LA DONNA E IL SOCIALISMO

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August Bebel . 1883
arteideologia raccolta supplementi
made n.24 Giugno 2026
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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pagina
LA DONNA NELL'AVVENIRE . 13.1

Terminata nel precedete almanacco la seconda parte del testo – che trattava della donna nel passato e della donna nel presente – August Bebel conclude il suo studio con questa terza parte relativa alla donna nell’avvenire.

LA DONNA NELL'AVVENIRE

Questo capitolo sarà molto breve, perché contiene solo conseguenze che si traggono da quanto è stato detto fin qui sulla condizione che avrà la donna nella società futura: conseguenza che ogni lettore potrà da sé.
La donna sarà socialmente ed economicamente indipendente; essa non sarà più soggetta neanche ad alcuna apparenza di dominio e di sfruttamento, trovandosi di fronte all'uomo nelle stesse condizioni di libertà e di uguaglianza e padrona del suo destino.
La sua educazione sarà uguale a quella dell'uomo, ad eccezione di quelle differenze che la diversità del sesso e delle funzioni sessuali rendono necessarie. Vivendo in condizioni conformi a natura, potrà sviluppare, secondo il bisogno, le forze e le capacità fisiche ed intellettuali, e scegliere per la sua attività quei campi che corrispondono ai suoi desideri, alle sue tendenze e disposizioni.
Essa, date le stesse condizioni, non sarà meno attiva dell'uomo. Operaia in un mestiere qualunque, poco dopo educatrice, maestra, infermiera; più tardi ancora eserciterà un'arte coltiverà una scienza, o si occuperà in qualche funzione amministrativa. Coltiverà studi e lavori, converserà con le sue simili o con gli uomini a piacere, o come le si offre l'occasione.

[ in amore ]

In amore sarà libera come l'uomo e senza freni di sorta. Chiederà, o si lascerà chiedere in matrimonio o concluderà il legame solo seguendo la sua inclinazione. Questo vincolo è un contratto privato senza intervento di un funzionario, come era un contratto privato il matrimonio fino al termine del medio evo. Il socialismo non crea qui nulla di nuovo; esso ristabilisce soltanto sopra un gradino più alto di civiltà e sotto nuove forme sociali ciò che era generalmente in uso, prima che la proprietà privata dominasse la società.
L’uomo deve poter disporre dei suoi istinti, premesso che il soddisfacimento di essi non cagioni pregiudizio ad altri.
La soddisfazione dell’istinto sessuale è questione personale in ogni individuo, come la soddisfazione di qualunque altro istinto naturale. Uno non deve renderne conto ad un altro, e nessuno deve immischiarsene se non gli spetta. Come il mangiare, il bere, il dormire e il vestirsi è affare individuale, così dei rapporti con persone d'altro sesso. Intelligenza e cultura, indipendenza completa, qualità tutte che per l’educazione e le condizioni saranno naturali nella società futura, preserveranno dal commettere azioni a proprio svantaggio.
Gli uomini e le donne dell'avvenire possiederanno la padronanza di loro stessi e la conoscenza del proprio essere più che non avvenga nella società attuale. Lo sparire della stupida riserva e del ridicolo mistero che abbiamo oggi nel trattare di soggetti sessuali, renderà le relazioni fra i sessi molto più naturali di quanto non siano ora.
Se due sposi non vanno di accordo per incompatibilità di carattere, o per sopravvenuta avversione reciproca, la moralità ordina di sciogliere il vincolo, diventato contrario a natura, e perciò immorale. E siccome saranno scomparse tutte quelle condizioni che finora condannano un gran numero di donne a rinunziare al matrimonio, o a prostituirsi, così gli uomini non potranno più esercitare il loro predominio su di esse.
Le condizioni sociali totalmente cambiate ne avranno poi tolto i numerosi ostacoli e i freni che oggi influiscono sulla vita matrimoniale e spesso non la lasciano giungere al suo sviluppo, o la rendono del tutto impossibile.
G
li ostacoli, le contraddizioni e le condizioni contro natura nello stato della donna si fanno sempre più palesi e trovano espressione nella letteratura sociale, come nei romanzi, spesso sotto forma sbagliata. Nessuno osa più negare che il matrimonio moderno corrisponda sempre meno al suo scopo, e non è da meravigliarsi che quelle persone, che trovano naturale la liberta di scelta nell'amore e lo scioglimento libero dei vincoli contratti, non siano inclinate ad ammettere le conseguenze per un cambiamento delle nostre condizioni sociali.
Esse credono di dovere riconoscere soltanto alle classi privilegiate la liberta nei rapporti sessuali.

[ la stessa libertà di Goethe e George Sand ]

Così si esprime ad esempio Matilde Reichhardt-Stromberg, in una polemica[1] contro le aspirazioni emancipatrici della donna, manifestate dalla scrittrice Fanny Lewald:

