L'ARTE RACCONTATA AI COMPAGNI

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Tracce di Lavoro comune . 2026
arteideologia raccolta supplementi
made n.24 Giugno 2026
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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pagina
Elementi e complementi . (appunti IX.1b)

WILLIAM TURNER E LA CATASTROFE . II.4

23. L’IMPERO . 2

Tutto ciò che l'uomo può fare sulla superficie non tange l'aereo capace di muovere lungo la terza dimensione. (Giulio Douhet 1927, Il dominio dell’aria )

Abbiamo anche provato a leggere qualcosa di recente che trattasse dell’impero nel XXI secolo, e difatti abbiamo trovato un volume che arrivava giustappunto all’inizio del nuovo secolo, quasi a volerlo battezzare. Purtroppo non siamo stati capaci di addentrarci oltre le prime pagine, forse già disturbati in partenza dalla evocata immagine del palazzo dell’ONU e della promessa che «prima di affrontare la costituzione dell’Impero in termini giuridici» avremmo dovuto «analizzare dettagliatamente i processi costituzionali nel corso dei quali sono state definite alcune categorie giuridiche centrali…» [1].
Se già l’architettura lecorbusiana ci evocava un noto commento della nostra letteratura [2], la promessa combinazione con il diritto ci pareva micidiale. Così ci siamo rifugiati, noi vecchietti, in un testo dal linguaggio più vetusto ma più ricco di sostanza nutritiva.

Da tutto ciò che si è detto sopra intorno alla struttura economica dell’imperialismo, risulta che esso deve esser caratterizzato come capitalismo di transizione, o più esattamente come capitalismo morente. A tale riguardo è molto istruttivo il fatto che le espressioni correnti degli economisti borghesi, che scrivono intorno al moderno capitalismo, sono: “intreccio” e “mancanza d’isolamento” e così via; le banche sarebbero “imprese che per i loro compiti e la loro evoluzione non hanno carattere economico puramente privato, ma vengono sempre più superando i limiti della regolamentazione puramente privata dell’economia”. E lo stesso Riesser, cui si deve tale definizione, col viso più serio di questo mondo, dichiara che la “profezia” di Marx intorno alla “socializzazione”, “non si è avverata” !
Che cosa significa la parola “intreccio”. Essa indica soltanto il carattere più appariscente di un processo che si va compiendo sotto i nostri occhi. Essa dimostra semplicemente che l’osservatore vede i singoli alberi ma non si accorge del bosco. Essa traduce servilmente il lato esteriore, casuale, caotico, e tradisce nell’osservatore un uomo che è sopraffatto dalla copia del materiale e non ne capisce più il significato e l’importanza. “Casualmente si vanno intrecciando” i possessi delle nazioni, i rapporti tra i proprietari privati. Ma il substrato di questo intreccio, ciò che ne costituisce la base, sono le modificantisi relazioni sociali di produzione.
Quando una grande azienda assume dimensioni gigantesche e diventa rigorosamente sistematizzata, e sulla base di un’esatta valutazione  di dati innumerevoli, organizza metodicamente la fornitura della materia prima originaria nella proporzione di due terzi e di tre quarti dell’intero fabbisogno di una popolazione di più decine di milioni;
quando è organizzato sistematicamente il trasporto di questa materia prima nei più opportuni centri di produzione, talora separati l’uno dall’altro da centinaia di migliaia di chilometri;
quando un unico centro dirige tutti i successivi stati di elaborazione della materia prima, fino alla produzione dei più svariati fabbricati;
quando la ripartizione di tali prodotti tra le centinai di milioni di consumatori, avviene secondo un preciso piano  (spaccio del petrolio in America e Germania da parte della Standard-Oil-Company);
allora diventa chiaro che si è in presenza di una socializzazione della produzione e non già di un semplice “intreccio”; che i rapporti di economia privata e di proprietà privata formano un involucro non più corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in putrefazione non appena se ne ostacoli artificialmente l’eliminazione, ed in istato di putrefazione potrà, magari durare per un tempo relativamente lungo (nella peggiore ipotesi, nella ipotesi che per la guarigione… del bubbone opportunistico occorra molto tempo!), ma infine sarà fatalmente eliminato. [3]  

Non è per niente difficile scovare in questa unica e isolata paginetta di Lenin sull’imperialismo addirittura qualche riflessione sul nostro specifico oggetto dell’analisi odierna, ossia sull’immagine, dato che qui “intreccio” viene già usato metaforicamente, cioè retoricamente, come una figura in funzione demagogica.
E vediamo, qui di seguito, se riusciremo a farci capire, con una parafrasi tratta dal brano di Lenin sopra citato.
«Che cosa significa la parola “intreccio » – chiede Lenin?…
«Che cosa significa la parola “immagine”?» – chiediamo noi….
Essa indica soltanto il carattere più appariscente [l’apparenza di Feuerbach?] di un processo [fisiologico e cognitivo, eventualmente duplicativo e lavorativo] che si va compiendo sotto i nostri occhi.... Essa dimostra semplicemente che l’osservatore vede i singoli alberi ma non si accorge del bosco.
Essa traduce servilmente il lato esteriore, casuale, caotico [caratteri specifici strutturali dei linguaggi visivi, particolarmente emersi con l’immagine fotografica e filmica], e tradisce nell’osservatore un uomo che è sopraffatto dalla copia [riproduzione artificiale della realtà e feticismo dell’immagine/merce, assimilabili agli effetti delle immagini erotiche, sacre e/o miracolose descritte da Freedberg] del materiale e non ne capisce più il significato e l’importanza.
“Casualmente si vanno intrecciando” i possessi delle nazioni, i rapporti tra i proprietari privati. Ma il substrato di questo intreccio, ciò che ne costituisce la base, sono le modificantisi relazioni sociali di produzione [relazioni e rapporti che, in quanto tali, non cadono sotto le leggi fisiche dell’ottica e non battono al ciglio – d’altronde, abbiamo visto, la strategia (dell’immagine) è sempre altrove, occultata e occulta…[4]
Certamente non possiamo tener ferma la visione attuale dell’Imperialismo nella fase storica del capitalismo per come si presentava a Lenin durante e in seguito allo stato delle forze economiche come si mostravano (scatenavano) nel corso della prima guerra mondiale e nel suo seguito.
Fin quando queste forze erano ancora territorializzate, determinate e delimitate da concrete linee di forza geografiche che consentivano non solo una visione geopolitica dello spazio, ma formavano un involucro altrettanto concreto a queste forze (geografiche, economiche e politiche) variamente combinate tra loro. Ma abbiamo visto come già fin dall’inizio del XX secolo la “conquista dell’aria” di Douhet deterritorializza brutalmente l’insieme di queste locali capsule storiche che in seguito cadranno in macerie sotto i bombardamenti pianificati dei suoi discepoli più attrezzati; proprio così come l’accresciuta potenza del Capitale mandava in frantumi gli involucri che non riuscivano più a contenerlo, e che oggi si può, anzi: si deve esprimere soltanto come puro flusso di valore, e, come tale, curarsi di controllare soltanto i punti (geografici) di confluenza di tali flussi sull’intera superficie planetaria, da cui trarne “rendita” di pedaggio  – la produzione dei beni non lo riguarda più, dato che è talmente socializzata da essere oramai (quasi) priva di profitti …
Oggi la strategia del Capitale (sempre nascosta agli occhi) ci appare un po' più chiara ed esplicita: la sua mira e il suo scopo è da sempre unicamente il profitto, ossia, la sua propria crescita …  
Lo sapevamo ! ci direte.
Allora, non statevi a chiedere perché abbiamo assistito ad un rigurgito dei dazi, a dei posizionamenti per agguati, a delle “postazioni” nei guadi e nei passaggi, tuttavia geografici, lungo questi flussi di valore: il Capitale è costretto a taglieggiare i viandanti in nome di un proprio “diritto” sorretto unicamente dall’esercizio di una forza brutale.
Sembra che il “modo di produzione” capitalistico, messo alle strette dal suo stesso sviluppo, si sia ritirato nella ridotta militare dell’unica fase del suo ciclo produttivo: solo circolazione e distribuzione a scopo predatorio – per indicare la quale ha coniato il termine logistica, ed è per dire (giusto come Lenin) l’ultima casamatta prima della morte da cui negoziare i passaggi del valore, comunque appaia all’orizzonte in corpo o in anima, virtuale o fittizio, gli è indifferente …
| | | La circolazione del capitale per poter essere planetaria ha dovuto infine diventare gassosa e volatile (non a caso produce bolle destinate ad esplodere come le mine vaganti dei Grundrisse …  Ora vi chiedo: è da questo suo salto allo stato gassoso che dovremmo lasciarci sorprendere, sedurre, ingannare e consolare?... Tutto ciò è ancora nebuloso, e pertanto reso efficace, giacché l’immagine appare confusa dal fatto che là dove passano le petroliere e i cargo coi containers, passano anche (ed è un fuori immagine inabissato) i cavi che consentono la trasmissione materiale della comunicazione e registrazione di immateriali scambi finanziari tra inesistenti beni concreti, anteriori al patto e alla stipula inadempiute – d’altronde nemmeno Iddio si mostrò di parola quando accettò l’oblazione dell’ombra di Isacco… | | |
La sentenza storica pronunciata da Lenin per il capitalismo resta valida nonostante le metamorfosi mirabolanti degli sversamenti sulle città e le popolazioni di sotto: la catastrofe sono io – continua ad urlare tra un rilascio e l’altro di metalli arricchiti.
Da lassù magari si vede il singolo cipresso ma non si scorge affatto il cimitero sottostante…«Tuttavia, malgrado le numerose analogie e i legami reciproci fra divisione del lavoro all’interno della società e la sua divisione all’interno di un’officina, esse si distinguono non solo per grado ma per essenza[5]
Nelle esperienze della visione d’una realtà oculare come in quella d’una visione virtuale (per addestramenti militari e war-game a manovella), lo spirito del perverso trova sempre qualcosa da nascondere.
Del resto, con il prezzo del bene promesso divenuto tariffa d’uso, anche il corpo della merce è sparito nel flusso aeronautico del valore … senza neppur saper dove andare. Il suggerimento di Lenin e della forma imperialista (dei sensi e dei sentimenti) è che non si tratta di vedervi un intreccio dei fili dell’umano, ma una loro socializzazione completata con quelle della distribuzione e dei consumi del desiderio e dei piaceri: socializzazioni aereonautiche della produzione mercantile affinché spariscano finanche l’innocenza e la colpa, la condanna e la punizione dei boia.
Marx ci ha lasciato un’immagine troppo netta del “cervello sociale” per non presumere che questa nozione di “sapere sociale generalizzato” (knowledg) non fosse presente anche nel generale pensiero della seconda metà dell’Ottocento, e che quindi qualcun altro l’abbia infine presa in visione per corredarla di un “inconscio sociale”, di un sub-conscio collettivo (che sia stato forse Carl Gustav Jung con la sua psicologia degli “archetipi” è una ipotesi da accertare).
L’argomento meriterebbe una trattazione a parte – specialmente per quanto riguarda Marx. Per il momento ci limitiamo a proporvi dei colpi di mano o, meglio, dei colpi d’occhio sulle figure che ci sono apparse nei due scenari su cui ci siamo affacciati: l’impero augusteo e l’imperialismo del capitale, dove in entrambe spiccano le figure dell’inflazione e della sovrapproduzione accompagnate dalla perdita di significato e di valore delle immagini. Per la formazione del primo impero romano, si è già detto che

