L'ARTE RACCONTATA AI COMPAGNI

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Tracce di Lavoro comune . 2026
arteideologia raccolta supplementi
made n.24 Giugno 2026
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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pagina
Elementi e complementi . (appunti IX.1b)

WILLIAM TURNER E LA CATASTROFE . II.5

25. DELLE ROVINE E DELLE MACERIE

Eppoi, la catastrofe esiste solo per chi vi rimane sepolto, e che di là sotto nelle macerie non vede altro che macerie; chi la scampa invece vede i colori del cielo e se ne dimentica, come se avesse appena schivato un pestone passeggiando a zonzo per la città. (in L’arte raccontata, nømade 23, dic.2026, p. 58)

La pubblicazione degli appunti del nostro precedente incontro ha suggerito (ai troppo buoni redattori di questi almanacchi) la pubblicazione di una tavola grafica che, mettendo a confronto un dipinto con Goethe tra le rovine romane e la foto di una città recentemente bombardata, commentava l’accostamento con la didascalia: “non più rovine, solo macerie”. Così, per verificare la correttezza del sussistere effettivo di una distinzione trai i due termini, abbiamo avuto il ghiribizzo di chiedere un parere alla intelligenza artificiale

La differenza tra rovine e macerie non è solo materiale, ma soprattutto temporale, emotiva e culturale. Sebbene spesso usati come sinonimi, questi termini evocano significati molto diversi. Ecco una sintesi delle differenze: ROVINE (Memoria e Tempo): Le rovine sono resti di antiche costruzioni che hanno superato la prova del tempo. Raccontano una storia, aprono un dialogo col passato e conservano una dignità architettonica. La rovina è qualcosa che invecchia lentamente, spesso integrandosi con la natura. MACERIE (Distruzione e Urgenza): Le macerie sono resti di demolizioni o collassi recenti, spesso causati da violenza (guerre, terremoti). Sono detriti, calcinacci e materiali edili privi di una forma strutturata, che non hanno "nulla da dire" se non la constatazione della distruzione immediata. In sintesi, l'antropologo Marc Augé descrive la differenza così: Le rovine sono tracce del passato che parlano ancora. Le macerie sono il risultato di una distruzione violenta che richiede sgombero, ma che può anche essere l'inizio di una nuova ricostruzione. Mentre la rovina è contemplata (estetica delle rovine), la maceria è solitamente rimossa (etica delle macerie). 

Sebbene l’AI si sia mostrata gentile mettendosi a disposizione per ulteriori approfondimenti, noi eravamo già abbastanza concordi con la sua risposta, e lo saremo stati anche qualora il suo contributo si fosse limitato a formulare le più sintetiche associazioni (Rovine­/memoria, tempo, Macerie/distruzione, urgenza) e le differenti reazioni (immagine delle rovine/estetica–si mantiene; immagine delle macerie/etica–si rimuove).

Questo singolare equilibrio fra la materia meccanica, pesante, che si oppone passiva alla pressione e la spiritualità formativa che preme verso l’alto s’infrange però nell’istante in cui la costruzione va in rovina. Infatti ciò non significa altro se non che le forze meramente naturali prendono a impadronirsi dell’opera umana: l’equazione fra natura e spirito rappresentata dall’edificio si sposta a vantaggio della natura. Questo spostamento si risolve in una tragicità cosmica che al nostro sentire colloca ogni rovina all’ombra della malinconia. Infatti ora la decadenza appare come la vendetta della natura per la violenza che lo spirito le ha arrecato formandola a propria immagine.[1] […] Nell’istante, però, in cui la decadenza della costruzione distrugge la perfezione della forma, le parti si separano di nuovo e palesano la loro originaria universale inimicizia, quasi la formazione artistica non fosse stata altro che un atto di violenza dello spirito al quale la pietra si è assoggettata riluttante ed ora questa si sbarazzasse lentamente d’un tal giogo e ritornasse alla legalità autonoma delle proprie forze. In questo modo, però, la rovina diventa un fenomeno più significativo, più importante che non i frammenti di altre opere d’arte distrutte.[2] […] Per questo a talune rovine romane, per quanto interessanti, manca l’attrattiva specifica della rovina, nella misura in cui appunto in loro si percepisce la distruzione ad opera dell’uomo; ciò contraddice infatti l’antitesi fra opera dell’uomo e azione della natura sulla quale riposa il significato della rovina in quanto tale. Tale contraddizione è generata non soltanto dall’agire positivo dell’uomo, bensì anche dalla sua passività, se e perché l’uomo passivo opera come mera natura.[3] […] Questa contraddizione sottrae alla rovina abitata l’equilibrio fra sensibile e sovrasensibile, quale risulta invece dalle tendenze opposte dell’esistenza nella rovina abbandonata, e le conferisce quel carattere problematico, inquietante, spesso insopportabile con il quale questi luoghi che sfuggono alla vita pure agiscono ancora su di noi come l’ambito di una vita. In altri termini, il fascino della rovina sta in ciò, che qui un’opera dell’uomo venga percepita in ultima analisi come un prodotto della natura. Le medesime forze che, tramite decomposizione, dilavazione, frane, proliferare di vegetazione procurano alla montagna la sua configurazione, si sono dimostrate qui efficaci nei ruderi.[4]

E così, tanto per rammemorare Turner, l’Ottocento e il suo culto romantico delle rovine, vediamo se all’inizio del secolo successivo Alois Riegl ci può offrire uno sguardo consuntivo e un’analisi qualitativa delle rovine prima che finiscano in macerie sotto i bombardamenti.  

