L'ARTE RACCONTATA AI COMPAGNI

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Tracce di Lavoro comune . 2026
arteideologia raccolta supplementi
made n.24 Giugno 2026
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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Elementi e complementi . (appunti VIII.1b)

WILLIAM TURNER E LA CATASTROFE . II.1

Che la scienza e l’arte siano entrambi prodotti del comportamento umano è un truismo, ma non per questo privo di conseguenze. I problemi sia dello stile che della teoria possono, per esempio, essere tra i numerosi prezzi che paghiamo a causa del nostro ignorare l’ovvio. (T. Kuhn 1969)

17. DALLA CATASTROFE ALLA DISTRUZIONE

Se dalla catastrofe pittorica di Turner – dalla quale ha preso l’avvio il nostro precedente incontro –, se cioè dalla “catastrofe tanto-per-dire” volessimo passare alla “catastrofe tanto-per-fare” non possiamo evitare di pagare il prezzo per avere ignorato l’ovvio. E qui, il prezzo lo paghiamo con una moltiplicazione industriale delle "immagini"[1], moderne e attuali, della distruzione tecnologica.  

Sembra proprio che in quegli anni … nessuno fra gli scrittori tedeschi volesse o sapesse mettere per iscritto qualcosa di concreto sul decorso e le conseguenze di quella lunghissima, immane, campagna di annientamento. E la realtà non cambiò neppure a guerra finita. […] Stig Dagerman, nell’autunno del 1946 corrispondente per la Gernania dello svedese Exspressen, scrive da Amburgo di aver attraversato con la ferrovia, viaggiando per un quarto d’ora a velocità normale, il paesaggio lunare tra Hasselbrook e Landwehr e di non aver visto anima viva in quell’immane contrada desolata, forse la più raccapricciante distesa di rovine dell’intera Europa. Il treno … era sovraffollato come tutti i treni in Germania, ma nessuno guardava fuori dal finestrino. E poiché invece lui lo faceva, tutti capivano che era uno straniero.[2]  […] Colonia sul Reno è ora un paradigma di distruzione. La vicina Aquisgrana è perita in modo diverso: il suo bello scheletro malinconico è ancora in piedi, ma dietro le facciate eleganti e decorate tutto è bruciato. Colonia, d'altra parte, con il suo pesante splendore medievale, è stata fatta saltare in aria. Tra le macerie e la solitudine di una totale distruzione fisica, Colonia si appoggia, senza ogni forma e senza ornamenti, sulla riva del suo fiume. Ciò che resta della sua vita si fa faticosamente strada attraverso le vie laterali, sommerse dalle macerie: una popolazione decimata, vestita di nero e carica di fagotti – silenziosa come la città.[3]

Nessuno parla.

Questo mutismo, questo ripiegarsi su se stessi e distogliere lo sguardo sono il motivo per cui sappiamo così poco di ciò che i tedeschi hanno pensato e veduto nei cinque anni tra il 1942 e il 1947. Le rovine in mezzo alle quali vissero, sono rimaste la “terra incognita” della guerra.[4] […] Lord Solly Zuckerman, un biologo che aveva collaborato a mettere a punto i bombardamenti inglesi, come tutti quelli che erano stati direttamente coinvolti nelle discussioni sulla più efficace strategia dei bombardamenti, aveva una sorta di interesse professionale per le conseguenze dell’aria bombing, e alla prima occasione si recò a Colonia per visitare la città bombardata. «Rientrando a Londra, sconvolto da quanto aveva visto, concordò con Cyril Connolly, a quei tempi direttore della rivista Horizon, di scrivere un articolo – per riprendere le sue stesse parole – “sulla storia naturale della distruzione”. Nella sua autobiografia, la cui stesura è di decenni posteriore, Lord Zuckerman menziona il fallimento di tale progetto… Quando negli anni Ottanta lo interrogai in proposito, egli non ricordava più che cosa in particolare avesse a suo tempo pensato di scrivere. In mente gli erano rimaste soltanto l’immagine del duomo nero che svettava in un deserto di pietre, e quella del dito mozzo di una mano, da lui rinvenuto sopra un mucchio di macerie.[5] 

Nessuno guarda.

Victor Golancz, che nell’autunno del 1946 aveva viaggiato per un mese e mezzo nella zona di occupazione inglese – in particolare al Amburgo, a Düsseldorf e nella regione della Ruhr –, ha scritto una serie di reportage per la stampa inglese fornendo notizie dettagliate su deficit alimentari, sintomi da carenze vitaminiche, edemi da denutrizione, grave deperimento, infezioni cutanee e rapida crescita dei casi di tubercolosi. Anche lui racconta di una profonda letargia definendola caratteristica quanto mai saliente, all’epoca, della popolazione metropolitana… Il più impressionante fra i resoconti di Golancz dal paese messo in ginocchio è forse la piccola glossa dal titolo This Misery of Boots, che egli dedica alle scarpe rotte dei tedeschi, anzi non tanto la glossa in sé, quanto piuttosto le fotografie inserite in seguito nell’edizione in volume degli articoli – fotografie che l’autore, evidentemente affascinato dal tema, aveva fatto scattare apposta nell’autunno del 1946. Immagini di questo genere, che in forma assai concreta rendono perspicua la degradazione ormai dilagante, rientrano senza dubbio in una storia naturale della distruzione, come quella vagheggiata a suo tempo da Solly Zuckerman… [6] 

Nessuno vede! 
Sembra che non serva poi a molto avere occhi per vedere, orecchie per sentire e lingua per parlare. Solo i forestieri hanno occhi per guardare fuori dai finestrini un paesaggio esotico reso bizzarro dalle macerie, ma lo fanno pur sempre a modo loro, e a modo loro ne parlano.