«Se voi (Fanny Lewald, esigete la completa uguaglianza giuridica della donna e dell'uom nella vita sociale e politica, avrebbe necessariamente ragione George Sand nelle sue aspirazioni di emancipazione che non sorpassano quelle che già da lungo tempo possiede incontrastate. Poiché non si può trovare motivo ragionevole perché non solo la testa, ma anche il cuore della donna non debba prender parte a questa uguaglianza di diritti, ed essere libero di dare e prendere come l’uomo.
Al contrario, se la donna, secondo la sua natura, deve esercitare un diritto e poi anche un dovere di fare ogni sforzo per gareggiare coi titani dell'altro sesso, essa deve avere ancora il diritto, precisamente come questi, di accelerare i battiti del cuore come le sembra opportuno a fine di mantenere l’equilibrio. Poiché noi leggiamo senza risentirci menomamente che Goethe (per cominciare con un grande) spegneva gli ardori del suo cuore e versava gli entusiasmi della sua grande anima sempre in braccio a donne diverse. L'uomo trova questo fatto naturale perché si tratta di un’anima grande difficile a soddisfare, e solo il moralista può biasimarlo. Ma perché farsi beffe delle grandi anime femminili? Se ammettiamo che tutto il sesso femminile consti, senza eccezione, di grandi anime come quella di Giorgio Sand, che ogni donna sia una Lucrezia Floriani, i cui figli siano tutti figli dell’amore, educati con non meno affetto e devozione materna che intelligenza e giudizio, che cosa diventerebbe allora il mondo?  Non vi è dubbio che potrebbe continuare ad esistere e a fare progressi come oggi e forse trovarsi molto bene.
Ma perché possono pretendere questo solo le grandi anime e non anche le altre? Se un Goethe ed una Sand, per nominarne due fra i tanti, agivano e vivevano secondo le inclinazioni dei loro cuori, se si pubblicano, specialmente sugli amori di Goethe, mezze biblioteche divorato dai suoi ammiratori con una specie di estasi, perché disapprovare in altri quello che, fatto da un Goethe e da una Sand, diventa oggetto di ammirazione?
Certo il mettere in esecuzione la libertà di scelta in amore nella società borghese è cosa impossibile – a provare ciò tendono tutte le argomentazioni del nostro scritto – ma gli uomini posti in condizioni simili a quelle che oggi favoriscono i privilegiati e i materialmente e intellettualmente privilegiati, debbono godere di uguale libertà. Giorgio Sand descrive in Jacques un marito che parla dei rapporti adulteri della moglie con un altro nel seguente modo: «Nessun essere umano può comandare all'amore e nessuno è colpevole di provarlo o non provarlo. Quello che degrada la donna è la bugia; quello che costituisce l’adulterio non è l’ora che essa accorda all'amante, ma la notte che poi passa col marito.» Jacques, secondo questo concetto, si sente in dovere di cedere il posto al rivale (Borel) e dice filosoficamente «Borel al mio posto avrebbe tranquillamente bastonata sua moglie e non avrebbe poi arrossito di prenderla nelle braccia, degradata dalle sue bastonate e dai suoi baci. Vi sono uomini che, come gli orientali, uccidono la sposa infedele perché la considerano legittima proprietà; atri si battono col rivale, lo uccidono o lo allontanano e supplicano la moglie, che pretendono di amare, di concedere loro baci e carezze, mentre questa indietreggia sgomenta o si abbandona disperata. Questo è in generale il modo di agire nel matrimonio legale, ed a me sembra che l’amore degli animali sia meno rozzo di quello di uomini simili»[2]

Brandes osserva sui concetti qui sopra citati: «Tali verità, che per la società erudita di oggi sembrano elementari, apparivano sofismi che gridavano vendetta dinnanzi a Dio cinquant’anni or sono.» Ma “il ceto colto e possidente” non osa confessare apertamente i principi di Giorgio Sand, per quanto nel fatto agisca conseguentemente. Esso è ipocrita nella morale e nella religione come nel matrimonio.
Ciò che fecero la Sand e Goethe fanno oggi migliaia di altri che a questi non possono essere paragonati e che non hanno perso nulla nella stima che godevano in società. Basta avere una posizione rispettabile perché tutto sia lecito. Non di meno le libertà che si prendevano Goethe e la Sand passano per immorali, giudicate dal punto di vista della morale borghese, perché peccano contro le leggi morali dettate dalla società e si trovano in contradizione con la natura dello stato sociale. Il matrimonio forzato è per la società borghese il matrimonio normale, l'unica “unione morale dei sessi”; ogni altra unione sessuale è immorale. Abbiamo provato incontestabilmente che il matrimonio borghese è la conseguenza della proprietà borghese. Essendo esso strettamente collegato con la proprietà privata e col diritto ereditario, viene concluso per avere figli legittimi quali eredi, e, sotto l'influenza delle condizioni sociali, è imposto anche a coloro che non hanno nulla da lasciare in eredità[3] . Esso diventa un diritto sociale, la lesione del quale è punita dallo stato con la prigione temporanea degli uomini e delle donne che vivono in adulterio, o separati.

[ nessuna proprietà, nessuna legittimità, nessuna eredità ]

Nella società socialistica non vi sarà più niente da lasciare in eredità, se non si vuole considerare patrimonio ereditario le suppellettili e gli oggetti personali. Anche da questo punto di vista la forma attuale del matrimonio è difettosa.
Con ciò è risolta anche la questione del diritto ereditario, che il socialismo non ha bisogno di abolire. Se non esiste più proprietà privata non esisterà più diritto di proprietà.
La donna sarà dunque libera e i figli non le diminuiranno questa libertà. Essi potranno soltanto aumentare le gioie della vita. Maestre, educatrici, amiche prestano sempre aiuto alla gioventù femminile in caso di bisogno.
Forse in avvenire vi saranno uomini che, come Humboldt, diranno: «Io non sono nato per essere padre di famiglia e ritengo il matrimonio un peccato, la procreazione un delitto.» Che cosa importa? La forza degli istinti naturali provvederà a mantenere l’equilibrio. Noi non curiamo né l’ostilità al matrimonio di un Humboldt, né il pessimismo filosofico di uno Schopenhauer, di un Mainländer, di un Hartmann che nell'Idealstaat pongono all'umanità la prospettiva dell’autodistruzione. Noi siamo dell’opinione di Ratzel che scriva a ragione:
«L’uomo non deve considerarsi un'eccezione alle leggi naturali, ma deve finalmente cominciare a conformare alle leggi naturali le proprie azioni e i propri pensieri e ad aspirare di condurre una vita in corrispondenza a queste leggi. Egli giungerà a regolare i rapporti con i suoi simili, con la famiglia e lo stato, non già secondo i principi di secoli lontani, ma secondo i principi razionali di una scienza secondo natura. Politica, morale, principi giuridici, che si ispirano ancora ad ogni possibile sorgente, si conformeranno solo in corrispondenza alle leggi naturali. L’esistenza degna dell’uomo, di cui si favoleggia da secoli, diventerà finalmente realtà.»[4]

[ a passi giganteschi ]

