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| Elementi e complementi . (appunti VIII.1) |
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13 . UNA CATASTROFE REMOTA
(Intermezzo ellenistico da poter saltare a piè pari)
Tramite la storia della pittura [1] abbiamo già cercato di farci un’idea del lungo tempo che occorre affinché l’evoluzione naturale di certi processi realizzativi raggiungano la consapevolezza teorica e corporale non solo del singolo ma anche della “comunità” – sempre comunque solo dopo l’esperienza cumulativa della produzione pittorica comunemente accettata e goduta fino a divenire senso comune, tradizionale e cultuale più che culturale.
Può sembrare bizzarro che ora noi, per spiegarci la difficoltà di liberarsi dalla tradizione pittorica, ricorriamo alle lezioni di uno studioso della cultura greca; ma è proprio leggendo le sue lezioni sul pensiero greco (e particolarmente quella sul “timore della libertà” [2]) che abbiamo apprezzato il beneficio che potrebbero trarne certe nozioni fatte da noi aleggiare in quest’incontro con il lavoro pittorico di Turner.
Ovviamente il professor Dodds è ben lontano dallo stabilire una qualche analogia del pensiero greco classico con quello proprio di qualunque altra epoca dell’uomo; tuttavia nel suo inappuntabile rigore espositivo dell’argomento in esame (l’irrazionale nel pensiero greco) non tralascia qualche occasionale considerazione sull’epoca attuale – come quando in una nota di pagina 288 si lascia andare per dire che «Gli onori tributati a un Brasida [V secolo a.C.] impallidiscono accanto a quelli che riceveva pressoché qualsiasi re ellenistico, e Hitler si è avvicinato alla divinazione più di qualsiasi altro conquistatore dell’età cristiana»... (non per nulla le sue lezioni sono tenute dopo solo quattro anni dalla fine della seconda guerra mondiale).
Temevamo di fare un abuso proponendovi alcune pagine di queste lezioni tenute e Berkeley nell’autunno del 1949 [3], ma le abbiamo trovate così gustose e istruttive che infine ci siamo convinti ad inserirle – sia qui che per il generale lavoro dei compagni – raccogliendole però in un unico capitolo a parte e segnalando per ogni brano i contenuti che lo caratterizzano. Così, ad esempio, di seguito troviamo appunto la forza d’inerzia della tradizione (anche “pittorica”), di cui abbiamo appena parlato a proposito dell’apparente lentezza con cui il colore di Turner è dovuto nascere… «non con uno schianto, ma con una lagna» – diremmo con Eliot.
L’estrema lentezza delle cose
- – Considerando il quadro nel suo insieme [le relazioni tra religione e razionalismo nel III secolo della Grecia ellenica], un osservatore intelligente verso il 200 a. C., avrebbe potuto facilmente predire che entro poche generazioni lo sgretolamento della struttura ereditaria sarebbe stato completo, con la successiva instaurazione della perfetta Età della Ragione.
Senonché avrebbe sbagliato ambedue le previsioni, come rischiano di dimostrarsi errate le analoghe previsioni del razionalismo ottocentesco. Il nostro immaginario razionalista greco si sarebbe stupito nell’udire che, ancora cinquecento anni dopo la sua morte, Atena avrebbe continuato a ricevere il dono periodico di una veste nuova dal suo popolo riconoscente; che a Megara gli eroi, che erano caduti ottocento anni prima nelle guerre persiane, avrebbero continuato a godere il tradizionale sacrificio dei tori; che gli antichi tabù della purità rituale sarebbero stati ancora osservati rigorosamente in molti luoghi.
Nessun razionalista concede mai campo sufficiente alla forza di inerzia che mantiene in vita questo genere di cose (“l’estrema lentezza delle cose”, come disse Matthew Arnold).
