|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
| Elementi e complementi . (appunti IX.1b) |
|
|
WILLIAM TURNER E LA CATASTROFE . II.2

19. DUNQUE ... BOMBARDATELI SENZA PIETÀ
- Noi dobbiamo fare, lì in alto, la nostra cucina. Per cui tutto il nostro armamentario è lì, al suo posto. E non bisogna dimenticare nulla, perché non sarà comodo scendere e salire troppo spesso.
(Nadar, quando era fotografo [1])
In verità per l’Europa l’utile convincimento di bestializzare l’immagine del nemico non è affatto una novità solitaria, ma ha la lunga storia che viene trattata in un recentissimo studio su l’invenzione (europea) della preistoria [2].
- La riflessione sulle origini umane è stata una delle imprese intellettuali più prolifiche della storia moderna. Ma anche una delle più rovinose. A un certo punto la ricerca europea e moderna delle origini ha avuto inizio, contribuendo poi a una lunga e brutale storia di conquista e di dominio imperiale. Si è inebriata di gerarchia, radicandosi in illusioni spesso assassine, al servizio di un potere feroce. Le sue belle idee hanno giustificato la violenza contro chi veniva bollato come debole, diverso, brutto. Hanno razionalizzato la dominazione coloniale e l’eugenetica. Hanno contribuito alla distruzione dei popoli indigeni. Questa dimensione sinistra della preistoria, tuttavia, viene facilmente disconosciuta e dimenticata. […] Eppure la preistoria è, nella sua essenza, uno strumento per creare significato, per celebrare coloro che praticano una particolare idea di umanità e per demonizzare coloro che non lo fanno.[3]
L’occhio volante dell’umanista Alberti non ha ancora la pupilla vitrea dell’industriale Nadar, né la cieca visione silicea dell’odierno sensore digitale; lo vediamo chiaramente mentre, separato dal corpo, s’aggira in volo agitando i tentacoli nervosi che sembrano smaniare un sicuro ancoraggio dove scaricare la pienezza dell’immagine che solo l’insieme unitario delle altre sensibilità del corpo vivo possono completare.
La pittura è un lavoro; ma l’attuale “superamento” del lavoro, ci fa dire che già la fotografia non lo era più: con un tempo di lavoro ridotto all’istante scopico sarà solo questione di tempo prima che l’immagine si risolva automaticamente, senza neppure più ormeggiarsi necessariamente presso l’intelligenza, ma connessa direttamente alla decisione automatica, cioè intanto preventivata, e poi – nel Secondo conflitto – anticipata.
«Chi è, secondo lei, il più grande fotografo? – Nadar» – risponde Barthes con una didascalia posta sotto ad un ritratto della moglie o della madre stessa del fotografo [4] – e magari questo giudizio strappato alla ritrattistica è anche inconsciamente promosso dal fatto che Nadar era stato il primo a voler caparbiamente salire più in alto dell’orizzonte … per non vederlo?
- La campagna più memorabile che, con scritti e trovate clamorose, egli prolunga per anni, è quella a favore delle ricerche sul “volo con mezzi più pesanti dell’aria”. Mentre si innalza in pallone, già aspira ad altro. Il pallone è un surrogato momentaneo del volo autentico, quello degli uccelli [o degli occhi] che librano i loro pesi sull’atmosfera. L’immaginativo dilettante di scienze, non immune da bouvardismo, raduna ed esalta le folle per costringere a dare il loro obolo e favorire il volo del futuro. Sono le esibizioni che più caratterizzano il personaggio: quelle compiute nelle ascensioni del superpallone Le Gèant, il gigante mostruoso “più leggero” dell’aria, strumentalizzato per raccogliere fondi a favore del suo più fortunato rivale di domani. Ormai sembra che il personaggio abbia superato le premesse dalle quali è partito: di là dal titolo del “più grande fotografo” assume funzioni di “animatore delle grandi imprese del secolo”.[5]
L’immagine è un lavoro che produce un vortice di significati sensibili, fin quando l’occhio resta inesorabilmente avvinto alla superficie della terra, alle linee di forza con le quali la sua vita ha riempito man mano la superficie terrestre della propria rete organica di opere e di giorni, fin quando le cose possono esser viste di profilo e, vis-à-vis, ricambiare lo sguardo e dunque a ri-guardarci, forse anche a perturbarci…
La “possibilità nuova” per evitare gli inconvenienti di certe esitazioni dello spirito dell’occhio in circostanze micidiali come una guerra, è di poterlo staccare dal piano della terra per farlo ascendere e muoversi a quote disfunzionali: oggi (spiegherà Douhet – forse contagiato dalla deprecata ossessione di Nadar per il diritto a volare [6]) «l’aereo dispone di questa capacità ».
- Fino a quando l'uomo restò inesorabilmente avvinto alla superficie della terra, fu costretto a svolgere tutte le sue attività su tale superficie, adattandole ad essa. La guerra, costituendo una attività necessitante, per la sua esplicazione, movimenti di forze, fu intimamente legata alla superficie della terra, che le impose le sue condizioni e ne determinò le caratteristiche essenziali. La superficie terrestre, date le sue asperità, presenta ostacoli d'ogni genere che rendono più o meno difficile il movimento sopra di essa, talché per facilitare il movimento stesso, l'uomo ha dovuto adattarsi a muovere essenzialmente lungo le linee di più agevole percorribilità, intervenendo colla sua opera, lunga e faticosa, per facilitare il transito attraverso le zone di più difficile percorribilità. Così, poco alla volta, la superficie terrestre venne man mano coprendosi di linee, variamente intersecantisi, di facile transito, separate da zone di transito meno agevole, talvolta impossibile.