Quest'epoca s'avanza a passi giganteschi. La società umana ha percorso per migliaia d'anni tutte le fasi dello sviluppo per giungere infine al punto onde s'era partita, alla proprietà collettiva ed alla perfetta uguaglianza e fratellanza, non solo di tutti i gentili, ma di tutti gli uomini. Questo è il grande progresso che ha fatto. Ciò che la società borghese aspirò invano di ottenere, e in cui fallì, o deve fallire, e, cioè, di stabilire la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza di tutti gli uomini, sarà realizzato dal socialismo. La società borghese poteva esporre soltanto la teoria, la pratica contraddisse anche qui, come in tante altre cose, la teoria. Il socialismo unirà teoria e pratica.
Ma il ritorno dell'umanità al punto di partenza del suo sviluppo, avviene in un grado di civiltà immensamente più elevato di quello dal quale si iniziò.
La società primitiva possedeva nelle gentes e nei clan la proprietà comune, ma nella forma più rozza e nel modo più imperfetto.
Nel corso dell'evoluzione ha abolito la proprietà comune e distrutto le gentes e finalmente ha notomizzata l’intera società, ma nelle diverse fasi aumentò le forze produttive della società e la molteplicità dei bisogni. Dalle gentes e dalle tribù formò le nazioni e i grandi stati, creando al tempo stesso una condizione di cose che si trovò in aperta contraddizione coi bisogni della società. Cómpito dell'avvenire è di togliere questa contraddizione di trasformare sulla base più estesa la proprietà privata e i mezzi di lavoro in proprietà comune.
La società riprende quanto un tempo possedeva ed essa stessa aveva creato; ma rendendo possibile a tutti, in corrispondenza alle nuove condizioni di vita, di vivere nel gradino più alto della civiltà, cioè concedere a tutti quello che prima non era se non un privilegio di alcuni, e di alcune classi.

[ dissolversi del dominio patriarcale e matriarcale ]

Anche la donna riprenderà il posto che occupava nella società primitiva, non già però come padrona, ma come uguale.
«La fine dello sviluppo dello stato sarà il principio dell’esistenza veramente umana. La primitiva uguaglianza torna in campo». «Il regime materno apre e chiude il corso delle cose umane» scrive Bachofen sua opera Das Mutterrecht; e Morgan dice: «Dal principio della civiltà l’aumento della ricchezza è diventato così immenso, le sue forme così svariate, la sua applicazione così estesa e la sua amministrazione così abile nell'interesse dei suoi proprietari, che tale ricchezza, di fronte al popolo, è diventata un potere invincibile.»
Lo spirito umano resta sbigottito e interdetto davanti alla propria creazione.
Tuttavia verrà il tempo in cui la ragione dominerà la ricchezza, in cui stabilirà, tanto il rapporto dello stato nei riguardi della proprietà ch'essa protegge, come il limite dei diritti dei proprietari.
«Gl'interessi della società debbono precedere assolutamente gl’interessi individuali, ed entrambi essere regolati in modo giusto ed armonico.» La caccia alla ricchezza non è lo scopo dell'umanità, se pure il progresso rimane la legge dell'avvenire come lo fu per il passato. Il tempo trascorso dal principio della civiltà è solo una piccola parte dell'esistenza umana, solo una piccola frazione rispetto all'avvenire. La dissoluzione della società sta minacciosa davanti a noi come conclusione di un periodo storico il cui unico scopo è la ricchezza, poiché un tale periodo contiene gli elementi di simile sfacelo. Democrazia nelle amministrazioni, fratellanza nella società, uguaglianza di diritti, istruzione generale, inaugureranno il periodo più elevato della nuova società, al quale aspirano l'esperienza, la ragione, la scienza. Essa sarà un risorgimento – ma in forma elevata della liberta, della uguaglianza e della fratellanza delle antiche gentes».[5]
Così, su base di studi scientifici, giungono agli stessi risultati uomini dalle opinioni più svariate.
La completa emancipazione della donna, e la sua uguaglianza giuridica con l'uomo, è uno degli scopi del nostro sviluppo civile, la cui realizzazione non può essere impedita da nessun potere terreno. Ma essa è possibile soltanto sulla base di una trasformazione che abolisce il dominio di un uomo sull'altro – così anche del capitalista sull'operaio. Solo allora l’umanità raggiungerà il maggiore sviluppo.
L'«età dell'oro» sognata e agognata dagli uomini da migliaia d’anni, verrà alfine. «Il dominio delle classi è giunto per sempre al termine e con esso anche il dominio dell’uomo sulla donna.»