Le divinità scompaiono, ma i loro riti continuano a vivere, e soltanto pochi intellettuali si accorgono che essi hanno perso ormai ogni significato. Materialmente, il “conglomerato ereditario” non morì per disintegrazione: larghi settori rimasero in piedi attraverso i secoli, facciata familiare, logora, vagamente amabile, finché un giorno i cristiani la fecero crollare e scoprirono che dietro la facciata in realtà non c’era più niente, solo un campanilismo indebolito e il rispetto sentimentale che ispirano le anticaglie.
Così fu, per lo meno nelle città; sembra che la gente di campagna, i pagani, trovassero ancora un qualche significato in certi antichi riti. Qualcuno ce lo trova ancora, per quanto in maniera oscura e quasi senz’accorgersene. (pp. 291-293)
Il razionalismo e le scienze
[società aperta e chiusa – caduta dei muri – cosmopolitismo]
- La nostra rassegna muove da quella età in cui il razionalismo greco sembrava alla vigilia del trionfo finale: la grande epoca delle scoperte intellettuali, che comincia con la fondazione del Liceo verso il 335 a.C. e continua fino alla fine del III secolo.
Questo periodo vide la trasformazione della scienza greca da insieme confuso di osservazioni isolate, miste a ipotesi aprioristiche, a sistema organico di discipline.
Le scienze più astratte, la matematica e l’astronomia, raggiunsero allora un livello che non dovevano più toccare fino al XVI secolo; in molti altri campi: botanica, zoologia, geografia, storia della lingua, storia della letteratura e delle istituzioni, furono compiuti i primi tentativi organizzati di ricerche. Epoca avventurosa e creativa anche in campi diversi da quello scientifico, come se l’improvviso dilatarsi dell’orizzonte geografico in seguito alle conquiste di Alessandro [oggi del capitale!] avesse al tempo stesso ampliato gli orizzonti dello spirito [o del commercio!].
Malgrado la mancanza di libertà politica, la società del III secolo a.C. era per molti aspetti la società più aperta che il mondo avesse veduto o dovesse mai più vedere sino ai tempi recentissimi. Naturalmente le tradizioni e le istituzioni dell’antica società chiusa [4] erano ancora presenti ed esercitavano ancora la loro influenza: le città-Stato incorporate in questo o quel regno ellenistico non persero per questo la loro importanza da un giorno all’altro. Ma quantunque la città sopravvivesse, le sue mura… erano cadute [come oggi sono rotte e cadute le mura della fabbrica, degli stati e delle nazioni!]; le istituzioni erano esposte al vaglio della critica razionalista; il costume tradizionale veniva sempre più penetrato e modificato da una civiltà cosmopolita. Per la prima volta nella storia greca, poco importava dove un uomo fosse nato o da chi discendesse; fra gli uomini che dominarono la vita intellettuale ateniese in questo periodo, Aristotele e Teofrasto, Zenone, Cleante e Crisippo erano tutti stranieri; soltanto Epicuro era di famiglia ateniese, ma nato in una colonia. (p. 278 seg.)
Nuova libertà di mente
[la nascita del feed-back – dal servire al servir-si – ancora tradizione e originalità]
- Questo livellamento dei fattori locali e questa libertà di movimento erano accompagnati da un analogo livellamento dei fattori temporali, da una nuova libertà della mente che poteva muoversi all’indietro nel tempo, scegliendo come le piacesse dalle precedenti esperienze umane gli elementi che meglio poteva assimilare e utilizzare. L’individuo cominciò a servirsi coscientemente delle tradizioni, invece di servirle. Questo è evidente soprattutto per i poeti ellenistici: la loro posizione, sotto tale punto di vista, somiglia a quella dei poeti e artisti d’oggi. «Oggi, quando parliamo di tradizione – dice Auden –non intendiamo più, come intendeva il XVIII secolo, una maniera di lavorare trasmessa da una generazione all’altra: intendiamo la coscienza, nel presente, di tutto il passato. Originalità non significa più una piccola modificazione personale rispetto ai predecessori immediati, ma la capacità di trovare, in qualunque altra opera di ogni tempo e di ogni luogo, suggerimenti sul modo di trattare la propria materia». – (p. 279)
Vivere "come se"…
[i miti originari della ragione umana si ripresentano tutti nel mito finale dell’intelligenza artificiale]