«Da cosa sarebbe dovuta cominciare una storia naturale della distruzione?», si era chiesto Sebald, ancora nel 1999; e prova a rispondere: «Da uno sguardo d’insieme sulle premesse tecniche, organizzative e politiche che consentono di realizzare attacchi aerei su larga scala? O da una descrizione scientifica del fenomeno – sino allora sconosciuto [7] – delle tempeste di fuoco, che tracciasse la mappa, in termini patologici, delle specifiche cause di morte? Oppure da studi comportamentali sull’istinto di fuga e su quello del ritorno?».
Fin qui però sembra che nessuno si propone di specificare “quando” e perché, nella storia naturale dell’uomo, inizia una storia della catastrofe, anch’essa ovviamente naturale. Non sarà forse perché non si saprebbe fissare questa nascita diversamente che nell’epoca dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo – e con ciò evocare incubi ancor più peggiori?
Forse è proprio così e, inconsapevolmente, Sebald sembra confermarlo:  …il problema di come garantire lo svolgersi originato di un ciclo di operazioni nel quale “duecento impianti industriali [bombardieri]di media grandezza” volano verso una città e di come diventi tecnicamente possibile che l’impatto delle bombe provochi vasti incendi e tempeste di fuoco – … rivelano quanta intelligenza, quanti capitali e quanta forza lavoro siano stati investiti nel pianificare la distruzione e mostra altresì come alla fine quest’ultima – sotto la spinta del potenziale accumulato – dovesse necessariamente compiersi.[8]
Una certa quota di verità sembra farsi strada anche dietro le parole di una intervista concessa nel 1952 dal generale di brigata Frederick L. Anderson dell’ottava flotta aerea statunitense al giornalista di Halberstad, Kunzert, e che Alexander Kluge – riferisce ancora Sebald – ha interpolato in un suo testo [9].   

 … Anderson risponde, da un’ottica bellica, alla domanda se non si sarebbe potuto evitare l’attacco alla città issando tempestivamente una bandiera bianca, fatta di sei lenzuola cucite insieme, sul campanile della chiesa di san Martino. I commenti di Anderson culminano in un’affermazione che rivela il ben noto esito irrazionale di tutte le argomentazioni razionalistiche. Il generale rivela che, in fin dei conti, quel carico di bombe costituisce una «merce costosa…». All’atto pratico non la si può buttare via scaricandola sui monti o in aperta campagna, dopo tutte le risorse profuse in patria per fabbricarla.[10].

«E la conseguenza delle superiori esigenze produttive – prosegue Sebald –, alle quali (con tutta la buona volontà) non possono sottrarsi né singoli responsabili né gruppi di persone, è la città ridotta in rovine, così come ci appare in una fotografia [11] che Kluge allega al testo.»


Da didascalia dell’immagine funge una citazione di Marx : «Si vede come la storia dell’industria e l’esistenza dell’industria divenuta oggettiva siano il libro aperto delle forze della coscienza umana, la psicologia umana concreta e presente…»[12]
Noi, qui, dovremmo forse badare a non allontanarci troppo dai limiti dell’osservazione delle immagini e della loro fenomenologia, e magari tralasciare senz’altro l’eccepire di Sebald sulla storia dell’industria come libro aperto del pensiero umano in favore di un’altra presa sui sensi che sembra mancare del tutto alle immagini della catastrofe.

Sorprendente è il silenzio che sovrasta le rovine. Sembra non accadere nulla, ma è un inganno, perché negli scantinati perdurano incendi che si propagano, sotterranei, di carbonaia in carbonaia. Molti gli animaletti striscianti, Alcune zone della città puzzano. Sono al lavoro squadre che vanno alla ricerca di cadaveri. Un odore di bruciato, acre, “immobile” grava sulla città, un odore che in capo ad alcuni giorni verrà sentito come “familiare”.[13]
 

Sebald è morto nel dicembre del 2001.
E magari così si è risparmiato di vedere come quel “fenomeno” distruttivo della prima metà del XX secolo, da lui segnalato come “sino allora sconosciuto”, nel corso poi del primo quarto del XXI secolo sia divenuto anch’esso talmente “familiare” (olfattivamente e visivamente) che oggi sembra porre soltanto una diversa domanda: come sarebbe potuta “finire” questa storia naturale della distruzione.
Certo, se un tempo la divisione sociale del lavoro aveva ispirato un Lord biologo ad immaginare l’origine di una storia “naturale” della catastrofe, oggi l’interesse capitale dei Lordi demolitori li porta naturalmente ad immaginare storie “artificiali” con le quali fare due parti in causa nello stesso processo immobiliare.  
| | | Non li vedete forse tutti accorsi al richiamo rifulgente dell’ultimo défilé svizzero dell’immondanità planetaria?… | | |
Lo avevamo appena dato per morto, ed ecco che – giusto a fine capitolo, e per il rotto della cuffia – Sebald sembra proprio volerci lanciare l’esca per prenderci all’amo con un quadro di Paul Klee: 

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso [e dai dipinti di Turner], che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò` che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.[14]