L’Ottocento non ha solo massimamente accresciuto la considerazione del valore storico, ma ha anche cercato di introdurre in tal senso una protezione legislativa. Questo secolo ha trasferito in modo certo a tutti i periodi artistici la fede in un canone oggettivo dell’arte, che a partire dal Rinascimento aveva nuovamente cominciato a vacillare, perché in passato il concetto di Antichità, del quale ci si valeva a tal fine, non si era mostrato sempre adeguato. Ciò spiega come lo sviluppo senza precedenti, in questo secolo, della ricerca in campo storico e artistico. Secondo le concezioni ottocentesche, infatti, in ogni espressione artistica si sarebbe celato un aspetto del canone perfetto. Di conseguenza ogni espressione estetica meritava una conservazione perenne delle proprie testimonianze per il nostro godimento estetico e quindi tutte le opere avrebbero dovuto, per riguardo ai numerosi e contraddittori valori contemporanei, esser difese dai baluardi di una legge. Le leggi e i regolamenti dell’Ottocento rispecchiano pienamente la concezione che i monumenti involontari abbiano (insieme al presunto valore d’arte oggettivo) unicamente un valore storico. Dovevano dunque mostrarsi inadeguate quando il valore dell’antico cominciò a emergere.[5] […] Nonostante l’esteriore somiglianza, il culto moderno delle rovine è, nella sua tendenza di fondo, completamente diverso da quello delle epoche precedenti; il che naturalmente non esclude una connessione nel suo sviluppo, ma anzi la richiede. Anche il fatto che i pittori di rovine del Seicento – anche i più nazionali fra loro, gli olandesi – rappresentassero quasi esclusivamente ruderi antichi, prova come fosse implicito in questo un preciso motivo storico: tutto ciò che era stato romano divenne, in quel tempo, il simbolo della magnificenza e del supremo potere terreno. La presenza di rovine doveva far comprendere all’osservatore il puro contrasto barocco tra la grandezza di un tempo e la degradazione dell’età presente. Ciò comunica una sensazione di dolore per il declino irreparabile e, di conseguenza, il desiderio che la grandezza di un tempo si conservi; è per così dire voluttuoso scavare nel dolore, sia pure mitigato occasionalmente dal tocco decorativo di un casto idillio pastorale, e in ciò risiede il valore estetico del pathos barocco. Sentimento, codesto, totalmente estraneo all’uomo moderno, su cui al contrario le tracce dell’antichità producono un effetto rassicurante, come testimonianze del corso delle cose regolato secondo leggi di natura, che dominano inesorabilmente e senza possibilità di errore l’opera umana nel suo complesso. I segni della distruzione violenta rendono perfino le rovine di un castello relativamente meno adatte a evocare nell’osservatore moderno un puro sentire ispirato al valore dell’antico. Se tuttavia precedentemente le rovine sono state prese ad esempio del sapore dell’antico, ciò è accaduto unicamente perché in esse questo valore si avverte in modo forse fin troppo forte e chiaro per consentire una liberazione completa al moderno uomo sentimentale [romantico].[6]
[…] La legge estetica fondamentale del nostro tempo, che consiste nel valore dell’antico, si può definire dunque nel seguente modo: dalla mano umana esigiamo la produzione di opere concluse come simboli del divenire necessario e costante: dalla natura che agisce nel tempo esigiamo invece il degrado di quel carattere concluso come il simbolo dell’altrettanto necessario e costante trascorrere. Nelle opere umane recenti i segni del fluire del tempo (di una decadenza prematura) disturbano nello stesso modo in cui nelle opere antiche ci irritano i segni di un nuovo divenire (restauri appariscenti). E’ piuttosto la limpida percezione del divenire e del trascorrere del tempo secondo le leggi naturali ad appagare l’uomo moderno, e questo dagli inizi del Novecento. Ogni opera umana viene concepita come un organismo naturale, nel cui sviluppo non è permessa intrusione alcuna: l’organismo deve vivere liberamente, e l’uomo ha tutt’al più il dovere di proteggerlo da una distruzione prematura.. In ogni monumento l’uomo moderno vede una parte della propria vita e considera ogni intervento su di esso deprecabile quanto un intervento sul proprio organismo. Anche in virtù del suo lato distruttivo, che considera il degrado come un rinnovamento incessante della vita, viene accordato al governo della natura lo stesso diritto del governo creativo dell’uomo. Al contrario, ciò che va severamente evitato in quanto sgradevole è la violazione arbitraria di tale legge, l’invasione del divenire in ciò che trascorre e, viceversa, l’impedimento quasi sacrilego dell’attività naturale da parte dell’uomo e la distruzione prematura di ciò che l’uomo ha creato da parte delle forze naturali.[7]
[…] Così come il trascorrere è continuo e interminabile, la legge del corso circolare, la cui percezione sembra procurare il godimento del moderno osservatore dei monumenti antichi, non esige la stasi della conservazione ma il moto incessante della trasformazione. Il monumento non deve dunque essere sottratto al degrado delle forze naturali, nella misura in cui esso si produce in una continuità indisturbata e regolare, e non in seguito a una distruzione improvvisa e violenta, riconducibile, peraltro, a interventi anche dell’uomo. Deve comunque essere evitato, dal puto di vista del valore dell’antico, l’intervento arbitrario della mano dell’uomo sullo stato in cui il monumento si trova; non deve subire né addizioni né il restauro di quanto l’opera della natura ha compromesso, né l’eliminazione di quanto l’uomo ha aggiunto alterandone la forma originaria.[8]
[…] Le rovine diventano sempre più pittoresche quanto più cedono al degrado; la crescente dissoluzione riduce sempre più il loro valore dell’antico, essendo limitato a frammenti che si riducono progressivamente; d’altra parte è proprio questo a renderlo più intenso, poiché i frammenti sopravvissuti producono un effetto più potente. Ma questo processo ha un suo limite; infatti quando la capacità estensiva dell’effetto andrà completamente perduta, non resterà più alcuna base per un effetto intensivo. Un cumulo di pietre non è affatto sufficiente a offrire un valore dell’antico; deve essere rintracciabile almeno qualche chiara traccia della forma originaria dell’opera, di un divenire ormai remoto. Un cumulo di pietre costituisce soltanto un frammento morto e informe della natura nella sua totalità, senza traccia di un divenire in atto. Così il culto del valore dell’antico lavora alla sua stessa distruzione.[9]

Proprio qui troviamo una nota del curatore del testo riegliano: «Naturalmente il culto del valore dell’antico è ben lungi dall’intenzione di accelerare questa distruzione. Non considera in alcun modo le rovine come scopo finale,  come forse si potrebbe ritenere. Non v’è dubbio che ad esempio preferisca un castello medievale ben conservato rispetto a uno in rovina;  infatti, sebbene l’effetto “in quanto memoria” suscitato dal primo sia meno intenso di quello provocato dal secondo, è però più esteso, e così compensa di gran lunga, con l’abbondanza e la varietà delle tracce di antico fornite, il difetto di intensità.