- – È certo che in quell’epoca l’orgoglioso compiacimento dei Greci per la ragione umana raggiunse la sua più aperta espressione. Dobbiamo abbandonare, diceva Aristotele, l’antica norma di vita che consigliava l’umiltà e ordinava all’uomo di pensare in termini mortali…, perché l’uomo ha in sé una cosa divina, l’intelletto, e nella misura in cui sa vivere mantenendosi a quel livello di esperienza, può vivere come se non fosse mortale. Il fondatore dello Stoicismo andava ancora più oltre: per Zenone l’intelletto umano non soltanto era affine a Dio, ma era Dio, una parte della sostanza divina, allo stato puro, attivo. E per quanto Epicuro non lo affermasse esplicitamente, pure era convinto che meditando costantemente sulle verità della filosofia, si potesse vivere “come un dio fra gli uomini”. – (p.280) [5]
Psicologia
[non "così com’è" – il sapiens senza errori – (l’orrore per gli errori genera il mito cibernetico)]
- – Purtroppo, dopo la prima generazione dei suoi discepoli, le ricerche di Aristotele nel campo della psicologia empirica, e in particolare della psicologia dell’irrazionale, non progredirono. Quando le scienze naturali, al principio del III secolo, cominciarono a staccarsi dallo studio della filosofia propriamente detta, la psicologia rimase nelle mani dei filosofi (e vi rimase, credo a suo danno, fino a tempi recentissimi). Scarso era, a quanto pare, l’interesse che il dogmatismo razionalista dell’età ellenistica aveva per lo studio oggettivo dell’uomo così com’è; esso concentrava invece la sua attenzione sullo splendido quadro dell’uomo quale potrebbe essere: il sapiens, il saggio ideale. Per dare credibilità alla loro rappresentazione, Zenone e Crisippo risalirono di proposito ad Aristotele ed oltre Platone, fino all’ingenuo intellettualismo del V secolo; il conseguimento della perfezione morale, dicevano, non dipende né dalle doti naturali né dall’assuefazione, dipende invece unicamente dall’esercizio della ragione. E non c’è “anima irrazionale” con cui la ragione debba lottare: le cosidette passioni sono soltanto errori di giudizio. Se si corregge l’errore, i turbamenti cesseranno automaticamente, lasciando lo spirito sgombro da gioie o da dolori, non turbato da speranze o da timori, “spassionato, spietato e perfetto”. – (p.281 seg.)
Razionalismo, irrazionalismo
[dualismo, monismo – Romanticismo]
- – Molti studiosi… hanno veduto nel I secolo a.C. il periodo decisivo della Weltwende [“cambiamento mondiale”], quello in cui la marea del razionalismo, che nel secolo precedente aveva sempre più rallentato il suo corso, esaurita la sua forza, cominciò a ritirarsi. Indubbiamente in questo tempo tutte le scuole filosofiche, meno l’epicurea, presero una nuova direzione.
L’antico dualismo religioso: spirito e materia, Dio e Natura, anima e istinti, che il pensiero razionalista si era sforzato di superare, si riaffermò in forme nuove e con vigore rinnovato… […] Altrettanto significativa, dopo due secoli di evidente stasi, è la rinascita del Pitagorismo, non come scuola di insegnamenti formali, ma come culto e modo di vita. Si fondava apertamente sull’autorità, non sulla logica… […] Tutti questi sviluppi sono forse i sintomi, anziché le cause, di un generale rivolgimento del clima intellettuale del mondo mediterraneo; l’analogia storica più somigliante è forse la reazione romantica contro la “teologia naturale razionalista”, reazione cominciata al principio del secolo scorso [XVIII] ed ancora attiva al giorno d’oggi. [metà del XX].* Nota (pp. 299-301)
* Nota – La reazione romantica contro la teologia naturale è stata caratterizzata bene da Christopher Dawson, Religion and Culture. Suoi tratti caratteristici sono (a) insistere sulla trascendenza, contro la teologia che (parole di Blake) «chiama “Dio” il Principe di questo Mondo»; (b) insistere sulla realtà del male e sul «senso tragico della vita», contro l’ottimismo privo di sensibilità del XVIII secolo; (c) insistere che la religione è fondata nel sentimento e nell’immaginazione, non nella ragione; questo preparò il terreno ad una comprensione più profonda dell’esperienza religiosa, ma anche alla rinascita dell’occultismo e a un rispetto superstizioso per «la Sapienza dell’Oriente». Il nuovo orientamento del pensiero religioso, cominciato nel I secolo a.C., si può descrivere precisamente nello stesso modo.