Certamente noi, che non vogliamo affatto star lì a rovinar con le macerie al cielo, avremmo seguito l’indicazione  di Kluge e trovato così, nelle medesime pagine da cui ha tratto la didascalia per la sua rovinata immagine della città di Halberstadt, oltre l’angelo della storia di Benjamin, anche l’enunciazione di Marx, per cui 

il comunismo  in quanto effettiva soppressione della proprietà privata quale autoalienazione dell’uomo, e però in quanto reale appropriazione dell’umana essenza da parte dell’uomo e per l’uomo; e in quanto ritorno completo, consapevole, compiuto all’interno di tutta la ricchezza dello sviluppo storico, dell’uomo per sé quale uomo sociale, cioè uomo umano. Questo comunismo è, in quanto compiuto naturalismo, umanismo, e in quanto compiuto umanismo, naturalismo. Esso è la verace soluzione del contrasto dell’uomo con la natura e con l’uomo; la verace soluzione del conflitto esistenza (Existens) ed essenza, fra oggettivazione e affermazione soggettiva, fra libertà e necessità, fra individuo e genere [specie]. E’ il risolto enigma della storia e si sa come tale soluzione. L’intero movimento della storia è, quindi, tanto il reale atto di generazione del comunismo – l'atto di nascita della sua empirica esistenza – quanto è, per la sua coscienza pensante il movimento concepito e saputo del proprio divenire … [15]

Tuttavia, a leggere bene, anche Benjamin ci aiuterebbe a farla finita una volta per tutte anche con certe apologie per un’umanità da blatte scariolanti le immondizie della storia… – e di blatte ce ne sono di orientalis nere-da-fogna, ce ne sono di germaniche  fuochiste e di fischianti del Madagascar – note per le grandi dimensioni e le abitudini inoffensive, allevate talvolta come animali domestici; tutti questi scarafaggi si nutrono di detriti organici… e potrebbero sopravvivere persino alle ceneri nucleari! – ci rassicurano gli scienziati. Ed è un bel conforto anzi che no…

Il conformismo, che è sempre stato di casa nella socialdemocrazia, non riguarda solo la sua tattica politica, ma anche le sue idee economiche. Ed è una delle cause del suo sfacelo successivo. Nulla ha corrotto la classe operaia tedesca come l’opinione di nuotare con la corrente. Lo sviluppo tecnico era il filo della corrente con cui credeva di nuotare. Di qui c’era solo un passo all’illusione che il lavoro di fabbrica, trovandosi nella direzione del progresso tecnico, fosse già un’azione politica. La vecchia morale protestante del lavoro celebrava la sua resurrezione – in forma secolarizzata – fra gli operai tedeschi. Il programma di Gotha reca già tracce di questa confusione. Esso definisce il lavoro come «la fonte di ogni ricchezza e di ogni cultura». Allarmato, Marx ribatté che l’uomo che non possiede altra proprietà che la sua forza-lavoro, «non può non essere lo schiavo degli altri uomini che si sono resi... proprietari». Ciononostante la confusione continua a diffondersi, e poco dopo Josef Dietzgen proclama: «Il lavoro è il messia del tempo nuovo. Nel... miglioramento... del lavoro... consiste la ricchezza, che potrà fare ciò che nessun redentore ha compiuto». Questo concetto della natura del lavoro, proprio del marxismo volgare, non si ferma troppo sulla questione dell’effetto che il prodotto del lavoro ha sui lavoratori finché essi non possono disporne. Esso non vuol vedere che i progressi del dominio della natura, e non i regressi della società; e mostra già i tratti tecnocratici che appariranno più tardi nel fascismo. Fra cui c’è anche un concetto di natura che si allontana funestamente da quello delle utopie socialiste anteriori al ’48. Il lavoro, come è ormai concepito, si risolve nello sfruttamento della natura, che viene opposto – con ingenuo compiacimento – a quello del proletariato. Paragonate a questa concezione positivistica, le fantasticherie che hanno tanto contribuito a far ridere di Fourier, rivelano un senso meravigliosamente sano. Secondo Fourier, il lavoro sociale ben ordinato avrebbe avuto per effetto che quattro lune avrebbero illuminato la notte terrestre, che il ghiaccio si sarebbe ritirato dai poli, che l’acqua del mare non avrebbe più saputo di sale, e che gli animali feroci sarebbero entrati al servizio degli uomini. Tutto ciò illustra un lavoro che, lungi dallo sfruttare la natura, è in grado di sgravarla dalle creature che dormono latenti nel suo grembo. Al concetto corrotto del lavoro appartiene come suo complemento la natura che, per dirla con Dietzgen, «esiste gratuitamente».[16]  

| | | Proprio così – non lo vedete? – gli animali feroci si mettono gratuitamente al servizio (funebre) degli uomini… nella caverna preistorica, nella scatola cranica, nella camera oscura, nella scatola nera, che sono tutte camere ardenti…| | |
Certamente noi abbiamo una più che abbondante letteratura che – se maneggiata con cura – ci permette di sottrarci sia dalla presa delle contraffazioni del marxismo volgare (sulla natura del lavoro come sul lavoro della natura), sia dal potere delle immagini, deodorate e deodoranti – immagini proprie ai sogni e ai bisogni mercantili di smisurati consumi istantanei di lavoro umano per elevare al cielo nuovi fiammanti grattaceli per l’ospitalità turistica… cime inuguali di macerie rincalcinate a restauro con tumuli di cadaveri e nugoli di mosche, note soltanto a chi è vissuto tra lor signori…  

IERI, fatta al momento salva l’orientale Sodoma, c’era intanto l’europica Gomorra, da bonificare e riedificare più bella e più superba che pria [17]

Ovunque corpi orribilmente dilaniati. Su alcuni guizzavano ancora le fiammelle azzurrognole del fosforo; altri bruciando avevano assunto un colore bruno o purpureo e si erano ridotti a un terzo della loro grandezza naturale. Giacevano contorti nelle pozze del loro grasso in parte già solidificato. Quando in agosto – raffreddatesi le macerie – le brigate costituite da soldati in punizione poterono cominciare lo sgombero insieme ai prigionieri dei lager, all’interno di quel perimetro di morte, dichiarato fin dai primi giorni zona interdetta, vennero trovate persone che, stordite e uccise dal monossido di carbonio, erano ancora sedute al tavolo o con la schiena contro la parete. Ma si rinvennero anche ammassi di carne e di ossa o intere montagne di corpi, lessati nell’acqua bollente che era schizzata fuori dalle caldaie esplose; altri, ancora, furono scoperti ormai carbonizzati e ridotti in cenere a causa del calore che aveva superato i mille gradi, sicché per rimuovere i resti di intere famiglie bastava adesso un semplice cesto della biancheria.[18]

OGGI, nella tensione delle parole, a noi è bastato un semplice errore nella digitazione per zompare dal cesto della biancheria di Gomorra al costo della biancheria di Sodoma: di nuovo da lavare e candeggiare, da convenire e conteggiare, da negoziare e ricavare...

