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| Elementi e complementi . (appunti IX.1b) |
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WILLIAM TURNER E LA CATASTROFE . II.3
21. IL POTERE (volante) DELLE IMMAGINI
«Dalla “estetica della sparizione” di Virilio…»…
Proprio così avrei voluto iniziare – e lo sto facendo –, ma poi non sono riuscito a ricordare come avevo previsto di sviluppare questo fatuo incipit… forse con “non c’è nulla da vedere: solo bersagli “...?
Tuttavia le immagini esistono, ci guardano e ci ri-guardano.
- L'immagine, spogliata delle idee che la accompagnano, e considerata solo nella sua natura ultima, non è che una successione o varietà di luci più forti gettate su una parte della carta e di ombre più profonde su un'altra. Ora la Luce, dove esiste, può esercitare un'azione e, in determinate circostanze, ne esercita una sufficiente a causare cambiamenti nei corpi materiali. Supponiamo, quindi, che una tale azione possa essere esercitata sulla carta; e supponiamo che la carta possa essere visibilmente modificata da essa. In tal caso sicuramente qualche effetto deve risultare avendo una somiglianza generale con la causa che lo ha prodotto: in modo che la variegata scena di luce e ombra possa lasciare la sua immagine o impressione alle spalle, più forte o più debole su diverse parti della carta in base alla forza o alla debolezza della luce che aveva agito lì.[1]
Che alla finitezza e pienezza dell’immagine agisca la forza e debolezza della luce o la forza e debolezza del lavoro del pittore, conta poco, per quanto la riguarda essa è sempre il risultato di “un’azione sufficiente a causare cambiamenti nei corpi materiali”, siano questi corpi tangibili (come la carta e le gelatine fotosensibili o le tele e le vernici) o intangibili – come le migliaia di immaginazioni e di storie scritte, tutte raccolte nei tanti libri che vediamo in una unica fotografia di Talbot, che tutte le occulta…
- Essendo la fotografia dei libri l’incarnazione di una proiezione speculativa, il suo ruolo è, a un certo livello concettuale. Ma questo ruolo che viene imposto all’oggetto fotografico è totalmente integrato al soggetto dell’immagine in questione. Infatti, in quanto contenente del linguaggio scritto, il libro è un luogo dove risiedono segni del tutto culturali [artificiali], per opposizione ai segni naturali. Operare con il linguaggio significa allora possedere la facoltà di concettualizzazione, cioè di evocare, di fabbricare delle astrazioni, di postulare, e beninteso di andare oltre gli oggetti accessibili alla visione. La scrittura è la trascrizione del pensiero e non semplicemente la traccia di un oggetto materiale. Allo stesso modo anche il tipo di traccia fotografica che Talbot postula, … deve essere una trascrizione del pensiero, o almeno di fenomeni psicologici solitamente nascosti. Le fotografie prese per mezzo di “raggi invisibili” potranno così rivelare ciò che si svolge in una “camera oscura”. Nell’applicazione che prevede Talbot non si limiteranno soltanto a manifestare i comportamenti, ma anche il loro senso. In questo scenario che prevede una traccia prodotta da raggi invisibili, la “camera oscura” pare fare riferimento tanto alla camera obscura, antenata storica della fotografia, quanto a un altro luogo buio di natura del tutto diversa: la mente. Occorrerebbe, in effetti, un tipo di luce molto speciale per poter penetrare in questo luogo “attraverso un’apertura” e catturare, grazie alle sue emanazioni, ciò che vi accade per mezzo di una serie di tracce.[2]
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Fox Talbot 1844, Plate VIII, A scene in a Library, da The Pencil of Nature. L’IMMAGINE sopra è ricostruita, dato che nel frattempo le immagini (in talbotipia o calotipia) inserite da Talbot nei volumi originali appaiono oramai troppo evanescenti, e qualcuna completamente evaporata.
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Dunque, dicevamo, le immagini esistono, ci guardano e ci ri-guardano.
Causate (dice Talbot per la fotografia) da “cambiamenti nei corpi materiali”, le immagini hanno la facoltà di andare oltre gli oggetti accessibili alla visione, dice la Krauss.
Ma forse non si tratta solo di rilevare una simmetria semantica tra immagini ottiche e immagini mentali, dato che a quelle mentali mancherebbe la simmetria riguardo il cambiamento materiale nei corpi, che si manifesterebbe nella reazione, nel gesto della risposta, all’esperienza scopica dell’immagine.
Sono appunto le svariate esperienze che l’uomo fa in seguito alla visione delle immagini che Freedberg (vedremo più avanti) si è proposto di studiare unificandole nel criterio di un “potere delle immagini”.
Oggi, non possiamo voltare la foto, come ancora provava a fare Barthes; l’immagine digitale non può voltare le spalle; per quanto ce la giriamo e rigiriamo tra le mani è sempre frontale: la sua faccia è tattica, la sua strategia è sempre remota e fuori portata (…dall’occhio – volante o radente che sia).
| | | Tuttavia, l’immagine tocca il corpo prima dell’occhio, sollecitando il senso del tatto con le materie e le forme del mezzo che fisicamente le costituisce (supporto piano, marmo, bronzo, luce ecc.). L’effetto di questo tocco è grosso modo ciò che gli storici dell’arte visuale a volte indicano come “valore tattile” dell’immagine; un “valore” spesso trascurato, poiché al momento dell’uso sembra scomparire, come i biglietti di carta-moneta davanti alla misura dei beni materiali che promette. L’esperienza dello scambio di un siclo d’oro con innumerevoli pani e pesci, potrebbe senz’altro trasferire all’immagine stessa del siclo il portentoso “potere” di sfamarci e mantenerci in vita. Magari non sarà per questa via che si spiegano certe capacità dell’immagine di influenzare le azioni degli uomini, ma siamo convinti che l’esempio monetario sia un modello esperienziale che, protratto in millenni di uso comune, sia utile alla comprensione di svariate semiosi sociali | | |
Comunque sia, è con il criterio di “potere” che diversi studiosi di storia dell’arte (o delle immagini) si sono promessi di studiare le infinite particolari risposte con cui gli uomini reagiscono, consapevoli o inconsapevoli, a determinate configurazioni delle immagini. Tra questi, Freedberg nel 1989 ha pubblicato un impegnativo studio dal titolo piuttosto brutale: The Power of Images. Studies in the History and Theory of Response [Il potere delle immagini. Studi sulla Storia e Teoria della risposta]. Lo abbiamo già citato in precedenza, ma, considerando che proprio questo era l’argomento che vi avevamo promesso di affrontare, è anche doveroso da parte nostra iniziare a circoscrivere l’argomento, magari partendo dal punto avanzatissimo cui è arrivato Freedberg dopo aver passato in rassegna molte delle situazioni e delle circostanze, storiche e psicologiche in cui il potere delle immagini si manifesta visibilmente, concretamente.
- Mi sono proposto di dimostrare che il potere delle immagini è molto più grande di quanto generalmente non si ammetta, e il mio primo scopo era di mettere semplicemente a nudo le testimonianze in merito. Mi preoccupavo però anche di dimostrare che il tipo di reazioni che descrivevo non poteva essere relegato soltanto al passato o ad aree arretrate o provinciali. […] Speravo che chiunque leggesse i capitoli del libro comprendesse prontamente che molti degli elementi della reazione ivi descritti erano di fatto in vigore al presente e tali che il lettore moderno potesse riconoscerli in se stesso, pur se con qualche riluttanza. Donde anche – dato il tono dei nostri tempi – una dimostrazione nell’ambito di contesti sessuali non meno che religiosi. La mia rivendicazione allora è che noi reprimiamo le prove di reazioni chiaramente rivelate dal comportamento passato perché ne siamo troppo imbarazzati, e perché, proprio come in passato, temiamo la forza degli effetti delle immagini su noi stessi. Ma ho anche anticipato l’obiezione secondo cui i tipi reazioni descritti insorgerebbero nel caso di immagini di basso livello, certo non nel caso di quelle di alto livello, canoniche, di quanto insomma chiamiamo arte [sic]. Era su questo aspetto che il taglio polemico della mia argomentazione intendeva essere maggiormente affilato; di fatto è proprio contro questa opinione che mi sono messo a scrivere il libro, non meno che contro l’opinione connessa che tali reazioni non siano solo proprie del passato, ma anche di gente più primitiva e di società più primitive. Buona parte dei nostri discorsi sofisticati sull’arte sono solo un’elusione di altri problemi. [3]
Noi non solo non abbiamo alcun dubbio che chi leggesse i capitoli del libro di Freedberg comprenderà prontamente che molte delle reazioni alle immagini ivi descritte sono tutt’ora attive; così come neppure abbiamo dubbi che chi leggesse appena i titoli dei capitoli che costituiscono il libro potrà, se non comprendere le dinamiche e i processi delle reazioni, intuire almeno prontamente quali generali manifestazioni sociali vengono osservate quando si parla di potere delle immagini.
- – Il potere delle immagini : reazione e repressione – Il dio dell’immagine – Il valore del topos – Il mito dell’aniconismo – La consacrazione : come far funzionare le immagini – Immagine e pellegrinaggio – L’immagine votiva: invocazione di favori e rendimento di grazie –Invisibilia per visibilia : la meditazione e gli usi della teoria – Verosimiglianza e somiglianza: dai sacri monti alle cere – Infamia, giustizia e stregoneria: spiegazione, simpatia e magia – Immagini vive: il valore delle visioni e delle storie – La funzione erotica delle immagini – Sensi e censura – Idolatria e iconoclastia – Rappresentazione e realtà –
Quello che invece non ci convince affatto è la distinzione tra immagini di alto e basso livello – che provocherebbero a loro volta reazioni basse (corporali) o alte (mentali) ? ... Piuttosto che di una gerarchia, avremmo preferito una distinzione graduata tra immagini più o meno strutturate , più o meno sature , ad esempio.
L’immagine – e particolarmente quella “alta”, l’opera d’arte – non cade mai ai piedi degli uomini; e dalla rapida rassegna dei capitoli crediamo sia facile dedurne che spesso accade piuttosto il contrario, ovvero che siano gli uomini a cadere in ginocchio dinanzi all’immagine.