Il risultato dell’uso inflazionato di queste nuove immagini fu che esse persero il loro significato originario, riducendosi a vaghi simboli di successo. […]. Per tradurre in immagini un forte messaggio di potere occorrevano pertanto iniziative sempre più dispendiose: occorreva moltiplicare il numero delle statue e accrescerne le dimensioni. In una situazione di questo genere anche gli esiti formali non erano privi di contraddizioni…[6]

Contraddizioni che, se da una parte portano ad una crescita numerica e dimensionale delle immagini, dall’altra tale crescita eclettica tende alla svalutazione e alla sparizione di ciò, o parte di ciò, che pur veniva ostentato.

Anche le forme architettoniche dei monumenti funebri sono già di per sé eloquenti. Il bisogno ossessivo di primeggiare portò a sfruttare tutte le possibilità offerte dal linguaggio dell’architettura celebrativa. Oltre alle forme consuete dell’aedicula, dell’altare e del tempio, si ritornò ai cumuli arcaici e perfino alle piramidi, si imitarono monumenti commemorativi e facciate di palazzi. Chi puntava sulle dimensioni del monumento, chi invece sull’accumulo degli elementi architettonici. Nel monumento sepolcrale dei Giulii a St-Rémy in Provenza si trovano sovrapposti non meno di tre elementi diversi: su uno zoccolo a forma di altare si innanza un arco trionfale, e su questo un tempietto circolare con le statue dei defunti, che in questo ibrido complesso risultano quasi invisibili agli sguardi dei passanti. L’accumulo estremo degli elementi formali finisce qui per rendere poco chiara la funzione specifica del monumento.[7]

Dove finiscono le immagini che spariscono o si ritirano dalla scena del mondo visivo e del godimento immediato? Dove, tutto il veduto nell’indifferenza dello sguardo? tutto l’udito nell’indifferenza dell’ascolto?...
Nel frammento sulle macchine dei Grundrisse, subito dopo che Marx fa passare “le condizioni del processo vitale stesso” sotto il controllo del general intellect per essere “modellate in conformità ad esso”, viene affrontato un altro lato dello sviluppo del capitale fisso, nel quale è trans-ferita la forza produttiva immediata del sapere sociale collettivo.[8]

C’è ancora un altro lato da cui lo sviluppo del capitale fisso indica il grado di sviluppo della ricchezza in generale o di sviluppo del capitale. L’oggetto della produzione indirizzato immediatamente al valore d’uso e altrettanto immediatamente al valore di scambio è il prodotto stesso, che è destinato al consumo. La parte di produzione indirizzata alla produzione del capitale fisso non produce immediatamente oggetti di godimento, né valore di scambio immediatamente realizzabili. Dipende dunque dal grado già raggiunto di produttività – dal fatto cioè che una parte del tempo di produzione è sufficiente alla produzione immediata –, che una parte sempre più grande venga impiegata nella produzione dei mezzi di produzione. Ciò implica che la società può attendere [9]; che può sottrarre una gran parte della ricchezza già prodotta, sia al godimento immediato sia alla produzione destinata al godimento immediato, per impiegare questa parte ai fini di un lavoro non immediatamente produttivo. Ciò richiede un alto livello di produttività già raggiunta e del relativo eccedente, e precisamente un livello tale che sia direttamente proporzionale alla trasformazione del capitale circolante in capitale fisso. Come la grandezza del plusvalore relativo dipende dalla produttività del lavoro necessario, così la grandezza del tempo di lavoro – sia vivo, sia oggettivato – impiegato nella produzione del capitale fisso, dipende dalla produttività del tempo di lavoro destinato alla produzione diretta di prodotti. Una sovrappopolazione, (da questo punto di vista), così come una sovrapproduzione, è, a tal fine, una condizione.[10] 

Una sovrapproduzione, una inflazione di immagini le sottrarrebbe al godimento immediato per impiegarle in un lavoro “non immediatamente produttivo”. E dove altro si possono ritirare per attendere al loro lavoro (pur sempre “produttivo”) tutte le percepite immagini di quelle cose che ingombrano lo spazio e il tempo della visione ma eccedono l’attenzione, se non nel “cervello sociale” che, con lavoro collettivo, le rimodellerà in conformità ad esso ?...[11]
| | | Così è accaduto per le “immagini” di Edipo, di Prometeo, delle Valchirie, oppure dell’Alchimia…– nella quale, appunto Jung, vede l’espressione di una pulsione a trasformare l’esperienza della materia in conoscenza, mostrando come certe scoperte scientifiche moderne siano ritrovamenti di esperienze antichissime e universali che, pertanto, definisce archetipiche.| | |

