato se lo ha ripetutamente affrontato più volte nel corso di un cinquantennio.
Dopo avere osservato i suoi cinque studi scaglionati nel tempo, crediamo si possa capire più facilmente come intendere meglio le parole della lezione di Deleuze, e le nostre, circa la catastrofe pittorica e la nascita del colore nella pittura occidentale del XIX secolo.
Per quanto possiamo aver già intuito cosa si potrebbe intendere con la nascita del colore per la via d’acqua, qualche problema potrebbe invece provenire dal commento di Roget, per il quale Turner “come già detto prima, cercava la gloria attraverso i suoi dipinti ad olio”.[16]
Si trattava di una disinteressata predilezione di Turner per un veicolo migliore dell’acqua ad offrire tutte le possibilità di far scaturire il colore dal fondo stesso della superficie? Difficile da credere, riscontrando facilmente col tatto la materia densa e vischiosa della vernice ad olio con l’effetto opaco che l’accompagna.
Allora risaliamo al “già detto prima” e lì troviamo ad attenderci niente affatto una supposta “libera scelta” dei materiali espressivi da parte dell’artista, ma – ancora una volta – una ragione sociale del tutto pratica, non priva di effetti sul processo pittorico e l’immaginazione artistica.
Non c’è dubbio che la Royal Academy continuava a far valere una regola corporativa, residua forse dell’ordinamento medievale. Per tali o simili insorgenze di difficoltà forse Focillon parlerebbe di “variazioni” e “interferenze” tra diverse tecniche, in questo caso basate sostanzialmente su due diversi mezzi di veicolazione dei pigmenti necessari a realizzare le immagini: l’acqua e l’olio.
Guardiamo le realizzazioni raccolte nella tavola – di cui certo noi non abbiamo informazioni più dettagliate e precise circa le loro singole genesi reali –, ma non possiamo immaginare che Turner sia andato lì sul posto per fare ogni volta dal vivo il Norham Castle; è probabile che invece abbia ogni volta rivisitato il precedente lavoro e i suoi taccuini di appunti per riprodurre o cercare di riprodurre in studio, per oltre trent’anni, una persistente esperienza visiva con cui lo sguardo aveva avuto a che fare una primissima volta…
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Il lavoro di William Turner : Norham Castle sul Tweed, 1845, olio su tela, cm.91x122 (Tate Britain, Londra)
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[1] . Matthew Arnold (1822-1888), dalla lettera a Grant Duff del 22 agosto 1879, in Eric R. Dodds, I greci e l’irrazionale (1949), it. La Nuova Italia, Firenze 1973.78, p. 292 n. 4. – Nel 1869 Arnold pubblicò Culture and Anarchy , un famoso testo di critica sociale.
[2] . J. L. Roget, A History…Water-Colour, cit. 1891, p. 2 seg. – Ovvero: nella pittura ad olio la luce è alle spalle dell’osservatore e le immagini sono “ombre”, come nel cinema; nell’acquarello le immagini stesse sono luminose, come nel monitor.
[3] . Al proposito di simili “sperimentalismi”, all’epoca per nulla usuali, vedi più avanti, in corrispondenza alla Nota 23. A questo riguardo è oltremodo significativo il suo usuale ricorso alla "spatola", esecrata dall pittura dell'epoca.
[4] . Roget, A History Of The Old Water-Colour’ Society, cit., 1891, p. 122 seg. (tra parentesi quadre citazione da C.R. Leslie, Handbook for Young Painters, Londra 1887, p. 265).
[5] . Deleuze, Sulla pittura, cit., p. 189.
[6] . Friedrich Engel, La situazione della classe operaia in Inghilterra (1844-46), it. Editori Riuniti, Roma 1955-73, p. 169.
[7] . Alain Corbin, Le miasme et la jonquille, 1982; it. Storia sociale degli odori, Mondadori, Milano 1983, pp. 3 e 4.
[8] . Cfr. Eugenia Tognotti, Il mostro asiatico. Storia del colera in Italia, ed. Laterza, Bari 2000, pp. 3-57.
[9] . Ibidem, p. 147.