Ritengo che tutti, o molti di noi, abbiamo fatto simili esperienze di genuflessione reverenziale o di abbandono pulsionale di fronte a determinate immagini (o quantomeno di averne informazione), ma solo in determinate condizioni e circostanze ambientali il “potere” delle immagini sugli uomini si palesa alla coscienza con una sua propria, autoevidente soddisfazione, erotica, religiosa, o d’ogni altro tipo sacrale. Dunque, sì: “Buona parte dei nostri discorsi sofisticati sull’arte sono solo un’elusione di altri problemi”, possiamo ripetere con l’Autore, per richiamarlo però a considerare che forse anche gran parte dei discorsi sui capolavori dell’arte non sono altro che una elusione di problemi bassi.
Tralasciando la prefazione all’edizioni italiana del 2009, troviamo che in quella all’edizione francese del 1997, cioè circa dieci anni dopo la prima edizione del manoscritto, l’Autore ha delle recriminazioni da rivolgere alle critiche ricevute dal suo studio; e giusto qui possiamo trovare, esemplificati, i termini di argomenti che potrebbero essere di una qualche utilità per le nostre osservazioni.
- Tra le molte critiche ricevute alla pubblicazione iniziale del Il potere delle immagini in particolare una ha continuato a sconcertarmi e a ispirarmi. Si tratta dell’affermazione che io in un certo senso non sarei riuscito a riconoscere l’influsso [meglio influenza?] del contesto sulla risposta. A parte il fatto che praticamente tutti gli scritti di storia dell’arte che ho pubblicato precedentemente …chiariscono perfettamente che non ho il minimo dubbio che il contesto – sociale, psicologico o storico, o una combinazione di questi fattori – influisca sulla risposta in migliaia di modi diversi. L’intero libro è costruito attorno a questo assunto fondamentale. Ma questo mi sembra talmente evidente che pensavo, come penso ancora, che fosse invece degna di attenzione la questione molto più complessa e profonda di come si può parlare di questi rapporti tra immagini e persone sulla quali il contesto agisce in un modo o nell’altro.[4]
Abbiamo quindi il dualismo rappresentato dall’immagine e dal suo contesto.
Ci sono cose del circostante che sfuggono alla presa dell’occhio ma lo attraversano, come un campo magnetico, rigandolo di energie sottili, di forze deboli e tensioni sublimi e striano il veduto di un indefinito “potere”, appunto, nei confronti del vedente ...
Non sappiamo se si tratti di un “potere” effettivo piuttosto che di una specifica “funzione” incarnata nella fisiologia storicamente evolutasi con varie “culture” umane, dato che le risposte o reazioni allo sguardo varia oltremodo per quanto sono diverse tra loro le altre specifiche e particolari sensibilità degli Es e degli Io dei singoli, che guardano con i propri occhi. Come guardare dunque?
«La società e l’arte hanno un medesimo destino – scrive l’antropologo Marc Augé. Gli uomini hanno bisogno di poter pensare i loro reciproci rapporti. Ognuno ha bisogno di poter pensare il suo rapporto con gli altri, o per lo meno con alcuni altri. E, per far ciò, di inscrivere questo rapporto in una prospettiva temporale. Il senso sociale (il rapporto) ha bisogno, per svilupparsi, del senso politico (di un pensiero dell’avvenire). In altri termini il simbolico (il pensiero del rapporto) ha bisogno di una finalità »[5].
Sulla base di simili, e per noi ambigue, descrizioni non dubitiamo che sia non solo difficoltoso ma impossibile capire cosa e perché guardare; forse per limitarsi a “pensare” (non certo a modificare) un personale rapporto con alcuni degli “altri” (neppure con l’intera società), sviluppando così, dalle opinioni che se ne è fatto, un senso politico con una finalità… di carriera – possiamo concludere noi, se i termini sono quelli messi in campo.
Sembrerebbe che anche le pressioni del contesto non siano poi così tanto potenti e autonome da non consentire che ognuno – e sia pure storico o antropologo – sia in grado di “inventare un modo di parlare”… e perché non un modo personale di descrivere, di rappresentare, di immaginare al disotto, al di sopra, di fianco, dietro o davanti l’immagine?
- Dicevo invece (in modo piuttosto. reticente, credo) che noi, come storici e antropologi, dovremmo essere in grado si inventare un modo di parlare dei modelli cognitivi alla base di particolari risposte e soggetti a pressioni da parte del contesto. Non stavo affermando che non vi sono differenze tra le maniere in cui le diverse culture rispondono alle immagini, ma piuttosto che dovremmo essere in grado, almeno in via di principio, di scendere al disotto della superficie della risposta per accedere ad alcuni dei modelli cognitivi fondamentali originati dallo scambio tra la forma figurata e gli osservatori individuali.[6]
Lo scambio : ecco una parolina per la quale dovremmo mostrare un qualche riguardo rivolto sotto la superficie dell’immagine e che richiederebbe un modello cognitivo …
| | | Produzione – distribuzione – scambio … Esiste lo scambio e un “valore” di scambio, o il valore di scambio equivale a un potere di scambio? … Cosa fa dell’immagine un oggetto desiderato all’occhio, e cosa manca all’occhio affinché possa aver bisogno dell’immagine? Di cosa sono fatti i mezzi isolati di questo scambio, e cosa possiede lo sguardo da cedere in cambio?... sembrerebbe il suggerimento per il ricorso ad un modello “economico” (riguardo lo scambio vedi anche a p. 67, n.203, n.205 della versione PDF di questo almanacco n°24) | | |
Dovremmo forse soffermarci e cercare di capire, passare in rassegna i modelli cognitivi dell’economia e del commercio per applicarli – anche solo metaforicamente – al particolare “scambio tra la forma figurata e gli osservatori individuali”. Tuttavia non lo faremo.
Evitiamo al momento di trattare in questi termini la questione, che affidiamo ad altri, però solo dopo aver raccomandato di tener presente che “solo la produzione capitalistica fa della merce la forma generale di ogni prodotto”, come delle condizioni e dei mezzi stessi della produzione…
- Il potere delle immagini, quindi, rappresenta soltanto la prima parte di un progetto ancora più ambizioso. In questo libro ho preso in considerazione soltanto i sintomi più drammatici e viscerali (di tipo comportamentale ed emotivo) dello scambio tra le immagini e i loro osservatori. Mi sono concentrato sui sintomi di risposta piuttosto che sull’analisi del rapporto tra come le cose appaiono e come le persone rispondono. Quest’ultima impresa avrebbe bisogno di un lavoro teorico molto più complesso, che comprenderebbe un esame filosofico delle implicazioni della psicologia cognitiva e dei recenti sviluppi (come l’idea di tipi naturali) della filosofia cognitiva. In altre parole, mentre Il potere delle immagini segue un approccio dichiaratamente antropologico, il suo seguito dovrà essere esplicitamente neurofisiologico, nella speranza di porre una base critica e teorica per stabilire possibili correlazioni tra come le cose appaiono e come le persone rispondono. Un tale libro [7] in principio dovrebbe essere in grado di suggerire alcuni termini per una discussione teorica delle strutture mentali e delle norme di queste correlazioni, anche nel campo disordinato dell’emozione [o, dalla emozione] e del comportamento.[8]
| | | D’altra parte l’immagine nasconde sempre – o almeno cerca di nascondere o di evitare, come un vizio segreto – la presenza dell’altro, o quantomeno le sue tracce, che la disturbano oltremodo (essendo lei stessa una traccia, una impronta del reale). Cosi in lei, ad esempio in una fotografia, l’accidentale riflesso di una luce esterna, un alone opalino, una forma sbiadita o mossa, l’ombra non voluta di un corpo esterno, un fuori fuoco ecc., non sono tanto errori di lavorazione quanto tracce del fuori, dell’ambiente che s’intrufola nell’immagine per chiazzarla, pungerla, graffiarla e così macchiare, pungere, graffiare l’occhio che, disturbato da simili improntitudini, solitamente la condannata al macero – se non la consacra al vituperio del dilettantismo[9]…| | |
Dopo otto anni, l’Autore si concede qualche recriminazione sul suo lavoro originale.
- In primo luogo oggi [1997] tenderei a essere più analitico nel definire il concetto di repressione e lo riformulerei in termini più strettamente freudiani [sic]. Sarei incline a studiare più esplicitamente e analiticamente la tensione tra la repressione e la cultura, dal momento che esse sembrano chiaramente in contrasto nel caso delle immagini, particolarmente nel caso di immagini alte e canoniche all’interno di particolari culture. Come dichiaro ripetutamente, siamo più liberi di riconoscere le nostre risposte alle immagini non canoniche. Cercherei anche di delineare più approfonditamente l’importanza del concetto freudiano di feticismo, e di esaminare le conseguenze della frustrazione che può essere originata dal fatto che l’immagine è comunque sempre un sostituto di una realtà con la quale non ci si può confrontare direttamente.[10]
| | | Repressione e feticismo … L’immagine è sempre un sostituto, un surrogato della realtà – è soprattutto un surrogato dell’esperienza – è appunto la sua forma (surrogativa) che ne consente la portabilità … il trasferimento scopico (tramite l’occhio) … Rimaniamo sempre in debito (in compulsione?) nei confronti dell’immagine – intesa come un’ipoteca verso cui ci sentiamo sempre inadempienti | | |
Nel trattare con l’immagine sembrerebbe che i conti proprio non si riesce mai a chiuderli.
- In secondo luogo forse avrei spiegato più esplicitamente i modi in cui Il potere delle immagini è in contrasto con le tradizionali idee kantiane sull’arte, come la separazione della facoltà del desiderio dai sentimenti di piacere, e la soffocante visione negativa del nostro interesse per l’opera d’arte, cioè, in altre parole dell’interesse che lo spettatore prova per la reale esistenza dell’oggetto della rappresentazione stessa. In pratica … penso che la distinzione cognitiva tra significato e significante entri in crisi molto più frequentemente di quanto pensino la maggior parte degli storici dell’arte.[11] […] Infine sarei leggermente meno critico nei confronti della pratica del classicismo formalista e leggermente più ottimista a proposito del suo potenziale (almeno in linea di principio e in certi campi). Certamente nel seguito de Il potere delle immagini che sto preparando, e che tratterà degli aspetti neurofisiologici dei rapporti tra le immagini e l’atto del guardare, vorrei riabilitare alcune virtù del formalismo. Si dovrebbe però sottolineare che in questo libro non contesto il formalismo tout court, ma piuttosto gli innumerevoli casi nei quali l’analisi formalista procede a spese dell’analisi degli effetti e dei poteri dell’immagine.[12]
Noi crediamo che l’analisi formalista del sistema e del funzionamento proprio dell’immagine si sia voluta liberare anzitutto da ogni antropomorfismo volgare, e pertanto non ha potuto fare altrimenti che iniziare e procedere a spese di tutti gli altri suoi possibili effetti “non ottici”, liberando cioè l’immagine visiva dai contenuti.