In un certo senso erano più vicini alla verità dell’anima gli antichi alchimisti quando si sforzavano di liberare lo spirito igneo dagli elementi chimici, e quando trattavano il mistero come se stesse in grembo alla natura oscura e silenziosa. Il mistero era ancora fuori di loro. Ma l’evoluzione della coscienza verso un livello superiore doveva finire con l’eliminare questa proiezione e ridare all’anima, alla psiche, ciò che fin da principio era di natura psichica. Ma cos’è diventata la psiche a partire dai tempi dell’illuminismo e nell’epoca del razionalismo scientifico? E’ stata identificata con la coscienza, con “ciò che Io so”. Non ci fu altra psiche al di fuori dell’Io. E divenne inevitabile l’identificazione dell’Io con i contenuti risultanti dal ritiro delle proiezioni. I tempi nei quali la psiche era ancora in grandissima parte “fuori del corpo”, e nei quali essa immaginava maiora [cose più grandi] che il corpo non poteva comprendere, erano decisamente passati. E così i contenuti che prima vanivano proiettati dovevano ormai apparire come proprietà. Come fantasmi chimerici d’un Io cosciente. Il fuoco si raffreddò e diventò aria, e l’aria divenne il vento di Zarathustra e provocò una sovrapproduzione della coscienza che evidentemente poteva essere arrestata soltanto dalle più temibili catastrofi che possono colpire una civiltà, da quel diluvio che gli dèi scatenarono sull’umanità inospitale. Una coscienza che soffre d’inflazione è sempre egocentrica, e conscia soltanto del proprio presente. E’ incapace di trarre lezioni dal passato, di comprendere quanto avviene nel presente, di trarre giuste illazioni sul futuro. E’ ipnotizzata da sé stessa, e quindi non intende ragioni. E’ dunque votata a catastrofi che possono colpirla a morte. Inflazione significa, molto paradossalmente, che la coscienza diventa inconscia. Questo caso si verifica quando la coscienza si carica eccessivamente di contenuti inconsci e perde la facoltà di discriminazione, conditio sine qua non di ogni coscienza. Quando il destino offrì all’Europa per quattro anni di seguito lo spettacolo di una guerra di un’atrocità clamorosa, d’una guerra che nessuno voleva, nessuno si domandò chi fosse veramente a provocare la guerra e il suo proseguimento. Nessuno si rese conto che l’uomo europeo era posseduto da qualcosa che lo privava di ogni decisione basata sul libero arbitrio. Questo stato di possessione e incoscienza persisterà inalterato fino a che l’uomo europeo comincerà “a temere la propria somiglianza con Dio”. Questa trasformazione può cominciare soltanto nel singolo; perché le masse sono animali ciechi, lo sappiamo fin troppo. Per questa ragione mi sembra piuttosto importante che almeno certi singoli, o i singoli, comincino a capire che esistono contenuti i quali, se non altro, non appartengono alla personalità dell’Io, ma vanno attribuiti a un non-Io psichico. E’ questa un’operazione che va intrapresa sempre qualora si voglia evitate una minacciosa inflazione. Per farlo, abbiamo a disposizione modelli utili, edificanti, che ci vengono offerti da poeti e filosofi, modelli o “archetypi” che ci è lecito chiamare “rimedi” per uomini ed epoche.[12]

Forse abbiamo richiesto troppo alle nostre capacità inserendo qui questa particolare testimonianza rilasciata durante l’anno decisivo della seconda guerra mondiale. Ma la fase imperiale del modo di produzione vulcanico non può venir disgiunta da una corrispettiva fase imperiale della sovraeccitazione dei sensi e dei sentimenti, dei simboli e dei significati…
Che nonostante tutto si continui poi ad attribuire all’io (per quanto possa venir negato da un non-io) la causa e il governo dello stato delle cose attuali, anche questo tipo di pensiero prevalente è il prodotto della suina genuflessione dell’Io al sé stesso – mentre noi, un nostro modello collettivo, archetypo, ce lo abbiamo, e non è definibile come “rimedio” psichico ma come “soluzione”, non-psichica bensì materiale e soprattutto storica, della comunità umana.    

24. IL POTERE

Se dovessi scegliere tra la tua meccanica ondulatoria e la meccanica delle matrici, io darei la mia preferenza alla prima, a causa della sua maggiore possibilità di visualizzazione. (Hendrik Antoon Lorentz)

A quanto sembrerebbe dalle parole di Lorenz, neppure la fisica riesce a sottrarsi del tutto dai servizi dell’occhio, se anche Einstein fin dal 1926 dichiara: «Non riconosco alcuna relazione genetica con Heisenberg. Naturalmente ero a conoscenza della sua teoria, ma mi sentivo scoraggiato, per non dire disgustato, dai metodi dell’algebra trascendentale che mi sembrava molto difficile, e della mancanza di visualizzabilità». E ancora, nonostante l’apprezzamento alle formulazioni delle condizioni quantistiche di Schrödinger, Einstein condannerà senza mezzi termini il rifiuto programmatico di risolvere in immagini i propri schemi concettuali: «Più rifletto sulla parte fisica della teoria di Schrödinger, più la trovo disgustosa. Quello che Schrödinger scrive sulla visualizzabilità della sua teoria… io la considero spazzatura».[13]
Proprio questo è riportato da Ghirardi, che più avanti ci spiega meglio:

In questo capitolo si è voluto richiamare brevemente l’attenzione del lettore sul fatto che diversi scienziati possono assumere atteggiamenti molto diversi nei confronti di quello che essi considerano un modo adeguato per affrontare un problema scientifico imbarazzante e di come alcuni siano più propensi e diano primaria importanza alla possibilità di visualizzare i processi fisici di cui si occupano mentre altri trovano più stimolante affidarsi ai formalismi matematici [14].
L’analisi precedente mostra che, nel caso specifico, nessuno dei due approcci considerati si è rivelato più efficace dell’altro per lo sviluppo storico della nuova teoria ma che entrambe vi hanno contribuito in modo rilevante. Questo fatto non deve stupire. La novità del mondo microscopico che andava svelandosi agli occhi [sic] degli investigatori era tale e così grande era la sua carica rivoluzionaria che i tentativi di “estrapolare” semplicemente concezioni classiche (un procedimento che pure ha dato alcuni frutti) finirono col fallire miseramente. D’altro canto proprio questa novità imponeva approcci formali così inconsueti da risultare di difficile interpretazione. Ma l’interazione tra questi diversi modi di porsi nei confronti del problema, un processo che come abbiamo illustrato  ha visto anche scontri durissimi, ha portato ad un risultato di grande rilievo: la nascita di una nuova teoria di ineguagliate capacità predittive e che ha aperto la via a un nuovo modo di concepire la realtà.[15]          

Le nostre personali limitate capacità cognitive non ci consentono certo di partecipare alla discussione degli specifici argomenti. Possiamo a malapena cercare di concentrarci sugli aspetti visivi della dibattuta questione appena descritta, nella quale, e forse proprio a causa di tali limiti, il nostro sguardo si è soffermato sui dettagli dell’esposizione scientifica, come, ad esempio, sul fatto che “la novità del mondo microscopico… andava svelandosi agli occhi degli investigatori”, dove notiamo che nonostante il mondo microscopico sia sottratto alle sensibilità dell’organo biologico della vista, la naturalezza della lingua porta l’autore a ricorrere, nello svelarsi di questa invisibile novità, “agli occhi” degli investigatori, indifferentemente: siano essi sostenitori della visualizzazione o della più elevata astrazione matematica.
Magari la dotazione “di occhi per vedere” (dove non c’è nulla da vedere) ad entrambi è soltanto metaforica; ma quel che è fatto è fatto, ed è bastato per farci apparire l’immagine di un foglio con un qualsiasi calcolo matriciale, che per quanto astratto ed enigmatico possa essere è pur sempre l’immagine di una raccolta di figure.