L’INTERNAZIONALISMO

L’esistenza degna dell'uomo non può essere l’esistenza di un solo popolo privilegiato, il quale, isolato da tutti gli altri popoli, non potrebbe né fondare questo stato [di cose], né mantenerlo.
L’evoluzione è il prodotto dell’azione cumulativa esercitata dalle forze e dai rapporti nazionali e internazionali.
Quantunque l'idea nazionale domini ancora molto le menti e serva come mezzo di sostegno dell’egemonia politica e sociale, essendo questa possibile solo nei limiti nazionali, siamo già profondamente ingolfati nell’internazionalismo.
Le convenzioni commerciali, doganali, marittime, le postali, le esposizioni internazionali, i congressi di diritto internazionale, le misurazioni geografiche internazionali ed altri congressi ed alleanze scientifiche internazionali, le spedizioni esplorative internazionali, il commercio e il traffico, specialmente i congressi operai iniziatori della nuova èra e alla cui influenza morale si deve se nella primavera del 1890, per invito dell’impero germanico, ebbe luogo a Berlino una conferenza internazionale per discutere la legge protettrice degli operai, tutto questo dà prova del carattere internazionale che hanno assunto i rapporti delle nuove nazioni civili, non ostante la compattezza nazionale alla quale viene sempre più fatto breccia.
Per contrapposto all'economia nazionale si parla già di economia mondiale, annettendo a quest'ultima la massima importanza, perché da essa dipende essenzialmente il benessere e la prosperità delle singole nazioni.
Una gran parte dei nostri prodotti viene scambiata con prodotti esteri, senza i quali non possiamo più vivere. E come ogni ramo d’industria viene danneggiato se un altro si arresta, così la produzione nazionale di un paese soffre se si arresta quella di un altro paese. I rapporti dei singoli paesi diventano sempre più intimi, non ostante le perturbazioni passeggiere, come le guerre e le persecuzioni nazionali, perché sono dominati dagl'interessi materiali, che sono i più forti di tutti. Ogni nuova via che si apre, ogni miglioramento dei mezzi di comunicazione, ogni scoperta o perfezionamento nei sistemi di produzione coi quali le mercanzie vengono rinvilite, rafforzano questi rapporti. La facilità con la quale vengono a contatto persone e popoli distanti uno dall’altro è un nuovo fattore nella catena dell'alleanza. La emigrazione e la colonizzazione sono altre leve potenti. Un popolo impara dall’altro e l'uno cerca di sorpassare l’altro nella gara. Insieme con lo scambio dei prodotti materiali della più svariata specie, si compie lo scambio dei prodotti intellettuali, cosi nella lingua originale, come per mezzo delle traduzioni. L’imparare lingue straniere vive diventa per moltissimi una necessità.
L'effetto di questo processo di avvicinamento, che si compie su scala internazionale, è che i diversi paesi si rassomigliano sempre più nelle loro condizioni sociali.
Nelle nazioni civili più progredite e che dettano legge la rassomiglianza è già cosi grande che, chi ha imparato a conoscere la struttura economica di un popolo, conosce quella di tutti gli altri; presso a poco come in natura negli animali di una stessa specie lo scheletro è nella sua struttura lo stesso e si può ricostruire teoricamente possedendo alcune parti di esso.
La conseguenza è che dove esistono basi sociali simili anche gli effetti dovranno essere gli stessi. L'accumularsi di grandi ricchezze ha da un lato per contrapposto la schiavitù dei salariati, la soggezione delle masse per effetto dello sviluppo della meccanica; dall’altro, il dominio delle classi possidenti con tutte le conseguenze che ne derivano.
Noi vediamo infatti che i contratti e le lotte che agitano la Germania sconvolgono tutta l'Europa, gli Stati Uniti, l'Australia, ecc. In Europa, dalla Russia fino al Portogallo, dai Balcani, dall'Ungheria e dall’Italia fino all'Inghilterra e all’Irlanda, regna lo stesso scontento, si notano gli stessi sistemi di fermento sociale, di generale malessere e di dissoluzione. Esteriormente diverse, secondo il grado di sviluppo, il carattere della popolazione e la forma politica di stato, tali agitazioni sono dappertutto le stesse. I profondi contrasti sociali ne sono la causa. Ogni anno più essi si accentuano e il fermento e lo scontento penetrano sempre più profondamente nel corpo sociale, finché un incidente forse insignificante produce l'esplosione, la quale, a guisa di folgore, si diffonde in tutto il mondo civile spingendo in contrasto tutti gli uomini.
La lotta della nuova società contro la vecchia si è accesa; le masse vengono in scena e si combatte con un’esuberanza d'intelligenza come il mondo non ha ancora veduto in nessuna lotta e non vedrà in un secondo dibattito, poiché è l’ultima lotta sociale e, trovandoci nel secolo XX, ci avviciniamo sempre più alle ultime fasi, nelle quali vinceranno le nuove idee.
La società nuova s'innalzerà sopra basi internazionali. Le nazioni si affratelleranno, si tenderanno reciprocamente la mano e aspireranno ad estendere a poco a poco la nuova costituzione a tutti i popoli della terra[6].

[ le guerre

Un popolo non sarà più giudicato dall'altro come nemico che voglia saccheggiare e opprimere; non più come rappresentante di una fede straniera che vorrebbe imporre, ma come amico che vuole educare tutti alla civiltà. I lavori di cultura e di colonizzazione della nuova civiltà si distingueranno dai presenti per sé stessi e per i loro mezzi, come si distinguono le due società nel loro organismo. Non s'impiegherà polvere, né piombo, né acquavite, né la Bibbia, ma la missione civilizzatrice si intraprenderà con mezzi pacifici che faranno apparire ai barbari e ai selvaggi i civilizzatori non come nemici, ma come benefattori. I viaggiatori intelligenti e gli esploratori sanno già da lungo tempo quali successi si ottengano seguendo questa via.
Quando i popoli civili saranno uniti in una grande federazione sarà anche venuto il tempo in cui taceranno per sempre «le tempeste della guerra». La pace non sarà più un sogno, come vogliono far credere i signori del mondo che oggi indossano l’uniforme. Quel tempo giungerà quando il popolo avrà conosciuto i suoi veri interessi, non favoriti da combattimenti e da discordie, con armamenti che rovinano paesi e nazioni, ma con accordo amichevole, col lavorare insieme per la civiltà.
Le classi dominanti ed i governi hanno cura, come è stato detto, che gli armamenti militari e le guerre giungano al loro termine per la loro stessa mostruosità. Così le ultime armi, come molte delle precedenti, andranno a finire nelle collezioni di antichità per testimoniare alle future generazioni come le passate, per migliaia di anni, si sbranarono spesso come belve feroci, finché l'uomo trionfò sulla bestia.
Come le guerre siano provocate solamente da contrasti degl'interessi nazionali e, qua e là, artificialmente alimentate dalle classi dominanti per possedere, per esempio, per mezzo di una conflagrazione un canale d’emissione per le correnti pericolose dell'interno, è attestato da un’espressione del defunto maresciallo di campo Moltke.
Nel primo volume della sua opera postuma, che tratta della guerra franco-prussiana del 1870-71, dice, fra le altre osservazioni nella prefazione: «Fintanto che le nazioni si terranno isolate, vi saranno contestazioni che potranno essere appianate solo con le armi; ma nell'interesse dell’umanità è da sperare che le guerre diventino più rare, come sono diventate terribili
Ebbene, questo isolamento nazionale, la segregazione ostile, cioè, di una nazione di fronte all' altra, sparisce sempre più, non ostante tutti gli sforzi contrari per mantenerla, e così le generazioni future realizzeranno senza sforzo cómpiti ai quali menti geniali hanno già pensato da lungo tempo ed hanno fatto tentativi per la soluzione senza potere giungere alla meta.