Ma ciò era appunto quanto avveniva del tutto praticamente ad ogni ritrovamento: quando la “cosa” emergeva non accompagnata dal libretto con le istruzioni d’uso. La mente capitola di fronte alla “cosa” che la costringe a negoziare i significati…
| | | Nello scambio (storico) tra le immagini e i loro osservatori possono accadere molti eccessi (arrangements), che forse si sarebbero evitati soffermandosi, ad esempio, sulla semplice considerazione che dalle immagini del passato più remoto non riceviamo “significati”, ma solo “cose”. «Nel paleolitico superiore, ma già prima – ci dice lo storico di cultura visuale – le cose sono solitamente “strumenti” (tools). Basti pensare alla cosiddetta art mobilier che rappresenta spesso l’anello di congiunzione tra un oggetto utile, uno strumento e un manufatto estetico, ciò che Alva Noë ha chiamato strange tools »[13] | | |
- Partendo dal presupposto che oggetti come un ciottolo olduviano o un bifacciale acheuleano sono il risultato incarnato della mente estesa dell’Homo sapiens, possiamo cercare di risalire dal manufatto artistico all’azione che lo ha reso possibile e dall’azione alla mente che ha pensato, immaginato e previsto quel manufatto. Le cose danno letteralmente forma alla mente (Malafouris, 2013) e l’Homo sapiens è implicato (entanglet ) nelle cose (Hodder, 2012) che abitano la sua nicchia ecomediale. Se questo è vero – e oggi l’archeologia cognitiva ci fornisce metodologie e procedure sperimentali che ci permettono di risalire dall’artefatto alla mente –, possiamo studiare i dispositivi e gli utensili paleolitici non come meri media [mezzi] che comunicano significati, ma come strategie che gli esseri umani mettono in atto e realizzano attraverso gesti, sequenze operative e media (Leroi-Gourhan, 1964-1965; Ingold, 1999). Gli strumenti sono gli abitanti dell’ambiente culturale dell’Homo sapiens, sono una sorta di “seconda natura” come già accertato dall’estetica del Settecento. Non sono solo il risultato delle abilità tecniche dell’Homo sapiens, né semplici rappresentazioni delle capacità cognitive umane, ma estensioni incarnate della mente umana.[14]
Tuttavia, di fronte alle “cose” il pensiero occidentale vacilla: «Cosa: uno dei termini più ampi e generici per riferirsi ad ogni realtà individua percepita nella sua inanimata concretezza come esistente fuori e indipendentemente dalla mente che conosce, per riferirsi ad ogni oggetto materiale… C o s a ! O g g e t t o… Spaventoso ! »[15].
«Non c’è niente di più riprovevole, di più profano, di più massiccio di un oggetto; à bas l’oggetto ! – scriveva Marx nel 1844 –. Come poteva la soggettività assoluta, l’actus purus, la critica“pura”, non vedere nell’amore la sua bête noir, il Satana in carne ed ossa, come poteva non vedere ciò nell’amore, che per primo insegna veramente all’uomo a credere nel mondo oggettivo fuori di lui, che non solo trasforma l’uomo in oggetto, ma perfino l’oggetto in uomo ! … Ma la critica-critica, se deve abbassarsi a riconoscere un oggetto, esige per lo meno che sia un oggetto non sensibile. L’amore però è un materialista non critico, non cristiano.»[16]
Sembra che tutt’ora il pensiero dominante stenta di abbassarsi a riconoscere l’oggetto se non come “estensione della mente umana” – bontà sua, almeno “incarnata”… L’Homo sapiens sarebbe “implicato” (entangled ) nelle “cose che abitano la sua nicchia ecomediale”? Sarebbe, cioè, soltanto coinvolto, compromesso o invischiato in un processo mentale che lo trascina di palo in frasca tra lucciole e lanterne? …
Se l’entangled dell’uomo con le sue cose oggettive (che includono le loro stesse immagini), non è la sua propria e specifica natura industriale, la sua vera antropologia, se questo entangled non è cioè niente altro che il lavoro materiale – non critico, non cristiano – allora questo reale unico e sommo intreccio o groviglio di un sistema concepito indivisibile, si rovina in macerie sociali per insediarsi lui stesso nelle cose e nelle immagini e mantenere la potente condanna divina al sudore della fatica di vivere nello sprezzo sociale delle comunità divise in classi.[17]
Se inoltre, questo insediarsi del “lavoro” nelle cose e nelle immagini delle cose, si mostrasse ad esempio col conio dei volti e delle prerogative imperiali o egemoniche del Potere corrente (come nella numismatica antica), ecco che ciò che si incarna in questa particolare immagine del mezzo di scambio sociale è il potere stesso, non solo mentale ma del tutto materiale, con cui l’Homo sapiens ha avuto a che fare da qualche millennio per negoziare la vita. Sembra un tempo più che sufficiente per lasciare, sprofondata nel terreno fertile della coscienza, l’impronta fossile e tuttavia riattivabile di un modello spettrale di scambio e consumo delle immagini…
Ora però, è consigliabile abbandonare la piega insidiosa che ha preso l’argomento, ma ce ne allontaniamo offrendo (a chi eventualmente meglio di noi potrebbe svolgerlo) qualche stimolo in più – cosi, giusto per marcare il fronte catastrofico delle sparizioni volanti, oltre le linee di forza di Douhet, le macerie di Sebald, le popolazioni di Virilio, fino alla moneta virtuale, dove la “cosa” si risolve nello zero e l’immagine dello zero nella cosa...
- Per i segni di moneta, l’illusione di anteriorità collassa esattamente al punto in cui la banconota stampata è riconosciuta come uno strumento per creare moneta… Lo scandalo della moneta creata con la carta, cioè la moneta posta in essere con la scrittura o la stampa, fu ben valutata da coloro che perdevano la loro moneta “reale” per la magia finanziaria di Low. E esso ha ossessionato, fin da allora, gli utenti di carta moneta e di tutti gli strumenti finanziari che ne discendevano, Lo scandalo è quello della perdita dell’anteriorità: la carta moneta, invece di essere una rappresentazione di qualche ricchezza precedente, di qualche anteriore quantità preesistente di moneta metallica aurea o argentea, reale, diventa il creatore, il garante e la sola prova di questa ricchezza… Eppure la carta moneta offriva anche, al portatore di un biglietto, lo scambio: moneta metallica palpabile, moneta in mano, in cambio di un anonimo segno di carta che poteva andare e venire ovunque (i cinesi la chiamavano “moneta volante”, insistendo con questo, sull’esistenza di una ricchezza anteriore che attendeva di essere redenta). Lo scandalo è quello dell’autocreazione: la carta moneta, come segno di moneta circolante, si appella a quella stessa anteriorità che, come metasegno creativo, ha la capacità di decostruire… Marc Shell [1980] vede in questo “dibattito su moneta coniata e carta moneta [che] dominò il discorso politico americano dal 1825 al 1845” un conflitto più ampio, di grande portata, sulla natura dei segni – estetici e letterari, tanto quanto monetari – cioè sulla natura della differenza tra “realtà” (cose) ed “apparenza” (segni di cose)… E, come per il vacillamento del sistema giudiziario inglese sul firmare o non firmare un pagherò cambiario, il conflitto scaturì dal rifiuto di rinunciare a una realtà palpabile per un’apparenza invisibile che il nuovo segno di carta richiede ai suoi utenti… […] Alla fine … i simboli – i segni per le cose – e le “cose” coesistono e si creano l’un l’altro [proprio come la marxiana “trasformazione non solo dell’uomo in oggetto, ma perfino dell’oggetto in uomo”]. Più avanti vedremo che, alla fine, nell’ordine monetario del mondo d’oggi [1987], la promessa di pagamento della carta moneta, la sua promessa di rilasciare oro o argento assenti, va in difetto: presentando un biglietto da un dollaro o da una sterlina alla Banca d’Inghilterra per il rimborso, il portatore non riceverebbe nessuna moneta metallica, ma gli si offrirebbe semplicemente una copia del biglietto rimborsato. In tale modello tautologico di scambio, la carta moneta diventa moneta volante che non può mai toccare terra [vedi qui sotto il biglietto tedesco da 500 miliardi di marchi del 1923].[18]
Oggi, 2026, la Banca d’Inghilterra non avrebbe più nulla da dare, il debitore più nulla da ricevere.
Se nell’Ottocento il commercio aveva separato l’ombra dalla merce, nel Novecento spariscono l’una e l’altro: né rovine, né macerie da guardare e traguardare.

22. L’IMPERO.1 (Dalle Immagini del Potere al Potere Delle Immagini?)
Una vignetta americana del 1870 con la sua critica alla generalizzazione del moderno sistema bancario della moneta cartacea ci insegnava che l’ombra non è una sostanza ; ma, a tale proposito, già da qualche decennio prima un materialista meno rozzo aveva iniziato ad insegnarci anche qualcos’altro.