Una lingua è, per il suo stesso fine, in primo luogo soprattutto un sistema di segni; per essere pienamente adeguata essa deve essere sempre pronta a formare nuovi segni, nuove parole, nuove radici. Ma, con tutta la sua illimitata ricchezza, per essere adeguata una lingua deve essere anche facile da impiegare, pratica da apprendere e da usare. E, rispettando l’esigenza di un numero illimitato di segni, ciò si può ottenere se tutti i segni sono costituiti da «non segni» il cui numero sia limitato, anzi, preferibilmente, limitatissimo. Questi «non segni» che entrano in un sistema di segni come parte di segni, saranno chiamati qui figure ; si tratta di un temine puramente operativo, introdotto semplicemente per convenienza. Una lingua è dunque organizzata in maniera che grazie a un gruppetto di figure e a disposizioni sempre nuove di esse, di possa costituire un numero larghissimo di segni.[16]

Queste figure del “non segno” sono quelle che, in italiano, vengono comunemente chiamate lettere , e il loro catalogo costituisce l’alfabeto grafico, visualizzato, di una corrispondente e corrispettiva lingua orale e auricolare… Per quanto speciosa, questa necessaria presenza delle figure (come lettere, numeri e simboli operazionali) nella scrittura matematica e nell’immaginazione scientifica, ci segnala quantomeno una qualche diciamola “potenza” dell’immagine, a cui non riesce a sottrarsi del tutto neppure il più radicale iconoclasta.
| | | Vedremo più avanti che il “non segno” figura di Hjelmslev, passando per Lacan come lettera, scatena la sua forza sulla terra in basso, lasciando impronte nel fango [17] … E se tanto può una singola lettera, figuriamoci la potenza che raggiungerebbe l’organizzarsi delle lettere in nomi e preposizioni… Sappiamo praticamente ma non riusciamo ad ammettere che la parola impegna e progetta – non per nulla, forse ripetiamo, l’amata pretende sentir dire di essere amata; non per nulla dalla moneta cartacea si è dovuta togliere la scritta che promette l’oro… L’amante e la banca sanno dell’impunità al mancar di parola, tuttavia un istinto si insinua a consigliare di non darla, di eluderne la richiesta: temono l’insidia nel formularla invano. Non nominare il Nome sarebbe bastato come comandamento | | |
Dovremmo piuttosto cercare di dare o trovare una base concreta a questa ipotesi di potere delle immagini? …forse anche una base originaria tratta dal tempo della storia per sottrarla all’equivocità linguistica? E’ un quesito niente affatto esclusivo del nostro pensiero se proprio con simile forma è stato posto da altri.

Come possiamo interpretare il fare-immagine paleolitico rinunciando ad ogni abitudine storicistica e persino a ogni semantica? Per lavorare sul fare-immagine paleolitico propongo di liberare il discorso dai pregiudizi storici ed estetici sull’arte, ma non dalla nozione di esperienza estetica. Per esperienza intendo le pratiche incarnate che producono “cose-strumenti-oggetti”, e per estetica il modo peculiare in cui gli esseri umano lo fanno, rendendoli “speciali”… o “strani”. Lo studio delle cose è del resto il punto di partenza di ogni archeologia cognitiva. Non riceviamo “significati” dal passato, soprattutto dalla preistoria, ma solo “cose”. [18]

«… è necessario ricordare ancora una volta – scrive Goodman [19] – che il cognitivo, mentre si oppone sia al pratico che al passivo, non esclude il sensoriale e l’emotivo; che quanto conosciamo attraverso l’arte è sentito nelle nostre ossa, nervi e muscoli, come è afferrato dalla nostra mente, che tutta la sensibilità e capacità di risposta dell’organismo prende parte dell’invenzione e dell’interpretazioni dei simboli»; ed ovviamente, quanto vale per lo scopo e l’efficacia cognitiva dei simboli dell’arte eccellenti deve valere estesamente per ogni immagine – che è tale appunto per essere sempre una “cosa” muta, equivoca e problematica che impegna il corpo intero del vedente. Tuttavia, neppure l’archeologia cognitiva benché giunta a pronunciare quest’ultima semplice sentenza sullo stato taciturno delle “cose”, riesce a mantenerle mute.

Una sequenza di immagini produce infatti ipso facto uno spazio che può essere riempito da una storia, un Denkraum, per dirla con Aby Warburg e Walter Benjamin, un intervallo che può essere scandito da storie…La mia ipotesi è che non solo le immagini vogliono qualcosa da chi le guarda, e, come direbbe Mitchell, vogliono essere baciate, toccate, amate ecc., ma vogliono prima di tutto che attraverso di esse si racconti una storia, vogliono insomma fare parte di una storia.[20]

Forse avremmo fatto meglio a dire che non riesce a mantenere muti i dicitori di storie e storielle per lo spettacolo.
«Se le merci potessero parlare…», ipotizzava Marx.[21]
E perché no ! ... se i tavolini prendono a ballare, le forbici che non tagliano evocano il fabbricante di forbici e la sua imperizia, e un semplice paio di scarpe dipinte provocano una loquacissima querelle ?

| | | Le immagini sono codarde: fai per avvicinarle, e prima di rivolgerti a loro ecco che già ti gridano “è stato lui”, indicandoti col dito qualcun altro – spesso la Luna di lassù … | | |
E’ noto che La società dello spettacolo di Debord, inizia con una citazione di Feuerbach:
Senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… Per esso sacra è solo l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. Meglio ancora, il sacro ingigantisce ai suoi occhi in relazione al decrescere della verità e al crescere dell’illusione, cosicché il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro.[22]

Dopo tale premessa, si può iniziare a numerare i 221 quadri che compongono lo spettacolo del nostro tempo:

1 – La vita delle società, in cui regnano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è trasferito in una rappresentazione. 
2 – Le immagini, che si sono distaccate da ogni aspetto della vita, coagulano in un’unica immagine in cui non si può più stabilire l’unità della vita. La realtà considerata parzialmente si dispiega in una sua unità generale in quanto pseudo-mondo a parte, oggetto di sola contemplazione. La specializzazione delle immagini del mondo si ritrova, definita, nel mondo autonomo dell’immagine, dove il bugiardo mente a se stesso. Lo spettacolo in generale, come inversione concreta della vita, è il movimento autonomo del non vivente… Ecc.[23]

Difatti Feuerbach aveva scritto anche più estesamente:

Il tono della "buona società", il tono neutro e senza passione delle illusioni e delle falsità convenzionali è il tono dominante, il tono normale dell’epoca moderna; il tono con cui devono essere trattati e discussi non solo questioni effettivamente politiche – cosa che si capisce – ma anche le questioni religiose e scientifiche: id est  il male del tempo. L'apparenza [l’immagine] è l'essenza del tempo attuale. Apparenza la nostra politica, apparenza la nostra morale, apparenza la nostra religione e la nostra scienza. Chi ora dice la verità è impertinente e immorale, invece, chi agisce immoralmente, passa per un essere morale. La verità è l'immoralità del nostro tempo.[24]

…ed è quanto basta ad ingombrare l’entangled del moderno homo sapiens coi ciarpami della simulazione e dissimulazione, della finzione e dell’occultamento, del sospetto e del discredito del veduto.
Magari è stata un’impertinenza da parte nostra accostare il termine “immagine” (in tedesco sarebbe Bild ) a quella originale di “apparenza” (Schein [25]); ma forse così, dando una forma più maneggevole ad una impalpabile sensazione, si andrebbe più lontano anche nel far “scaturire l’immaginazione dai sensi”.