Già Condorcet ebbe l’idea di creare una lingua universale, e il defunto presidente degli Stati Uniti, Ulisse Grant, così si espresse: «Siccome il commercio, l’istruzione e la rapida trasmissione del pensiero e delle cose per mezzo dei telegrafi o del vapore hanno tutto trasformato, così credo che Dio prepari il mondo a diventare una sola nazione, a parlare una sola lingua, e a raggiungere uno stato di perfezione nel quale esercito e flotta non saranno più necessari
Naturalmente anche presso un sanguinario yankee il buon Dio dovrà esercitare la stessa funzione egualitaria, che è unicamente il prodotto dello sviluppo storico.
Non ci si deve meravigliare: l'ipocrisia, o la limitazione delle idee in questione di religione non è in nessun luogo maggiore che negli Stati Uniti. Quanto meno il potere di stato opprime le masse, tanto più può avere influenza la religione e la chiesa. Per ciò la borghesia sembra dappertutto più devota dove il potere di stato è più debole e, cioè, negli Stati Uniti, in Inghilterra, nel Belgio e nella Svizzera.
Anche il rivoluzionario Robespierre, che giocava con le teste degli aristocratici e del clero come con le palle, era, come è noto, molto religioso, per la qual cosa fece solennemente ristabilire l'Ente superiore, che poco tempo prima, altrettanto insensatamente, la Convenzione aveva dichiarato destituito. E siccome prima della grande rivoluzione i frivoli e dissipati aristocratici francesi molto si vantavano del loro ateismo, Robespierre considerò questo fatto come aristocratico e lo denunziò alla Convenzione nel suo discorso sull'Ente supremo con le parole: «L'ateismo è aristocratico». Il concetto di un Ente supremo che veglia sull'innocenza oppressa e punisce il delitto è del tutto popolare. «Se non vi fosse un Dio, bisognerebbe crearlo». Il virtuoso Robespierre prevedeva che la sua saggia repubblica borghese non potesse conciliare i contrasti sociali; da ciò la fede in un Ente supremo che esercita la giustizia e cerca di pareggiare ciò che gli uomini non potevano ancora pareggiare.
Questa fede per la prima repubblica era una necessità.
Ma il tempo passa, un progresso nella civiltà ne chiama un altro; l’umanità si impone sempre nuovi cómpiti, determinando uno sviluppo nella civiltà che non conoscerà più odio di nazionalità, né guerre né lotte religiose, né alcun regresso di questo genere.

POPOLAZIONE ED ECCESSO DI POPOLAZIONE

Vi sono molte persone che riguardano la questione della popolazione come una delle più importanti e delle più urgenti, perché pare si minacci un eccesso di popolazione anzi che vi sia di già. La questione dev’essere trattata specialmente dal punto di vista internazionale, perché l’alimentazione e la distribuzione del popolo sono diventati sempre più argomento internazionale.
Da Malthus in poi molto si è discusso intorno alla legge che regola l'aumento della popolazione.
Nella sua celebre opera Versuch über das Bevölkerungs prinzip che Carlo Marx chiama un plagio superficiale e pretesco da scolaretto di sir James Steward, di Townsend, di Franklin, di Wallace, ecc. che «non contiene un solo concetto originale», egli espone l’opinione che l’umanità tenda ad aumentare in progressione geometrica (1, 2, 4, 8, 16, 32, ecc.) mentre, per l’opposto, gli alimenti aumentano in progressione aritmetica (1, 2, 3, 4, 5, ecc.).
La conseguenza necessaria sarebbe che fra il numero degli uomini e la quantità degli alimenti nascerebbe presto una sproporzione tale da condurre alla miseria delle masse e infine alla morte. È necessario quindi frenare la procreazione, non maritarsi se non vi sono mezzi sufficienti per mantenere una famiglia, perché altrimenti non vi sarebbe posto per i discendenti al «banchetto della vita».
Il timore di un eccesso di popolazione è cosa vecchia.
Esisteva già, come abbiamo dimostrato, presso i Greci e i Romani e alla fine del medio evo. Platone e Aristotile, i Romani, il piccolo borghese del medio evo, ne furono dominati e con essi Voltaire, il quale pubblicò sull’argomento nel primo quarto del secolo XVIII, una dissertazione. Altri autori lo imitarono, finché in Malthus nacque colui che portò questi timori alla loro massima espressione.
Questo timore si manifesta sempre in periodi nei quali lo stato sociale sta per cadere in rovina.
Si crede di potere attribuire in prima linea il generale malcontento che nasce allora, alla sovrabbondanza di uomini e alla mancanza di viveri, e non al sistema col quale questi vengono acquistati e distribuiti.

[ proprietà della terra e condizioni di vita

Tutto lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo si basa sul predominio di una classe sull' altra; ma il mezzo principale e più importante per esercitare questo predominio è l’impossessarsi della terra.
Dalla proprietà comune si giunge a poco a poco alla privata: la massa diventa proletaria ed è obbligata a procurarsi, col servire i proprietari, la sua parte di alimenti. In tali condizioni ogni aumento di famiglia ed ogni nuovo concorrente viene considerato come un peso.
Lo spettro dell'eccesso di popolazione si fa vedere diffondendo il terrore, nella stessa misura che il terreno diventa sempre più monopolio di un piccolo numero di proprietari e perde in facoltà produttiva, sia per non essere sufficientemente coltivato, o perché il migliore è convertito in pascoli, o è riservato per il piacere dei padroni ad uso di caccia e viene sottratto così alla coltivazione per uso di nutrimento umano. Roma e l'Italia tutta soffrirono della maggiore mancanza di mezzi alimentari quando i terreni si trovarono nelle mani di circa 3000 possidenti di latifondi. Da ciò il detto: «I latifondi rovinano Roma!»
Le terre italiane furono convertite, per divertimento dei patrizi, in immensi parchi da caccia, spesso lasciati anche incolti perché la loro coltivazione per opera degli schiavi era più costosa di quanto fosse il grano importato dall’Africa e dalla Sicilia.
Condizioni che aprirono le porte all'usura del grano, alla quale di nuovo prese parte il ricco patriziato romano. Questo divenne anzi il motivo principale per tralasciare la coltivazione della terra. La nobiltà profittò più dell’usura del grano che della coltivazione del medesimo nelle proprie terre.
Avendo in tali condizioni preferito il cittadino romano e il patrizio depauperato di rinunziare al matrimonio e alla procreazione, si decretarono premi per i matrimoni e per le nascite a fine di impedire la continua diminuzione delle classi dominanti.
Simile fenomeno si manifestò verso la line del medio evo, dopo che per secoli la nobiltà e il clero ebbero con tutti i mezzi, forniti dall' astuzia e dalla violenza, privato numerosi contadini dei loro beni e si furono appropriati il terreno dei comuni.
Quando, in seguito ai maltrattamenti sofferti, i contadini si ribellarono, ma furono vinti, la rapina continuò più violenta che mai, estendendosi anche, per opera dei principi riformati, ai beni della chiesa. Il numero dei banditi, dei ladri, dei vagabondi aumentò a tal punto come non era mai stato fino allora e giunse al massimo grado dopo la riforma.
La popolazione delle campagne espropriate affluì nelle citta, ma anche qui le condizioni di vita, per le ragioni descritte prima, erano diventate sempre peggiori, e così dappertutto esisteva un «eccesso di popolazione.»

