|
IL DEMONE DEL PERVERSO |
Edgar Alla Poe . 1845
|
|||
|
The Imp of the Perverse [1]
Nell’esame delle facoltà e delle inclinazioni – dei moventi principali dell’anima umana [2] – i frenologisti han dimenticato di far la sua parte a una tendenza che, quantunque visibilmente esistente come sentimento primitivo, radicale, irriducibile, pure è stato trascurato da tutti quanti i moralisti che hanno finora vissuto.
|
![]() |
||||||||
|
Roma 1990, aereoporto, Autoritratto (di spalle, seduto sulla sua propria valigia)
|
|||||||||
|
E poiché il nostro giudizio ci allontana con violenza dall’orlo del precipizio, appunto a causa di ciò, noi con più impeto vi ci raccostiamo. Nella natura non esiste passione più diabolicamente impaziente di quella d’un uomo che, fremendo di terrore sul margine d’un precipizio, sogna di gettarvisi. Permettersi, provare un solo istante di pensare è lo stesso che perdersi inevitabilmente, imperocché la riflessione ci comanda d’allontanarci ed è appunto per ciò, ripeto, che noi non lo possiamo.
Se là non si trova pronto un braccio amico per trarci indietro, o se non siamo capaci d’uno sforzo istantaneo per fuggire lontano dall’abisso, noi vi ci slanceremo, noi così saremo annientati. Esaminando questo od altri analoghi fatti, noi troveremo come essi risultino unicamente dallo spirito di perversità. Noi non operiamo solo perché sentiamo che non dobbiamo farlo. Al di qua o al di là non vi ha un principio intelligibile: e noi potremmo veramente considerare questa perversità come una diretta istigazione dell’Archidemonio [9], se non fosse riconosciuto che alcune volte essa serve a compiere il bene. Se io finora ho parlato a lungo, è stato per rispondere in qualche maniera alle vostre domande, per spiegarvi perché io mi trovo qui, per dimostrarvi la causa da cui mi son venuti questi ferri che porto e questa cella carceraria dentro a cui son rinchiuso. Se non fossi stato così prolisso, o voi non m’avreste compreso affatto o, come la folla, mi avreste creduto pazzo. Ora però riconoscerete facilmente che io sono una delle innumerevoli vittime del demone della perversità. È impossibile che un’azione sia stata preparata con una premeditazione più perfetta. Per settimane e per mesi io meditai sui mezzi per compiere l’assassinio. Rigettai mille piani, imperocché nel compimento di ciascuno io vidi una probabilità di rivelazione. Finalmente leggendo un giorno alcuni scritti francesi vi trovai la storia d’una malattia quasi mortale da cui fu presa la signora Pilau [10] in conseguenza d’una candela accidentalmente avvelenata. Quell’idea colpì subito la mia immaginazione. Sapevo che la mia vittima aveva l’abitudine di leggere a letto: sapevo pure che la sua camera era piccola e mal aereata. Ma è inutile che io vi affatichi con oziosi particolari e non vi racconterò le facili gherminelle, per mezzo delle quali riuscii a sostituire nel candeliere della sua camera da letto una candela di mia composizione a quella che precedentemente vi si trovava. Il mattino seguente il mio uomo fu trovato morto dentro al suo letto e il pretore che andò a verificarne la morte scrisse: morto di colpo apoplettico [11]. Io ereditai la sua fortuna, e per parecchi anni tutto procedé per la meglio. Nel mio cervello non passò mai neppure una volta l’idea d’una rivelazione. Del resto io avevo fatto scomparire i rimasugli della fatale candela: non avevo lasciato l’ombra d’un filo che potesse servire a farmi anche solamente sospettare autore del delitto. Non si può concepire il superbo sentimento di