Quante volte in passato i filosofi non si sono rotti la testa sulla questione del legame fra anima e corpo. Ora sappiamo, in virtù dei fondamenti scientifici, ciò che da tempo il popolo sapeva per esperienza, ossia che mangiare e bere mantiene congiunti corpo e anima, che quindi il legame cercato è l’alimentazione. Come non si è di solito litigato sulle idee innate o giunte dall’esterno e si è guardato dall’alto in basso con disprezzo chi faceva scaturire le idee dai sensi! Ora ci è altrettanto impossibile parlare di idee innate quanto di cibi innati o di calore innato, anche se questo un tempo, sotto il nome i calor innatus, ha giocato un ruolo rilevante nella scienza naturale…[26] 

E’ probabile che non dispiacerebbe neppure a Feuerbach se – sulla base del suo stesso pensiero o, in modo più circonstanziato, alla sua domanda di “come considerare l’uomo nella sua vera luce quando il mondo, al quale appartiene, è giudicato soltanto secondo la sua apparenza?” [27] – … non gli faremo un torto, dicevamo, se parafrasassimo il suo detto più famoso: l’uomo è ciò che mangia, in l’uomo è (anche) ciò che vede.
Non includeremo così nella sua alimentazione generale anche l’alimentazione  specifica dell’organo della vista, la cui sostanza nutritiva è l’immagine ? Dunque: dimmi cosa guardi e ti dirò chi sei?… un’apparenza, forse?…
Dopo qualche anno dalla pubblicazione della società dello spettacolo sarà l’americana Susan Sontang a far notare che le parole di Feuerbach citate da Debord erano state scritte pochi anni dopo l’invenzione della fotografia, cosicché – scrive difatti – da sembrare “più specificatamente, un presentimento dell’impatto della fotografia”. La catastrofe del Dio prediletto dall’Occidente va di pari passo con la catastrofe dell’immagine…

La realtà è sempre stata letta attraverso i rapporti che ne forniscono le immagini; e, da Platone in poi, i filosofi hanno cercato di alleviare questa nostra dipendenza dalle immagini evocando il modello di una maniera di comprendere il reale indipendentemente dalle immagini stesse. Ma quando, a metà dell’Ottocento, questo modello parve finalmente raggiungibile, il venir meno delle vecchie illusioni religiose e politiche, davanti all’avanzata del pensiero umanistico e scientifico non provocò – come si era previsto – defezioni massicce verso il reale. Al contrario, la nuova era dell’incredulità consolidò la dipendenza dalle immagini. Il credito che non era più possibile dare alle realtà intese in forma di immagini veniva ora dato a realtà intese come immagini, illusioni… Questa sua [di Feuerbach] lagnanza premonitrice è divenuta nel ventesimo secolo una diagnosi comunemente accettata: una società diventa “moderna” quando una delle sue attività principali consiste nel produrre e consumare immagini, che hanno capacità straordinarie di determinare le nostre rivendicazioni sulla realtà e sono a loro volta ambiti surrogati di esperienze dirette, diventano indispensabili al buon andamento dell’economia, alla stabilità del sistema e al perseguimento della felicità personale. Le parole di Feuerbach – scritte pochi anni dopo l’invenzione della macchina fotografica – sembrano, più specificatamente, un presentimento dell’impatto della fotografia. Le immagini che in una società moderna hanno un’autorità praticamente illimitata sono infatti soprattutto immagini fotografiche, e la portata di questa autorità deriva dalle caratteristiche proprie delle immagini prese da macchine fotografiche. Queste immagini riescono a usurpare la realtà perché, prima di tutto, una fotografia non è soltanto un’immagine (come lo è un quadro), un’interpretazione del reale; è anche un’impronta, una cosa riprodotta direttamente dal reale, come l’orma di un piede o una maschera mortuaria… una fotografia non fa mai niente di meno che registrare un’emanazione (onde luminose riflesse da oggetti), un’orma materiale del suo soggetto, come un quadro non è mai in grado di fare...[28]

L’illimitata autorità dell’immagine fotografica, la sua fidatezza è riposta nel corrispondere all’apparenza sensibile della realtà: è l’apparenza esposta e fatta immagine. Ma, stando a Feuerbach, c’è da chiedersi che tipo di “impronte” e “orme” può dare la macchina fotografica se il “tono” dominante della realtà che le imprime è lo sprezzo della verità, la simulazione e la falsità convenzionale e interessata? Che esperienze può surrogare, e che lezioni può impartire l’esperienza stessa della socializzazione fotografica e il suo spettacolo? … Forse proprio quelle descritte da Debord nel 67 e riprese nei commentari     

Invertendo la famosa formula di Hegel notavo già nel 1967 che “nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”. Gli anni trascorsi da allora hanno dimostrato i progressi di questo principio in ogni campo particolare, senza eccezioni. Così, in un’epoca in cui l’arte contemporanea non può più esistere, diventa difficile giudicare la arti classiche. Qui come altrove , l’ignoranza è prodotta solo per essere sfruttati. Nello stesso momento in cui vanno perduti il senso della storia e il gusto, si organizzano reti di falsificazione. E’ sufficiente disporre di esperti banditori, cosa piuttosto facile, per far passare tutto, perché in certi affari, come in tutti gli altri del resto, è la vendita ad autenticare ogni valore. Dopo, converrà ai collezionisti o ai musei, soprattutto americani, strapieni di falsi, mantenerne la buona reputazione, come il Fondo Monetario internazionale mantiene la finzione del valore positivo degli enormi debiti di cento nazioni. […] Il giudizio di Feuerbach sul fatto che il suo tempo preferiva “l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà” è stato pienamente confermato dal secolo dello spettacolo, e questo in numerosi campi in cui l’Ottocento era voluto restare lontano da quella che era già la sua natura profonda: la produzione industriale capitalista. In tal modo la borghesia aveva ampiamente diffuso lo spirito rigoroso del museo, dell’oggetto originale, della critica storica esatta, del documento autentico. Ma oggi l’artificiale tende a sostituire il vero dovunque. A questo punto è provvidenziale che l’inquinamento dovuto al traffico costringa a sostituire con copie di plastica i cavalli di Marly o le statue romaniche del portale di Saint-Trophime. Insomma tutto sarà più bello di prima, per essere fotografato dai turisti.[29]

Dopo i suggerimenti di Debord e Sontang può accadere così che a rileggere il capitolo V dell’essenza del cristianesimo – dove Feuerbach tratta del mistero dell’incarnazione – ci lasciamo rapire dalle suggestioni.

…Dio concepito come un essere umano, è il mistero dell’Incarnazione, il mistero di Dio che si fa carne. il mistero di Dio che si fa uomo. L’incarnazione null’altro è che l’apparizione [l’immagine] reale, sensibile della natura umana di Dio. […] L’incarnazione… fu dunque solo l’apparizione sensibile di un essere che già umanamente sentiva, di un essere perciò essenzialmente umano. Se nell’incarnazione ci si ferma soltanto al dio divenuto uomo, il divenire uomo appare senza dubbio un evento sorprendente, inesplicabile, prodigioso. Ma Dio divenuto uomo non è che la manifestazione dell’uomo divenuto dio… L’uomo era già un Dio, era già Dio stesso, prima che Dio diventasse uomo, ossia apparisse come uomo. Altrimenti come avrebbe potuto Dio divenire uomo? L’antico assioma: “Dal nulla si ha il nulla” è valido anche in questo caso.[30]  […] Secondo l’insegnamento della Chiesa non la prima persona della Divinità si incarna, bensì la seconda, quella che in Dio e dinanzi a Dio rappresenta l’uomo…[31]