Abbandono della ricerca disinteressata
[clima del Medioevo]
- – …Era sempre più seguito l’occultismo, che è essenzialmente un tentativo di ottenere il Regno dei Cieli con mezzi materiali (fu ben definito “la forma volgare del trascendentalismo”).
Intanto la filosofia percorreva, su di un piano più elevato, una strada parallela. Le scuole, in maggioranza, avevano cessato da molto la ricerca disinteressata della verità, ma nell’età imperiale, pur con qualche eccezione, abbandonarono addirittura ogni aspirazione alla curiosità fine a se stessa, presentandosi apertamente come dispensatrici di salvezza spirituale.
Che il filosofo considerasse l’aula delle sue conferenze come un ambulatorio per le anime malate non sarebbe stata cosa nuova, ma il filosofo non era soltanto uno psicoterapeuta: secondo Marco Aurelio, è «una specie di sacerdote e ministro degli dèi» ed i suoi insegnamenti intendono avere un valore religioso piuttosto che scientifico… […]
Seneca, per esempio, cita ed approva l’opinione secondo la quale non dovremmo darci pensiero di indagare quel che non è possibile od utile conoscere, come la causa delle maree o la legge della prospettiva. In queste massime troviamo già il clima intellettuale del Medioevo: è il clima in cui si svolge il Cristianesimo, che rese possibile il trionfo della nuova religione e lasciò tracce nelle dottrine cristiane, ma non fu creato dai cristiani. Allora chi lo creò?... (pp. 302, 303, 304 seg)
Specializzazione
[istruzione popolare]
- – Se vogliamo tentare risposte più precise, assicuriamoci almeno che corrispondano ai fatti e non siano dettate esclusivamente dai nostri pregiudizi. Non tutti fanno così; quando un noto studioso inglese afferma: «non c’è dubbio che l’eccessivo grado di specializzazione raggiunto dalla scienza e lo sviluppo dell’istruzione popolare nell’età ellenistica abbiano portato alla decadenza delle attività di pensiero», temo che egli proietti nel passato una sua diagnosi personale che si riferisce a inconvenienti del nostro tempo.
La specializzazione odierna rimase sconosciuta alla scienza greca in qualsiasi epoca, e alcuni fra i nomi più grandi di ciascuna epoca appartengono a non specialisti: basta leggere una lista delle opere di Teofrasto o di Eratostene, Posidonio, Galeno, Tolomeo. L’istruzione estesa a tutti era parimenti sconosciuta: si può dunque sostenere a più forte ragione che il pensiero ellenistico ebbe a soffrire più dell’insufficienza dell’istruzione popolare che del suo contrario. (pp. 306, 307)
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Dopo troppe parole non resta che la tecnica
[il fattore economico – il timore della libertà (è timore della volontà?)]