[ la comparsa di Malthus o della giustificazione ]

La comparsa di Malthus ebbe luogo in quel periodo dell'industria inglese in cui in seguito alle nuove invenzioni di Hargreaves, Arkwright e Watt, erano avvenute grandi trasformazioni nella meccanica e nella tecnica, che vennero in ugual modo applicate nell'industria del cotone e del lino e fecero restare senza pane migliaia di operai di queste industrie.
L’accentramento della proprietà fondiaria e lo sviluppo della grande industria assunsero in Inghilterra proporzioni immense. Col rapido aumento della ricchezza da un lato, crebbe la miseria delle masse dall’altro. In tale epoca, le classi dominanti, che hanno tutte le ragioni di considerare il mondo attuale come il migliore, dovevano creare una spiegazione plausibile che le discolpasse per un fenomeno così contraddittorio come era l’impoverimento delle masse da un lato e l’aumento della ricchezza e il prosperare dell’industria dall’altro. Niente era più comodo che dare la colpa al rapido aumento degli operai, cagionato dalla eccessiva procreazione dei figli, e non al fatto che gli operai divenivano superflui per il processo di produzione capitalistica e per l’accumularsi della terra nelle mani dei proprietari.
In tali condizioni il plagio superficiale pretesco pubblicato da Malthus conteneva una prova fondamentale dei mali esistenti che diede espressione ai desideri più segreti della classe dominante, giustificandola agli occhi del mondo.  Così si spiega il plauso immenso che trovò da un lato, e la violenta ostilità dall'altro, Per la borghesia inglese Malthus aveva pronunziata la parola nel momento opportuno, e non ostante che la sua opera non contenesse nemmeno un concetto originale, egli divenne un uomo grande e celebre e dal suo nome prese nome la dottrina[7].
Le condizioni che indussero Malthus a gettare il grido d’allarme e permisero alle sue dottrine brutali che egli dirigeva alla classe operaia – aggiungendo così al danno anche lo scherno – di diffondersi da allora sempre più, non solo nella patria di Malthus, la Gran Bretagna, ma in tutti paesi del mondo, si integrano nel sistema di produzione capitalistica, che ha per conseguenza l’usurpazione delle terre e la soggezione delle masse per l'introduzione delle macchine e delle fabbriche.
Questo sistema consiste, com’è stato provato, nella separazione dell’operaio dai mezzi di lavoro, siano questi la terra o gli strumenti, e nel trasferirli nelle mani dei capitalisti. Questo sistema crea sempre nuovi rami d'industria, li sviluppa e li concentra, ma getta sempre masse di popolo sul lastrico e le rende sovrabbondanti.
Come nell'antica Roma, esso favorisce la proprietà dei latifondi con tutte le sue conseguenze.

[ la terra d’Irlanda e quella di Scozia ]

L'Irlanda, che è il paese classico in Europa sotto questo riguardo, più di ogni altro fu afflitta dal sistema inglese di rapina. Essa possedeva già nel 1876 884,4 miglia quadrate di prati e pascoli, ma solo 263,3 miglia quadrate di terreno coltivabile, ed ogni anno progredisce la diminuzione della popolazione e, di conserva, la conversione delle terre coltivabili in prati e pascoli per greggi e buoi e in parchi da caccia per i proprietari.[8]
Le terre coltivabili irlandesi si trovano inoltre in gran parte nelle mani di piccoli e di piccolissimi fittaiuoli che non sono in grado di aumentare la produttività del suolo. Per ciò l’Irlanda mostra l’aspetto di un paese che retrocede dalla fase agricola a quella pastorale e la popolazione, che al principio del secolo XIX contava più di 8 milioni, è scemata adesso al disotto di 5 milioni, e ancora questi 5 milioni sono sovrabbondanti per quanto occorre. La ribellione degli Irlandesi all’Inghilterra si spiega facilmente. La Scozia mostra un quadro affatto simile all’Irlanda nel possesso dei terreni e nelle condizioni della sua agricoltura.[9]

[ terre in Ungheria, Italia]