La superficie marittima, essendo uniforme ovunque, presenta una percorribilità uguale dappertutto, ma, essendo limitata da coste, non permette di riunire che punti situati sulle medesime, mediante linee arbitrarie, ma, molto spesso, costrette a passare per punti obbligati od a eseguire lunghi percorsi attorno alle coste stesse.
- L'azione guerresca viene sinteticamente determinata da due semplici ed opposte volontà.
Da una parte vi è chi intende occupare una certa zona della superficie, dall'altra chi intende opporsi a che quella certa zona venga occupata dall'avversario. Chi attacca procede colle sue forze per quelle linee di più facile percorribilità che lo conducono nella zona che intende occupare; chi difende tenta impedire tale procedere, e perciò schiera le sue forze normalmente alle linee percorse dal nemico, onde opporsi all'avanzare di questo. E, per più facilmente opporsi all'avversario, cerca schierarsi là dove le condizioni della superficie lo favoriscono, cioè sulle linee di ostacolo più difficili ad attraversare.
Queste linee, essendo naturali e dipendenti dalla quasi immutabile forma della superficie, come sono immutabili le zone più ricche e più fertili, quindi più ambite dai popoli, ne risulta che determinate regioni sembrano dal destino essere segnate a costituire, in tutte le epoche, i campi di lotta degli uomini. Tutto dovendosi svolgere sulla superficie, la guerra non poteva risultare che da movimenti ed urti di linee adagiate sulla superficie stessa. Per vincere, ossia per procedere verso la zona ambita, era necessario rompere una linea di forze ed aprirsi il passaggio attraverso di essa. Poco alla volta, venendo la guerra ad impegnare tutte le risorse dei popoli in lotta, le nazioni combattenti vennero a proiettare tutte le loro forze sulle linee di combattimento, dando, a queste, estensioni sempre più grandi, finché, nella grande guerra, l'estensione di tali linee fu la massima compatibile colla superficie, giungendo a chiudere ogni possibile passaggio.
Dietro queste linee, oltre una certa distanza da esse, distanza determinata dalla massima gittata delle armi da fuoco, la guerra non era in grado di far sentire, in modo diretto, la sua ripercussione. Oltre quella distanza non poteva giungere alcuna offesa nemica, e la vita poteva quindi trascorrere in una completa sicurezza ed in una relativa tranquillità.
Il campo di battaglia veniva nettamente limitato: i combattenti costituivano una categoria a parte di cittadini, all'uopo organizzati e disciplinati: vi era perfino una distinzione legale fra belligeranti e non belligeranti.[7]
La socializzazione della produzione trasforma necessariamente un’intera popolazione in un’unica forza bellica, organizzata a nuocere … Le sagome da prendere di mira si estendono territorialmente e lì sotto non c’è un cuore ma una miriade, ed ogni precisione è una menzogna.
| | | Col ventaglio infinito delle loro graduazioni di scala, il micro-scopio e il tele-scopio avevano già educato lo sguardo a liberarsi dalla riconoscibilità organica delle particolari figure piane dei volti e dei corpi, dei confini fisiognomici o geografici che distinguono espressioni e gesti bellici da quelli pacifici o indifferenti…| | |
- Così, nella grande guerra, benché essa venisse ad interessare profondamente popoli interi, avvenne che, mentre una minoranza di cittadini combatteva e moriva, la maggioranza viveva e lavorava per fornire alla minoranza mezzi per combattere. Tutto ciò perché non era possibile oltrepassare le linee senza prima spezzarle. Ma tutto ciò, ora, cade, perché, ora è possibile oltrepassare le linee senza prima spezzarle. L'aereo dispone di questa capacità. Esso muove entro l'atmosfera che sovrasta tutta la superficie della Terra e rappresenta un mezzo di una uniformità completa.
L'aereo risulta perciò indipendente dalla superficie, capace di muovere in tutte le direzioni con uguale facilità. Le asperità che presenta la superficie terrestre e la varia conformazione delle coste che limitano quelle marittime non lo interessano, e, come può trasferirsi fra due punti qualunque della terra per la via più breve – la linea retta – vi si può trasferire per innumerevoli vie diverse ed arbitrarie.
Tutto ciò che l'uomo può fare sulla superficie non tange l'aereo capace di muovere lungo la terza dimensione.
Tutto ciò che, dai primordi dell'umanità, ha imposto alla guerra le sue condizioni e ne ha determinato le caratteristiche essenziali, non ha più alcuna influenza sull'azione aerea. Per suo mezzo, la guerra può far sentire la sua ripercussione diretta oltre la più lunga gittata delle armi da fuoco impiegate sulla superficie, per centinaia e centinaia di chilometri, su tutto il territorio ed il mare nemico. Non più possono esistere zone in cui la vita possa trascorrere in completa sicurezza e con relativa tranquillità. Non più il campo di battaglia potrà venire limitato: esso sarà solo circoscritto dai confini delle nazioni in lotta: tutti diventano combattenti perché tutti sono soggetti alle dirette offese del nemico: più non può sussistere una divisione fra belligeranti e non belligeranti.