[10] . Cfr. Martin Heidegger, L’Origine dell’opera d’arte, in Sentieri interrotti, a cura di Pietro Chiodi, ed. Nuova Italia, Firenze 1968.
[11] . Cfr. Horst Bredekamp, Theorie des Bildakts (2010), ed. it. Immagini che ci guardano, Raffaello Cortina, Milano 2015.
[12] . A. Corbin, cit., p. 137.
[13] . Carlo Maria Cipolla, Miasmi e umori (1989), ed. Il Mulino, Bologna 2012, pp. 14 e 16: «Il paradigma della scienza medica non era quello dei microbi e del loro vettori bensì quello degli umori e dei miasmi. Per la peste si parlava di una mal definita ma non per questo meno accreditata “corruptione et infectione dell’aria” che degenerava in miasmi velenosissimi ed “appiccicaticci” i quali per inalazione o per contatto uccidevano l’individuo che ne fosse investito. Secondo le teorie dell’epoca la “corruptione et infectione dell’aria” poteva verificarsi per una malaugurata ed infelice congiunzione degli astri, per esalazioni di acque paludose, per eruzione dei vulcani, per condizioni di sporcizia e fetidume, per le esalazioni provenienti da “rebus et corporibus putridis et corruptis” … Osservazioni fattuali corrette vennero ripetutamente fatte e registrate, ma per un perverso meccanismo quanto venne correttamente osservato non servì a mettere in dubbio la validità del paradigma prevalente ma venne dialetticamente adattato al paradigma stesso a sua ulteriore riprova…[Dai fatti correttamente rilevati] i medici videro la riprova che gli atomi dei miasmi velenosi essendo “appiccicaticci” ovviamente si appiccicavano ovverossia aderivano più facilmente a superfici pelose che levigate. […] La storia del pensiero medico di quei secoli fornisce così un insegnamento importante: e cioè che la rivelazione corretta dei fatti non basta per se stessa a condurre alla formulazione di una teoria corretta. I “fatti” sono come le tessere di un mosaico: da soli non dicono nulla. Occorre una teoria che li unisca in un insieme significativo. E la teoria deve essere corretta: se fallace può servire a deformare il significato dei fatti. La teoria d’altra parte non nasce dal nulla: trae origine dall’osservazione dei fatti. È quindi tutto un problema di continui feed-baks tra formulazioni di ipotesi teoriche, verifica mediante l’osservazione dei fatti e la sperimentazione, riformulazione della teoria sulla base della sperimentazione. La storia del pensiero medico dei secoli XII-XVII dimostra che paradossalmente è ben più facile che l’uomo adatti dialetticamente i fatti osservati al paradigma imperante piuttosto che rinunci al paradigma imperante in ossequio a possibili nuove interpretazioni dei fatti.»
[14] . A. Corbin, cit., p. 331 seg.
[15] . Questo disegno C è uno dei primi in cui Turner ha applicato acquerelli "prismaticamente". Questo è un sistema in cui i colori primari (rosso, blu e giallo) vengono applicati in "punti minuti, discreti, trasparenti" e dove "due di questi tre colori occasionalmente ma sistematicamente, sono sovrapposti a un altro - rosso su blu, giallo su blu e giallo su rosso - per produrre punti di viola, verde e arancione". Questo è particolarmente evidente nelle ombre immediatamente intorno ai bordi e alle aperture della rovina. Si pensa che Turner sia venuto a conoscenza di questo tipo di teoria del colore attraverso Sir David Brewster nel suo viaggio del 1818 in Scozia. Il sistema prismatico della colorazione, scrive lo storico dell'arte Gerard Finley, è una "reminiscenza della procedura e della tecnica dei punti del miniaturista". Lo storico della carta Peter Bower osserva che Turner ha utilizzato le "varie proprietà delle carte in modi molto specifici" nei suoi soggetti del castello di Norham. I primi disegni degli anni 1790, "esplorano in diversi modi la traslucenza della carta, utilizzando diversi metodi di lavaggio del colore sul retro del foglio in tre casi e nell'altro caso la pittura su un supporto secondario". Questo disegno e la maggior parte degli acquerelli dei fiumi d'Inghilterra furono eseguiti su carta bianca Whatman di Hollingworth…”–Courtsey Tate, https://www.tate.org.uk/art/research-publications/jmw-turner/joseph-mallord-william-turner-norham-castle-on-the-river-tweed-r1146212, consultato il 26 settembre 2025. |
[16] . …e infine l’ha ottenuta. – «
Nel 1799, una veduta del tramonto del castello di Caernarvon di Turner e una veduta di uno scenario montuoso vicino a Beddgelert di Girtin furono due disegni rivali alla mostra dell'Accademia che, a differenza del soggetto e dell'effetto, si dice abbiano attirato la stessa attenzione. Ma Turner, come detto prima, cercava la gloria attraverso i suoi dipinti a olio. Era diventato un associato della Royal Academy nel 1800; e nel 1802, l'anno della morte di Girtin, sbocciò come un accademico a pieno titolo e, invece di rimanere come prima semplicemente W. Turner, scrisse il suo nome per esteso, come era stato battezzato (nella chiesa di St. Paul, vicino al sito della tomba di Girtin), Joseph Mallord William Turner, R.A.». (Roget 1891, op. cit., p. 122).