- L’uomo mangia, ma non semplicemente con la trachea, egli mangia con i sensi, in particolare con quelli più nobili, gli occhi e le orecchie. Mangiare con gli occhi significa guardare, mangiare con le orecchie ascoltare. Prove di questo mangiare sono per es. le espressioni: “divorare qualcosa con gli occhi”, “saziare gli occhi” o “rimpinzarsi” di qualcosa con gli occhi, “imbandire agli occhi un lauto pasto”, come pure in greco o in tedesco si parla di “banchetto per le orecchie” (Ohrenschmaus) e in ebraico si dice “parole dolci come latte e miele”; inoltre si trovano le espressioni “inghiottire, mangiare o bersi le parole, i discorsi, gli ordini” di uno. In particolare l’uomo “divora” e, per di più, con tutti i sensi “per amore”. […] Tuttavia l’uomo mangia non solo con i sensi; egli mangia e digerisce anche – che cosa sarebbe il mangiare senza digestione? – con il cervello, l’organo del pensiero. Il cervello è lo stomaco, l’organo di digestione dei sensi, così anche del gusto che qui alla tavola… ci interessa più di tutti gli altri. Il gusto trasmesso dai nervi al cervello e digerito, rielaborato, generalizzato da questo è il gusto in senso traslato, improprio, che in tedesco significa semplicemente gusto estetico, in altre lingue però anche logico, in quanto giudizio, intelletto, sapienza stessa – a evidente riprova del fatto che l’assaporare non sia solo faccenda del palato [il guardare solo faccenda dell’occhio, ecc.] bensì anche del cervello stesso, che il cibo non abbia solo significato corporeo, bensì anche spirituale, che di conseguenza l’uomo assuma il cibo non solo nel suo stomaco, ma anche nella sua testa.[19]
Il linguaggio sarà pure vetusto al pari della vignetta, ma entrambi risultano tuttora efficaci se, nella loro distinta verità non rozzamente logica ma efficientemente dialettica, risolvono l’ombra e l’immagine come sostanze dell’occhio.
| | | Nell’immagine non vediamo gli oggetti (es. la moneta e l’ombra) ma la situazione (storica, economica) – e magari scorgiamo pure, trasposta in immagine, la nota enunciazione utilizzata da Marx per cui l’espandersi del “commercio ha separato l’ombra dal corpo”… Però dell’immagine non ci appare subito, ed es., l’aspetto paradossale che mette in mostra; paradosso dovuto al semplice fatto che la moneta è solo rappresentata su carta, al pari dell’ombra; cosicché la critica rivolta alla carta-moneta è una critica su carta, di carta; un’immagine, cioè, priva di sostanza al pari dell’ombra … Succedono cose, nel guardare, scandite da «processi complessi che si verificano fra l’occhio e l’oggetto e quelli, ancora più complessi, che si verificano tra la cornea e il cervello»[20] – scrive Feyerabend, che poco oltre afferma pure la «necessità di attendere, e di ignorare ampie quantità di osservazioni e misurazioni» per capire meglio le capacità conoscitive dell’uomo. Frattanto l’immagine ha immediatamente nutrito l’occhio e il cervello con la visualizzabilità di una astrazione delle separabilità tanto in ambito artistico (la figura dall’ombra), quanto in ambito economico (la moneta dal valore) o sociale (l’immagine dal suo potere di equivalente d’ogni cosa)… C’è, comunque, chi vede, chi non vede e chi non riesce a vedere – ed è come dire: c’è chi mangia, chi non mangia e chi non riesce a mangiare… e c’è pure chi s’abbuffa e chi stravede | | |
- Appunto l’uomo è ciò che mangia. Egli però mangia non solo mediante l’esofago; egli mangia anche per mezzo della trachea che, anzi si antepone. Mangiare o bere aria significa respirare. Gli antichi chiamavano perciò l’aria un cibo, un nutrimento e, in verità, in modo assolutamente corretto, infatti solo per la cooperazione dell’aria, per l’immissione dell’ossigeno il cibo diventa sangue arterioso. […] Chi può negare che “puro essere” e “puro pensare” avvengano solo nell’aria pura e che in generale quando si cessa di godere dell’aria, termini anche la vita, anche il pensiero? [ibidem]
E che aria circolava, in Inghilterra ad es., tra la fine del 700 e tutto l’800? Fuligine e grandi speranze, disse qualcuno, giacché pure di ciò si alimentava il cervello e dava il tono conseguente al pensiero degli uomini che allora se ne nutrivano. Qualcun altro disse forse qualcosa di simile per la salsa coscienza del pensiero dominante…
Abbiamo letto Christopher Caudwell dire che «durante il XVIII secolo tutto sembrava razionale, sicuro ed eterno; [così] Gibbon poteva passare in rassegna l'Europa borghese e dare per certo che, grazie all'invenzione della polvere da sparo, nulla avrebbe potuto provocarne la caduta in mano barbara. Non riusciva a vedere – commenta Caudwell – che proprio nel bel mezzo di tanta pace si stava accumulando una tensione pari a quella che aveva mandato in pezzi l'impero romano»[21] – del quale proprio Gibbon, nell’ultimo quarto del XVIII secolo, aveva compilato i sei volumi della Storia del declino e della caduta dell’Impero romano.
Abbiamo anche visto come invece sarà Marx, mezzo secolo dopo, con le parole al brindisi del 1856, a smentire l’ottimismo del secolo precedente: «C’è un fatto di grande importanza caratteristico di questo nostro XIX secolo, un fatto che nessuna parte osa negare. Da un lato si è data la vita a forze industriali e scientifiche che nessun’altra epoca della precedente storia umana poté sospettare, dall’altro esistono sintomi di decadenza, che sorpassano di gran lunga gli orrori documentati degli ultimi tempi dell’impero romano…» [22]
Non è certo escluso che Gibbon, in qualche svolto particolare delle sue pagine, non presentì anche lui il destino “naturale” della forma sociale che intanto vedeva svilupparsi – possiamo supporre, ad es., che si sarà chiesto almeno una volta perché mai occuparsi del declino e della morte piuttosto che del trionfo dell’Impero, al quale pure stava invece assistendo.
Il paragone dei tempi che corrono con l’idea dell’Impero (romano o altro) trae nuovo significato (sostanzialmente definitivo a tuttora) con l’opuscolo [23] di Lenin, «..scritto nella speranza che contribuirà a chiarire il problema economico fondamentale, – dice nella prefazione della pubblicazione dell’aprile 1917 – senza l’esame del quale sono incomprensibili l’attuale guerra e l’attuale situazione politica: vale a dire il problema dell’essenza economica dell’imperialismo.» Premesso ciò, il lettore trova subito già nel titolo la sentenza storica ultimativa: l’imperialismo come fase suprema del capitalismo.
- Negli ultimi quindici o venti anni, e specialmente dopo la guerra ispano americana (1898) e quella dei Boeri (1899-1902), nella letteratura tanto economica quanto politica del mondo vecchio e nuovo, ricorre sempre più frequentemente il termine di “imperialismo” per qualificare l’epoca in cui viviamo. Nel 1902 fu pubblicata a Londra e a New York l’opera dell’economista inglese J.A: Hobson, intitolata appunto; “Imperialismo”. In essa l’autore, che condivide le teorie del socialismo riformista e pacifista, – una concezione, cioè, sostanzialmente identica a quella attuale dell’ex marxista K. Kautsky, – fa un’ottima e circostanziata esposizione delle fondamentali caratteristiche economiche e politiche dell’imperialismo. Nel 1910 comparve a Vienna l’opera del marxista austriaco Rodolfo Hilferding, intitolata “Il capitale finanziario”. Quest’opera, nonostante l’erroneità dei concetti dell’autore nella teoria del denaro e nonostante una certa tendenza a conciliare il marxismo con l’opportunismo, offre una preziosa analisi teorica “sulla recentissima fase di sviluppo del capitalismo”, – come dice il sottotitolo del libro di Hilferding. Tutto ciò che intorno all’imperialismo è stato detto in questi ultimi anni – particolarmente nell’infinita congerie di articoli di riviste e di giornali trattanti questo tema, come pure nelle risoluzioni dei congressi socialisti tenutisi a Chemnitz e a Basilea nell’autunno del 1912 – non esce, in realtà, dalla cerchia delle idee esposte o, più esattamente, definite da questi due autori. Nelle pagine seguenti noi vogliamo fare il tentativo di esporre con la massima brevità e in forma quanto più si possa accessibile a tutti, la connessione e i rapporti reciproci tra le caratteristiche economiche fondamentali dell’imperialismo. Non ci occuperemo, benché lo meritino, dei lati non economici del problema…[24]
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Che lo meritino o meno, invece siamo qui per occuparci, o provare ad occuparci, proprio di certi lati assolutamente non economici che Lenin sembra aver messo da parte proprio per noi, che stiamo vivendo il “tempo relativamente lungo” della putrefazione dell’Impero [25], vale a dire il lato dell’immagine e dei suoi poteri, reali o immaginari che siano.
Sappiamo quanto puerile e scontato sia accostare la civiltà antica con la moderna, i sintomi delle loro remote cadute con quelli delle crisi attuali, la caduta dell’impero Romano con quella del Capitale.
Ma lo facciamo ugualmente, così poi ce ne potremmo anche vergognare…
In un nostro incontro precedente [26], a noi è sembrato importante notare che Riegl, e altri studiosi a lui più o meno coevi, si prepara ad osservare [27] l’oggetto artistico dell’antichità proprio nell’epoca in cui lo sviluppo brutale del capitalismo industriale aveva iniziato a mandare in frantumi le vecchie certezze materiali e spirituali e ne servivano di nuove, prive di illusioni, per comprendere e adattarsi alle mutate condizioni sociali. Una concomitanza, questa, che avrebbe favorito l’osservazione attenta (seppure con la strumentazione euristica di un dualismo di moda) del materiale empirico di una altrettanta simile transizione di fase, ovvero quella prodotta nell’agonia dell’impero romano, nella quale intravedere i sintomi dell’affiorare di una “volontà artistica” rivolta a nuovi valori, il cui pieno sviluppo lo trovava peraltro confermato nei materiali artistici delle epoche successive.