- – Altri studiosi hanno insistito sul crollo interno del razionalismo greco. «Si estinse, dice il Nilsson, come un fuoco cessa di bruciare per mancanza di combustibile. Mentre la scienza aveva approdato a logomachie sterili e compilazioni senz’anima, la fede religiosa acquistò vitalità nuova». Come dice il Festugière «on avait trop discuté, on était las des mots. Il ne restait qui la technique» [avevamo parlato troppo, eravamo stanchi delle parole. Non restava che la tecnica.] Definizione che, per noi moderni, suona familiare e inquietante, per quanto numerose testimonianze antiche lo confermino. Se domandiamo perché mancasse nuovo combustibile, entrambi gli autori citati danno la solita risposta: la scienza greca non era riuscita a raggiungere il metodo sperimentale*Nota. E se noi domandiamo perché non vi riuscì, rispondono di solito che la mentalità greca era deduttiva: risposta poco soddisfacente. Qui l’analisi marxista ha escogitato una spiegazione più acuta: la scienza non sorse perché non esisteva una tecnologia seria; questa mancava perché la mano d’opera costava poco; il basso prezzo della mano d’opera dipendeva dall’abbondanza degli schiavi (NdA – Cfr. Farrington e Walbane…, “ho schematizzato l’argomentazione, spero senza farle troppo torto”).
In questo modo, con una catena di ben congegnate deduzioni, si dimostra che la concezione medievale del mondo derivò dall’istituto della schiavitù. Penso che qualche anello di questa catena avrebbe necessità di essere collaudato; non mi sento in grado di farlo, ma vorrei arrischiare qualche osservazione piuttosto ovvia. Anzitutto, che l’argomento economico spiega il ristagno della meccanica dopo Archimede, ma non spiega altrettanto bene perché la medicina si fermò dopo Galeno, o l’astronomia dopo Tolomeo. Altra osservazione: la paralisi del pensiero scientifico in generale può benissimo giustificare il tedio e l’irrequietezza degli intellettuali, non spiega però il nuovo orientamento delle masse. Quelli che si volgevano all’astrologia o alla magia, i convertiti al Mitraismo o al Cristianesimo, non erano, nella loro stragrande maggioranza, persone direttamente e coscientemente colpite dal ristagno della scienza, e stento a credere che la loro concezione religiosa sarebbe stata fondamentalmente diversa se qualche scienziato avesse trasformato la loro vita economica con l’invenzione della macchina a vapore. I futuri storici, se sono destinati a raggiungere una spiegazione più esauriente, penso che, senza trascurare né il fattore economico né quello culturale, dovranno tener conto di un movente di altro genere, meno cosciente, meno preciso e razionale. Ho già suggerito l’idea che, dietro l’accettazione del determinismo astrale, c’era, fra l’altro, il timore della libertà – la fuga inconscia di fronte alla grave responsabilità della scelta individuale, che le società aperte impongono ai propri membri. Se un tal movente è ammesso come vera causa (e vi sono prove abbastanza convincenti che sia una vera causa ai nostri giorni), si può pensare che abbia fatto sentire il suo peso in molti casi […] e, in via più generale, nel patetico rispetto per la parola scritta, caratteristico della tarda epoca romana e del Medioevo – la disposizione, dice il Nock, «ad accettare le affermazioni perché si trovano sui libri, o perfino perché si dice che vi si trovano» [6]. (pp. 308-310)
* Nota. Vi sono importanti eccezioni…[Stratone nella fisica, in anatomia e fisiologia, Tolomeo fece numerosi esperimenti di ottica].
Vi chiediamo perdono per la nostra intemperanza.
Penserete che proprio non riusciamo a moderare in alcun modo la noia delle citazioni anche quando non si riesce a capire come si legherebbero direttamente all’argomento trattato.
Avete ragione, e se non capite non temete alcuna carenza da parte vostra. È invece tutta colpa nostra se a volte ci lasciamo prendere dall’urgenza di voler indicare ai compagni impegnati in un diverso lavoro alcuni punti da discutere.
Così nel particolare caso di questo capitoletto, riconoscendo la vaghezza delle analogie, non meno della “suscettibilità” di alcuni di loro, preferiamo suggerirle in forme allusive o spettrali, insomma stenografiche; d'altronde a volte pare che neppure una discussione diretta sia capace di richiamare la loro attenzione su certi argomenti.
Allora, come si suol dire: poche parole bastano… e bona fides.