Le linee di forza adagiate sulla superficie non servono più a proteggere ciò che sta dietro di esse; la vittoria sulla superficie non preserva dalle offese aeree dell'avversario il popolo che ha conseguito la vittoria, fino a che questa non abbia permesso di distruggere, occupando materialmente il territorio avversario, ciò che dà vita alle forze aeree nemiche.[8]
Ma lì sotto il popolo, abbiamo visto, è già distrutto preventivamente sia dall’animalizzazione sia dal declassamento a primitivo, selvaggio o barbaro. Non a caso il citato studio di Geroulanos dedica un intero capitolo, il XIII, ai bombardamenti delle popolazioni di ieri e di oggi, anche se l’autore si mette subito al riparo: «La violenza coloniale e di stato, oggi, non sarà mai più così brutale come lo è stata nel XX secolo, ma la nostra spoliazione della Terra deve ancora raggiungere il suo apice»[9]. Sembra che neppure il pensiero borghese disinteressato riesca ad accettare ciò che pure faticosamente arriva a descrivere … per accollare però la “spoliazione (capitalistica) della Terra” all’intera specie e buttar tutto in caciara. E noi, ancora una volta leggiamo chiaro: No. Non voglio vedere.
- Il bombardamento dall'alto non può certamente raggiungere la precisione del tiro dell'artiglieria; ma ciò non ha alcuna importanza, perché tale precisione non è affatto necessaria. Meno casi eccezionali, i bersagli che si presentano alle artiglierie sono bersagli preparati a ricevere il tiro delle medesime mentre i bersagli convenienti al bombardamento aereo sono quelli non predisposti a ricevere tale bombardamento. I bersagli delle offese aeree debbono essere sempre grandi: i piccoli bersagli hanno piccola importanza e non meritano, generalmente, che di essi ci si preoccupi.
Il criterio che deve guidare le azioni di bombardamento aereo deve essere il seguente: il bombardamento deve distruggere completamente il bersaglio preso di mira, di modo che, su di uno stesso bersaglio, non sia necessario agire che una sola volta.
Giungere su di un bersaglio, rappresenta sempre un'operazione soggetta a determinati rischi, che è bene affrontare una volta sola, e la distruzione completa dell'obbiettivo prescelto, oltre all'effetto materiale, produce un effetto morale che può avere enormi ripercussioni.
Basta immaginare ciò che accadrebbe, fra la popolazione civile dei centri abitati, quando si diffondesse la notizia che i centri presi di mira dal nemico vengono completamente distrutti, senza lasciare scampo ad alcuno.[10]
Dall’alto del bombardiere (a 5000 a 7000 metri di quota) l’occhio umano viene inoltre surclassato scopicamente (nello spazio e nel tempo) anche dalle disincarnate velocità dei comandi; e allora l'occhio dice: non posso vedere! Da lì sopra tutto appare all’occhio come un’insolita rivelazione (e rilevazione) sommaria e statistica, come un modello astratto e polare, una figura già simbolicamente risolta della vita immota e morta.
«Ma che cosa dire delle fotografie senza artificio… positive ottenute quasi automaticamente? – si è chiesto Kracauer –. In questo caso – prosegue – tocca a chi le guarda dar loro una struttura. Le fotografie fatte nel corso di ricognizioni aeree… turbano i convenzionali processi di strutturazione per le loro forme non identificabili che costringono lo spettatore a ritirarsi nella dimensione estetica. L’obbiettività invocata nel manifesto realista è irraggiungibile...»[11] …
| | | Per riconoscere la figura viva nell’immagine le linee di forza attingono (e attengono) sempre al registro della geometria piana; e le correzioni fisiologiche delle parallassi e delle anamorfosi (dovute alla convessità del mondo e del globo oculare, e alla concavità degli specchi e degli schermi) fanno il resto: quella cosa si muove per forza propria, dunque, è viva. Ma se nella dimensione estetica la bellezza impedisce di vedere la vita non se ne potrà certo prestarne attenzione e averne cura … | | |
- I bersagli delle offese aeree saranno quindi, in genere, superfici di determinate estensioni sulle quali esistano fabbricati normali, abitazioni, stabilimenti ecc. ed una determinata popolazione.
Per distruggere tali bersagli occorre impiegare i tre tipi di bombe: esplodenti, incendiarie e velenose, proporzionandole convenientemente. Le esplosive servono per produrre le prime rovine, le incendiarie per determinare i focolari di incendio, le velenose per impedire che gli incendi vengano domati dall'opera di alcuno. L'azione venefica deve essere tale da permanere per lungo tempo, per giornate intere, e ciò può ottenersi sia mediante la qualità dei materiali impiegati, sia impiegando proiettili con spolette variamente ritardate. Si comprende come, in tal modo sia possibile anche con quantità limitate di proiettili esplosivi ed incendiari provocare distruzioni complete su larghe estensioni di abitati e troncare per un tempo rilevante il transito attraverso di essi, ciò che può riuscire utilissimo quando vi sia lo scopo di tagliare determinate comunicazioni.[12]
Tagliate determinate comunicazioni, il Sé non viene forse scalzato dall’Io?