Secondo Hobson – riferisce Lenin –
- …due categorie di circostanze indebolivano la potenza degli imperi antichi: il “parassitismo economico” e “la composizione degli eserciti con elementi tratti dalle popolazioni soggette”. «La prima circostanza rientra nei costumi del parassitismo economico, per cui lo Stato dominante sfrutta le sue provincie, colonie e paesi sudditi, per arricchire la classe dominante e corrompere le proprie classi inferiori per tenerle così a freno.» A nostra volta aggiungiamo che per rendere economicamente possibile tale opera di corruzione – in qualsiasi forma attuata – sono necessari alti profili monopolistici. Sulla seconda circostanza, scrive Hobson: «Uno dei più singolari sintomi della cecità dell’imperialismo è l’imprudenza con cui la Gran Bretagna, la Francia e altre nazioni imperialiste si mettono su questa via. In essa l’’Inghilterra si è inoltrata più di ogni altra. La più parte delle battaglie, con cui conquistammo l’impero indiano, furono combattute da eserciti formati di indigeni. In India e ultimamente anche in Egitto, i grandi eserciti permanenti sono soltanto comandati da inglesi; quasi tutte le guerre per la conquista dell’Africa, fatta eccezione per la parte meridionale, sono state combattute, per noi, dagli indigeni.» [28]
Secondo Livio, già nel 195 a.C. Catone parlava in questi termini:
- Quanto più grandi e felici sono di giorno in giorno le sorti del nostro Stato e quanto più cresce la sua potenza – oramai arriviamo in Grecia e in Asia, che sono piene di lascive seduzioni, e mettiamo le mani sui tesori dei re –, tanto più mi viene il timore che siano quelle cose a prendere possesso di noi, più che noi di esse. Le opere d’arte giunte in questa nostra città [Roma] da Siracusa sono – credetemi – qualcosa di minaccioso. Sono già in troppi, a quanto vedo, a lodare e ammirare i fasti di Atene e Corinto e a deridere le figura di argilla nei frontoni dei templi romani.[29]
Il timore di Catone per le “cose” (ma subito specificate come opere d’arte, immagini, insomma) che minacciano di prendere potere sugli uomini, certamente non sono ancora le “merci” di Marx, e neppure i loro profeti, eppure non esitiamo immaginarle tali.
| | | Sarà forse perché se allora le immagini erano caricate a idolatria, oggi lo sono – ancor più – caricate a feticismo? … Il potere dell’immagine sembrerebbe consistere nel suo ricambiare lo sguardo – magari non è proprio quello che avviene, ma come evitare le conseguenze traumatiche di una simile sensazione a tradimento ? | | |
Protetti dalla nostra scarsa preparazione e imperizia espositiva, non vogliamo certo entrare nella trattazione dell’argomento scelto dal professor Zanker, esplicitato sin dal titolo: Augusto e il potere delle immagini, del quale osiamo appena sfogliare qualche pagina d’apertura che anticipa e quasi riassume l’intero programma della sua analisi per consentirci un rapido sguardo consuntivo sull’intera questione del ruolo dell’immagine nella formazione politica dell’Impero nel periodo augusteo.
- Quando il Senato romano si riunì per deliberare sulle onoranze funebri di Augusto, uno dei senatori propose che l'intera epoca del defunto imperatore venisse chiamata saeculum Augustum e accolta così nel calendario (Suet., Aug. 100). Per quanto la proposta potesse nascere da motivi opportunistici, la sensazione di aver attraversato una svolta epocale era allora diffusissima. Dopo gli oscuri decenni delle guerre civili, Roma era vissuta per quarantacinque anni nella pace e nella sicurezza: la monarchia aveva dato finalmente una amministrazione ordinata all'Imperium, una disciplina all'esercito, «pane e giochi» alla plebs e un grande slancio all'economia. Il Romano guardava ora al suo impero con una forte coscienza della propria missione morale. Ma agli inizi del potere assoluto augusteo (31a.C.) regnava il pessimismo: molti ritenevano che lo Stato, travolto dalla propria immoralità, fosse sull'orlo della rovina. Come si giunse allora a un così drastico mutamento di clima, che grazie all'opera dei poeti augustei avrebbe condizionato l'immagine futura del saeculum Augustum? La cultura romana è segnata in modo decisivo dal rapido processo di ellenizzazione iniziato nel secondo secolo a.C. con la conquista dell'Oriente greco, una società dalla struttura ancora arcaica si trovò sommersa dalla cultura del mondo ellenistico, e i vincitori, diversamente da quanto suole accadere, dovevano portarne a lungo le conseguenze: «Graecia capta ferum victorem cepit et artis intulit agresti Latio» [La Grecia conquistata (dai Romani) conquistò il selvaggio vincitore e le arti portò nel Lazio agreste.] (Orazio, Epistole II 1, 156).
Le ripercussioni sulle abitudini di vita, la religione, la morale, la mentalità furono enormi. Il contrasto fra i mores maiorum e quella che i conservatori avrebbero presto demonizzato come luxuria non poteva essere più grande. Da un lato, nelle città greche, uno stile di vita improntato a una raffinata cultura, le splendide scenografie del potere monarchico, la tradizione della cultura classica ateniese, le scuole filosofiche, il pensiero razionale, ma anche i culti misterici per soddisfare le esigenze religiose più individuali dall'altro, una religione arcaica, tagliata su misura per un popolo di contadini e inscindibilmente connessa alla sfera politica, i solidi legami delle antiche famiglie patriarcali, uno stile di vita semplice e quasi immutato da molte generazioni, una cultura povera, senza lettere e senza immagini. Non c'è da stupirsi che l’incontro/scontro fra due mondi così diversi potesse scatenare conflitti e insicurezze profonde. Tanto più che il processo di ellenizzazione si svolgeva in una società esposta a rapidi mutamenti politici e nella capitale di un impero oppressa da un enorme carico amministrativo. Le vittorie militari e l'espansione economica avevano portato a una grande concentrazione di ricchezza e di beni fondiari nelle mani di pochi, alla fuga dalle campagne e alla formazione di grandi masse urbanizzate. I grandi eserciti professionali avevano creato nuove forme di clientela, così da attribuire ai generali vittoriosi un potere politico parallelo a quello dello Stato. Il tumultuoso evolversi delle situazioni patrimoniali rendeva più labili le tradizionali barriere di classe: nuovi gruppi in rapida ascesa, come gli alti funzionari delle città italiche e i ricchi liberti, premevano per ottenere un riconoscimento e il diritto di partecipare alla vita politica. Ne nacque un antagonismo generalizzato, la cui posta in gioco non era più, come nella vecchia aristocrazia, il servizio della res publica, ma il primato personale e l'interesse economico.[30]
Non abbiamo altro da aggiungere, solo da ricordare le parole di Hobson riguardo un aspetto (sembrerebbe necessario) all’ordinamento militare degli imperialismi di ieri e di oggi: «Uno dei più singolari sintomi della cecità dell’imperialismo è l’imprudenza con cui la Gran Bretagna, la Francia e altre nazioni imperialiste si mettono su questa via. In essa l'Inghilterra si è inoltrata più di ogni altra. La più parte delle battaglie, con cui conquistammo l’impero indiano, furono combattute da eserciti formati di indigeni. In India e ultimamente anche in Egitto, i grandi eserciti permanenti sono soltanto comandati da inglesi; quasi tutte le guerre per la conquista dell’Africa, fatta eccezione per la parte meridionale, sono state combattute, per noi, dagli indigeni.»
Oggi, le molte guerre locali, nelle quali si è suddivisa la guerra mondiale al venir meno delle forme nazionali, vengono combattute soprattutto da partigiani o da contractor, tutti salariati sostanzialmente da fazioni tribali, bande, gruppi affaristici o governi, infedeli o “deviati” (come si definivano un tempo gli apparati di servizio e controllo, vocati tutti al ricatto).
L’estendersi dell’assetto imperialista del mondo attuale sembra aver spinto la formazione degli eserciti regolari ben oltre quegli iniziali “sintomi di cecità [31] per approdare a regole d’ingaggio più sbrigative da negoziare con agenzie private, più affidabili del richiamo inascoltato dell’amor di patria.
- […] La rapida importazione dei modelli greci – e delle immagini greche – svolse in questi processi un ruolo importante. Alle famiglie romane già ellenizzate, soprattutto a quelle dei generali trionfatori, esse offrivano una cornice efficace in cui mettere in scena il proprio cosmopolitismo e le proprie ambizioni politiche. Ma su molti contemporanei quelle immagini avevano un effetto irritante: troppo forte era il loro contrasto con la tradizione. I valori tradizionali e antimoderni si cristallizzarono nella nota ideologia della romanità e dello Stato romano: ideologia che si trovava però spesso smentita nei fatti. Il primo capitolo del libro intende mostrare come le immagini importate dalla Grecia non solo abbiano rispecchiato quei processi di dissoluzione, ma abbiano contribuito alla crisi del tradizionale sistema di valori. Senza questo sfondo, senza cioè il potere distruttivo delle immagini, il nuovo linguaggio visuale dell'età augustea resterebbe incomprensibile.[32] […] Dopo aver raggiunto il potere assoluto (31 a.C.), Augusto si misurò punto per punto con i problemi evidenziati dagli slogan conservatori. Con un programma culturale di ampio respiro, perseguito con coerenza lungo un arco di oltre vent'anni, egli si propose, e ottenne nei fatti, un sostanziale rinnovamento della mentalità collettiva. Ai fasti celebrativi dei grandi generali oppose il culto del sovrano eletto dagli dèi; allo scandalo del lusso privato, un programma di grandiose opere pubbliche (publica magnificentia); all'indifferenza religiosa e all'immoralità, una campagna di rinnovamento religioso e morale (pietas e mores). Un programma del genere richiedeva un nuovo linguaggio figurativo. Si tratterà dunque di esaminare i complessi rapporti tra l'instaurazione della monarchia, la riforma della società e i mutamenti avvenuti nella sfera delle immagini e nell'intero sistema della comunicazione visiva.[33] […] Se in seguito parleremo sempre di «mondo» e di «linguaggio» figurativo o visivo, sarà appunto per sottolineare che l'obiettivo primario del lavoro non è l'interpretazione dei singoli monumenti: sono già stati descritti e analizzati abbastanza spesso, e in un tono che ricorda non di rado i panegirici dei poeti augustei. Quel che mi interessa è, invece, l'insieme delle immagini e il loro effetto sui Romani del tempo. E per immagini intendo qui non solo le opere d'arte, gli edifici e le visioni poetiche, ma anche i rituali religiosi, l'abbigliamento, le cerimonie di Stato e gli atteggiamenti del sovrano: insomma tutte le forme di rapporto sociale suscettibili di assumere una valenza visiva. Quello che mi interessa sono i rapporti tra le immagini e il loro effetto sull'osservatore.[34]
Eravamo in cerca del potere delle immagini, e qui abbiamo trovato intanto un loro aspetto particolare, quello distruttivo.
Di solito l’immagine la troviamo associata ad idee positive come la composizione, la costruzione o la creatività, idee tutt’altro che distruttive – e magari sarà perché l’ossessione dominante è rivolta alla crescita di questo e di quello, del PIL o del conto in banca. Ma questo lato distruttivo che si è presentato non ci sorprenderebbe affatto se ricordassimo che “la produzione è immediatamente consumo, il consumo è immediatamente produzione”[35].
Proprio così abbiamo letto nelle prime pagine dei Grundrisse. E ciò non vale solo per le singole produzioni, ma per l’intero processo lavorativo, per il lavoro vivo e per quello trascorso.