soddisfazione che gonfiava il mio cuore, quando riflettevo alla mia assoluta sicurezza. Per un lunghissimo periodo di tempo mi abituai a godere di quel mio sentimento: trovavo più piacere in esso che in tutti i benefizi puramente materiali, risultanti dal mio delitto. Ma col passar del tempo arrivò un giorno in cui quel sentimento di piacere, per una gradazione quasi impercettibile, si trasformò in un pensiero che mi assediava e mi stancava. E mi stancava, perché mi assediava. Non riuscivo a liberarmene neppure per un istante. È una cosa comunissima sentir le orecchie affaticate o piuttosto la memoria assediata da una specie di tintinnìo, dal ritornello d’una canzone popolare o da qualche insignificante pezzetto di musica: e il tormento non sarà minore anche se la canzone è bella di per se stessa e meravigliosa l’arietta musicale. Così avvenne che, pensando senza mai fermarmi alla conquistata sicurezza, finii col sorprendermi a ripetere continuamente a bassa voce: – io sono salvo! Un giorno, gironzolando per le vie, m’accorsi che andavo mormorando quasi ad alta voce quelle insolite sillabe. In un accesso di petulanza io le andavo esprimendo in questa nuova forma: — io sono salvo, io sono salvo, sì, purché non sia tanto sciocco da confessare io stesso il mio caso. Non avevo finito di pronunziare queste parole che intesi un freddo glaciale invadermi fino al cuore. Io avevo acquistato una certa esperienza di tali accesi di perversità (di cui non senza difficoltà, ho cercato di spiegare la singolare natura) e mi ricordavo bene come in alcun caso mai io fossi riuscito a resistere ai suoi vittoriosi attacchi. Ed ora una tale casual suggestione, prodotta in me stesso – che io, cioè, avrei potuto essere tanto stupido da confessare il delitto di cui mi ero reso colpevole – mi seguiva come l’ombra stessa di colui che io avevo assassinato e mi chiamava verso la morte. Dapprima io feci uno sforzo per scuotere quest’incubo dall’anima mia. Presi a camminare rapidamente, poi più rapidamente ancora, poi sempre più presto, alla fine mi misi a correre. Provai un desiderio snervante di mettermi a gridare con tutte le mie forze. Ogni ondata successiva del mio pensiero mi colpiva con un nuovo terrore, imperocché io comprendeva bene, ohimè! comprendeva troppo bene che, nel caso mio, pensare era lo stesso che perdermi. Correvo come un pazzo traverso alle vie tutte piene di gente. Alla fine il popolino fu scosso e cominciò a corrermi dietro. Io allora intesi la consumazione del mio delitto. Se avessi potuto strapparmi la lingua lo avrei fatto; – ma una voce rude risuonava nelle mie orecchie e una mano più rude ancora mi aggavignava [12] alle spalle. Mi voltai ed aprii la bocca per riprender fiato. Per un momento provai tutte quante le angosce della soffocazione; diventai cieco, sordo, ubbriaco; e allora pensai che un qualche invisibile demone mi avesse colpito con la sua larga mano sul dorso [13]. In quel momento il segreto che io per tanto tempo ero riuscito a conservare mi sfuggì dal cuore. Dicono che io parlassi molto chiaramente, ma con una energia violenta ed un’ardente precipitazione come se avessi temuto d’essere interrotto prima d’aver terminato di pronunziare quelle frasi brevi ma piene di grave importanza che mi dovevano consegnare prima al carnefice poi all’inferno. Raccontato tutto quanto era necessario di dire per convincere pienamente la giustizia, io caddi atterrito, privo di sensi. Ed ora che cosa dovrei aggiungere di più? Oggi sono qui incatenato! domani sarò libero! ma dove?