Sicuramente la nostra immaginazione ha proprio la volgarità dei tempi che corrono.
Ma se il cruccio vittoriano di Ruskin per la volgarità – come abbiamo visto [19] – lo portò ad associarla alla semplice idea della morte (per quanto tale idea possa ritenersi semplice), ci chiediamo quale dovrebbe essere l’ordine di grandezza mirabolante oramai raggiunto dalla volgarità di certe immagini vittoriose che adesso ci mostrano apertamente i Ludi imperiali trionfare sopra cataste di corpi morti e di vivi esanimi, cimiteri a perdita d’occhio sempre da ricoprire con aiuole di acanto e tumuli di teche abitative.
Per ovvie ragioni, in questa sede non ci proponiamo di dare dirette valutazioni storiche e tantomeno politiche  sugli argomenti che ci siamo permessi di ventilare soltanto per passarle a migliori intenditori di dottrina comunista. Invece, noi qui ci troviamo, e ci muoviamo, su quei terreni che Engels definisce “così vaghi” da potersi trascurare, benché la somma totale dei loro trascurabili effetti non sarà mai uguale a uno zero.  
… La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura - le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa - costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È un'azione reciproca tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un'enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo).[…] …in secondo luogo la storia si fa in modo tale che il risultato finale scaturisce sempre dai conflitti di molte volontà singole, ognuna delle quali a sua volta è resa quel che è da una gran quantità di particolari condizioni di vita; sono perciò innumerevoli forze che si intersecano tra loro, un gruppo infinito di parallelogrammi di forze, da cui scaturisce una risultante – l'avvenimento storico – che a sua volta può esser considerata come il prodotto di una potenza che agisce come totalità, in modo non cosciente e non volontario. Infatti quel che ogni singolo vuole è ostacolato da ogni altro, e quel che ne viene fuori è qualcosa che nessuno ha voluto. Così la storia, quale è stata finora, si svolge a guisa di un processo naturale, ed essenzialmente è soggetta anche alle stesse leggi di movimento. Ma dal fatto che le singole volontà – ognuna delle quali vuole ciò a cui la spinge la sua costituzione fisica e le circostanze esterne, in ultima istanza economiche (le sue proprie personali o quelle generali e sociali) – non raggiungono ciò che vogliono, ma si fondono in una media complessiva, in una risultante comune, da questo fatto non si può comunque dedurre che esse vadano poste = 0. Al contrario, ognuna contribuisce alla risultante, e in questa misura è compresa in essa.[20]

18. LE MADDALENE, LA GROTTA DEL CANE E IL POTERE DELLE IMMAGINI

«È probabile che nel prossimo incontro affronteremo proprio l’argomento della forza o del potere delle immagini...», avevamo promesso [21]; ma sembra più facile registrare piuttosto la loro impotenza. La produzione vulcanica di immagini delle distruzioni, trascorse o in atto, sembra non bastare mai a saziare l’indifferenza dello sguardo di un angelo della storia sedotto piuttosto dai cantieri futuri delle ricostruzioni.
Non sempre però le immagini funzionano all’indietro, come il biscottino di Proust per il tempo passato…

Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffensive, illusoria la sua brevità, nel modo stesso modo che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio, quest’essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale.[22]

… a volte preferiscono non perdere tempo e disporsi al futuro, come il cane Fuorigrotta del Divino Marchese: 

L’esperimento si fa solitamente su un cane, e personalmente l’ho visto fare su un mastino di pelo rossiccio, alto all’incirca nove o dieci pollici. L’animane, cui questo tipo di prova era ben noto, e nient’affatto gradito, riconobbe la grotta da lontano, e per farcelo entrare il padrone dovette tirarlo a forza. Quindi l’uomo lo costrinse a sdraiarsi, tenendolo per qualche secondo in quella posizione. Gradatamente, l’animale s’irrigidì. Noi osservammo qualche convulsione, e il cane sarebbe sicuramente spirato se un senso di pietà non ci avesse spinto a farlo buttar fuori senza indugio. Non appena si fu sdraiato sulla riva del lago, a poco a poco si riprese, e ben presto manifestò con carezze e balzi tutta la gioia che provava per essere tornato alla luce. I frequenti assaggi forzati della morte faranno sicuramente sì che questo povero animale, quando il momento verrà [di nuovo], non si stupirà più di tanto.[23]

«Poveri uomini! vogliono trattarvi come cani»[24]
I frequenti assaggi forzati della morte faranno sicuramente sì che questi uomini, quando la mattanza sopraggiungerà di nuovo, non si stupiranno più di tanto…
Le immagini funzionerebbero forse come i vaccini, o come gli anestetici?
E’ probabile. Staremo a vedere.
«La fotografia – scrive Roland Barthes – non rimemora il passato (in una foto non c’è niente di proustiano). L’effetto che essa produce su di me non è quello di restituire ciò che è abolito (dal tempo, dalla distanza), ma di attestare che ciò che vedo è effettivamente stato[25]
Nel suo studio su Il potere delle immagini, David Freedberg commenta così proprio questo brano di Barthes: «Per quanto un quadro sia proustiano – e certo lo può essere più di una foto –  l’affermazione di Barthes al riguardo è piena di implicazioni per tutte le immagini del mondo moderno.»[26]
Ma la camera fotografica non è poi così chiara su ciò che dà a vedere se Barthes è costretto ad avanzare delle domande per chiedere conto all’immagine del suo essere proprio così com’è e non altrimenti.