La storia dell’arte figurativa sembra favorire quasi sempre una visione lineare, progressiva e cumulativa della produzione delle immagini, tuttavia la loro azione “distruttiva” si svolgeva immediatamente ad ogni nuova immagine prodotta; una immediata distruttività del sistema delle immagini appare tanto più chiaramente quanto più alto e il grado di “novità” dell’immagine… Come nella lingua ogni sviluppo riguarda tutti gli elementi e il sistema stesso della lingua, così ogni nuova immagine risistema tutte le immagini accumulate.
Se inoltre assumiamo, con Zanker, che la nozione di “immagine” comprende «non solo opere d'arte, edifici e visioni poetiche, ma anche i rituali religiosi, l'abbigliamento, le cerimonie, gli atteggiamenti e tutte le forme di rapporto sociale suscettibili di assumere una valenza visiva», si capirebbe meglio come una sostanziale modifica nella produzione sociale delle immagini possa andare oltre gli ambiti strettamente figurali e far parlare di catastrofe al proposito della pittura di Turner.
Certamente la catastrofe ha effetti distruttivi, ma essi fanno parte del funzionamento generale dell’evoluzione, e non è a questo che Zanker si riferiva parlando di potere distruttivo delle immagini; il suo è piuttosto l’esercizio di un potere più ravvicinato, tra immagine e immagine, e più immediato, come quello che si manifesta, ad es., nel rovinoso scontro bronzeo della nudità ellenica contro la moralità togata romana – che vedremo descritto nel brano successivo al prossimo, mentre adesso ci sembra più stimolante segnalare qualche altra cosa.
- Un mondo figurativo così inteso rispecchia lo stato interiore di una società e permette di cogliere aspetti dell'immaginario contemporaneo di cui spesso non rimane traccia nelle fonti letterarie. Il potere delle immagini si concretizza secondo uno schema circolare: anche i potenti finiscono per soggiacere alla suggestione dei propri simboli. Sono i loro stessi slogan, e naturalmente quelli degli avversari, a condizionare in modo decisivo la loro identità e il loro ruolo. Quanto ai destinatari, le immagini non si riducono affatto a semplici portatori di un messaggio politico: anche in questo caso, e si tratterà di farlo vedere, esse vengono via via interiorizzate e usate come espressione di virtù e di valori personali. Il significato delle immagini in epoca augustea non consiste però tanto nel fatto di pubblicizzar la monarchia: cosa che sarebbe stata pressoché superflua rispetto al popolo e inefficace rispetto all'aristocrazia repubblicana. Senza le legioni e le enormi ricchezze personali di Augusto le immagini non sarebbero servite a nulla. Ma la loro efficacia a lungo termine sulla mentalità generale rappresenta un fattore storico di cospicua importanza. Determinati valori, come il programma di rinnovamento religioso, acquistarono realtà solo attraverso la vastissima cassa di risonanza del linguaggio figurativo. Ma, soprattutto, attraverso le immagini poté prendere forma un mito imperiale e statale dalla semplice fisionomia eziologica e capace di imporsi come una realtà autonoma rispetto alle circostanze storiche effettive. Un mito capace di filtrare la realtà stessa e di produrre per intere generazioni la certezza di vivere nel migliore degli Stati possibili e nella pienezza dei tempi.[36]
Che il potere delle immagini agisca anche (circolarmente) su chi le produce, ci sembra del tutto ragionevole; e se questo loro agire viene inteso come rafforzamento, convincimento e mimesi, si potrebbe vedere anche come sia l’immagine a creare l’uomo …
In effetti, ad osservare certe fotografie ufficiali di Mussolini – ad. es. –, non riesco a scorgere l’uomo nell’immagine dell’uomo; intendo le tracce della sua vitalità, vedo piuttosto quelle del vitalismo – che è una predicazione della vita e non la vita stessa. E non mi è possibile immaginare un altro modo di saper come assumere quella particolare posa se non dopo averla lungamente cercata, trovata e carpita ad uno specchio.
Dunque sì: è l’immagine che fa l’uomo?
E che se ne farebbe l’uomo potente dell’immagine del proprio potere?
Se ne serve, ma non per crearlo, dato che il potere reale precede sia lui che la sua immagine. Difatti: «Senza le legioni e le enormi ricchezze personali di Augusto – dice Zanker – le immagini non sarebbero servite a nulla».
Ecco dunque da dove l’immagine attingerebbe potere reale! La forza materiale può venire abbattuta solo dalla forza materiale – confermerebbe Marx –; ed è insolito che uno studioso borghese delle immagini ridimensioni così nettamente il potere “culturale” del proprio oggetto di lavoro.
- Quando, ancora nella prima metà del II secolo a.C., fu eretta a Roma una magnifica statua di bronzo in onore di un grande generale, è probabile che la sua completa nudità abbia avuto un effetto assai irritante sulla maggior parte dei Romani del tempo. Nella sua fisicità poderosa la statua è un tipico esempio di arte ellenistica: la figura sembra richiamare il celebre Alessandro con la lancia di Lisippo, mentre il taglio dei capelli e della barba e l'espressione appassionata fanno pensare ai ritratti dei sovrani macedoni. Ma se la statua è del tutto simile a quella di un dinasta macedone e proviene da una bottega greca, l'assenza della fascia regale mostra che non si tratta di un re ellenistico bensì, evidentemente, di un Romano, forse anzi di un vincitore dei re macedoni. Nel mondo ellenistico una statua del genere serviva a celebrare virtù e qualità sovrumane: la nudità e la figura eretta ricordavano le statue degli dèi o degli eroi, stabilendo un confronto tra il soggetto raffigurato e i modelli familiari della mitologia. Ma la tradizione romana non conosceva questo tipo di confronto e di esaltazione personale. La statua celebrativa tipica della res publica era, fin dall'antico, la statua togata, ed erano gli attributi e i contrassegni della toga stessa a qualificare il soggetto nelle sue funzioni politiche o sacerdotali, ossia come console, pretore, augure e così via. La sobrietà e l'egualitarismo delle statue togate rispecchiava la rigida disciplina politica delle magistrature annuali. Il controllo reciproco fra i membri della classe aristocratica non consentiva alcuna speciale esaltazione dei meriti individuali né tanto meno una celebrazione di qualità sovrumane. Anche il generale vittorioso riceveva una statua togata, e “perfino in caso di trionfo non veniva raffigurato in armi ma con la toga trionfale, come imponeva la rigida separazione degli ambiti domi e militiae. Temendo che i «grandi» potessero sfruttare politicamente la propria gloria militare, il Senato non permise – finché fu padrone delle sue decisioni – che venissero erette statue equestri o loricate, com'era invece consuetudine per i sovrani e i generali ellenistici…I senatori non potevano però impedire che queste statue di maniera ellenistica venissero, ad esempio, dedicate privatamente in un santuario a scopo votivo, come aveva fatto già nel 209 a. C. Quinto Fabio Massimo, erigendo la propria statua equestre in Campidoglio accanto al colosso di Ercole proveniente dalla campagna tarentina (e da lui consacrato). Già in epoca piuttosto antica troviamo dunque, nel cuore stesso della vita politica, un linguaggio figurativo contraddittorio. Ma se le statue ellenistiche con cavallo e armatura, e malgrado l'aura carismatica, potevano ancora in qualche misura conciliarsi con la tradizione in quanto omaggio per un servizio reso militarmente alla patria, una statua nuda doveva apparir inconcepibile e urtante, almeno agli inizi del processo di ellenizzazione. Per gli avversari politici che capivano il linguaggio greco dell'apoteosi, la prestanza fisica della statua era una sfida intollerabile, ma la massa dei Romani non ancora ellenizzati non poteva vedervi altro che un oggetto immorale. Intorno al 150 a.C. la nudità era ancora per molti Romani un segno di impudicizia: si racconta di Catone il Vecchio che, seguendo il «costume degli antichi», evitasse di fare il bagno insieme al figlio e ai generi «perché si vergognava di stare nudo davanti a loro» (Plut., Cat. Mai. 20). Ma la nudità era anzitutto un segno di immoralità «greca»: «All'inizio del malcostume … c'è il denudarsi davanti ai concittadini». È il parere del poeta Ennio, morto nel 169 a. C. (Cic., Tusc.4,70).
È possibile che questi nudi fossero dono, in un primo tempo, di cittadini greci, desiderosi di rendere omaggio ai nuovi potenti com'erano abituati a fare coi loro re, senza alcuna intenzione provocatoria: ma ciò presupponeva se non altro l'approvazione degli interessati. Numerosi monumenti testimoniano poi con quale rapidità si sia diffusa a Roma l'immagine del condottiero eroico e carismatico. I «grandi» che erano stati in Oriente avevano assimilato in fretta lo spirito dell'ellenismo, e chi era stato onorato e venerato come un re rimaneva sensibile anche a Roma al nuovo altisonante linguaggio figurativo. Non a caso il Senato romano apparve ai Greci come un'assemblea di re. Nel corso del II e del I secolo a. C. Roma stessa si riempì di stranieri provenienti dall'Oriente, soprattutto schiavi affrancati, e la folla che nel 44 a. C. divinizzò Cesare appena assassinato, offrendogli sacrifici, non aveva più nulla a che fare con i contadini del II secolo a. C., che il servizio militare e il sistema latifondista allontanava dai loro campi.”[37]
Abbiamo citato questo raffronto tra nudo e togato, come esempio di un approccio di tipo sociale alla produzione delle immagini e alla sua storia, dopo aver letto che lo storico della scienza Robert Merton indicava Marx come uno dei precursori più antichi della sociologia della scienza [38]. Tutto ci lascia pensare che al comunismo di Marx dovrebbe farsi risalire ben altro, tra cui, ad esempio, le moderne discipline della sociologia dell’arte e dell’antropologia, della semiologia e fors’anche della psicoanalisi. Detto ciò, mettiamo da parte la nostra considerazione e riprendiamo la descrizione dell’epoca augustea da cui forse anche Marx avrebbe tratto piacere e profitto.
- Il mondo figurativo della tarda repubblica era più vario e artisticamente molto più suggestivo dell'arte di epoca imperiale, regolata da una rigida disciplina di Stato. L'incontro fra i ricchi committenti romani, stimolati dal forte antagonismo sociale e dal desiderio di autoaffermazione, e la consumata abilità degli artisti ellenistici, creò una situazione del tutto particolare.