Leggiamo cioè di Dio che si fa uomo, e sentiamo di entrare, con le nostre particolari “ossessioni”, in un gioco di specchi in cui Dio e uomo si scambiano e vengono scambiati per altre cose, quale l’immagine o la merce…
Sembra si parli di Dio e dell’uomo ma si pensa all’immagine di Dio per l’uomo, o alla forma della merce per i bisogni dell’uomo…
Il “mistero sensibile che si fa carne“ e “null’altro che l’apparizione… sensibile”, cos’altro sono se non “l’immagine” (ottenuta dall’amalgama della foto)? … E “la manifestazione dell’uomo divenuto dio” essendo già Dio “prima di apparire come uomo”, cos’altro è se non la manifestazione dell’uomo divenuto immagine di sé stesso?
Ed ancora: che “non la prima persona della Divinità si incarna, bensì la seconda” (il suo duplicato), cos’altro può essere se non l’immagine che rappresenta l’uomo all’uomo, o meglio: l’uomo alienato del mondo delle merci, nel quale l’uomo divenuto immagine non è che la manifestazione dell’uomo divenuto merce  … Effettivamente certi momenti scissi dalla loro unitarietà – l’immagine e il corrispettivo reale, il prodotto e il suo consumo eccetera – vivono sfere separate, autonome, una accanto all’altra, e non si concepiscono i momenti nella loro unità, “come se queste dissociazioni fossero passate non dalla realtà alle immagini di essa, ma viceversa dalle immagini alla realtà, e come se qui si trattasse di una conciliazione dialettica di concetti anziché della comprensione di rapporti reali.” [32]  E’ per tutto questo, e anche perché richiama nell’immagine il carattere di feticcio della merce, che l’immagine accumula il beneficio di una rendita sacrale da spendere poi sovranamente come potere (persuasivo o coercitivo) sugli uomini? … Certo le cose non stanno unicamente così, e neppure precisamente così, ma ciò non esclude che stiano anche così…
E’ probabile sia una facile forzatura far passare l’Incarnazione come immagine; ma certo Feuerbach stesso ha favorito questo passaggio; “in che modo”, chiedete?
Ad esempio, anche così:  

L’amore sa che non può rendere felice chi ama che col rallegrarlo della propria presenza lasciandosi vedere. Mirare faccia a faccia l’essere invisibile da cui deriva ogni bene è il più appassionato desiderio dell’amore. Vedere è un atto divino. Vi è beatitudine nella sola vista dell’amato. Lo sguardo è la certezza dell’amore. E l’incarnazione null’altro deve essere, null’altro significare, non avere altro effetto che l’indubitabile certezza dell’amore di Dio per l’uomo … centro e fondamento della religione, è la prova più chiara, più irrefutabile che l’uomo nella religione contempla sé stesso come un oggetto divino, come un divino scopo, e che i suoi rapporti con Dio non sono [altro] che rapporti con sé stesso, con il proprio essere.” [33] 

«Se nell’Incarnazione ci si ferma soltanto al dio divenuto uomo, il divenire uomo appare senza dubbio un evento sorprendente, inesplicabile, miracoloso», scrive Feuerbach [34]; e noi leggiamo: se nell’immagine ci si ferma soltanto allo sguardo divenuto figura, il divenire immagine tangibile appare senza dubbio un evento sorprendente, inesplicabile, miracoloso… 
L’immagine come icona (ossia fintanto che sia fatta o non-fatta dalla mano dell’uomo o del dio), svela il suo essenziale carattere di traccia, di impronta o di stampo della realtà sensibile quando si fa essa stessa, nella sua propria materia costitutiva, sensibile alla natura delle forme e ce le mostra sottratte al tempo; e questo avviene storicamente appunto con l’invenzione della fotografia … e, curiosamente, solo nella stessa epoca della fotografia il materialismo trova nel mondo reale un modello reale per osservare dal vivo, e da vicino, l’oggetto della religione come prodotto dell’uomo.

… sbaglia chi vuol dedurre l’Incarnazione da premesse astratte, puramente speculative, ossia metafisiche; la metafisica infatti riguarda soltanto la prima persona [non la copia], che non si incarna, che non è per nulla drammatica. Una simile deduzione sarebbe tutt’al più giustificabile se coscientemente dalla metafisica si deducesse la negazione della metafisica stessa. Questo esempio mostra chiaramente come l’antropologia si distingua dalla filosofia speculativa. L’antropologia non considera l’Incarnazione un mistero singolare e meraviglioso, come fa la speculazione accecata dalla sua aureola di misticismo; bensì distrugge l’illusione di un mistero singolare, soprannaturale; critica il dogma e lo riduce ai suoi elementi naturali, umani, alla sua intima origine, al suo nucleo centrale: l’amore.[35]  

E non è con l’amore e per l’amore che “confondiamo gli attributi dell’intelligenza con gli attributi del cuore [?] – confusione questa che costituisce il maggior ostacolo alla giusta conoscenza della religione”, commenta da qualche parte Feuerbach.

 …Il mistero apparentemente soprannaturale e incomprensibile dell’Incarnazione, è stato così ricondotto a una verità semplice, naturale e umana. A una verità che non appartiene esclusivamente alla religione cristiana, bensì, se pur in embrione, più o meno ad ogni religione in quanto tale.[36]   

La fenomenologia delle immagini e del loro potere sui comportamenti degli uomini possono raggiungere il culmine quando i vertici delle cose si incontrano, si toccano e si bazzicano; allora l’immagine – intesa come l’indice della mano di un dio creatore – tocca lo sguardo e lo titilla al pianto. Non è forse proprio questo ciò che vediamo e celebriamo nell’affresco della creazione della falsa domanda?
«L’incarnazione fu una lacrima della divina compassione, fu dunque solo l’apparizione sensibile di un essere che già umanamente sentiva, di un essere perciò essenzialmente umano.»[37]
Se dovessimo dare un’immagine di tutto ciò – dare una iconografia a questo compassionevole disvelamento andato a male – non potremo che ricorrere a quella di Narciso, che, nel suo ingannevole delirio torna pur sempre «a ricontemplare la figura, e con le lacrime turba lo specchio d’acqua, che s’increspa; e la forma si offusca» mostrando finanche lo “svanire” [38] ad opera delle proprie lacrime rivelatrici…
In Feuerbach magari è la lacrima di Dio a poter svelare la natura umana di Dio come immagine dell’uomo; in Narciso potrebbero essere le sue stesse lacrime a svelargli la natura di mera apparenza dell’oggetto del suo amore. In entrambe i casi, la conoscenza sembra fallire quando l’oggetto si fa solitario per Narciso, assoluto per l’uomo… Entrambe nell’immagine si immergono e si perdono… [39]
Narciso e il riflesso, Dio e l’uomo, la realtà e la fotografia…
I doppi si rincorrono ognuno nella propria Eco, e nella stessa epoca della fotografia vediamo che assieme a Feuerbach si presenta anche il capitale con un suo doppio volto... 

Il capitale stesso, poiché si compone di merci, ha, come esse un doppio volto: valore di scambio … e valore d’uso. […] Solo la produzione capitalistica sviluppa su grande scala le condizioni sia oggettive che soggettive del processo lavorativo, strappandole ai singoli lavoratori indipendenti; ma le sviluppa come potenze dominanti il singolo operaio e a lui straniere.
Così il capitale diventa un essere terribilmente misterioso.[40]

Il capitale è dunque di per sé anche l’immagine sovrana, misteriosa e terribile del mondo divenuto mondo delle merci…
«…abbiamo visto come l’elemento grazie al quale il lavoro passato, sotto forma di forze produttive e condizioni della produzione già prodotte, accresce la riproduzione vista sotto l’angolo sia del valore d’uso che del valore di scambio … appaia come forza immanente al capitale, perché il lavoro oggettivo funziona sempre come capitalizzato di contro all’operaio.» [41]
Da dov’altro dunque anche le immagini dell’epoca moderna attingerebbero forza e potere a petto del singolo?