Conosciamo il monito di Goethe: «Ogni esistente è un analogo di tutto ciò che esiste: perciò l’essere ci appare sempre contemporaneamente separato e collegato. Se si segue troppo l’analogia tutto coincide nell’identità: se la si evita tutto si sparpaglia all’infinito. In entrambi i casi la capacità di osservazione ristagna, nell’uno perché troppo viva, nell’altro perché spenta» [7]; e non arriveremo certo alla sciocchezza di stabilire una qualche connessione significativa, oltre la fascinazione infantile per le grandi combustioni, tra l’incendio del tempio greco di Artemide ad Efeso (avvenuto nel 356 a.C., appunto in epoca ellenistica) ad opera di Erostrato e quelli del Parlamento inglese e della Torre di Londra dipinti da Turner nel 1834 e 1841. Tuttavia…

14 . ALTRE CATASTROFI
L’incendio del Parlamento inglese non fu tanto una catastrofe per i vecchi gusti palladiani e neoclassici quanto per la massa e la divisione opaca delle murature. La scelta dello stile gotico per la ricostruzione del Parlamento favoriva la formazione di un gusto arioso e trasparente. Costruita con una rete d’innervature autoportanti tra membrane traforate dalla luce, la tecnologia gotica e quella industriale daranno al gusto dell’epoca il suo frutto migliore nel Crystal Palace dell’Esposizione Universale tenuta a Londra dal 1° maggio al 15 ottobre del 1851.
E Turner ebbe certamente modo di godersi la visione di questa immensa serra per le fragoline del capitale prima di morire nel dicembre dello stesso anno.
Ma è dalla testimonianza tempestiva di un emigrato politico tedesco che possiamo conoscere l’esperienza fatta dai visitatori di quell’edificio modulato col ferro e col vetro.
- Possiamo scorgere una delicata rete di linee senza avere alcuna chiave per giudicare la loro distanza dell’occhio o le vere dimensioni. […] Invece di correre da un muro terminale all’altro, l’occhio spazia in una prospettiva senza fine, che svanisce all’orizzonte. […] Se lasciamo il nostro sguardo scendere, esso incontra le travi in ferro dipinte in azzurro – racconta Lothar Bucher. Dapprima questi si susseguono soltanto ad ampi intervalli; poi si stringono sempre più frequentemente, finché non sono interrotti da una abbagliante striscia di luce - il transetto – che si dissolve in uno sfondo lontano dove ogni elemento naturale si fonde nell’atmosfera… Adopero un linguaggio contenuto e sobrio, se dichiaro lo spettacolo incomparabile, e degno del paese delle fate. È un sogno di una notte di mezza estate, visto alla chiara luce del mezzogiorno.[8]
Ed è proprio dopo aver letto queste parole che Sigfried Giedion si chiederà:
- Esistono opere equivalenti al Palazzo di Cristallo fra i dipinti dell’epoca – qualche dipinto cioè che non dia “alcuna idea della reale misura e distanza”, e dove “ogni elemento materiale si dissolve nell’atmosfera? Non se ne può rintracciare alcuno fuori dell’ambito della scuola inglese di pittura. Lo studio del Passo del Sempione di J.M.W. Turner, dipinto attorno al 1840 con l’umidità dell’atmosfera dematerializza il paesaggio e lo dissolve nell’infinito. Il palazzo di Cristallo raggiunge lo stesso effetto attraverso l’uso di superfici trasparenti di vetro ed elementi strutturali di ferro.
Nel quadro di Turner [vedi figura in alto] i mezzi impiegati sono meno astratti; ma è ottenuto un equivalente effetto di ondeggiante irrealtà. I profondi abissi delle montagne, realizzati in grigi, bruni, azzurri, e la strada giallo-bruna che serpeggia fino alle cime nello sfondo, concorrono ad eliminare ogni carattere naturalistico; essi sembrano appunto far parte di un paesaggio di sogno “visto nella chiara luce del mezzogiorno”.[9]
Sembrerebbe che una serie di catastrofi, pittoriche o architettoniche che siano, abbiano preparato l’occhio a serpeggiare nello spazio ondeggiante della realtà dell’immagine. Forse anche per questo l’edificio di acciaio e vetro «non incontrò opposizioni; e l’impressione prodotta su quanti lo videro fu di tanta romantica bellezza che «si poterono vedere riproduzione del Palazzo sulle pareti di fattorie in remoti villaggi tedeschi», come riferisce Bucher, prima di concludere: «Considerando questo primo edificio non in solida muratura, gli osservatori non tardarono a comprendere che le regole secondo le quali si era giudicata fino allora l’architettura non erano più valide.»[10]
E qui immaginiamo che Marx avrebbe felicemente commentato che dove il tedesco parla di regole di giudizio l’inglese parlerebbe di criteri di produzione non più validi…
Anche così si manifestano le catastrofi?