È vero però che se oggi ne avvertiamo il grande fascino formale, nel contesto specifico della Roma di allora quelle immagini devono aver parlato un linguaggio assai contraddittorio. Le nuove statue celebrative ne sono un buon esempio. I sovrani ellenistici esercitavano un potere illimitato, e gli artisti esprimevano questa aura sovrumana raffigurandoli come gli dèi e gli eroi. A Roma, invece, anche il più fortunato dei condottieri doveva rientrare nei ranghi una volta deposto il suo incarico, e non importa se si sentiva ancora baciato dalla grazia. Gli attributi delle statue celebrative non corrispondevano dunque alla situazione reale. Eppure non solo i generali trionfatori ma anche i personaggi di secondo piano e semplici magistrati di provincia furono presto contagiati dal nuovo linguaggio… Il risultato dell’uso inflazionato di queste nuove immagini fu che esse persero il loro significato originario, riducendosi a vaghi simboli di successo. […]. Per tradurre in immagini un forte messaggio di potere occorrevano pertanto iniziative sempre più dispendiose: occorreva “moltiplicare il numero delle statue e accrescerne le dimensioni. In una situazione di questo genere anche gli esiti formali non erano privi di contraddizioni...[39]
Vediamo qui come anche le immagini, al pari di ogni altra produzione materiale, sono soggette a perdere significato in modo simile a quello che, con termine economico moderno, viene detta inflazione, causata da una loro produzione generalizzata: vulcanica la produzione, paludoso lo scambio e il consumo…
I punti di crisi si portano dietro i rimedi da cui trarre ristoro, così nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung, l'espressione più vicina al concetto di "inflazione delle immagini" è nota come inflazione psichica. Essa si verifica quando l'Io cosciente viene sopraffatto, o "gonfiato", dai contenuti provenienti dall'inconscio – che per Jung si esprimono sempre attraverso simboli, immagini archetipiche e figure oniriche… Per arrivare a questa idea la psicologia ha dovuto attendere che almeno l’invenzione della fotografia si sviluppasse nella critica di se stessa con la cinematografia.
- Eppure nel secolo appena trascorso qualcosa pare essersi incrinato nel rapporto con le immagini. Il Novecento, con validissime argomentazioni, è stato definito “il secolo dell’immagine”, perché ha conosciuto un boom del cinema, della televisione, della pubblicità, della fotografia, e via dicendo.
Con ogni probabilità, però, è proprio questo eccesso di immagini a costituire, come vedremo meglio tra poco, un punto critico nel rapporto con le stesse. E tale criticità sembra, tra l’altro, essersi ampliata a dismisura negli ultimi decenni. Con la tecnologia digitale, ovvero una tecnologia che non necessita più di un oggetto reale esterno, viviamo in un flusso continuo di immagini, anche perché i dispositivi che funzionano nello stesso modo possono potenzialmente rilanciare/riproporre la stessa immagine un numero infinito di volte.
Uno studio dell’università della California ha calcolato che ogni giorno siamo mediamente inondati da 34 gigabyte di contenuti, un qualcosa che eccede moltissimo la nostra capacità elaborativa. Lo stesso ateneo ha stimato che la mole di informazione verbale e visiva a cui è sottoposto un cittadino statunitense medio sia quintuplicata negli ultimi 40 anni. In sostanza, tale aspetto è ancor più lampante se si considerano anche i social network, è come se ogni giorno scorresse dinanzi ai nostri occhi un fiume incessante di parole e immagini. Lo studioso francese Régis Debray, autore dello stimolantissimo saggio Vita e morte dell’immagine – Storia dello sguardo in Occidente, ha brillantemente sintetizzato la situazione attuale osservando che siamo passati dall’epoca dell’immagine all’epoca del visivo. Il che vuol dire che, immersi come siamo dentro questo fluire di immagini, non siamo più capaci di vedere. Al massimo guardiamo in maniera distratta…[40]
L’epoca augustea della formazione dell’immagine dell’impero magari non era ancora in grado di fluidificare parole e immagini come sarà per l’epoca moderna, aveva comunque una produzione seriale delle immagini, la cui massima espressione è data dal conio della moneta, che nasce come immagine del potere (di scambio) dello Stato, per finire rapidamente come potere dell’Io …
- Contraddizioni stilistiche, ridondanza di contenuti, ambiguità e difficoltà di comprensione sono aspetti sintomatici anche in altri settori dell'arte «politica». Per quanto riguarda l'arte ufficiale della tarda repubblica, il problema è stato studiato a fondo da Tonio Hölscher, e anche qui le immagini e lo stile figurativo appaiono uno specchio fedele della situazione sociale e politica. Seguendo l'iconografia numismatica dalla fine del II secolo in avanti, è possibile vedere come emergano sempre più in primo piano gli interessi personali dei vari funzionari della Zecca. Fino ad allora le monete portavano effigi pressoché costanti, con cui non solo il Senato ma l'intera cittadinanza poteva identificarsi (ad esempio Dioniso, i Dioscuri, la dea Roma, Giove Vittorioso, bottini di guerra). Ora invece i giovani nobili sfruttavano il loro incarico annuale presso la Zecca (che rappresentava l'inizio della carriera politica) per celebrare le glorie di famiglia, o anche, più tardi, i propri (spesso insignificanti) meriti personali. Così ad esempio, all'epoca della dittatura di Silla, un certo Gaio Manilio Limetano usa entrambe le facce di una moneta per vantare secondo la moda del tempo l'origine della sua famiglia niente meno che dal dio Ermes e dal suo presunto figlio Odisseo. Ma troviamo qualcosa di simile anche in uno dei maggiori monumenti ufficiali dell'età tardo repubblicana, la cosiddetta base di Enobarbo di Monaco e Parigi: un grande rilievo votivo in cui un censore della fine del II secolo fa ritrarre il sacrificio rituale celebrato al termine della sua magistratura.[41]
«Due sono le costruzioni cui più suinamente si inchina il filisteo, lo Stato e l'Io.» [42] Ravvicinate così (da Bordiga sappiamo) le due immagini, è facile anche immaginare che in determinate condizioni di luce ognuna delle due possa vedere sé stessa come ognuna dell’altra : “Lo Stato sono Io” e “Io sono lo Stato” dipendono da chi dei due in certi momenti ha abbastanza forza suina da impiegare per indurre alla genuflessione spontanea i filistei di turno…
| | | Siamo dunque fortunati, noi che visitiamo i musei di arte antica senza conoscere a menadito i nomi di quelle teste di marmo che ammiriamo, facce per lo più prive di ogni identità anagrafica, gloriosa o mediocre che sia. Possiamo così, nell’immediatezza della visione, ammirare meglio solo l’oggetto, il lavoro e la capacità industriosa di aver dato al marmo l’impronta umana in così innumerevoli combinazioni, armoniose o aspre… se non fosse per la voce della guida che si mette a raccontarci storie e fornirci di dati come fossimo al casellario giudiziale… | | |
- Un chiaro sintomo della crisi sociale in atto verso la fine della repubblica è che il bisogno di affermazione personale e il generale antagonismo portarono ovunque a forme di esibizionismo eccessive, anche da parte di gente che non poteva né voleva aspirare a un successo sociale. Quella che era in origine una gara dell'aristocrazia al servizio dello Stato degenerò in una febbrile dimostrazione di ricchezza e di successo: per quanto modesto fosse il palcoscenico sociale che si poteva utilizzare allo scopo. Ne sono un esempio considerevole le dispendiose costruzioni funerarie che negli ultimi decenni della repubblica e ancora in età augustea si allinearono sempre più numerose lungo le grandi vie d'accesso alla città. I liberti benestanti, orgogliosi della propria cittadinanza romana e della libertà acquisita anche per i loro famigliari, si facevano raffigurare con la toga e assieme ai loro parenti sulle tombe di famiglia fatte costruire sul margine delle strade. Il fornaio Eurisace, anche lui uno schiavo affrancato, si vantava invece del suo successo professionale come fosse un servizio reso allo Stato. Messe le mani su un terreno molto in vista in un crocicchio vicino alla città, escogitò per la sua tomba una soluzione originale: la costruzione è formata da alti cilindri verticali la cui forma ricorda quella dei granai usati dal fornaio. Il fregio vanta invece il suo sistema razionale di panificazione. A questo livello sociale la rivalità e l'esibizionismo – di fronte ai conoscenti o ai colleghi di corporazione – aveva ancora un significato. […] L'esempio [ la tomba di Cecilia Metella, figlia di un console di antica famiglia aristocratica e mogli di uno degli uomini più ricchi di Roma, il figlio di Gaio Crasso.] fa vedere come l'esibizionismo della vecchia classe dirigente fosse ormai dispendioso e gratuito: si commemorava un membro qualsiasi della famiglia, privo di meriti personali, e che poteva tutt'al più richiamare alla memoria quelli degli antenati o dei parenti. Qui, come anche in altri casi, forma e messaggio si contraddicono in modo decisamente grottesco: solo pochi anni prima che venisse costruito il Mausoleo di Cecilia Metella il Senato aveva fatto erigere per il console Irzio caduto in battaglia per la res publica, un monumento funebre che appare al confronto quasi insignificante.” “Il merito e il prestigio acquisiti nell'ambito del tradizionale cursus honorum non avevano più ormai alcun riscontro nel linguaggio monumentale. […] Questo eclettismo formale è senz'altro di derivazione ellenistica, ma il suo sviluppo ipertrofico, e più ancora l'affollarsi delle costruzioni lungo le vie d'accesso a Roma o ad altre città italiche, è un motivo caratteristico della società tardo repubblicana. Vedremo come questa situazione interessi ancora prima edifici monumentali dell'età augustea, per poi cedere il passo a un nuovo ordine di cui anche il linguaggio figurativo sarà una manifestazione.[43]
E sì ! …
Il “bisogno di affermazione personale” nella società viene alla fine, mentre si sta morendo: «…un popolo industriale (e quale popolo oramai non lo è da tempo o non vorrebbe divenirlo?) tocca l’apogeo della sua produzione nel momento in cui ha raggiunto in generale il suo apogeo storico. In realtà un popolo è al suo apogeo industriale fin quando per esso la cosa principale non è ancora il guadagno, ma il guadagnare»[44].