Lo stesso si è ripetuto al principio dell'ultimo decennio nell’Ungheria, entrata nel moderno sviluppo. Un paese, così ricco per fertilità di suolo come pochi altri in Europa, è carico di debiti, la sua popolazione ridotta alla miseria si trova nelle mani degli usurai. Presi dalla disperazione, gli abitanti emigrano in massa. Ma le terre si sono concentrate nelle mani dei capitalisti che s'impossessano delle foreste e dei campi coltivati in modo che l'Ungheria, in un tempo non lontano, cesserà di essere un paese esportatore di grani.
Lo stesso può dirsi dell'Italia, dove l'unita politica della nazione, come in Germania, ha favorito lo sviluppo capitalistico, ma i laboriosi contadini del Piemonte, della Lombardia, della Toscana, della Romagna e della Sicilia impoveriscono e vanno ogni giorno più in rovina. Cominciano già di nuovo a formarsi paludi e maremme e là dove pochi anni or sono prosperavano gli orti e i campi dei piccoli coloni. Alle porte di Roma, nella così detta campagna romana, stanno centinaia di migliaia di ettari di suolo incolto, in un luogo che una volta, ai tempi dell'antica Roma, era dei più fertili.
Le paludi lo infestano coi loro venefici miasmi. Se con l’applicazione di mezzi adeguati si ottenesse il completo prosciugamento e un'irrigazione bene intesa, la popolazione romana ne ritrarrebbe una ricca sorgente di alimenti e di guadagno, ma l'Italia soffre di megalomania e rovina gli abitanti con la pessima amministrazione, con gli armamenti militari e marittimi e le colonizzazioni, ma non ha mezzi per i compiti dell'incivilimento e per rendere fruttifera la campagna.
Come nella campagna romana così nell'Italia Meridionale e in Sicilia. Questa, un tempo il granaio Roma, cade sempre più in miseria. Popolazione più miiserabile, più maltrattata non esiste in tutta Europa. I figli del più bel paese europeo inondano mezza Europa e l'America, facendo ribassare i salari, ed emigrano in massa non volendo morire sul suolo che non appartiene più loro.
La malaria, questa febbre terribile, assume in Italia dimensioni tali che già nel 1882 il governo impensierito fece fare un’inchiesta che diede il triste risultato che delle 69 provincie del paese, 32 erano infestate dal morbo, in altre 32 si era già mostrato, e solo 5 ne erano rimaste immuni.
Il morbo, prima conosciuto solo nelle campagne, penetrò nelle città perché il proletariato, accumulandovisi sempre più numeroso e accresciuto dalla popolazione delle campagne, vi forma i focolari d'infezione.
Da qualunque lato consideriamo il sistema di economia capitalistica, viene provato che la miseria delle masse non è conseguenza della mancanza di alimenti, ma della distribuzione disuguale di questi e del sistema stolto di amministrazione, che procura agli uni la sovrabbondanza e costringe gli altri a fare a meno del necessario.
Le affermazioni di Malthus non hanno senso se non dal punto di vista della produzione capitalistica.
Dall’altro lato questa stessa spinge alla procreazione; essa ha bisogno per le sue officine e le sue fabbriche di forze lavoratrici a buon mercato. Per i proletari il generare diventa una specie di calcolo; i figli devono guadagnarsi le spese del mantenimento. Nell’industria domestica il proletario ha anzi interesse di possedere molti figli, perché da ciò dipende la sua capacità nel campo della concorrenza. Questo sistema abominevole aumenta la miseria dell’operaio e la sua dipendenza dall'intraprenditore. Il proletario è costretto a lavorare per un salario sempre più misero ed ogni provvedimento per la sua protezione, ogni maggiore spesa per questo ed altri sociali, che non vengono imposti anche agli intraprenditori per i domestici tenuti da loro, inducono gl’industriali ad estendere il circolo dei loro dipendenti. Questo genere d’industria offre vantaggi come nessun’altra forma d’industria potrebbe dare.
Ma il sistema capitalistico di produzione non produce solo una sovrabbondanza di merci e di operai, ma anche d’intelligenze, le quali trovano sempre più difficile applicazione; l’offerta sorpassa la richiesta.
Solo una cosa non è superflua in questo mondo capitalista: il capitale ed il suo possessore, il capitalista.
Se gli economisti borghesi sono malthusiani, sono ciò che debbono essere nell'interesse della borghesia; solo non devono attribuire alla società socialistica le loro manie borghesi.
John Stuart Mill dice: «Il comunismo è precisamente quello stato di cose in cui l’opinione pubblica si dichiarerà con la maggiore intensità contro questa specie di intemperanza egoistica. Ogni aumento di popolazione, il quale peggiori la condizione piacevole di essa, o ne accresca le pene, dovrebbe avere per conseguenza inconvenienti immediati e manifesti in ogni singolo individuo dell’associazione comunistica; inconveniente che non potrebbero essere attribuiti all’avidità degli imprenditori o ai privilegi ingiusti dei ricchi. In circostanze così mutate non potrebbe mancare che l’opinione pubblica facesse palese la sua disapprovazione e, sr questo non bastasse, che si reprimesse con castighi di una certa natura questa o quell’altra incontinenza nociva alla comunità. «Non si può adunque rimproverare la teoria comunistica di favorire l’eccesso di popolazione, che anzi essa si raccomanda tanto più, in quanto avrebbe in alto grado la tendenza di prevenire questi inconvenienti.»
Il prof. Wagner dice a pag. 376 del Lehrbuch der politischen Oekonomie di Rau: «In una società socialistica può almeno essere assicurata la libertà del matrimonio.»
I sopra citati scrittori si partono dall’opinione che la tendenza all’eccesso di popolazione sia comune a tutte le classi sociali. Entrambi però riconoscono nel socialismo la qualità di potere, più che ogni altra forma di società, ristabilire l’equilibrio per la popolazione e l’alimentazione. Quest'ultima asserzione è giusta, la prima no.

[ socialisti malthusiani ]