In uno studio sull’arte e la rivoluzione industriale, già citato in precedenza, l’autore [11] riporta il brindisi che per primo Marx fece cinque anni dopo l’Esposizione di Londra del 1851 durante il banchetto che nell’aprile 1956 fu offerto per celebrare l’anniversario di The People’s Paper diretto dal leader cartista Ernest Jones.
- C’è un fatto di grande importanza caratteristico di questo nostro XIX secolo, un fatto che nessuna parte osa negare. Da un lato si è data la vita a forze industriali e scientifiche che nessun’altra epoca della precedente storia umana poté sospettare, dall’altro esistono sintomi di decadenza, che sorpassano di gran lunga gli orrori documentati degli ultimi tempi dell’impero romano. Ai giorni nostri ogni cosa sembra pregna del suo contrario. La tecnologia dotata del potere miracoloso di abbreviare e di far fruttificare il lavoro umano, ci sembra avere in definitiva il risultato di ridurlo alla fame e di stremarlo. Le fonti di ricchezza appena create sembrano, sotto l’appello di qualche strana fatalità, diventare fonti di bisogno. Le vittorie della tecnica sembrano acquistate con una perdita di carattere. Con lo stesso ritmo con cui l’umanità signoreggia la natura, l’uomo sembra divenire schiavo d’altri uomini o della propria infamia. Anche la pura luce della scienza sembra non possa brillare se non sullo scuro fondo dell’ignoranza. Tutte le nostre facoltà inventive e il nostro progresso sembrano avere il risultato di dotare di vita intellettuale le forze materiali. Questo antagonismo fra industria moderna e scienza da una parte e povertà e dissoluzione moderna dall’altra; questo antagonismo tra le forze produttive e le relazioni sociali della nostra epoca è un fatto concreto, pressante e indiscutibile. Alcuni partiti se ne lamentano; altri desiderano sbarazzarsi delle arti moderne per evitare i conflitti moderni. O immaginano che un tale progresso dell’industria deve essere completato da un regresso altrettanto cospicuo in politica. Per contro nostro, non ci inganniamo sull’essenza dello spirito sagace che continua a segnare tutte queste contraddizioni. Sappiamo che per funzionare bene le moderne forze della società necessitano solo della guida di uomini moderni. Essi infatti sono una creazione dei tempi moderni, tanto quanto le macchine…[12]
Il risvolto di tutto questo possiamo trovarlo più avanti, in un capitoletto significativamente intitolato Estetica in contanti : «Occorrevano gli ampi intrecci del romanzo vittoriano [epoca 1837–1901] – scrive Klingender –, con la sua profonda simpatia umana per narrare il progresso dell’individuo attraverso le mutevoli relazioni sociali di questo periodo ricco di energia, i suoi trionfi e i suoi disastri. D’altra parte il declino della pittura inglese dopo Turner e Constable è connesso con il nuovo metro di valori stabilito dai capitalisti trionfanti.
Avvezzi al livello comune della piazza del mercato, spesso non riuscivano ad apprezzare le qualità che non suggerivano immediatamente l’idea del valore…»; e quindi cita l’osservazione di uno storico a lui contemporaneo: «I pittori, allettati dalle proposte finanziarie, divennero quelli che provvedevano ai gusti dei mecenati, di fatto li accontentavano… Non si richiedeva nulla di recondito o sorprendente (e certamente non scene di nudi o scene sordide); la carriera dei pittori vittoriani mostrava uno schema regolare, da artisti molto promettenti a dipinti eseguiti solo per denaro e copiati.» [13]
È pertanto che la storia ebbe modo di preparare i due fattarelli che stiamo per raccontare?