( … su una strada dal fondo dissestato, il cadavere d’un ragazzo coperto da un lenzuolo; intorno a lui, desolati, stanno i genitori, gli amici: era, ahimè, una scena banale, ma io notai alcune dissonanze; il piede scalzo del cadavere, il lenzuolo portato dalla madre in lacrime (perché quel lenzuolo?), là dietro una donna, certamente un’amica che si tiene un fazzoletto sul naso....) [27]

Dunque : «...il lenzuolo portato dalla madre in lacrime (perché quel lenzuolo? )...», si chiede il francese.
E perché porre questa domanda alla fotografia senza neppure specificare a chi la si rivolge realmente; da chi o da cosa si attende una risposta.
E’ cioè un chieder-si dubbioso o un interrogare inquisitorio?
… Chi mi grida d’affacciarmi ! – urla lo spagnolo Garcia Lorca. E decide: Non ditemi di vederlo.…No. Non voglio vederlo!...[28]
Non era poi particolarmente difficile rispondere: non vedete forse che padre e madre distolgono lo sguardo di tutti – anche di quello impudente del fotografo – dalla vergogna estrema della morte?
La fotografia, ci ha detto Barthes, attesta che ciò che mi dà a vedere “è effettivamente stato”; e prosegue: 

Ora questo è un effetto scandaloso. Sempre, la Fotografia mi stupisce, ed è uno stupore che dura e si rinnova, inesauribilmente. Forse questo stupore, questa caparbietà, affonda le sue radici nella sostanza religiosa di cui sono imbevuto; niente da fare: la Fotografia ha qualcosa a che vedere con la risurrezione: forse che non si può dire di lei quello che dicevano i Bizantini dell’immagine del Cristo di cui la Sindone di Torino è impregnata, e cioè che non era fatta da mano dell’uomo, che era acheiropoietos ? [29] 

Anche Freedberg prosegue commentando sullo stupore prodotto dalla fotografia… ma non sul suo scandalo. 

Questo è quanto per la magnifica pienezza della fotografia. Essa trascende la morte e reintegra in modo peculiare l’essere perduto. Ciò che è perduto o assente sembra presente. Ma non possiamo sapere il perché. Non appena ci sforziamo di afferrare quella presenza in tutta la sua pienezza, o non ci riusciamo o ci prepariamo a domarla o a distruggerla. Come Barthes [per la foto della madre], anche noi esclamiamo: “E’ lei ! E’ proprio lei!”; ma non c’è niente dall’altra parte del pezzo di carta… “Ahimè” dice Barthes, “per quanto scruti io non scopro niente…” [30] 

Da parte sua Barthes conclude il paragrafo con una sentenza che pare ontologizzare la sua privata esperienza con l’immagine fotografica: «Così è la Foto: non sa dire ciò che dà a vedere»[31].
| | | E perché dovrebbe anche “dirla”? potremmo chiederci. Non basta aver dato a vedere ciò che è effettivamente stato? L’immagine, d’altronde, ha sì la facoltà della parola ma non quella della voce: arriva appena all’alito – spesso cattivo | | |
Sembrerebbe che né la chiarezza né la pienezza della fotografia possa mai raggiungere quel colmo che permette di guardare ciò che effettivamente è stato: semplicemente si rimane stupefatti – e  forse in ciò è lo scandalo dell’immagine fotografica.
Ma fin qui la camera chiara di Barthes si è limita ad ambienti proustiani o, diciamo così, “domestici”; con madri sicuramente morte e figli decisamente uccisi: immagini di singoli cani in grotta, buone a provocar stupori e scandali da camera – appunto. Quando invece si esce dalla grotta (lo abbiamo già visto ieri e lo rivediamo oggi) nessuno guarda fuori dal finestrino le intere popolazioni di cani morti sotto la volta crollata dal cielo delle città; perché qui non bastano sei lenzuola bianche cucite assieme per coprire lo scandalo della morte; allora, semplicemente si distoglie lo sguardo da quell’eccesso – e la camera, scura o chiara che sia, torna sempre ad essere una camera ardente.
Tuttavia, sull’immagine fotografica grava il lenzuolo stagnato della paranoia. Il sospetto della falsificazione, della manipolazione e dell’artificio aiuta la cattiva coscienza a domare e distruggere lo stato delle cose di cui non vogliamo, non possiamo farci convinti; e l’immagine – per riparare al torto che gli si fa accusandola di negligenza –  non sa cos’altro fare se non darsi a vedere a chi scrolla la testa e stupisce del non capire.
Lo stupore, però, suppone l’inatteso, e questo non va d’accordo con la preparazione della catastrofe formale, né con lo scandalo dello stupirsi storico.
Il generale italiano Giulio Douhet si proclamò profeta di una nuova divinità guerriera: i conflitti futuri sarebbero stati vinti durante il volo. Le innovazioni tecniche favoriranno la guerra totale, che includeva il cielo, proprio così come favoriranno la paranoia di massa sugli antichi codici d’onore dei combattimenti. Douhet scrisse il suo trattato durante un anno trascorso in carcere militare (1916), dove era stato rinchiuso per aver criticato il modo in cui il capo delle forze armate italiane, Cadorna, stava gestendo la guerra. La sconfitta di Caporetto dimostrò che era stato profeta, e fu rimesso in libertà.[32]
E già ! Fin dai primissimi anni del 900 – e particolarmente dal 1911 – il sottotenente italiano Douhet fu il primo (e forse il solo) – a darsi da fare per diffondere pubblicamente la sua nuova dottrina di guerra [33], che rapidamente sarà conosciuta e discussa nei circoli militari di tutto il mondo.