Come già  abbiamo indicato prima, il valore dell’antico ha dunque un vantaggio su ogni altro valore ideale dell’opera d’arte: ritiene di potersi rivolgere a tutti e di essere valido per tutti, senza eccezioni. Afferma di essere al di sopra delle diversità di livello culturale che separa gli intenditori da coloro che non hanno alcuna conoscenza artistica. E infatti i criteri da cui si riconosce il valore dell’antico sono di regola così semplici da poter essere apprezzati anche da coloro che normalmente tendono al benessere materiale e alla produzione di beni. Anche il contadino meno istruito riuscirà a distinguere un campanile antico da uno di recente costruzione. Questa superiorità del valore dell’antico si manifesta con particolare evidenza se lo si confronta con il valore storico, che è fondato su basi scientifiche e che può dunque esser pienamente compreso solo per via indiretta, attraverso la riflessione razionale. Il valore dell’antico si manifesta invece per mezzo della più superficiale delle percezioni, ossia quella sensibile (ottica), e riesce quindi a parlare con immediatezza al sentimento.[10] […] E’ dunque questa pretesa di validità generale che irresistibilmente spinge i sostenitori del valore dell’antico a presentarsi con intollerante atteggiamento di conquista. Secondo la loro convinzione non esiste una salvezza estetica eccetto che nel valore dell’antico. […] Questo non è solo merito di un’attiva propaganda specializzata, ma si deve in gran parte alla forza che – secondo la convinzione dei suoi sostenitori – esso avrebbe di dominare l’intero futuro.[11]

Non è qui sorprendente che si sia constatato che “anche il contadino meno istruito riuscirà a distinguere un campanile antico da uno di recente costruzione”; e cioè che il valore dell’antico è curiosamente distribuito a tutti. Quello che invece ha sorpreso noi è che questa particolare conoscenza non sia stata connessa, in un qualche modo anche solo sintomatico, all’esistenza reale di quel cervello collettivo di cui abbiamo parlato.
Sembra comunque che le previsioni dei sostenitori del superiore valore dell’antico abbiano trovato esplicite conferme nell’arte del novecento. Scrive difatti Walter Benjamin nel 1929:

[Il surrealismo] per primo si imbatté nelle energie rivoluzionarie che appaiono nelle cose “invecchiate”, nelle prime costruzioni in ferro, nelle prime fabbriche, nelle prime fotografie, negli oggetti che cominciano a scomparire, nei pianoforti a coda, negli abiti vecchi più di cinque anni, nei ritrovi mondani, quando cominciano a passare di moda. Quale sia il rapporto di queste cose con la rivoluzione - nessuno può saperlo più esattamente di questi autori. Come la miseria, non solo quella sociale ma anche e altrettanto quella architettonica, la miseria dell’interno, le cose asservite e asserventi si rovesciano in nichilismo rivoluzionario – prima di questi veggenti e astrologi non se ne era accorto nessuno.[12]

Così commenta il curatore de Il Culto (Sandro Scarocchia) riportando un brano di Riccardo Censi: «Che l’energia rivoluzionaria si può nascondere nello scarto, nelle cose “invecchiate”, inutilizzate. […] Ciò che importa, ciò che mette in movimento questo materiale trovato, questi stracci, questi pezzi di pellicola è proprio quello che potremmo definire un diritto d’uso, il loro reimpiego. Perché non avvicinare qui il diritto d’uso a una dimensione del “volere” artistico [Kunstwollen]? – si chiede il curatore –. La storia viene messa in movimento, le immagini vengono aperte, ricevono nuova luce. E’ quello che pensava Alois Riegl».
La storiellina sembra ripetersi: come a Filosofia della Miseria si è risposto con una Miseria della Filosofia, così ad una Estetica della Miseria dovrebbe rispondersi con una Miseria dell’Estetica, ad una Arte della Miseria con una Miseria dell’Arte
Non abbiamo dubbi che il pensiero di Riegl abbia anch’esso ricevuto luce da altri tipi di pensiero che non quello limitato della dimensione estetica dell’arte – e se non direttamente dal ricordato cervello sociale, almeno dalla sua emanazione spirituale: il pensiero sociale da una parte, e la psicologia personale dall’altra. Il neurologo, psichiatra e neuroscienziato austrico naturalizzato statunitense Eric Kandel riconosce che

Riegl è stato il primo storico dell’arte ad applicare sistematicamente il pensiero scientifico alla critica dell’arte. Con i colleghi della Scuola di storia dell’arte [Wiener Schule der Kunstgeschichte ], e in particolare con Franz Wickhoff, alla fine del XIX secolo ottenne fama mondiale per il suo tentativo di rendere la storia dell’arte una disciplina scientifica, fondata sulla psicologia e sulla sociologia. […] Riegl, Wickhoff e la Scuola di Vienna sostenevano che nella storia dell’arte come nella storia politica, ciò che conta è … l’uguaglianza di tutte le epoche … Per apprezzare ciò che è unico di ogni periodo culturale, sosteneva Riegl, abbiamo bisogno di capire l’idea e l’intento dell’arte in ogni periodo. Questo ci permette non solo di capire il progresso o regresso, ma anche una serie infinita di trasformazioni non limitate da un semplice canone estetico a priori. In questo modo, Wickhoff, Riegl, e i loro colleghi a poco a poco sono riusciti a spostare l’attenzione del pensiero storico-artistico dal contenuto e dal significato di specifici quadri al problema più ampio della struttura delle opere e dei principi storici ed estetici sottostante allo stile nell’arte. […] Nello studiare un gruppo di dipinti olandesi del XVII secolo, … Riegl scoprì un nuovo aspetto psicologico dell’arte: vale a dire che l’arte è incompleta senza il coinvolgimento percettivo ed emotivo dello spettatore. Non solo lo spettatore collabora con l’artista nella trasformazione dell’immagine bidimensionale sulla tela… ma interpreta in termini personali ciò che vede dipinto, in modo da attribuire un significato all’immagine.[13] 

Detto questo di Riegl, credo sia difficile supporre che il suo pensiero non debba nulla al pensiero critico che aveva preso ad animare i movimenti sociali fin dalla seconda metà del 1800. Il suo “tentativo di rendere la storia dell’arte una disciplina scientifica, fondata sulla psicologia e sulla sociologia” sembra essere stato incalzato dalla realtà contemporanea che veniva travolta da catastrofiche ondate rivoluzionarie e reazionarie che portavano all’ordine del giorno la questione sociale fino a chiarire finalmente – con la Comune di Parigi del 1871 – i lineamenti formali e i programmi storici delle classi in lotta. Poteva forse la Storia dell’Arte ignorare l’assalto al cielo da parte del proletariato? … dunque: la sociologia !
Tuttavia, anche l’assalto al cielo dell’Arte sembra aver trovato risposta di mitraglia da parte delle proprietà organizzate dell’Unico, davanti al quale la “sociologia” prenderà a svanire in favore della “psicologia” e delle sue sottili proprietà. Difatti, prosegue Kandel – senza accorgersi della sparizione della società in favore dell’Io... 