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Il lavoro di William Turner : Simplon Pass, acquerelli e tempera su carta, cm.38x55.2, c.1850, Harvard Art Museum, Cambridg (Ma)
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[1] . Vedi qui §11, “Una catastrofe annunciata”.
[2] . Eric R. Dodds, I greci e l’irrazionale (1949), it. La Nuova Italia, Firenze 1973.78, cap. VII, pp. 277-316. – Il suo timore della libertà sembra il controcanto alla scoperta della libertà di Starobinski…
[3] . Ibidem, dalla Prefazione dell’A. “Vorrei mettere in guardia il lettore senza preparazione classica a non prendere questo libro per una storia della religione greca, e neppure per una storia delle idee o dei sentimenti religiosi dei Greci… È invece uno studio delle interpretazioni successive date da mente greca ad un particolare tipo di esperienza umana, che poco interessava il razionalismo del secolo scorso [il XIX]; oggi invece [1949] il suo significato culturale viene largamente riconosciuto. Il materiale qui riunito illustra un aspetto importante e relativamente poco noto della Grecia antica. Ma un aspetto non va confuso con il tutto.”
[4] . Ibidem. Cosa l’A. intende con società chiusa e aperta lo leggiamo al fondo della pagina 278, alla Nota 1: “Completamente aperta, secondo il mio concetto, sarebbe una società nella quale le forme di comportamento fossero determinate esclusivamente da una scelta razionale [sic!] fra le possibili alternative, e dove gli adattamenti fossero tutti coscienti e meditati (in contrasto con la società del tutto chiusa, ove tutti gli adattamenti sarebbero inconsci e nessuno avrebbe mai coscienza di compiere una scelta). Tale società [“completamente aperta”] non è mai esistita e mai esisterà, ma possiamo, per nostra comodità, parlare di società relativamente chiuse e relativamente aperte, e possiamo vedere la storia della civiltà, in senso lato, come storia di un movimento che si allontana dalla società chiusa e va verso quella aperta. Cfr. K.R. Popper, The Open Society and Its Enemies, Londra1945…”
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[5] . Ibidem, p. 280 seg. – … O anche, ha pensato qualcuno fra noi, vivere come un marziano tra i terrestri, come un comunista tra i capitalisti … eccetera eccetera
[6] . È un’osservazione che dovrebbe riguardare anche “noi”; anche se abbiamo la netta sensazione che ciò che ha preso a sostituire lo studio autonomo e disinteressato dei fatti è il dicere dei fatti, specie poi di quei fatti dall’odore scientifico: le innovazioni tecnologiche….
[7] . Citato in Györghy Lukács, Il marxismo e la critica letteraria, Giulio Einaudi editore, Milano 1953, p. 251.
[8] . Lothar Bucher, Kulturhistorische Skizzen aus der Industricausstellung aller Volker, Francoforte 1851, p. 174. In Giedon, cit.
[9] . Sigfried Giedion, Spazio, tempo ed architettura (1941), it., Ulrico Hoepli, Milano 1965, p. 244 seg.
[10] . Lothar Bucher, cit. in Giedon, cit.
[11] . Klingender, cit. (1968), p. 230 seg. In questo studio dobbiamo segnalare che a noi è parsa curiosa la totale assenza di un protagonista rilevante, per l’epoca e per i suoi rapporti con le Art and Kraft di Morris e i Preraffaelliti, come John Ruskin.
[12] . Ibidem, p.230 seg, – “Tanto quanto le macchine” non vuol dire affatto esser null’altro che macchine.
[13] . In Ibidem, p. 244 seg., citazione da Peter Ferriday, The Victorian Art Market, “Country Life” magazine, 16 giugno 1966.
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