| | | Il proietto, ovvero lo sguardo piano, lineare o conico, contrasta la forza di gravità degli assi cartesiani senza liberarsene. Sarà invece la bomba, ovvero lo sguardo in caduta verticale, che si abbandona agli assi cartesiani del piano per farli però ballare al ritmo del rombo dei motori e così farsi largo nella forza di gravità e conquistare la dimensione spaziale | | |
- Gli artisti italiani, in particolare i pittori e gli autori futuristi, seguirono questa traccia fino a divenire ossessionati dal potere aereo. Il filone dell’aeropittura futurista (dipinti di aerei e vedute aeree) divenne allora, stando a quanto sostengono gli storici, “l’incarnazione della guerra in tre dimensioni” di Douhet.[13]
In realtà l’aeropittura è stata una versione puerile di quanto invece, più intimamente e strutturalmente connesso al registro pittorico [14], il futurismo ha saputo trarre dalla nuova concezione dello spazio descritto da Douhet, per dipingere qualunque oggetto e situazione: una civile bottiglia morta o una incivile baruffa da piazza vengono indifferentemente bombardate, avvelenate, incendiate dalla pittura… – i futuristi stessi scendono personalmente in guerra con le forme e gli istituti…
| | | L’0cchio verticale – Più volte mi torna in mente che quando abitavo al quarto piano di Ripetta e mi affacciavo sulla strada in basso, venivo immancabilmente preso dall’insorgere della fantasia di potermi gettare in quel vuoto e raggiungere illeso la superficie del selciato, dopo aver goduto nel volo. In seguito, mi sono pure chiesto cosa spingeva bambini e ragazzi a sputare o a gettate bombe d’acqua giù dalle finestre più alte, ovviamente alla cieca (ne ho ricevuta una circolando per via della Giuliana in una 500 decappottabile). Ho conosciuto pure un famoso pittore astrattista degli anni ’60 che, avendo preso uno studio privo di servizi igienici in via Margutta, si accovacciava e la faceva sui giornali per gettarla nottetempo dalla finestra. Solo quando ho letto un racconto di Edgar Allan Poe [15] ho potuto finalmente, se non spiegare, almeno dare nome e figura all’insorgere di simili impulsi (non necessariamente patologici o riprovevoli) in seguito allo sguardo sul precipizio, dovuti a uno spirito del perverso | | |
20. UNA NUOVA POSSIBILITÀ : LA SPARIZIONE
- Ciò di cui intendo parlare ha molti aspetti assai simili: si tratta dei simulacri, ossia di quello che appare di un corpo: membrane che lievi si staccano e che vediamo ovunque volteggiare nell’aria. (Lucrezio [16])
Il gusto della maddalena non concede tempo all’invasione subitanea di scene dell’infanzia a Combray. Ed è come se la memoria e l’intelligenza non fossero nulla senza le immagini. Forse è per questo che Proust cerca subito anche un “modello” pratico per descrivere il fenomeno di cui ha fatto appena esperienza; e lo trova in un familiare gioco con l’acqua e la carta, molto diffuso all’epoca – come oggi lo sono i giochi di guerra.
- E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d’acqua dei pez-zetti di carta fino allora indistinti, che, appena immersi si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè.[17]
Memoria e l’intelligenza sembrano esser nulla senza l’immagine, proprio come le acque di Proust e i bagni al collodio di Nadar sono nulla senza i fiori di carta giapponesi o i palpabili spettri fotografici delle visioni parigine…
«Ma tanti nuovi prodigi – scrive Nadar dopo aver riassunto le magnifiche invenzioni del XIX secolo – non son forse fatti per cedere il passo al più sorprendente e sconvolgente fra tutti: quello che par concedere all’uomo il potere di creare lui pure, a sua volta, materializzando l’impalpabile spettro, che svanisce appena visto, senza lasciare neppure un’ombra sul cristallo dello specchio o un’increspatura nell’acqua di un catino? » [18].
Che ne è di Alice e specchio, di Narciso e catino, a petto della fotografia?… avrebbe pure potuto tranquillamente proseguire il più grande fotografo parafrasando Marx, che gli spiegherebbe: «Ogni mitologia vince, domina e plasma le forze della natura sull’immaginazione e mediante l'immaginazione: essa scompare quindi allorché si giunge al dominio effettivo su quelle forze».
La fotografia, dunque, come dominio pratico, concreto, tattile e visivo su “quelle forze”…fotoniche – diremmo oggi.
La fotografia nasce attorno al 1830 (data già vista significativa tanto per la catastrofe pittorica di Turner quanto per il pensiero economico secondo Marx), e si sviluppa già pienamente cosciente delle sue possibilità future. Quindi, nel 1858, coglie al volo l’occasione di staccarsi dalla terra e prendere le ali, quando Nadar, assieme a Louis Godard, fa la prima esperienza di ascendere in pallone e considera da subito la possibilità della fotografia dall’alto, sia per risolvere le problematiche rilevazioni planimetriche a fini catastali, sia per conoscere situazioni strategiche a fini militari.