Questa concezione che l’arte non è arte senza il coinvolgimento diretto dello spettatore, è stata sviluppata dalla successiva generazione di storici dell’arte di Vienna: Ernst Kris e Ernst Gombrich. Sulla base di idee mutuate da Riegl e dalle scuole contemporanee di psicologia essi hanno messo a punto un nuovo approccio ai misteri della percezione visiva, incorporandolo nella critica d’arte. Questo cambiamento radicale è stato descritto molti anni più tardi dallo psicologo della Gestalt Rudolf Arnheim…[14]  

Voilà...! Il cambiamento radicale è consistito nella semplice soppressione di uno dei due fondamenti sui quali Riegl aveva “tentato di rendere la storia dell’arte una disciplina scientifica”: la “sociologia” – altro che sviluppo delle sue idee ! Tuttavia, anche così mutilate e ridotte alla limitatezza delle stagnate camere craniche personali, la lingua tradisce il paradosso in cui si trova. Cos’è difatti ciò che infine dice lo psicologo?

Con la svolta verso la psicologia, la teoria dell’arte ha cominciato a prendere atto della differenza tra il mondo fisico e il suo espetto, e, successivamente, della ulteriore differenza tra ciò che si vede in natura e ciò che viene registrato in un medium artistico […] ciò che si vede dipende da chi sta guardando e da chi gli ha insegnato a guardare.[15] 

E chi avrebbe insegnato a guardare come stanno le cose che vede? La mammina, forse? … o anche un maestro geniale sceso sulla Terra da qualche alieno pianeta sperso nel cosmo col suo personale carico di scienza e coscienza infusa da un altrettanto qualche trascendente iddio?
...
In qualche angolino della rete abbiamo trovato quella che sembrerebbe una intervista a Naomi Klein, che nel 2007 ha pubblicato un libro con un titolo più che esplicito: L'ascesa del capitalismo dei disastri [16].

Ho iniziato a studiare il fenomeno della dipendenza del libero mercato dal potere dello shock quattro anni fa, nei primi giorni di occupazione dell’Iraq. Dopo aver fatto la corrispondente da Baghdad, dove avevo raccontato dei falliti tentativi di Washington di far seguire alla dottrina Shock and Awe [17] la shockterapia, sono andata in Sri Lanka, diversi mesi dopo il catastrofico tsunami del 2004, e lì ho assistito a un’altra versione della stessa manovra: gli investitori stranieri e i prestatori internazionali si erano uniti allo scopo di sfruttare l’atmosfera di panico per consegnare l’intero litorale a imprenditori che vi costruirono grandi villaggi turistici, impedendo a centinaia di migliaia di pescatori di ricostruire le loro case vicino al mare. «Con un crudele rovescio di fortuna, la natura ha offerto allo Sri Lanka un’opportunità unica, e da questa grande tragedia sorgerà un importante polo del turismo internazionale» annunciò il governo dello Sri Lanka. Quando poi l’uragano Katrina colpì New Orleans, e la pletora di politici conservatori, think tanks e imprenditori edili iniziarono a parlare di tabula rasa e fantastiche opportunità, fu chiaro che il metodo privilegiato per imporre gli obiettivi delle grandi imprese, adesso, era quello di usare i momenti di trauma collettivo [le catastrofi] per dedicarsi a misure radicali di ingegneria sociale ed economica.

Ecco chi insegna a guardare: think tanks del libero mercato mondiale di prestiti e investimenti in tabule rase, traumi collettivi o personali elettro-shock-and-awe… E non c’è neppure da perder tempo per tale pedagogia del vedere: basta avere gli occhi barrati dall’indifferenza e l’esperienza stessa dello sguardo in questa società tatuerà inavvertitamente il vissuto come un veduto che sempre ritorna a confermare il primo sguardo.
Ciò che la psicologia pretende lasciar fuori dall’occhio purificato dalla narrazione convincente, riaffiora nella cova corporale delle immagini; e se non ci terrorizza quantomeno ci inquieta, ci piega e ci rovina in macerie sconnesse la cui ambiguità ci lascia, stupefatti e indecidibili, nelle grinfie dell’immagine scioccamente estetica, per nulla informativa, per nulla sapienziale. Torna difatti Benjamin a ripeterci che «Una fotografia delle officine Krupp o AEG non dice quasi nulla …
La reificazione delle relazioni umane, e quindi per esempio la fabbrica, non rimanda più indietro alle relazioni stesse».
«Il XX secolo è stato il secolo delle devastazioni, delle distruzioni e delle ricostruzioni – scrive Marc Augé all’inizio di un paragrafo dedicato al troppo-pieno e al vuoto – …Mi tornano in mente i calcoli a cui si dedicava una delle mie zie bretoni per stabilire quale tipo di villa essa avrebbe potuto pretendere, alla periferia di Lorient, a compenso di un appartamento perduto nel centro della città »[18]. Ciò che qui viene a sua volta rovinato e perduto è il senso delle parole – il perduto è forse lo stesso che il bombardato ?... E prosegue: 

L’antropologo degli inizi del XXI secolo è necessariamente molto sensibile ai cambiamenti di contesto e di scala che oggi dominano ogni descrizione dello spazio. L’urbanizzazione del mondo si accompagna a delle modificazioni di ciò che può essere definito “urbano”. Queste modificazioni sono ovviamente in rapporto con l’organizzazione della circolazione, le migrazioni e gli spostamenti di popolazione, il confronto fra ricchezza e povertà; ma si possono considerare, con una visione più larga, come un’espansione della violenza bellica, politica e sociale. C’è infatti la violenza all’origine delle ristrutturazioni urbane  e soprattutto dei cantieri che in varie parti del mondo testimoniano sia gli scontri che hanno prodotto le rovine, sia il volontarismo che presiede alle ricostruzioni: violenza della guerra civile e internazionale a Beirut, violenza della guerra mondiale e dello scontro Est/Ovest a Berlino, violenza sociale nelle periferie parigine, quando si pensa di risolvere le ineguaglianze sociali e la ghettizzazione con l’implosione dei grandi complessi edilizi. Anche sotto questo aspetto, il crollo delle torri di Manhattan è esemplare: esso esprime il cambiamento di scala (apparteniamo tutti, nel bene e nel male, allo stesso mondo) e nuove forme di violenza; è il frutto della guerra civile planetaria: di più, in un secolo che privilegia lo stereotipo, la copia e il facsimile, diventerà ben presto l’esempio più convincente di quello che potrebbe essere chiamato il paradosso delle rovine. Un paradosso degno di commento: è proprio nell’ora delle distruzioni più massicce, nell’ora della massima capacità di annientamento, che le rovine scompariranno come realtà e come concetto. Il mondo della globalizzazione economica è un mondo del passaggio e della circolazione …[19] 

Chi ha insegnato noialtri a guardare dovrebbe averci insegnato soprattutto a vedere ciò che viene omesso; non saremo dunque noi adesso a farvi notare quanto è venuto a mancare in questa descrizione più che reticente. Quello che invece c’è tutt’intero è il paradosso delle rovine, realizzato quando poi (da pagina 105) l’antropologo del XXI secolo, in visita di Berlino, va in cerca soltanto delle macerie del “muro” che un tempo divideva la città: macerie tascabili già viste e riviste, ossia nient’altro che dei souvenir – a conferma che ciò che è degno di essere visto non è altro che ciò che il turismo ci ha insegnato come doveroso di essere visto [20].