Le tesi centrali di Douhet sono intessute di sottili fili paranoici. Secondo il generale, ogni potenziamento delle tradizionali armi da fuoco terrestri rafforza l’atteggiamento difensivo. Ma, osserva Douhet, legando la sua visione del futuro a quella classica di von Clausewitz, l’atteggiamento difensivo è perdente […] Douhet sostiene che la vittoria si ottiene attraverso l’offensiva assoluta. La vera arma d’attacco è quella aerea. Solo l’aviazione, infatti, permette un’offensiva fulminea, per prevenire le mosse del nemico, distruggendolo alla radice. Bisogna anticipare gli avversari, distruggerli non con azioni successive, ma con un’aggressione concentrata, totale e devastante.[34]

Benché la Storia della distruzione di Sebald si riferisca quasi esclusivamente alla Germania come area bombing  delle forze alleate anglo-americane, possiamo trovare nelle sue pagine una descrizione delle esperienze visive che si possono  avere dalle alte quote di un generico bombardiere di ieri o di oggi.

Quasi tutte le fonti relative alla distruzione delle città… – fonti disparate e solitamente frammentarie – denotano, di fronte all’esperienza vissuta, una singolare cecità che è frutto di una prospettiva troppo ristretta, unilaterale o eccentrica. Il primo reportage [radiofonico] dal vivo di un attacco… diffuso dallo Home Service della BBC, è piuttosto deludente per chiunque speri di capire – da una postazione elevata di quel genere – come si siano davvero svolti i fatti. Poiché in tali incursioni notturne, nonostante il pericolo incombente, accadeva ben poco che fosse in qualche modo descrivibile, il cronista (Wilfred Vaughn Thomas) era costretto ad arrangiarsi con un contenuto minimo di realtà. Si deve esclusivamente al phatos, che egli di tanto in tanto infonde nella voce se non si finisce sopraffatti dalla noia. […] C’è uno scambio di osservazioni e istruzioni tecniche. Di tanto in tanto si ode anche il rombo dei pesanti motori che copre ogni altro suono. Nel volo verso la città gli avvenimenti precipitano. I coni dei riflettori, intervallati dalle salve luminose della contraerea, si concentrano sugli apparecchi, un caccia viene abbattuto. Vaughn Thomas tenta di evidenziare l’acme della drammaticità e parla di “un muro di riflettori, a centinaia, a coni e a grappoli. C’è un muro di luce con pochissime interruzioni e, dietro, un lago di luce violenta, rosso acceso e verde e blu, e al di sopra, sospesi in cielo, una miriade di razzi illuminanti. E’ la città!... Non si sente più nulla, il rombo del nostro aereo assorbe ogni altro suono. Stiamo finendo dritti nella più gigantesca esibizione al mondo di fuochi d’artificio insonorizzati, e tra poco getteremo le nostre bombe…”. Ma di fatto, dopo questo prologo, non succede più nulla. Tutto accade troppo in fretta. L’apparecchio si sta allontanando dalla zona dei suoi obiettivi. La tensione dell’equipaggio si scarica in una loquacità improvvisa…[35]

Certamente, invece che di notte la scena avrebbe potuto svolgersi anche di giorno, e magari consentire di aguzzare lo sguardo per scorgere elementi più chiari delle cose viventi sulla terra; ma non cambierebbe molto alla “singolare” cecità costretta al successo della missione: per ciò che dovete fare, meglio non vederla affatto la vita di sotto!
Da quassù non c’è oramai più alcun bisogno di prendere la mira, e se la sagoma è troppo grande per fallire il colpo, gli uomini sono troppo piccoli per vederli e piangerli. «Per pianificare freddamente la distruzione di uomini normali e non armati – assicura lo psicologo – bisogna prima disumanizzarli: equipararli ai cani rabbiosi è quindi un ottimo punto di partenza… […] l’animalizzazione del nemico è un tratto comune a tutte le guerre totali del XX secolo. La teoria douhettiana è, sì, logica; ma è al tempo stesso simbolica. Douhet bestializza l’avversario, ora parlando di cani, ora di uccelli le cui uova vanno eliminate nel nido.»[36]  Ed ecco precisamente ciò che Douhet scrive nel suo testo del 1921:  