|
|
|
|
|
|
|
|
Quando quarant’anni dopo Nadar pubblicherà le memorie di “quando era fotografo”, descrive così quelle prime esperienze:
- Libero, quieto, come risucchiato nelle silenziose immensità dello spazio ospitale e benefico, dove nessuna forza umana, nessuna forza maligna potrà raggiungerlo, sembra che lassù l’uomo senta realmente di vivere, come fosse la prima volta, godendo di un pieno benessere fino allora sconosciuto nel corpo e nello spirito. Finalmente respira, sgombro da tutti i legami con questa umanità che finisce per scomparire ai suoi occhi, così piccola nelle sue opere più grandi – lavori di giganti, fatiche di formiche – per le sue lotte e le micidiali lacerazioni del suo stupido antagonismo. Come il corso dei tempi passati, l’altezza che lo allontana riporta ogni cosa a proporzioni relative: alla Verità. In questa sovrumana serenità, lo spasmo dell’ineffabile sensazione libera l’anima dalla materia, dimentica di sé come se non esistesse più, sublimata essa stessa in pura essenza: tutto è lontano, preoccupazioni, amarezze, disgusti. Come scendono bene di lassù l’indifferenza, il disprezzo, l’oblio, e persino il perdono… Ma un’altra estasi ci richiama all’ammirevole spettacolo offerto ai nostri sguardi incantati. Sotto di noi, quasi ad onorarci accompagnando il nostro cammino, la terra si svolge in un tappeto [da calpestare, dunque?] immenso, sconfinato non se ne vede né inizio né fine, con i colori più vari fra i quali tuttavia il verde domina in tutte le sfumature e possibili combinazioni. I campi a scacchi regolari sembrano “coperte” [o “lenzuoli”?] composte di pezze multicolori, armonizzate dall’ago paziente della massaia. Sembra che un’inesauribile scatola di balocchi sia stata sparsa a profusione su questa terra, la terra che Swift ci mostrò a Lilliput, come se tutte le fabbriche di Carlsruhe avessero dato fondo alle loro scorte. Balocchi le caserme dai tetti rossi o d’ardesia, balocchi la chiesa, la prigione la caserma, i tre edifici nei quali si riassume la nostra presente civiltà. Ancor più giocattolo quel briciolo di treno che ci trasmette dal basso lo stridulo sibilo del suo fischietto quasi a forzare la nostra attenzione, e che procede grazioso e placido – nonostante le sue quindici leghe all’ora – su invisibili rotaie, ornato dal suo esiguo pennacchio di fumo… E cos’è l’altro fiocco biancastro che vedo laggiù, fluido nello spazio? E’ il fumo di un sigaro? No, è una nuvola. In realtà questo è proprio un planisfero perché non si percepiscono differenze di altitudini. Tutto è messo “a fuoco”. Il fiume scorre allo stesso livello della cima della montagna. Nessun percepibile dislivello tra i campi di erba medica falciati e gli alti fusti di querce secolari. E che purezza di linee, che straordinaria chiarezza di immagine nell’esiguità di questo microcosmo, dove tutto ci appare con la squisita impressione di meravigliosa e gradevole pulizia! Né scorie, né sbavature. Nulla meglio della distanza consente di sfuggire a ogni bruttura.[19]
| | | Tutto è messo a ferro e fuoco, ogni cosa è rasata e stesa al tappeto… Sparizione dello spessore, sparizione dei contorni e delle forme, sparizione della figura umana e di ogni bruttura. Il potere dell’immagine si fa potente con la sparizione del “reale”…| | |
Alla metà degli anni ottanta del secolo scorso, negli studi di Paul Virilio, forse già si potevano leggere i tratti nascenti di certi aspetti che – accelerati da vettori economici in crisi d’astinenza a causa di profitti in libera caduta – avrebbero preso le cose attuali nelle forme tecnologiche più avanzate della superata analogia.
- Per le forze strategiche, se il sottomarino nucleare è oggi il vettore più temibile, non è tanto a causa della sua potenza quanto per l’impossibilità in cui ci si trova di localizzarlo, cioè di farlo apparire. Prima di essere individuato, rappresenta da solo tutta la dissuasione… l’ignoto dell’arma ripete l’ignoto del soldato: il conosciuto, il visibile, sono tattiche sussidiarie. Il segreto, ecco la potenza: la delocalizzazione, ecco la parata militare. Supremo sforzo del trucco, ma questa volta di un trucco geo-strategico in cui il cosmico è la nuova forma del cosmetico…[…] quella di un mondo che si dissimula sotto questi arabeschi che le macchine tracciano indefinitamente allo scopo di restare “strategiche”, cioè invisibili, cioè innocenti. La coesistenza pacifica fra nazioni ha il fascino discreto dell’ingenuità artefatta; l’artificiosità politica del globo ripete quelle della geografia, questa geometria applicata alla rappresentazione dell’habitat, con le linee di contorno delle frontiere, i colori e le linee cartografiche che non sono il territorio più di quanto il colorito del fondotinta sia la luminosità di chi scoppia di salute. […] …il mondo è sfumato sotto i tratti dell’attività bellica, dal riferimento cartografico fino al teleavvistamento elettronico, passando per quelle cicatrici, quei tatuaggi di guerra che sono le infrastrutture ferroviarie, autostradali o altre… La dittatura delle strade ricorda la storia della celerità, la retta è il fossile della violenza, della violenza della pallottola sul boulevard come di quella del carro armato sulla Reichautonahn…[20] […] La scomparsa delle caratteristiche dei corpi nell’uniformità della tenuta va di pari passo con la scomparsa dei corpi nell’unidirezionalità della velocità. La mobilitazione generale è l’ultima forma di trucco e i tracciati delle ferrovie e delle strade di rapido scorrimento sono come le tracce del camuffamento sulle pareti di un edificio, coprono l’unicità a favore della conformità. […] In realtà noi perdiamo sempre di più la visione diretta delle cose… la carta al posto del territorio, la statistica al posto dei fatti, come scriveva Winston Churchill nel 1948: “Nelle guerre antiche la decisione era presa degli episodi piuttosto che delle tendenze, nella guerra moderna le tendenze sono infinitamente più importanti degli episodi”. Fondere, confondere, offuscare, i conflitti paiono rivelare un’estetica della sparizione e questo fino all’autorità suprema: il conduttore, il capo di guerra, ufficiale o stratega, tutti diventano semiconduttori di un processo astratto. Dopo il soldato, dopo l’esercito, questa volta è l’obiettivo a diventare ignoto. Per il capitano, per il comandante del sottomarino lanciamissili, non c’è altra memoria oltre a quella del calcolatore di tiro, la banda magnetica concentra nel suo svolgimento la traiettoria del missile fino al bersaglio, come la strada romana condensava la potenza dell’Impero nello spostamento delle sue legioni…[21]
Dall’alto del suo pallone da gigante Nadar aveva già visto là sotto la terra di Lilliput, e gli parve che un’inesauribile scatola di balocchi era stata sparsa a profusione su questa terra come se tutte le fabbriche avessero dato fondo alle loro scorte di cianfrusaglie: «Balocchi le caserme dai tetti rossi o d’ardesia, balocchi la chiesa, la prigione la caserma, i tre edifici nei quali si riassume la nostra presente civiltà».