26. AIACE PARANOIDO . una iconografia del XXI secolo d.C.

Ah, sì. L'essere umano comprende se vede. Ma prima che veda, nessuno indovina il futuro, che esito avrà. (Sofocle)[21]

Per quanto ne sappiamo poco o nulla della psicologia moderna, conosciamo tutti la storia di Edipo per il suo nome radicato come un luogo comune delle pulsioni del desiderio e del godimento, non solo sessuale. Meno conosciuto crediamo invece sia  il nome di Aiace e la sua vicenda. La psicologia doveva provvedere e le guerre recenti hanno dato l’estro per recuperare questa figura archetipa delle vicende militari. Difatti, l’Aiace di Sofocle prende figura dall’Iliade omerica per mostrarci il suo particolare agire nel corso della guerra di Troia. 

Achille è morto, così Agamennone e Menelao, capi dell'esercito greco, affidano le armi del defunto eroe a Odisseo. Qualcuno però non è d'accordo: Aiace Telamonio, re di Salamina, in quanto amico di Achille è convinto che gli spettino di diritto, anche perché è il più simile al defunto Achille per forza e valore combattivo di tutto il restante esercito greco. Il dramma si apre con la collera di Aiace che, accecato da Atena, credendo di infierire sui suoi compagni, massacra i buoi e i montoni degli Achei. La dea esorta Odisseo ad approfittare della situazione in cui ha cacciato Aiace per consumare la sua vendetta; ma Odisseo rifiuta di approfittare dando voce al pensiero sofocleo riguardo alla condizione dell'uomo e alla sua sorte effimera. Tornato in sé, e pieno di vergogna, Aiace decide di riscattare il suo onore e la reputazione, la τιμή [timé, l'onore e il rispetto nella "società di vergogna", tipico delle istituzioni umane più arcaiche] della sua famiglia con il suicidio, che gli avrebbe garantito il κλέος [kléos, la forza, la gloria, la fama imperitura dopo la morte]. Tecmessa, la sua compagna, tenta di dissuaderlo. Aiace finge di acconsentire e si ritira in un bosco presso la riva del mare. Teucro, fratello di Aiace, lontano dall'accampamento, tenta di impedire la sua morte: ha saputo da un oracolo che se il fratello fosse rimasto chiuso in casa sarebbe scampato alla collera degli dei. Tuttavia il messaggero da lui inviato arriva troppo tardi: Aiace, in solitudine, si dà la morte con la spada di Ettore, che il troiano aveva scambiato con la cintura dell’acheo dopo il loro duello narrato nel Libro VII dell'Iliade. Il dramma si chiude con la scoperta di Aiace morto e la disputa tra Teucro, Menelao e Agamennone. Il re atride rifiuta che gli venga data sepoltura; Teucro al contrario vuole onorare il fratello. Determinante è l'intervento di Odisseo: nonostante la disputa avuta con Aiace, consiglia Agamennone di lasciare che Teucro renda l'ultimo omaggio al defunto.