La trasposizione delle forze produttive sociali del lavoro in proprietà materiali del capitale è talmente radicata nell’immaginazione, che i vantaggi del macchinismo, dell’applicazione della scienza, delle invenzioni ecc., vengono concepiti in questa loro forma alienata come nella loro forma necessaria, e quindi visti come proprietà del capitale. Al fondo di tutto questo stanno: 1) la forma nella quale, sulla base della produzione capitalistica e quindi anche nella coscienza di coloro che vi sono coinvolti, la questione si presenta; 2) il fatto storico che questo sviluppo ha luogo per la prima volta, in antitesi ai modi di produzione precedenti, nel modo di produzione capitalistico, cosicché il carattere antagonistico di questo sviluppo appare come ad esso immanente.[42]
 Come nel capitale si traspone la forza del lavoro, così nell’immagine si traspongono le forme e le forze della natura di volta in volta immediatamente rilevabili ai sensi umani e alle loro eventuali protesi (strumentali o mentali). Tanto si ripone nelle immagini e nelle sue macchine quanto si toglie all’occhio e all’uomo.
Nel millenario movimento della proprietà  le espropriazioni non hanno ostacolo che tenga; e ciò è accaduto anche al così detto “libero arbitrio”: negato all’uomo è passato in concessione alla “intelligenza” delle macchine.
Feuerbach e Marx: essenza della religione ed essenza dell’economia; mistificazioni di dio e mistificazioni del capitale, realtà ed apparenze, la luce e il suo spettro chimico che finalmente affiora allo sguardo ancora limpido.
A tanto ha potuto l’invenzione della fotografia combinata con la potenza della critica..?
Non si può resistere a una religione simile, comunque vada il resto  – dice del guadagno il ruffiano Ballione.[43]
Due miliardi di dollari non sono una ripicca, sono il furore di Dio ! – grida il responsabile dei conti Frank Hackett.[44]
A tanto può l’immagine del capitale combinata con la potenza della distribuzione..?

Messe in movimento, le immagini a volte non ce la fanno proprio a tacere la verità ai poveri illusi in preda a donchisciottesche collere, impotenti anche contro dei semplici mulini a vento trattati come uomini giganti. Appunto questo vediamo accadere in Quinto Potere, un famoso film sui network televisivi di mezzo secolo fa.

Essendo stato convocato dall’amministratore delegato della rete televisiva UBS, per cui lavora, vediamo il profeta dell’etere Howard Beale (Peter Finch) salire un sinai di scale per raggiungere mister Artur Jensen (Ned Beatty) nell’elevata camera ardente di moccoli verdi del Consiglio di amministrazione della Union Broadcasting System....
... – Venga … Ecco il paradiso degli eroi… signor Beale ! … La prego, si segga. (buio)… Lei ha osato interferire con le forze primordiali della natura, signor Beale, e io non lo ammetto. E’ chiaro? E crede di avere solo fermato una trattativa di affari. E invece non è così ! … Noi abbiamo portato miliardi di dollari fuori da queto paese, e ora ce li devono riportare. E’ il flusso e riflusso, l’alta e bassa marea. E’ il giusto equilibrio ecologico ! … Lei è un vecchio che pensa in termini di nazioni e di popoli. Non vi sono nazioni, non vi sono popoli, non vi sono russi, non vi sono arabi, non vi sono terzi mondi. Non c’è nessun ovest. Esiste soltanto un unico, un solo sistema di sistemi. Uno…! vasto e immane, interdipendente, intrecciato, multivariato, multinazionale dominio dei dollari… petrodollari, elettrodollari, multidollari, reichmark, sterline, rubli, franchi e shekel!… e che è il sistema internazionale valutario, che determina la totalità della vita su questo pianeta. Questo è l’ordine naturale delle cose. Oggi, questa è l’atomica e subatomica e galattica struttura delle cose, oggigiorno ! … Lei, ha interferito con le primordiali forze della natura. E lei dovrà espiare! … Capisce quello che le dico, signore? … Poi lei si mette sul suo piccolo schermo da 21 pollici e sbraita parlando d’America e di democrazia ! Non esiste l’America, non esiste la democrazia. Esistono solo IBM, ITT, AT&T, Dupont, DOW, Union Carbide ed Exxon… Sono queste le nazioni del mondo, oggi…  Di cosa. crede che parlino in Russia i loro consigli di Stato?... di Carlo Marx?!… Tirano fuori diagrammi di programmazione lineare, teorie di decisioni statistiche, le probabili soluzioni e computano i probabili prezzi e costi delle loro transazioni, dei loro investimenti. Proprio come noi. Non viviamo più in un mondo di nazioni e di ideologia, signor Beale ! Il mondo è un insieme di corporazioni inesorabilmente regolato dalle immutabili, spietate leggi del business. Il mondo è un business, signor Beale ! Lo è stato fin da quando l’uomo è uscito dal magma … e i nostri figli vivranno, signor Beale, per vedere quel mondo perfetto in cui non ci saranno né guerra né fame, né oppressione né brutalità. Una vasta ed ecumenica società finanziaria per la quale tutti gli uomini lavoreranno per creare un profitto comune. Nella quale tutti avranno una partecipazione azionaria, e ogni necessità sarà soddisfatta, ogni angoscia tranquillizzata, ogni noia superata… E io ho scelto lei, signor Beale, per predicare questo Vangelo !
– (sopraffatto) Perché io ?
– Perché lei parla alla televisione, e 60 milioni di persone l’ascoltano ogni sera della settimana, dal lunedì al venerdì.
– (esitante)… io… ho visto il volto di Dio !
– Potrebbe anche essere vero, signor Beale… 

| | | Se ieri l’immagine artificiale – artistica, fotografica o cinemato-grafica – riceveva luce dall’esterno, mentre quella televisiva emanava luce dal suo interno per “tatuare” (dice McLuhan) l’epidermide dello spettatore, oggi sembrerebbe che la radiosa immagine digitale vada a tatuare direttamente (anche grazie all’intelligenza artificiale) la psicodermide del cliente di immagini – che però può comprare solo il servizio dell’esperienza ottica senza mai consumarne l’oggetto, poiché questo non cade più tra le mani e sotto gli occhi, ma semplicemente trascorre nell’allucinazione dell’abbonato … Qualcuno tra noi ci assicura di aver letto che Kafka ha lasciato scritto, forse nei suoi diari: « io vivo con gli occhi, e il cinema mi impedisce di vedere »…| | |

«...Lei ha osato interferire con le forze primordiali della natura, signor Beale...» fotogramma dal film del 1976 Quinto Potere

 