Oggi, saliti ancor più lontani dalla linea di terra, quei balocchi ottocenteschi si sono organizzati nei monitor per darsi a vedere come giuochi che fanno sparire gli uomini e gli eserciti.
Come potrebbe la guerra, in queste condizioni, prendere forma? … essa è l’antiforma eccellente, ed è semmai l’informe rivoluzione piuttosto a scendere in campo.
- Se ieri il primo atto politico consisteva nel fare apparire la forma della Città, e al tempo stesso la figura della cittadinanza – di qui l’interesse, il senso stesso dei riti di fondazione e dei riti di autoctonia nello spazio civico antico – sembra che oggi [1984] assistiamo alle prime avvisaglie di un capovolgimento fondamentale: non più formare cittadini “autoctoni” con stranieri provenienti da un qualsiasi sinecismo, come avveniva nella città ateniese, ma al contrario fare sparire la cittadinanza trasformando in “stranieri dell’interno” i residenti, intoccabili di un nuovo tipo, in uno Stato transpolitico e anazionale, in cui i vivi sarebbero ormai solo “morti viventi”, in libertà vigilata permanente.[22]
Dunque: fare sparire la città trasformando in “stranieri dell’interno” i residenti … ossia, sparizione dalla città (e dalla geopolitica), dei “fronti interni”, sociali, politici, militari… Gentrificazione di masse e di popoli…
- Al principio degli anni sessanta, mentre esplodeva la rivolta nei ghetti neri, il sindaco di Filadelfia dichiarava: “Le frontiere dello stato passano ormai all’interno delle città”. Indubbiamente questa frase traduceva, per cittadini americani discriminati, una realtà politica, ma traduceva anche una situazione di più vasta ampiezza dal momento che il “Muro di Berlino” era appena stato innalzato, il 13 agosto 1961, nel centro della vecchia capitale del reich. Da allora questa affermazione continua a valere: a Belfast e a Londonderry alcune strade, fino a pochi anni fa, erano contrassegnate di una riga gialla che separava il versante protestante da quello cattolico, prima che cattolici e protestanti, spostandosi verso altre zone, non lasciassero una sorta di terra di nessuno a separare ancor più drasticamente le loro case. Poi è venuta Beirut, con i suoi quartieri Est ed Ovest, le sue frontiere interne, i tunnel ed i viali minati. In effetti l’affermazione dell’amministratore della grande metropoli americana rivela un fenomeno sul punto di raggiungere sia le capitali che le città di provincia, fenomeno di introversione obbligata, in cui la Città subiva i primi effetti di una economia multinazionale modellata sulle imprese industriali, un nuovo spiegamento urbano, che avrebbe contribuito alla smobilitazione di città operaie come Liverpool o Sheffield in Gran Bretagna, Detroit o Saint Louis negli Stati uniti, Dortmund nella Germania Federale, e tutto questo nello stesso momento in cui, ad esempio altri agglomerati sviluppavano, intorno ad un gigantesco aeroporto internazionale, un METROPLEX, un complesso metropolitano del tipo Dallas/Fort Worth. A partire dagli anni settanta, al principio della crisi economica mondiale, la costruzione di questi aeroporti si andava adeguando, inoltre, agli imperativi della difesa contro i “pirati dell’aria”…[23]
La guerra, stentando a prendere forma, si fa inestinguibile…
- Nuovi focolai di tensione si accendono qui e là senza che nessuno dei precedenti focolai si sia davvero estinto; questa endemia dei conflitti limitati denuncia la prossima decadenza di uno stato nazionale lacerato fra le rivendicazioni di autonomia interna, di indipendenza regionali e le esigenze di una dipendenza “transnazionale accresciuta soprattutto nei campi economici e strategici. La questione della guerra non è più dunque, come sostengono alcuni, quella dell’imminenza di una terza Guerra mondiale, di uno scontro Est/Ovest che porta con sé il confronto nucleare, ma quella di una guerra intestina che si sta estendendo in tutto il mondo.[24]
Sembra che questa società si sia adattata alle catastrofi anche tramite l’arguzia di trasformarle in “opportunità”.
Così terremoti, incendi neroniani, inondazioni, epidemie e pandemie di ogni genere e grado, iniziano sempre più celermente a meritarsi il pregevole nastrino di provvidenziali “preziose risorse”.
E se la guerra rientra anche lei in questa lista delle opportunità, potrebbe anche implorare la grazia atomica (e agonica).
Se poi una simile opportunità non vuol proprio saperne di capitare per farsi prendere al volo in borse e borsellini, qualcuno potrebbe anche farla “capitare” opportunamente: basta organizzare le cose per benino e disporre di un management all’altezza di condurre l’affare a buon fine [25].