Questa è pressappoco la scena che Sofocle dedica alla vicenda di Aiace che si darà la morte per aver visto agnelli e pecore apparirgli come uomini ostili. Dunque, la psichiatria si è soffermata sulle manifestazioni di questo sintomo del qui pro quo scopico per farne il quadro clinico che potesse arrivare, se non ad un complesso, come quello edipico, almeno a descrivere la sindrome clinica ...
Ad Aiace non si doveva dedicare un poema ma una tragedia, che è unità di tempo, luogo e azione: un racconto compatto, come lui. Breve e intenso. Così, quello che probabilmente fu il più grande di tutti i tragici gli dedicò quella che probabilmente fu la prima di tutte le sue tragedie (ca. 445 a. C.).  Al suo debutto come autore, Sofocle descrive in un’unica opera grandezza e impossibilità del pensiero tragico. Il pensiero tragico e il pensiero paranoico, infatti, non sono compatibili. Sono due opposti. La tragedia non voleva solo intrattenere, ma educare: insegnare che la vita è contraddittoria: l’uomo vuole il bene ma contribuisce al male, la volontà è niente perché non sa che cosa vuole davvero. Aiace non sbaglia perché sbaglia, ma perché, cedendo alla paranoia, è dominato da un’unica idea, sorda alla complessità  umana. Da quando quella idea fissa gli si è rivelata, crede di aver capito l’essenziale. Aiace, invece, diviene se stesso – un vero carattere, dotato di personalità – quando, per la prima volta, invece di compiere un dovere compie una scelta. Un momento inevitabilmente breve, perché sceglie di morire. Per creare il suo personaggio tragico, Sofocle gonfiò fino a dimensioni titaniche la forza e la tracotanza di Aiace. Pindaro avrebbe dovuto rimproverare più lui che Omero: per Omero Aiace non è mai arrogante con gli dèi. L’Aiace di Sofocle si apre sul campo dei greci che assediano Troia. Sulla scena non vediamo il protagonista, ma Atena e Odisseo. L’eroe racconta alla dea che gli animali dell’esercito sono stati massacrati. Mandrie e greggi, tutto galleggia in un lago di sangue. Si dice che sia stato Aiace. Con calma, Atena prende in mano la situazione. Morto Achille, si dovevano assegnare le sue armi al migliore fra i greci. La scelta si restringe subito ad Aiace e Odisseo. La giuria preferisce quest’ultimo, perché è dominata da Agamennone e Menelao, suoi alleati da sempre. Atena ha voluto che vincesse il più abile, non il più forte. Ancora una volta, ha nociuto ad Aiace l’essere solo. Ma la solitudine alimenta il sospetto, e il sospetto fa crescere il numero e l’importanza dei nemici. A sua volta, il culto esclusivo della forza mette in competizione con tutti, e fa crescere l’isolamento. La diffidenza si autoalimenta, a circolo chiuso. Per sopravvivere nella solitudine ci si affida solo alla forza guerriera, di cui le armi di Achille erano il simbolo più alto. Poco alla volta, la mente di Aiace non vede più alternative. Le armi di Achille non sono più un premio, una possibilità, sono una necessità. Le armi sono tutto. E le armi si riscattano con le armi.  Aiace è uscito dalla tenda nella notte. Con la spada, per uccidere i tre: Odisseo, Agamennone e Menelao. Non poteva aspettare. La paranoia, infatti, è convinta che tanti siano i nemici. Soprattutto, ha un nemico che non è una persona: il tempo. Quando ha concepito la sua idea centrale, la paranoia vorrebbe agire subito. Come non accetta spazi vuoti nel pensiero, così non li accetta nel tempo. Non vuole rinviare. Ma allora, come mai i suoi tre nemici sono vivi e nella strage sono morte le bestie? Atena ha gettato immagini false nella mente di Aiace. Lo ha avvolto, dice, nella rete del delirio e della morte.[22]
Il paesaggio mentale di Aiace, svuotato delle sue abitudini solitarie, aveva bisogno di immagini umane. La dea Atena gliene ha fornite. Ma sono immagini fittizie. Aiace ha ucciso le bestie al posto dei nemici. La sua trappola è stata l’autoinganno di chi troppo si affida alla solitudine e al sospetto. Ora, Atena si rivolge sorridendo a Odisseo: «Ridere dei propri nemici non è il riso più dolce?» La paranoia rende ridicoli. Ma possiamo anche rovesciare la prospettiva: le risate degli altri risvegliano la paranoia dormiente. Chiunque può  diventare ansioso, se gli altri ridono di lui e non sa perché. Il riso, infatti, contagia il gruppo proprio come l’aggressività. Spesso è aggressività trasformata. Quando il sospetto vede nemici, il nemico più atroce è quello armato non di spada, ma di una risata. Il sospetto, però, scopre nemici o li crea? Secoli dopo, anche Dante esprimerà una simile paura persecutoria: «Sì che’l Giudeo tra voi di voi non rida». L’errore del cristiano, prima ancora che la punizione divina, attira lo scherno dell’ebreo. L’incapacità di ridere è il più antico indicatore della paranoia. La capacità di farlo è la più istintiva difesa contro questo male: non per niente è un tradizionale strumento di difesa per un popolo vittima di attacchi paranoici, quello ebraico. Il derubato che sa sorridere, ha detto Shakespeare, ruba a sua volta al ladro. I drammaturghi greci cercavano un equilibrio alternando il dolore, sublimato nella saggezza triste della tragedia, ai conflitti, sublimati nel riso liberatorio della commedia. Tragedia e commedia andavano rappresentate insieme. Il kómos (da cui commedia) era il gruppo (in origine, quello dei giovani nottambuli un po’ ubriachi) contagiato da un entusiasmo collettivo. L’equilibrio della commedia sta anche nel trasformare lo scherno distruttivo in sorriso saggio e benevolo. Ma nel dramma di Aiace il riso non può essere riscattato dal sorriso. Noi, spettatori della tragedia, sappiamo che risibile – mancante di introspezione, di curiosità, di sensibilità femminile – è la mente di Aiace. La mente di Aiace è sostanzialmente vuota. Poiché il vuoto si riempie per legge naturale, compare in essa la sensazione che qualcosa stia arrivando. Una novità sconosciuta, di cui la mente diffida ma a cui, avendone bisogno, si affida. Nell’attenderla, l’ansia cresce. A un certo punto basterà mettergli a disposizione un nemico e il semplice si sentirà, paradossalmente, più in pace: ossia in guerra, perché per lui, ormai, fa proprio lo stesso. L’importante è non vivere più nell’incertezza. Non dover fare più l’atroce sforzo di capire. La macchina semplificatrice della logica paranoica potrà funzionare scorrevolmente: la presenza del nemico spiega tutto. Il sospetto di un complotto è diventato certezza.[23]

Tuttavia, sembrerebbe che infine ci sia pure un risveglio dalla morte per Aiace.

Dopo le vicende dell’agosto 1945 i combattimenti erano terminati e quella compattezza [del gruppo degli scienziati che lavorando inavvertitamente coeso con l’effetto moltiplicatore offerto dai mass media in associazione con la paranoia collettiva ostacolava la coscienza morale] non esisteva più. Non pochi fra gli scienziati si staccarono da quella unanimità: ma sempre a uno a uno. Era come il risveglio di Aiace. Ora era stata illuminata in loro la coscienza. Come Aiace, vedevano la strage già compiuta e il loro inutile risvegliarsi morale. Il caso più noto, ma forse meno capito, data la tragica complessità del personaggio, resta quello di Robert Oppenheimer. Il maggior responsabile del Progetto Manhattan continuò a difendere la sua scelta di collaborarvi. Al tempo stesso, però, cominciò a usare un linguaggio simbolico altamente emotivo: disse che si sentiva le mani sporche di sangue e che aveva conosciuto il peccato. Naturalmente i torturati nella coscienza erano più numerosi fra gli scienziati che fra i politici. Mentre i primi ritiravano l’aggressività assoluta proiettata in guerra sul nemico e iniziavano a introiettare le gigantesche responsabilità della bomba, i secondi si ricompattarono come gruppo, rafforzando la premessa acritica di essere nel giusto e includendo nelle loro proiezioni del «nemico» gli scienziati stessi. Gradualmente, intorno a Oppenheimer fiorirono la solitudine di Aiace, il sangue di Macbeth e la diffidenza di Otello.[24]

Certo, a noi pare arduo e poco convincente passare dalla spada al bombardiere, dal guerriero che impugna a quello che digita, da colui che fa strage a quello che scatena disastri, e credere che ancora qui si parli pur sempre di eroi e audacie simili a quelli antichi. La spada che dà morte ai nemici e a chi l’impugna è troppo misera cosa a petto della fortezza incielata di intere nazioni che lascia cadere – come un fetonte ovidiano – il sole in pezzi.[25]  C’è fin troppo lavoro sociale nella fabbricazione di questa spada di immane potenza sbrigativa per poterla lasciare tra le mani della persona a dibattersi in faccende di coscienza … piuttosto che di business.
Sì! Non si sta tra le macerie come Goethe tra i ruderi.
C’è ancora qui, da qualche parte, ritirato in un angolino buio, la figura dell’uomo, ma è sempre poco più di una traccia risibile come lo sgorbio di bulino di Piranesi: un rudere d’uomo, sperso in una landa desolata di vestigie in un mercoledì delle ceneri.
| | | Sia chiaro che noi, qui, continuiamo a pensare e a parlare sempre e soltanto dell’immagine, come traccia o come icona, mentre affidiamo la “visione” più ampia e complessa del mondo reale alla capacità di elaborazione analitica e teorica a tutti gli eventuali frammenti del partito storico, spersi ma non vinti dalla sconfitta subìta dalle congiunte forze controrivoluzionarie e opportuniste, nel XX secolo | | |
Rimangono dunque i riti delle sepolture a fronteggiare lo spavento delle catastrofi passate, di cui i “monumenti” sono l’ultimo fragile riscatto …