Vi erano alcuni socialisti. isolati che, imbevuti delle idee di Malthus, temevano che il pericolo di un eccesso di popolazione fosse imminente. Ma questi socialisti malthusiani sono scomparsi.
Il penetrare più profondamente nella natura e nell'essere della società borghese li ha meglio illuminati. Anche le lamentazioni dei nostri agrari ne insegnano che, dal punto di vista del mercato mondiale, produciamo troppi alimenti, di modo che i prezzi più bassi che ne risultano rendono la produzione non proficua.
I malthusiani si immaginano, e il coro degli oratori borghesi lo ripete senza riflettervi, che una società socialistica dove regnasse la libera scelta in amore e che offrisse a tutti un’esistenza degna dell'umanità, diventerebbe una stalla di conigli. La società si abbandonerebbe al godimento sessuale più sfrenato e ad una procreazione in massa. Potrebbe invece avvenire il contrario. Finora abbiamo visto che in media il maggior numero dei figli non è nelle classi più elevate, ma al contrario in quelle in condizioni peggiori. Si potrebbe dire, anche senza peccare di esagerazione, che quanto più miserabile è la condizione dei proletari, tanto più sono numerosi i figli, tranne qualche eccezione.
Ciò è affermato anche da Virchow, che scrisse verso la metà del secolo scorso: «Come l’operaio inglese nel suo più basso abbrutimento, nella più viva mancanza d’intellettualità non conosce in sostanza se non due sorgenti di godimento, l'ubriachezza e la prolificazione, così anche il popolo della Slesia superiore fino a pochi anni fa concentrava in queste due cose ogni suo desiderio, ogni sua aspirazione. L’uso dell'acquavite e il soddisfacimento degl'istinti sessuali lo dominavano da sovrani, e cosi si spiega facilmente come aumentasse rapidamente di numero nella misura che perdeva forza fisica e valore morale.» Carlo Marx si esprime nel Kapital in simile modo. Non solo il numero delle nascite e delle morti ma anche il numero dei membri di una famiglia sta in proporzione inversa al salario e alla quantità degli dei quali le diverse categorie di operai dispongono. Questa legge della società capitalistica sarebbe insensata fra selvaggi, o anche fra colonie incivilite.
Essa ricorda l’innumerevole riproduzione degli animali più deboli e più perseguitati. Marx Laing così si esprime: Se tutto il mondo si trovasse in circostanze favorevoli, sarebbe presto spopolato. Laing è dunque d'opinione opposta a quella di Malthus e crede che il vivere bene non contribuisca- all’aumento ma alla diminuzione delle nascite. Similmente si esprime Herbert Spencer che dice: Sempre e dappertutto il perfezionamento e la facoltà di moltiplicarsi sono in opposizione. Ne segue che lo sviluppo ulteriore che l’umanità ha in prospettiva avrà forse per conseguenza una diminuzione della moltiplicazione. Su questo punto esiste un accordo fra uomini che, nel resto, si partono da punti di vista totalmente diversi e coi quali ci associamo.
Si potrebbe sciogliere in brevi parole la questione dicendo che non ha senso il timore di un eccesso di popolazione, per un tempo indeterminato, perché ci troviamo di fronte ad una tale sovrabbondanza di alimenti che minaccia di diventare ogni anno più grande, tanto che la preoccupazione dell’impiego di questa ricchezza è molto più ragionevole del timore che possa essere sufficiente. Per i produttori degli alimenti sarebbe anzi cosa più desiderabile un più rapido aumento dei consumatori. Ma i nostri malthusiani sono instancabili nel sollevare obbiezioni e così bisogna ribatterle per non lasciar loro credere che non si è al caso di rispondere.
Essi sostengono che il pericolo di un eccesso di popolazione, in un tempo non lontano, sta nella “diminuzione” dei prodotti della terra, che il nostro suolo coltivato si “esaurisce”, che non possiamo più aspettarci raccolti abbondanti e, siccome il suolo coltivabile che ancora potrebbe essere sfruttato, diviene sempre più raro, il pericolo della mancanza di alimenti, col progressivo aumento della popolazione, è immediato.
Nei capitoli sullo sfruttamento del suolo è già stato in quest'opera incontestabilmente provato quali enormi progressi sarà capace di fare l’umanità anche dal punto di vista della scienza agricola riguardo all’acquisto di nuove quantità di alimenti.
Ma ecco altri esempi: Un ricco possidente e noto economista, uomo dunque che sotto entrambi i riguardi valeva più di Malthus, così si esprimeva nel 1850, in un tempo in cui l’applicazione della chimica all' agricoltura era ancora rudimentale: «La produttività della materia greggia, specialmente delle sostanze nutritive, non sarà inferiore in avvenire alla produttività delle fabbriche e dei trasporti.... Ai nostri giorni la chimica agricola comincia ad aprire all’agricoltura prospettive che senza dubbio condurranno a molti errori, ma che finalmente metteranno in potere della società la creazione di sostanze alimentari come oggi è in suo potere di fornire qualunque quantità di panno sia richiesta, perché esistono le necessarie provviste di lana.»[10] 
Liebig, il creatore della chimica agricola, è d’opinione che «finché esisterà l’opera umana e il concime sufficiente, il suolo sarà inesauribile e darà senza interruzione i raccolti più abbondanti.»



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N.d.R. - Dobbiamo ricordare ai lettori che tutti i titoli tra parentesi quadre non sono dell’Autore ma inserite in sede redazionale allo scopo di facilitare la lettura e favorire una visione generale della molteplicità degli argomenti affrontati.
[1] . Frauenrechts und Frauenpflicht, risposta alla lettera di Fanny Lewald, «Für und Wieder die Frau», 2° ed. Bonn 1871.
[2] . Giorgio Brandes, Die Literatur des neuzchnten Jahrhunderts, vol. V, 1883, Veit e Comp.-
[3] . Il dottor Schäffle dice nella sua opera Bau und Leben des sozialen Korpers: «Certo non è desiderabile che si rallentino i vincoli matrimoniali col facilitare i divorzi. Ciò sarebbe contrario ai cómpiti morali dell’accoppiamento umano e svantaggioso alla conservazione della popolazione, come all’educazione dei figli.» Noi riguardiamo questi concetti non solo ingiusti e falsi, ma siamo tentati di ritenerli “immorali”. Però anche lo Scäffle concederà che è impossibile introdurre e sostenere in una società infinitamente più colta ed elevata della presente, istituzioni che urtano coi suoi principi di morale.
[4] . Citato nella Natürliche Schopfungsgeschichte di Häckel, 4° ediz.
[5] . Morgan, op. cit. pag. 474-475.
[6] . «L’interesse nazionale e quello dell'umanità stanno oggi di fronte uno all’altro con aria ostile; in un grado più alto di civiltà questi interessi si fonderanno per diventare uno solo.» (Von Thünen, Der isolirte Staat.
[7] . Il fatto che Darwin ed altri divennero seguaci di Malthus mostra come la mancanza di studi economici conduca alle vedute più unilaterali nel campo delle scienze naturali.
[8] . Ferd. Freiligrath ne parla nel suo commovente poema « Irland ››.
[9] . I due milioni di acri che comprendono i terreni più fertili della Scozia, sono ridotti del tutto incolti. I pascoli naturali di Glen Tilt sono fra i più lucrosi della contea di Perth; la Deer Forest di Ben- Aulder era il miglior terreno del vasto distretto di Badenoch, una parte del Black mount forest era il pascolo più eccellente della Scozia per le pecore dal pelo nero. Dell'estensione del suolo lasciato incolto a scopo di caccia possiamo formarci un concetto dal fatto che esso abbraccia una superficie più grande di tutta la contea di Perth. Si potrà giudicare quale perdita abbia subito il paese riguardo alla produzione in conseguenza di questa devastazione del suolo, con l’apprendere che la superficie dei parchi da caccia di Ben-Aulder potrebbe servire da pascolo a 15.000 persone e che essa ammonta sola alla trentesima parte dell'estensione destinata alla caccia della Scozia... Tutta questa superficie è improduttiva... e potrebbe essere immersa nelle onde del mare del nord». (L’Economista, Londra 2 luglio 1866, citato da Carlo Marx nel Capitale vol. I, 2a ediz.).
[10] . Rodbertus, Die Beleuchtung der sozialen Frage, 1850.