Cos’altro sarebbe una simile strategia se non l’applicazione al ciclo dell’economia dello "Shock and Awe", del "colpisci e terrorizza"? noto anche come "dominio rapido" – una dottrina militare basata sull'uso di una forza travolgente, con manovre rapide e dimostrazioni di estrema potenza per paralizzare la percezione del nemico e distruggerne la volontà di reagire.[26]
| | | Ultimamente spariscono anche i corpi e non rimane nulla su cui piangere – desaparecidos, e chi-li-ha-visti di massa lasciano a malapena le bucce facciali segnaletiche di ciò che manca tra le macerie civili delle masserizie cilene, argentine, greche, cipriote o cambogiane, ucraine o palestinesi… – Neppure il dettaglio ha tempo di prender forma. Quello che dell’immagine dovrebbe colpire l’occhio che rade in superficie la terra, il punctum barthesiano della fotografia, svanisce in una nube gassosa, indistinta, inguardabile … | | |
- Secondo i dati aggiornati all'inizio del 2026, la Protezione Civile di Gaza ha registrato ufficialmente la scomparsa definitiva di 2.842 individui, classificati come "evaporati". Questo numero non include i dispersi sotto le macerie la cui posizione è ignota o i corpi insepolti in zone inaccessibili, comprese le fosse comuni in aree in cui palestinesi e Ong internazionali non hanno accesso; si riferisce specificamente a persone la cui presenza in un determinato luogo al momento di un attacco era certa, ma di cui non è stato possibile rinvenire alcuna spoglia mortale. […] Una delle armi più frequentemente associate all'evaporazione dei corpi in contesti come le scuole (si veda il caso della scuola al-Tabin del 10 agosto 2024) è la GBU-39, una bomba a guida di precisione da 110 kg. Nonostante le dimensioni ridotte, questo ordigno utilizza un esplosivo avanzato denominato AFX-757. Si tratta di una formulazione plastica legata (PBX) progettata per generare un'onda termica massiccia mantenendo l'edificio colpito relativamente intatto esternamente, ma distruggendo tutto ciò che è contenuto all'interno attraverso un picco di pressione e calore. Incredibile l’ingegno umano per uccidere. […] La distinzione tra combattente e civile … diventa tecnicamente impossibile quando l'arma utilizzata consuma tutto ciò che rientra nel suo raggio d'azione termico. L'ordigno non "vede" l'individuo, ma satura lo spazio. In questo senso, la precisione dei sistemi di guida (come il GPS della GBU-39) serve paradossalmente a garantire l'imprecisione assoluta dell'effetto biologico: si colpisce con precisione un punto per distruggere con assoluta indifferenza tutto ciò che vi si trova attorno.[27]
Quello che non riesce a vedere direttamente l’occhio lo vedono però le macchine … ma non lo sentono…
Chi mi grida d’affacciarmi ! …
Non c’è niente da vedere.
Del notiziario delle cinque della sera rimane solo lo stupore del marcio e dell’irrimediabile.
- Nel 1942 i dispositivi elettronici terrestri erano in grado di dirigere gli squadroni Flying Fortress su una distanza molto lunga, aiutandoli a scaricare i loro carichi di bombe di giorno o di notte e in qualsiasi condizione atmosferica. Le due stazioni di terra coinvolte erano conosciute come "The Cat" e "Topolino". Gli aerei dotati di un ricevitore speciale hanno raccolto il raggio del gatto e si sono lasciati guidare passivamente nelle vicinanze del bersaglio. Il topo, che finora aveva seguito l'operazione in silenzio da una distanza di circa quattrocento chilometri, ha poi preso il sopravvento e, dopo aver calcolato il momento in cui il bombardiere avrebbe dovuto rilasciare il suo carico, ha trasmesso l'istruzione tramite radar – il tutto con un margine di errore di appena cento metri. Questa sofisticata rete elettronica che copre l'Europa occidentale era inizialmente conosciuta come GEE. Ma mentre migliorava continuamente, il suo nome cambiò il nominativo in OBOE e infine, nel 1943, in H2S, a quel punto poteva dare ai piloti non solo un segnale radar ma una "immagine radar", una silhouette luminosa del bersaglio su cui stavano volando. L'apparato di bombardamento era dotato di un trasmettitore che irradiava onde centimetriche in una linea perpendicolare al livello del suolo, gli echi poi ritornavano e formavano su uno schermo catodico un'immagine elettronica di quindici chilometri quadrati. Il sistema è stato utilizzato per la prima volta nell'operazione Gomorra, che ha devastato Amburgo. I sistemi d'arma visibili di artiglieria, mitragliatrici e così via si intrecciarono così con i sistemi d'arma invisibili di una guerra elettronica a livello continentale. Non vi erano più oggetti a terra invisibili ai piloti, che in passato avevano avuto a che fare con condizioni naturali sia come fonte di occultamento protettivo dal fuoco nemico che come ostacolo che mascherava il loro bersaglio. Le difese antiaeree hanno beneficiato a loro volta dell'ubiquità della guerra: la linea Kammhuber, ad esempio, il cui centro operativo era ad Arnhem in Olanda, ha organizzato la risposta dei caccia tedeschi con un sistema di allarme air-raid che copriva aree chiave dal Mare del Nord al Mediterraneo. Una rete di installazioni di "radar panoramico", ognuna delle quali segue un cerchio di trecento chilometri, potrebbe collegare un'immagine elettronica del cielo alle batterie antiaerei di Festung Europa. Questa visibilità totale [oramai cieca], tagliando attraverso l'oscurità, la distanza e gli ostacoli naturali, ha reso lo spazio della guerra traslucido e i suoi comandanti militari chiaroveggenti, poiché il tempo di risposta veniva continuamente ridotto dai processi tecnologici di lungimiranza e anticipazione.[28]
Alla visibilità ormai cieca rimane solo il fiuto
Più pietosi di noi saranno soltanto i cani.

|
|
Veduta aerea di Rimini nel 1943 (388 bombardamenti). Fotomontaggio da originali dei Comandi aerei Anglo-Americani
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
[1] . Nadar (Gaspard-Félix Tournachon), Quand j’étais photographe, ed. Flammarion, Paris 1900; it. Quando ero fotografo, a cura di Michele Rago, Editori Riuniti, Roma 1982, p 59.