I monumenti, soprattutto quelli dedicati a eventi militari, e in particolare quelli dedicati ai caduti, sono l’affermazione dell’ovvio e del kitsch. Dimentichi proprio della loro originaria ragione d’essere (“monumento”, dal latino monere, ammonire sulla vacuità delle passioni terrene) essi comandano le proiezioni paranoiche del male sul nemico anche quando non lo nominano. Si nutrono dello stesso entusiasmo, infantile e criminale insieme, che aveva prodotto l’ondata di poesie eroiche all’aprirsi della Grande Guerra…[26] […] Certe statue sono sculture che tradiscono la parola “monumento” e contemporaneamente illustrano “sacrifici” che tradiscono il senso della parola “sacro” (sacri-ficio da sacrum facere, “sacro fare”). Ricordano una morte che non potrà mai diventare sacra come quella biblica o neotestamentaria, perché né chi l’ha patita l’aveva scelta, né chi vi ha assistito ne ha compreso il senso. E’ morte trasformata non in un evento esemplare, ma utile, perché dà luogo a una “rendita di posizione collettiva” rispetto a un altro popolo: un supposto credito sfruttato all’infinito dai governanti. Essa è una sottospecie falsamente storicizzata, della rendita di posizione paranoica. A differenza di quelle poesie, della cui estetica spesso ci si vergogna, ma per celare le quali basta non aprire certi libri, quei grossi oggetti sono di bronzo o di pietra e continuano ad abitare nelle piazze.[27] 

E’ pertanto che la Comune di Parigi, decretando ed eseguendo l'abbattimento della colonna Vendôme cicatrizza e colma per un attimo la cesura tra le popolazioni, pienamente consapevole, nel gesto esemplare di allontanare dalla città la peste della paranoia? [28]

« LA COMUNE DI PARIGI , considerando che la colonna imperiale di Place Vendôme è un monumento di barbarie, un simbolo di forza bruta e di falsa gloria, un'affermazione di militarismo, una negazione del diritto internazionale, un insulto permanente dei vincitori sui vinti, un attentato perpetuo a uno dei tre grandi principi della Repubblica Francese, la Fraternità DECRETA : Articolo unico: la colonna di Place Vendôme sarà demolita. Parigi, 12 aprile 1871».

Ridotte in “macerie” e fuse le armi dei nemici per erigerla, la colonna imperiale verrà abbattuta dai vincitori stessi, la ghigliottina bruciata ai piedi di Voltaire, la residenza parigina di Thiers ridotta in cumuli di materiale di cava… Il suo assalto al cielo pare essere stato una più che preventiva offensiva contro la peste paranoica.   

La comunicazione degli eventi collettivi ha sempre una responsabilità… Assieme al messaggio che informa si può comunicare anche la paranoia (consapevolmente o no, fa poca differenza) … Tutti voglio evitare il bacillo della peste o dell’HIV. Per difendersi da quello della paranoia la regola sarebbe semplice: le comunicazioni dei fatti presenti e le commemorazioni di quelli passati dovrebbero invitare a riflettere sulle proprie responsabilità, non su quelle altrui. Anche alludere alle responsabilità degli altri  senza indicare un preciso capro espiatorio è filoparanoico. Può ostacolare la comunicazione anche più di una aggressione diretta: a una critica aggressiva si può rispondere, a un’allusione no, se non è circostanziata e non è chiaro a chi sia rivolta.[29]

| | | Qualche tempo fa ci è capitato di leggere tra le news in rete la dichiarazione a lettere cubitali rilasciata ai media da un influente architetto: “Costruire è diventato un problema a prescindere”.
Cosa significava realmente?… “A prescindere” da cosa ?...
Ecco il caso di una “lettera” senza destinatario e senza mittente; una cosa tanto per dire, come uno sgorbio tanto per fare allusioni, seminare panico, sollevare sospetti, erigere colonne infami per i capri espiatori di turno | | |

Uno dei limiti per cui lo slancio progressista degli anni settanta si perse fu proprio il frequente ricorso ad allusioni troppo vaghe e quindi insufficientemente adulte. […] Oltre ai tradizionali monumenti vuoti che occupano le piazze tanto gloriosamente quanto le auto i parcheggi, nei percorsi urbani incontro spesso un “monumento alternativo”, dedicato a due studenti antifascisti uccisi nella primavera del 1975 [Zibecchi e Varalli, in piazza s. Stefano a Milano]. La stele offrirebbe una delle poche dignitose correzioni della monumentalistica ufficiale se non riportasse a sua volta, immortalata nel bronzo, un’allusione violenta e generica tipica di quegli anni: “Pagherete caro, pagherete tutto”. Chi pagherà cosa, e perché, non è detto. Il bassorilievo dice solo l’odio.[30] 

Non è dunque per nulla che Marx ed Engel redigono un messaggio manifesto : i comunisti non hanno nulla da nascondere, tantomeno le loro intenzioni. Cosi anche i sentimenti spontanei dei combattenti della Comune hanno necessità di decretarsi pubblicamente, offrendo sempre immagini definite e complete delle proprie azioni e delle proprie intenzioni.

«Gli uomini – dice Iago a Otello – dovrebbero essere quello che sembrano[31]  Cosa vuol dire questa allusione? E’ un elogio della sincerità o della falsità? L’allusione avvicina alla verità, o ne allontana? Tutto è relativo. Man mano che ascolta Iago, tutto per Otello si fa più incerto. Man mano che lo ascolta, gli uomini non sono più quello che appaiono. Sono una cosa diversa. Non sono necessariamente una cosa peggiore, ma sono inevitabilmente una cosa falsa.[32] […] La diffidenza vincerà la partita perché vuole la cosa più facile – la morte dell’avversario – nel modo più facile [e di fretta]: accettando il sospetto, anziché accettare che le persone siano quel che sembrano.[33]

La cosa ci conforta, dato che ricordiamo vagamente di aver avuto, in uno dei nostri incontri, il ghiribizzo di affermare che i sinonimi non esistono. Forse volevamo soltanto dire che le parole “dovrebbero essere quello che sembrano”? … Invece sembra scatenarsi la sovranità del “qui pro quo”…
Anche se siamo degli impenitenti deterministi proviamo a dirvi che quasi per caso ci siamo imbattuti nelle pagine isolate di una esposizione psicoanalitica, attratti unicamente dal promettente titoletto del paragrafo che le raccoglieva: l’estetica della lettera.