Allorché un cane rabbioso minaccia un villaggio, i villici non si mettono ognuno sulla porta della propria casa con un bastone in mano, per essere pronti ad accopparlo quando piaccia al cane di presentarsi, il che, mentre li distrarrebbe dal loro lavoro, non li assicurerebbe affatto, visto che, non ostante il bastone, l'animale potrebbe addentare qualcuno. Non fanno così, i villici, ma si riuniscono in tre, quattro, dieci, fra i più animosi, vanno alla ricerca del cane, fino nel suo ricovero, e l'accoppano. (p.13) […]Per giungere a distruggere, completamente e rapidamente, una razza di uccelli, non è sufficiente abbattere tutti quelli che incontrano in volo. Anzi questo è il mezzo meno efficace, perché, oltre la difficoltà che presenta l'incontrarli tutti in volo nello spazio indefinito, rimangono sempre i nidi e le uova. Il sistema più efficace, invece, è quello di distruggere sistematicamente i nidi e le uova, tanto che, a rigore, basterebbe ciò, dato che nessuna razza di uccelli può rimanere permanentemente in aria. Così, per distruggere i mezzi aerei nemici, il sistema di andare a cercarli, peggio, di aspettarli, in volo, è il meno efficace – seppure non completamente illusorio. Immensamente più efficace è, invece, il sistema di distruggere le loro basi, i loro rifornimenti, i centri di loro produzione. In volo gli aerei nemici possono sfuggire: i nidi e le uova si trovano sulla superficie e non si possono muovere. Distrutti i nidi, gli aerei che, per avventura, ne fossero fuori, al ritorno non saprebbero più ove posare.  Ed è perciò che, contrariamente, forse, a quanto generalmente si pensa, il sistema più efficace per distruggere gli aerei nemici non è affatto quello di attaccarli in volo, ma bensì quello di distruggere bersagli, che li interessino intimamente, situati sulla superficie. Questi si distruggono mediante bombardamenti. Quindi l'Armata Aerea deve possedere una potenza offensiva contro bersagli situati sulla superficie, e cioè: unità da bombardamento. (p.24) 

«In pratica questo moderno Erode – commenta l’analista della paranoia collettiva facendo un balzo nella storia – sta parlando di un infanticidio generale: proprio come nel selvaggio West, quando si diceva che per eliminare i pidocchi bisogna anche schiacciare le uova, per cui gli indiani andavano uccisi già da bambini [37][38]
| | | Una “sottile patina” avvolge l’immagine: è forse l’impalpabile forma del tempo? Peccato però che sia anche la forma della storia, intesa però come forma della civilizzazione armata …
Una “sottile patina” elevata a potenza imperiale travisa l’immagine | | |

Dopo aver pubblicato L’origine Della Specie, Darwin dovette vedersela con chi lo accusava di aver brutalizzato l’umanità.
La storia umana non era nient’altro che una lotta immorale, priva di scopo e narcisistica? La moralità era puro Kitsch? Questa maschera poteva essere trasformata in qualcosa di produttivo? La Gran Bretagna accusava spesso le altre monarchie di servirsi di una ben poco velata violenza. Ci si doveva davvero stupire, si diceva, del fatto che la Russia o l’Impero ottomano compissero violenti massacri? Questa era, presumibilmente, la loro vera natura. Altri stati ricambiarono il complimento e accusarono a loro volta la Gran Bretagna di barbarie.  […] In fondo le società coloniali – e, di fatto, quelle delle rispettive madrepatrie – cos’altro facevano se non conferire una facciata gradevole alla dimensione selvaggia dell’umanità? La “sottile patina” si fondava sempre più sull’immagine dell’uomo-scimmia (spesso chiamato “troglodita”), essere composito scaturito dalle rappresentazioni razziste degli africani in voga nel XVIII secolo. L’uomo-scimmia divenne onnipresente alla fine del XIX, in particolare nelle rappresentazioni dei primi esseri umani. Il concetto di razza si fondava ormai sulla storia: era questa a spiegare le differenze raziali. Un tempo tutti gli esseri umani erano fatti in questo modo, ma poi noi  ci siamo sviluppati. Mentre loro sono rimasti così…[39]

WHAT CAN WE LEARN FROM HISTORY OF ART, FOR TODAY’S UNDERSTANDING? THE POWER ACT! (Cosa possiamo imparare dalla storia dell’arte per comprendere il mondo di oggi ? … Il potere di agire ! ) – Il lavoro di Thomas Hirschhorn, new Art-History-Plaques, Galerie Chantal Crousel, Paris, nov. 2024 gen. 2025
 

 