[2] . Geroulanos 2024, cit., p. 13: «La storia che il presente libro ricostruisce non può essere messa da parte: è in corso. Non è una storia di orrori superati, per cui scopriremo di essere tutti migliori grazie al semplice fatto di averli conosciuti.»
[3] . Ibidem, p. 9.
[4] . Barthes 1980, cit., p. 71.
[5] . Michele Rago, dalla Introduzione a Nadar, op. cit., p. XIX seg. – Nel 1857 Nadar fece la sua prima ascensione in pallone. Sin da questa esperienza iniziale considerala la possibilità della fotografia dall’alto. Nei due anni seguenti, dopo una lunga serie di prove fallite, Nadar riuscì infine a riprendere dall’alto la zona di Petit-Bicêtre, e il 23 ottobre 1858 registra il brevetto per questa applicazione della fotografia. Negli anni successivi promosse le idee dei palloni di osservazione aerea e la posta aerea, realizzate poi durante la guerra franco-prussiana del 1870 e al servizio della Comune di Parigi del 1871.
[6] . Nel 1865 Nadar pubblica, con la prefazione di George Sand, un libro dal titolo Le droit de vol, che (commenta Rago nella prefazione citata) “per il doppio significato della parola vol si può intendere come diritto di volare ma anche come diritto di rubare “con riferimento alle famose tesi proudhoniane sulla proprietà uguale furto”… «Si producono, – riconosce Nadar nel 1900, a p.67 delle sue memorie – in certi momenti, sincronismi endemici del pensiero umano, momenti in cui la nostra inventiva si trova sottoposta all’ingiunzione di dover rispondere ai nostri bisogni. Su questa base si è dovuto formulare il detto: questa idea era nell’aria.» Douhet formulava le sue convinzioni sulla necessità della forza aereonautica fin dal 1911. Le loro idee sul volo rimasero nell’aria per troppo tempo per non doversi prima o poi condensare e precipitare sulla terra, come mappe o come bombe dipende dalle circostanze…
[7] . Douhet 1921, cit. p. 7 (sott. nostre).
[8] . Douhet 1921, cit., capitolo II. La possibilità nuova, pp. 7, 8 (sott. nostre).
[9] . Geroulanos, cit., p. 13.
[10] . Douhet 1921, cit., cap. V, Ordine di grandezza delle offese aeree, p. 14.
[11] . Siegfried Kracauer, Theory of Film (1960), it. Film: ritorno alla realtà fisica, ed. Il Saggiatore, Milano 1962, p. 69.
[12] . Douhet 1921, ibidem, p. 14.
[13] . Geroulanos 2024, cit., p. 249. L’A. non dimentica di riferire che nel 1930 “persino Douhet, sostenitore dei bombardamenti aerei … riconobbe la barbarie di chi bombardava e la paura del bombardato” (p. 251).
[14] . Particolarmente nelle opere di Giacomo Balla, l'energia e le forze invisibili che attraversano e compenetrano i corpi e l'ambiente sono "linee di forza" che, associate ai concetti di profondità, penetrazione, compenetrazione, dinamismo e velocità, rappresentano la trasposizione pittorica (pianimetrica e dunque simbolica) delle teorie futuriste sulla concezione e percezione dello spazio e del movimento.
|
|
[15] . Edgar Allan Poe, The Imp of the Perverse (1845) – leggi qui il racconto.
[16] . Tito Lucrezio Caro, De Rerum Natura (I secolo a.C), trad. F. Vizioli, ed. Newton & Compton, Roma 2008, Libro IV, 29-32, p. 195.
[17] . Proust 1913, La strada di Swan, cit. p. 52. D'altronde questi fiori giapponesi da intingere nell'acqua non sembrano proprio dei biscottini madeleinettosi da intingere nel té?... delle madeilenettes giapponesi?
[18] . Nadar 1900, op. cit., p. 5.
[19] . Nadar 1900, Quando ero fotografo, op. cit., pp. 53, 54 seg.
[20] . Paul Virilio, L’orizon négatif. Essai de dromoscopie (1984), it. L’orizzonte negativo, ed. Costa&Nolan, Genova 1986, pp.68, 69.
[21] . Ibidem, pp. 69, 70
[22] . Virilio 1984, cit., p. 147 (sottolineature e parentesi quadre nostre)
[23] . Paul Virilio, L’espace critique (1984), it. Lo spazio critico, ed. Dedalo, Bari 1988, p. 7.
[24] . Virilio 1984, L’orizzonte, cit. p. 167
[25] . Crediamo sia proprio questa l’idea guida della recente (2024) serie televisiva Amazon-Mgm, “Fallout”.
[26] . Il concetto e la tattica sono stati teorizzate e illustrate nell'omonimo libro di Harlan K. Ullman e James P. Wade nel 1996, edito dalla Università di Difesa Nazionale degli Stati Uniti (National Defense University of the U.S.). Cfr. qui Naomi Klein, n.172 p.59 seg.
[27] . Post di Lavinia Marchetti, Evaporazione dei corpi palestinesi, in FaceBook, 12 febbraio 2026. – Forse sarebbe il caso di riavere tra le mani il libricino di Hans Magnus Enzensberger del 1993 (Aussichten auf den Bürgerkrieg, it. Prospettive sulla guerra civile, ed. Einaudi, Torino 1997) con la nuova concezione di “guerra civile molecolare ” (vedi in BUNKER.1994).
[28] . Paul Virilio, War and Cinema.The Logistics of Perception, ed. Verso, London-New York 1989, p. 77.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|