[19] . Henri Focillon, Vie des Formes suivi de l’Éloge de la main (1943), it. Vita delle forme seguito da Elogio della mano, ed. Einaudi, Torino 1972-2002, pp. 61 e 62.
[20] . Per ovvi motivi, di ordine pratico ed economico, l’apprendistato delle tecniche pittura favoriva, e lo fa tuttora, l’uso di abbondanti materiali “provvisori” di cui disporre; ossia facili da reperire, comodi da maneggiare e buon mercato. Allora, come oggi, per primi venivano carte, matite, carboncini, pastelli ed acquarelli, sempre a portata di mano e pronti al compito nonché all’immaginazione fuggevole… Le Accademie sono scuole professionali, preparano ad esercitare varie professioni grafiche, e Turner per trent’anni ha rispettato questa missione come insegante di prospettiva e teoria delle ombre.
[21] . Deleuze, cit. p. 230.
[22] . Cfr. Jakob von Uexküll e G. Kriszat, Ambiente e comportamento (1956), it. Saggiatore, Milano 1967. Per la nozione di “effettuale”, p.160 seg.: “Per tutte le azioni che eseguiamo con oggetti che ci sono famigliari, noi abbiamo elaborato una figura effettuale, la quale si fonde così intimamente con la figura percepita dai nostri organi di senso, che ne risulta una proprietà nuova, la quale ci palesa il significato dell’oggetto [qualcosa simile all’uso], e che già chiamammo tonalità o colorito effettuale (Wirkton).” (p. 164)
[23] . Cfr. Denys Riout, Qu’est-ce que l’art modern, Gallimard, Paris 2000; it. L’arte del ventesimo secolo, Einaudi, Torino 2002, p.116.
[24] . Cfr. qui Harold Rosenberg 1964, §.16.La bottega del barbiere..., specialmente in corrispondenza della Nota 37.
[25] . Ibidem, cfr. p. 70 seg. – Tra virgolette basse, citazione da Clement Greemberg, La pittura di tipo americano (1955).
[26] . Nove acquerelli vividi e liberamente lavorati in precedenza comprendevano fogli consecutivi all'interno di una delle copertine di un album da disegno altrimenti vuoto: Lascito Turner CCLXXXIII 1–9. In un primo tempo interpretati come "Incendio delle case del Parlamento" nell'inventario del Lascito Turner del 1909, sono ora identificati come la distruzione del Grand Storehouse alla Torre di Londra in un incendio iniziato la sera di sabato 30 ottobre 1841 e continuato a bruciare ferocemente per diversi giorni. L’ampia letteratura, che aveva finora associato gli acquerelli all’Incendio del Parlamento del 1834, richiede una revisione delle opinioni e dei modi che hanno indotto all’errore. In termini tecnici, gli argomenti (spesso notati e provati per l'incendio del Parlamento del 1834) sulla possibilità che Turner abbia fatto i nove studi sull'acquerello sul posto nel corso dell'evento, rimangono irrisolti nel contesto del 1841: è sempre possibile, ma anche molto improbabile. … (Courtesy sito web Tate, Londra)
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