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[1] . Michael Hardt e Antonio Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione (2000), it. ed. Rizzoli, Milano 2001, p. 21
[2] . «Se gli Ebrei, popolo eletto a sfottere gli altri, hanno inventato la storiella della Torre di Babele, l'hanno ben trovata. Essa si è riprodotta ai tempi nostri quando si è trattato di erigere sull'East River, a New York, l'ultrapalazzo sede degli uffici delle Nazioni Unite. Ha 5.400 finestre, e solo per pulire i vetri il superstato mondiale spende all'anno 63.000 dollari ossia 50 milioni italiani.», Politica e costruzione, in "Prometeo", serie II, n. 4 del luglio-settembre 1952; ora in Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, ed. Iskra, Milano 1978, p. 68.
[3] . Lenin 1916, L’imperialismo…, op. cit. pp. 129, 130 (sottolineature nostre).
[4] . «Dice Brecht e riferisce Benjamin in Piccola storia della Fotografia: “meno che mai una semplice restituzione della realtà dice qualcosa sopra la realtà. Una fotografia delle officine Krupp o AEG non dice quasi nulla in merito a queste istituzioni. La realtà vera è scivolata in quella funzionale. La reificazione delle relazioni umane, e quindi per esempio la fabbrica, non rimanda più indietro alle relazioni stesse»; in Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966]. Sempre citata nel retro-copertina di nømade.
[5] . Marx, Il capitale…, ed. UTET, Torino 2013, vol. I, p. 483.
[6] . Zanker 1987, cit., pp. 12,13
[7] . Zanker 1987, cit., p. 22.
[8] . Per Marx le macchine sono «organi del cervello umano creati dalla mano umana; capacità scientifica oggettivata… diventata forza produttiva immediata… sotto il controllo del general intellect… organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale.» (Cfr, Lineamenti…, cit., vol. II p. 403). Tutto qui; Non si tratta di enti autonomi, benché ne possano assumere tutta l’apparenza (grazie alla livrea dai capitale fisso) che fa infuriare i luddisti di ieri e di oggi – seppure ancor esistono e possono continuare ad esistere…  
[9] . Circa la «necessità di attendere» Cfr. Feyerabend 1975, nella versione a stampa di questo almanacco n°24 a p. 37, n.87.
[10] . Marx, Lineamenti …, cit., vol. II, p, 403 seg. – Poco oltre Marx scrive: «La creazione di molto tempo disponibile oltre il tempo di lavoro necessario per la società in generale e per ogni membro di essa (ossia di spazio per il pieno sviluppo delle forze produttive dei singoli, e quindi anche della società), questa creazione di tempo di non-lavoro si presenta, al livello del capitale, come di tutti quelli precedenti, come tempo di non-lavoro, tempo libero per alcuni. Il capitale vi aggiunge il fatto che esso moltiplica il tempo di lavoro supplementare della massa con tutti i mezzi della tecnica e della scienza. […] In tal modo, malgré lui, è strumento di creazione delle possibilità di tempo sociale disponibile, della riduzione del tempo di lavoro per l’intera società ad un minimo decrescente, sì da rendere il tempo di tutti libero per il loro sviluppo personale.» Ibidem, p. 404 seg.
[11] . Marx, Lineamenti…, cit. v. II, p. 403: «Lo sviluppo del capitale fisso [macchine e sistema delle macchine] mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale.»
[12] . Carl Gustav Jung, Psychologie und Alchemie (1944), it. Psicologia e Alchimia, ed. Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 458 seg.
[13] . Riportato in Gian Carlo Ghirardi, Un’occhiata alle carte di Dio, ed. Il Saggiatore, Milano 2015, p. 104. L’intero capitolo V (Visualizzazione e progresso scientifico, pp. 98-106), discute l’argomento del “rendere visibile” (come avrebbe detto Paul Klee).
[14] . Ad es. Schrödinger si propone di rinunciare alla visualizzazione in senso tradizionale, sul modello di Bohr, e sviluppa il proprio apparato formale nella meccanica (quantistica) delle matrici.
[15] . Ghirardi 2015, cit., p. 104 seg.
[16] . Luois Hjelmslev, Prolegomena to a Theory of Language (1961), it. I fondamenti della teoria del linguaggio, ed. Giulio Einaudi, Torino 1968, p.51.
[17] . Al proposito di “impronte”, cfr. qui nella versione PDF a pp. 64, 65 n.189, quanto ne dice Massimo Recalcati in Jacques Lacan, cit.
[18] . Cometa 2024, cit., p.115
[19] . Nelson Goodman, Language of Art (1976), it. I linguaggi dell’arte, Il Saggiatore, Milano 2007, p. 223.
[20] . Ibidem, p. 89.
[21] . “Se le merci potessero parlare, direbbero: il nostro valore d’uso può interessare gli uomini. A noi, come cose, non compete. Ma quello che, come cose, ci compete è il nostro valore. Questo lo dimostrano le nostre proprie relazioni come cose-merci. Noi ci riferiamo reciprocamente l’una all’altra soltanto come valori di scambio.” – Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica, cit., 1.1 pag. 97.
[22] . Ludwig Feuerbach 1843, dal Prologo della II ediz. della Essenza del Cristianesimo, citato in Debord 1967, cit.
[23] . Guy Debord, La société du spectacle (1967), it. La società dello spettacolo, ed. De Donato, Bari 1968, p. 7 seg.
[24] . Feuerbach 1843, Prologo della II ediz. di Das Wesen Des Christentums, da ed. Alfred. Kröner, Lipsia 1909, p. VIII (sott. nostra).
[25] . Il tedesco “Schein” (apparenza) è una parola chiave che spazia dal piano fisico della luce (bagliore) a quello psicologico dell'apparenza (illusione), fino al piano pratico del documento (banconota o attestato). 
[26] . Feuerbach 1850, cit., p. 55.
[27] . Feuerbach 1850, Die Neturwissenscchaft und due Revolution, it. La scienza naturale e la rivoluzione, in L’uomo è ciò che mangia, ed. Morcelliana, Brescia 2022, p. 54.
[28] . Susan Sontang, On Photography (1973), it. 1978 Sulla fotografia, ed. Giulio Einaudi, Torino 2004, p. 131 seg.
[29] . Guy Debord, Commentaires sur la Société du Spectacle (1988), in La società dello spettacolo, Baldini&Castoldi, Milano 1997, p. 221seg.
[30] . Feuerbach 1841, L’essenza del cristianesimo, prefazione di Antonio Banfi, ed. Feltrinelli, Milano 1960,  p. 79.
[31] . Ibidem, p. 80.
[32] . Cfr. Marx, Lineamenti fondamentali …, ed. Nuova Italia, p.13: “Come se questa dissociazione [distribuzione e produzione] fosse passata non dalla realtà ai libri, ma viceversa dai libri alla realtà, e come se qui si trattasse di una conciliazione dialettica di concetti anziché della comprensione di rapporti reali.”
[33] . Feuerbach 1841, cit. p. 86 seg.
[34] . Ibidem, p. 79.
[35] . Ibidem, p. 81.
[36] . Ibidem, p. 83.
[37] . Ibidem, p.79. – Fatto di “lacrime”, dunque. Cfr, la n.4 di p. 84: «Sappiamo che Dio è preso da compassione per noi e non solo vede, ma anche enumera ogni nostra più piccola lacrima come sta scritto nel salmo 56». «Il figlio di Dio veramente si commuove per le nostre sofferenze.» (Melanchthonis et aliorum Declamationes, Argentor., t. III, pp. 286, 450). «Nessuna lacrima - dice Lutero in commento al già citato nono verso del Salmo 56 - cade invano, ma viene segnata a lettere indelebili nel cielo.» Un essere che enumera e “raccoglie” perfino le più piccole lacrime dell'uomo, è senza dubbio un essere al massimo sentimentale». E a pagina 151 troviamo: «Perciò l'uomo fugge dalla natura, dalle cose visibili, e si rifugia nel proprio intimo per trovare qui ascolto alla propria sofferenza. Qui egli esprime i segreti che lo soffocano, qui allevia il proprio cuore oppresso… Dio è una lacrima dell'amore versata nel più profondo segreto sulla miseria umana.»
[38] . Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi (tra 3-8 d.C.), Libro III, 474-76, ed. Einaudi, Torino 1979 a cura di P. B. Marzolla, p. 115 seg. – Non può neppure essere un caso che nelle Metamorfosi  Tiresia (che ha un ruolo anche nella storia di Narciso) venga introdotto prima di Narciso. Tiresia avrebbe visto due serpenti congiunti e li separò brutalmente; Narciso vede il congiungimento (la somiglianza) di due cose separate (il corpo e la sua apparenza), e le lascia sussistere congiunte nell’immagine ….
[39] . Vedi particolarmente il capitolo VIII dell’Essenza…,  qui per intero da pagina 75. – L’essenza del cristianesimo potrebbe essere un prezioso giacimento di questioni e di risposte anche per gli studiosi della fenomenologia delle immagini. In questo testo la parola “immagine” ricorre in 35 pagine, “figura” in 21, “immaginazione” in 27, “forma” in 82, “apparenza” in 5, “corpo” in 47….
[40] . Karl Marx, Il capitale, Libro I Capitolo VI inedito (1863), a cura di Bruno Maffi, ed. La Nuova Italia, Firenze 1969, p. 91 seg.(sott. nostre).
[41] . Ibidem, p. 92 seg. (sott. nostre). – Le nostre sottolineature intendono evidenziare i momenti “visivi” nella descrizione letteraria, così da poterli eventualmente trasporre nel discorso sull’immagine.
[42] . Ibidem, p. 94 (sott. nostre).
[43] . Nella commedia di Plauto Pseudolus  (191 a.C.)
[44] . Impersonato da Robert Duval in Quinto potere (Network), film del 1976, diretto da Sidney Lumet con sceneggiatura di Paddy Chayefsky. Nella versione italiana i dialoghi italiani furono curati dal direttore del doppiaggio Mario Maldesi (vedi in pagina successiva).


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