- Se la situazione non sfociò in un generale livellamento di stampo moderno, lo si deve a quei caratteri di autonomia operativa di cui abbiamo spesso parlato: non esistevano normative precise imposte dall'alto, non vi erano controlli né campagne di propaganda. Si spiega cosi il fatto che certi modelli, una volta accettati, potessero conservarsi per generazioni, anche quando i motivi della loro attualità erano caduti ormai da tempo: come quegli anziani signori che all'epoca di Antonino Pio si facevano ancora tagliare i capelli alla maniera di Traiano. In alcuni settori come la tradizionale architettura a colonne, la scelta canonica dei miti e dei capolavori greci o gli schemi decorativi della pittura parietale, non vi fu, si può dire, alcuna innovazione. L'idea della perfezione raggiunta e della validità assoluta dei propri modelli doveva anzi sottolineare il carattere statico della cultura genuina, facendo apparire le innovazioni in una luce sospetta. Anche per quanto riguarda lo stile, legato a sua volta a modelli classici, le uniche novità si riscontrano nell'ambito delle tecniche artigianali. La conseguenza fu che le forme architettoniche e le immagini non invecchiavano: i nuovi monumenti potevano essere più sontuosi o trasmettere meglio determinati messaggi, ma continuavano a parlare la stessa lingua. E tutto ciò non poté non contribuire alla sorprendente stabilità del sistema politico-sociale romano. A questo punto dovremmo domandarci quale fu il prezzo da pagare per questa cultura del benessere, cosi uniforme e così diffusa, e s'impone allora un confronto con la cultura ellenistica dei secoli precedenti. In tutti i campi della vita spirituale – la filosofia e la retorica, la poesia, la ricerca scientifica, la tecnica – assistiamo agli stessi fenomeni di stagnazione e normalizzazione che abbiamo visto anche nell'arte e nell'architettura: i progressi de sapere e la fantasia creativa, il pensiero filosofico e le innovazioni tecnologiche giungono in età imperiale a “un punto fermo, e l'immobilità significa in questo caso un regresso. Abbiamo invece una florida cultura fatta di imitazioni, compilazioni e virtuosismi. Le sole novità effettive ed importanti nei primi due secoli dopo Augusto si hanno là dove il potere entra in scena come tale: nel campo cioè delle iniziative economiche e delle imprese militari, ma soprattutto nell'organizzazione delle masse urbane, con tutti i problemi relativi all'approvvigionamento alimentare e al tempo libero, e qui l'architettura e l'urbanistica sono in primo piano. Ma sarebbe l'argomento di un nuovo libro.”[45]
Il livellamento di “stampo” moderno fu cioè evitato solo dal fatto che la produzione non era sufficientemente sviluppata per produrre lo “stampo moderno” della socializzazione della produzione, della circolazione e del consumo delle immagini, ossia lo “stampo” della massificazione e statistificazione d’ogni e di tutte le cose…
Fin qui il potere dell’immagine sembra ancora connesso alla figura umana della persona e, abbiamo visto, sorretto dalla ricchezza personale e dalla forza organizzata, dalle personali iniziative economiche e imprese militari.
L’impero antico aveva ancora, almeno figurativamente o formalmente, i volti regali della monarchia e della sovranità. L’impero antico non aveva l’imperialismo, che invece si è fatto dottrina, ed è un modo “di fare”, non più un modo di “essere”.
Cosa ne è stato delle immagini dei singoli, dei monumenti alla persona, del miles gloriosus, della figlia prediletta dell’aristocratico o del panettiere arricchito, oggi possiamo vederlo tutto raccolto nella rivista Forbes da portare in tasca.
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A sinistra: Un'ombra non è una sostanza, vignetta americana del 1875. A destra, particolare di Analisi del periodo: Guernica, Roma, galleria La Salita, 1982.
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[1] . William Henry Fox Talbot, The Pencil of Nature, ed. Longman, Brown, Green, London 1844, circa p. 8 seg. (trad. e sott. nostre).
[2] . Rosalind Krauss, La Photographique (1990), Teoria e Storia della Fotografia, ed. Paravia-Bruno Mondadori, Milano 1996, p.20.
[3] . David Freedberg, The Power of Images (1989), it. Il potere delle immagini, ed. Einaudi, Milano 1993-2009, p. 626 seg.
[4] . Freedberg 1989, cit., Prefazioni, p. XLVI seg.
[5] . Marc Augé, Le temps in ruines (2003), it. Rovine e macerie, ed. Bollati Boringhieri, Torino 2004, p. 137.
[6] . Freedberg 1989, cit., Prefazioni, p. XLVII seg.
[7] . La cui prefigurazione forse può intuirsi dal lavoro di David Freedberg e Vittorio Gallese, Empathy, motion, emotion in esthetic experience, in Trends in Cognitive Sciences, 2OO7, it. in Teorie dell’immagine, a cura di A. Pinotti e A. Somaini, ed. Raffaello Cortina, Mi. 2009, p.331 seg..
[8] . Freedberg 1989, cit., p. XLVIII
[9] . Cfr. Clément Chéroux, Fautographie . Petite histoire de l’erreur photographique (2003), it. L’errore fotografico, Einaudi, Torino 2009.
[10] . Freedberg 1989, cit., p. XLVIII
[13] . Michele Cometa, Paleoestetica . Alle origini della cultura visuale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2024, p. 116.
[15] . In Carmelo L Romeo, HDS, Maroquineries, Forniture Critiche 2010, p. 23.
[16] . Karl Marx, La Sacra Famiglia, Editori Riuniti, Roma 1967, II ed. 1972, pag. 24.
[17] . Non per nulla la distinzione tra arti liberali (considerate le uniche degne di un uomo libero perché disinteressate e soprattutto intellettuali) e arti meccaniche (associate al lavoro servile e alla necessità materiale) in occidente si mantenne per secoli; e non per nulla fu solo nel XIX e XX secolo – in seguito alla rivoluzione industriale e allo sviluppo del capitale e del lavoro (associato e salariato) – che la distinzione tende a cadere… ma sembra che ancora non scompaia del tutto (si è solo ritirata per reclamare il primato dell’intelligenza anche nella sua forma artificiale, benché meccanica) [18] . Brian Rotman, Signify Nothing. The Semiotics of Zero (1987), It. Semiotica dello zero, Spirali Edizioni, Milano 1988, pp. 77, 78 e 81.
[19] . Ludwig Feuerbach 1862, Das Geheimnis del Opfers oder der Mensch ist, was er ißt [isst] it. Il segreto del sacrificio ovvero l’uomo è ciò che mangia, in L’uomo è ciò che mangia, ed. Morcelliana, Brescia 2022, pp. 97, 98.
[20] . Paul K. Feyerabend, Against Method (1975), it. Contro il metodo, ed. Feltrinelli, Milano 2026, p. 131. Cfr. qui p.47, n.121.
[21] . Rif. nømade n°23-2025, e PDF p. 98. Da Christopher Caudwell, Soggettivismo e Realismo. Saggio sulla letteratura borghese in Inghilterra, (1934-35), it. ed. De Donato, Bari 1971, pp. 74-88.
[22] . Cfr. nømade n° 23-2025, p, 84. Da Francis Donand Klingender, Arte e rivoluzione industriale (1968), it. Giulio Einaudi, Torino 1972, p. 244 seg. Il brindisi di Marx è tratto da Peter Ferriday, The Victorian Art Market, “Country Life” magazine, 16 giugno 1966.
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[23] . Zurigo, primavera del 1916.
[24] . Lenin 1916, L’imperialismo come fase suprema del capitalismo (saggio popolare); da L’imperialismo e la guerra imperialista, ed. Mosca-Leningrado 1936, nell’edizione foto-litografica Reprint Feltrinelli, Milano (c. 1969), p. 19 seg.
[25] . Cfr. ibidem, p. 130.
[26] . Cfr. nømade n°22, 2024, p. 62.
[27] . Osservazione non solo “diretta”, con esperienza mandata a memoria en souvenir, ma anche “indiretta”, consentita agli studiosi dell’arte dalle recenti tecnologie di riproduzione litografica e soprattutto fotografica del proprio oggetto di studio, la quale non riproduce soltanto l’immagine ma anche l’esperienza stessa dell’osservazione diretta dell’originale...
[28] . Lenin 1916, cit., p. 105 seg. – «…lasciamo la parola ad Hobson, il quale è il più “sicuro” poiché non gli si può rimproverare alcuna predilezione per l’ortodossia marxista; inoltre egli è inglese e conoscitore delle cose del suo paese, che è il più ricco così di colonie come di capitale finanziario e di esperienza imperialistica.»
[29] . Tito Livio, Ab Urbe Condita, XXXIV,4,3; riportato in Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini (1987), it. Bollati-Boringhieri, Torino 2006, p. 28.
[30] . Paul Zanker, Augustus un die Macht der Bilder, Monaco 1987, I ed. It. Einaudi 1989; ed. Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 3.
[31] . Una “cecità” che però non è da attribuire ad una semplice scarsità di visione delle cose imperiali; piuttosto dovuta fenomeni connessi nella forma stessa del sistema delle forze storiche, quando il modo di produzione capitalistico più maturo e potente è costretto ad estendersi globalmente nella disuguaglianza degli sviluppi locali…
[32] . Zanker 1987, cit., p. 4.
[33] . Ibidem, p. 5
[34] . Ibidem, sott. nostre
[35] . Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (1857-58), ed. Nuova Italia, Firenze 1968, p. 14 seg.
[36] . Ibidem, p. 5 seg.
[37] . Zanker 1987, cit., pp. 7-10
[38] . La sociologia della scienza in Europa, a cura di Robert K. Merton e Jerry Gaston (1977), ed. it. Franco Angeli, Milano 1980, p. 46. Alla pagina 240, leggiamo che: “Le intuizioni fondamentali di Karl Marx sui rapporti tra struttura e sovrastruttura non sono state sistematicamente sviluppate in una sociologia empirica della conoscenza scientifica nella società contemporanea”.
[39] . Zanker 1987, cit., pp. 12,13
[40] . Luca Zucconi, Società dell’Immagine e Cultura Junghiana delle Immagini, 19 Agosto 2022, in https://www.psicologofrosinone.it/societa-dellimmagine-e-cultura-junghiana-delle-immagini.html
[41] . Zanker 1987, cit., 15,16
[42] . Superuomo ammosciati, da Il programma comunista n. 8 del 1953.
[43] . Zanker 1987, cit., pp.18, 19,20,21
[44] . Karl Marx, Lineamenti…, cit., p. 9.
[45] . Zanker 1987, cit., p. 357 seg.
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