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[1] . Useremo il termine “immagine” con molta libertà, ovvero sia in senso stretto che esteso all’intera gamma delle sue possibilità di significazione, lasciando l’ascoltatore libero (se vuole) di intenderlo di volta in volta come dipendente dalle variabilità del discorso.
[2] . Wienfried Georg Sebald, 1999, Luftkrieg un Literatur (Guerra aerea e letteratura); it. Storia naturale della distruzione, Ed. Adelphi, Milano 2004, pp.40-41.
[3]. Janet Flanner, Köln, 19 März 1945… in Hans Magnus Enzensberger, Europa in Ruinen . Testimonianze oculari degli anni 1944-1948, Eichhorn Verlag Frankfurt am Main 1990, p. 29.
[4] . Sebald 1999, cit., p. 41.
[5] . Ibidem.
[6] . Ibidem, pp. 47,48
[7] . Sebald parla dei bombardamenti strategici anglo-americani contro la Germania nazista durante il teatro europeo della seconda guerra mondiale, e della scarsa descrizione di quell’esperienza di massa, protratta per anni, nella letteratura tedesca della Germania del dopoguerra. Annota Roberto Gilodi: “Sebald ha attivato una strategia del recupero, della raccolta, della catalogazione dell’apparentemente inutile, di ciò che ha perso valore perché superato dal dopo, dal progresso, dal mondo nuovo nato dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale.» (Rivista Psiche, n. 1.2016, p. 39).
[8] . Sebald 1999, cit., p. 69 seg.
[9] . Alexander Kluge, Neue Geschichten : Hefte 1-18 : "Unheimlichkeit der Zeit" [Nuove storie: numeri 1-18: "La natura misteriosa del tempo"], Francoforte sul Meno 1977, p. 79.
[10] . Sebald 1999, cit. p. 70.
[11] . Immagine sopra. Dai contorni delle sue chiese è possibile distinguere nella fotografia la romantica città di Halberstadt: sullo sfondo, a sinistra, si erge il Moritzkirche; sulla destra, c'è la cattedrale di St. Stefano.
[12] . Sebald 1999, cit., p. 70.
[13] . Ibidem, p.71
[14] . Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia (1940), in Angelus Novus, trad. e introduzione di Angelo Solmi, Giulio Einaudi, Torino 1962, p. 76 seg. (sottolineature nostre).  Sebald riporta quasi l’intera Tesi 9  di Benjamin a p.72 del suo testo cit.
[15] . Karl Marx, Opere filosofiche giovanili, trad. e note di Galvano delle Volpe, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 225 seg.
[16] . Benjamin 1940, cit. p.77 seg. (sottolineature nostre).
[17] . L’operazione Gomorra riguardò solo le incursioni su Amburgo (dal 26 luglio al 3 agosto del 1943), ma qui ovviamente con questo nome comprendiamo tutte le città (nessuna esclusa, da Guernica ad oggi) unificate da una medesima aerial bombing, senza limiti di spazio né tempo. – La Storia Ufficiale inglese della Seconda guerra, in merito alla direttiva già del 14 febbraio 1942 al comando bombardieri, afferma: «La campagna di bombardamento doveva essere centrata sul morale della popolazione civile e in particolare degli operai dell’industria, questo doveva essere l’obiettivo primario ». Del resto questo camuffamento di azioni di guerra di classe come azioni di guerra fra eserciti è applicato contro i quartieri operai di tutti i paesi vinti: a Dresda nella sola notte fra il 13 e il l4 febbraio l945, 135.000 vittime con assolutamente nessuna giustificazione strategica. Raymond Cartier riferisce che «alla fine del luglio 1945 le cinque grandi città giapponesi sono distrutte in proporzioni che vanno dal 40 al 65%; le città secondarie sono oggetto di un programma incendiario speciale, dal 17 giugno al l4 agosto sessanta di esse sono state attaccate, molte incendiate al 60, 70, 80%, fino al 99,5%; il numero delle vittime raggiunge il milione ». [da un giornale internazionalista (Comunismo n°40-1996), relazioni esposte in riunioni di settembre 1995 e gennaio e maggio 1996]
 
[18] . Sebald cit., p. 37 seg. – La descrizione vale tanto per Amburgo quanto per Le Havre, Londra, Cassino o Hiroshima... vale per l’acqua bollente come per l’atomo rovente.
[19] . Cfr. nømade n°23, p. 86, a nota 242: Ruskin, Modern Painters, volume V, ed. George Allen, Londra 1897, p. 303.
[20] . Friedrich Engels, Lettera a J. Bloch, Londra, 21 settembre 1890.
[21] . Nota 269, in L’arte raccontata ai compagni, nømade 23, dic. 2026, p. 92.
[22] . Marcel Proust, Du coté de chez Swann (1913), ed. it. La strada di Swan, trad. Natalia Ginzburg, Einaudi, Torino 1963, p. 50.
[23] . Donatien-Alphonse-Francois Marchese di Sade (1779), Viaggio in Italia (1775-76), it., Bollati-Boringhieri, Torino 1996, p. 283.
[24] . Parafrasi invertita da Karl Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel (1843-44), negli Annali franco-tedeschi del 1844.
[25] . Roland Barthes, La camera chiara (1980, Gallimard), it., ed. Einaudi, Torino 1980, cons. ristampa 2010, p. 83 (sott. nostre).
[26] . David Freedberg, Il potere delle immagini (1989, Chicago Press), it. Einaudi, Torino 1993, cons. ristampa 2020, p. 642.
[27] . Barthes 1980, cit., p. 25.
[28] . Federico Garcia Lorca, Lamento per Ignacio Sànchez Mejìas (1935), Poesie, traduz. C. Bo, ed. Guanda, Parma 1958, p. 127 seg.
[29] . Barthes 1980, cit. p. 83. [N.d.R. – All’odierno ordinatore di queste note sull’arte, l’osservazione di Barthes ha evocato la propria di madre, ricordandola non con il nome familiare di Teresa, ma con quello vero, che era appunto Acheropita – ed a ben considerare, Teresa Acheropita esprime una ovvietà: dato che né Teresa né chiunque altro è stato mai fatto dalla mano dell’uomo].
[30] . Freedberg 1989, cit., p.642.
[31] . Barthes 1980, cit., p. 101.
[32] . Luigi Zoja, Paranoia . La follia che fa la storia, ed. Bollati-Boringhieri, Torino 2011, p. 304 seg.
[33] . Giulio Douhet, Il dominio dell’aria  (1921), cfr. ed. De Alberti, Roma 1927 –  https://liberliber.it/autori/autori-d/giulio-douhet/il-dominio-dellaria/
[34] . Zoja 2011, cit., p. 305.
[35] . Sebald , cit., pp. 31, 32, 33 (sott. nostre)
[36] . Zoja 2011, cit., p. 305.
[37] . Cfr. David E. Stannard (1992), it. Olocausto americano . La Conquista del Nuovo Mondo, Bollati-Boringhieri, Torino 2001, pp. 215-16; Edmund Wilson (1948), Europe witthout Baedeker . Sketchs among the Ruinds of Italy, Greece & England, [L'Europa senza Baedeker. Schizzi tra le rovine di Italia, Grecia e Inghilterra], n. ed. Noonday Press, New York 1966, p. 273.
[38] . Zoja 2011, cit., p. 306.
[39] . Stefanos Geroulanos, The Invention of Prehistory. Empire, Violence and Our Obsession with Human Origins (2024), it. L’invenzione della preistoria. L’ossessione per l’origine dell’uomo e della civiltà, ed. Giulio Einaudi, Torino 2025, p. 171 seg.


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