|
|
||||||||
|
|||||||||
|
|
|
||||||||
|
[1] . Edgar Allan Poe, “The Imp of the Perverse” [Lo spirito del perverso], tradotto sia come “Il demone del perverso” sia come “Il genio della perversità”, è una storia scritta in forma saggistica e pubblicata nel luglio 1845 sul Graham’s Magazine. Di questo racconto non si conserva il manoscritto, anche se girò la voce che fu salvato da Alexander McKelly (1804-1879), tipografo e correttore di bozze del «Graham’s». Kelly salvò a suo tempo anche il manoscritto del racconto “The System of Doctor Tarr and Proffesor Fether”. Quando il racconto fu pubblicato sull’Urbana Union il 14 giugno 1871, fu introdotto dalla seguente breve nota: «THE original MS. of the following remarkable romance is in our possession, and can be seen by calling at the office of the URBANA UNION.» [IL MS. originale del seguente notevole romanzo è in nostro possesso e può essere visto chiamando l'ufficio della URBANA UNION.] Si ignora per quale motivo abbiano usato il termine romance (che significa storia d’amore o romanzo cavalleresco) per questo racconto dell’orrore. La prima traduzione in francese del racconto si deve a Charles Baudelaire, “Le démon de la perversité”, in Nouvelles histoires par Edgar Poe del 1857. La presente traduzione è stata pubblicata nel volume Storie meravigliose (STEN editrice, Torino 1923). Si basa sul testo apparso nel periodico «The May Flower for 1846» di fine 1845 o, molto più probabilmente, sul testo contenuto in Works del 1850. In queste due versioni compaiono le ultime due frasi omesse invece nelle precedenti. [Ndr. Nota introduttiva e testo e note dal sito https://edgarallanpoe.it/il-demone-della-perversita/]
[2] . In originale “prima mobilia of the human soul”: cfr. nota seguente. [3] . Secondo l’astronomia medievale, è la sfera concentrica più esterna del sistema tolemaico, che contiene le sfere interne dei pianeti, del sole, della luna e delle stelle fisse. [4] . In latino nel testo, come più avanti a posteriori. [5] . In originale Amativeness. Più sopra Alimentiveness per organo di alimentazione. [6] . Seguaci del dr. Johann Gaspar Spurzheim, scopritore tedesco, assieme al dr. Franz Josef Gall, dei principi della frenologia. Morì a Boston il 10 novembre 1832. Poe parlò con molto rispetto della frenologia nei suoi primi anni; ma, come suggerisce ciò che dice nella presente storia, arrivò a diffidare della sua validità. Ne rimosse infatti un’allusione dai racconti “Gli assassinii della the Rue Morgue” e “Il gatto nero”. |
[7] . In originale trumpet-tongued. Espressione presente in Macbeth, I, VII, 19: Will plead like angels, trumpet-tongued, against / The deep damnation of his taking-off. Anche in Politian: And her the trumpet-tongued thou wilt not hear / In hearkening to imaginary sounds / And phantom voices [Supplicherà come angeli, con la lingua della tromba, contro / La profonda dannazione del suo decollo]. Anche in Politian: E lei la tromba dalla lingua che non sentirai / Nell'ascoltare suoni immaginari / E voci fantasma]; e in Literati, a proposito di Caroline Kirkland (prima pubblicazione in «Godey’s for August 1846»): So life-like were her representations that they have been appropriated as individual portraits by many who have been disposed to plead, trumpet-tongued, against what they supposed to be “the deep damnation of their taking-off [Le sue rappresentazioni erano così realistiche che sono state appropriate come ritratti individuali da molti che sono stati disposti a supplicare, con la lingua tromba, contro quella che supponevano essere "la profonda dannazione del loro decollo.].
[8] . Si trova nella “Storia del pescatore”. [9] . In originale Arch-fiend, arcidiavolo. [10] . Madame Pilau compare in “An Oddity of the Seventeenth Century” di Catherine Gore, «New Monthly Magazine», dicembre 1839: a ottantasei anni la signora Pilau stava per morire per aver acceso una candela avvelenata. [11] . In originale Death by the visitation of God [Morte per visita di Dio]. [12] . Termine antico per afferrare. [13] . Cfr. Iliade, XVI, 1111-1113: «Vennegli a tergo il nume, e colla grave / Palma sul dosso tra le late spalle / Gli dechinò [abbassò] sì forte una percossa.» |
||||||||
|
|||||||||
|
|
|
|
|||||||