Uno dei testi più significativi dove Lacan introduce la funzione della lettera è Lituraterra [1971]. Ancora una volta, per chiarire la nozione di lettera, Lacan si affida … a un’esperienza vissuta personalmente. Al rientro del suo viaggio in Giappone, mentre sorvola il paesaggio spettralmente deserto della pianura siberiana, resta colpito da non reperire alcun simbolo della presenza umana. Sotto i suoi occhi appare una sconfinata distesa di terra dove le uniche insegne presenti sono le tracce, le impronte, la miriade labirintica dei solchi scavati dalla pioggia, dallo “scintillio delle acque”. Nell’apologo della pioggia narrato da Lacan la dimensione contingente dell’incontro è un effetto del clinamen – della deviazione [declinazione, in Epicuro] – che agisce come scalfittura singolare al di là dell’universalità del significante. L’incontro della pioggia che cade sulla terra, rilasciata dalla nube del significante, produce una erosione, lascia delle tracce, delle impronte contingenti. La lettera non può essere qui confusa con il significante che mortifica il corpo vivente, … ma come ciò che lo incide, lo marchia, lo scrive.[34]

E’ stato da questo punto che anche la nostra immaginazione (forse spinta dal “ritorno dal Giappone”),  è cominciata decisamente a far declinare la “lettera” verso la “bomba”… la scrittura verso il bombardamento?
Che farci? D’altronde «il pensiero si esprime solo per immagini; la forza che induce il pensiero ad esprimersi è l'immaginazione, e l’immaginazione che si esprime è la parola» – ci ha intanto già insegnato Feuerbach.[35]
E così, mentre la voce della psicoanalisi continua a spiegarci Lacan …

… La terza estetica si concentra sull’emergenza – attraverso l’incontro contingente con la materialità extralinguistica e asemantica della lettera – della singolarità, del tratto singolare, irriducibile all’universalità del significante: impronte uniche, segni irripetibili, lettere singolari si disegnano sulla terra, al limite – sul “litorale” – tra simbolico e reale, tra significante (pioggia) e godimento (terra). La pioggia cade sulla terra e lascia una traccia: solca la terra, la scava…[36]    

… noi vediamo le immagini di questo pensiero: il Giappone, la terra, la pioggia, i fiori d’acqua e Little Boy  che solca e scava fossi. Ma potrebbe anche essere l’effetto non voluto, incontrollabile, di una nostra confusione cognitiva, un sintomo della sindrome paranoica dovuto all’idea fissata … Allora proseguiamo a leggere. 

L’emergenza della singolarità unica e irripetibile della lettera non abita la nube del linguaggio – il luogo del grande Altro – dalla quale piove il significato, ma nell’erosione della terra. La singolarità del godimento viene determinata dall’impatto contingente della pioggia al termine della sua caduta verticale e non dalle necessità delle determinazioni universali del significante…[37]

| | | non vedete anche voi l’immagine vertiginosa dell’assoluta singolarità della bomba e l’impatto verticale che erode la terra? | | |

La terra è solcata da impronte diverse, da segni irripetibili che scaturiscono dall’incontro contingente al limite – sul “litorale” – tra significato e godimento. La terra appare dipendere dall’universalità del significante, ma ciò che in realtà la solca e la scava è la singolarità della lettera che annulla quella funzione universale. In questa scrittura-impronta – priva di simbolismo – Lacan ritrova tutto il valore dell’ideogramma orientale che aveva studiato e incontrato nel corso del suo viaggio giapponese: si tratta di un tipo di scrittura che, prescindendo totalmente dall’immaginario, appare vincolata al gesto singolare, alla irripetibilità dell’esercizio calligrafico, nel quale, appunto, “la singolarità della mano annienta l’universale”….[38] 

Ora, proprio qui, dopo “l’universale”, c’è una Nota, il cui contenuto siamo indecisi dove sistemarlo… data la più esplicitata dichiarazione di prendere, come noi, una cosa per un’altra: qui la “lettera” per pittura, noi la “lettera” per bomba

NdA – Il riferimento alla poetica dell’informale può aiutarci a cogliere questa dimensione della scrittura come gesto singolare. La stretta correlazione che viene stabilita tra il segno e il gesto – si pensi come paradigma all’action painting di Pollock, ma anche al segno-traccia di Tapies, o a quello ideogrammatico di Kline – indica che l’uno e l’altro [il segno e il gesto] si producono in uno stesso movimento, che, cioè, il segno non può essere disgiunto dall’atto, dal gesto che singolarmente lo realizza. Ciò che va notato è che questa realizzazione del gesto-segno non risponde a nessuna logica simbolica, nel senso che non intende veicolare nessun significato immaginario poiché la funzione della lettera non significa qualcosa d’altro da se stessa.[39]

| | | Come può – vi chiederete – la lettera volere significare null’altro che se stessa? Ebbene: anch’essa non può. E difatti si dice che “non intende” aver significato, non che non lo abbia senz’altro. Sarebbe cioè una sua presunzione  (ammesso che la lettera si mettesse a pensare con una sua testa e a parlare con una sua bocca;   ma in questo caso il semplice rapporto differenziale che ha con tutte le altre lettere negherebbe ogni sua pretesa singolarità) o di una trasferita supposizione dell’autore?… che condividerebbe la medesima pretesa della merce di essere il mezzo tutto e il messaggio nulla | | |

La traccia che si produce è l’indice della singolarità del soggetto come non identificata al luogo dell’Altro. La lettera come traccia è infatti ciò che separa il luogo singolare del soggetto dal luogo universale dell’Altro poiché essa si realizza solo nel gesto assolutamente singolare della calligrafia opposto al carattere astratto e universale dell’alfabeto. Se la condizione del significante è quella dell’articolazione all’insieme degli altri significanti, quella della lettera è piuttosto una non-articolazione, una pietrificazione, una fissazione e una marca che istituisce il soggetto come inarticolabile all’universalità del significante.  Più precisamente, lo statuto di questo singolare – del singolare della lettera – è un doppio assoluto: è assolutamente contingente e assolutamente necessario. Assolutamente necessaria e, infatti, nell’apologo lacaniano, la caduta della pioggia nella quale prende tutta la sua consistenza l’azione dell’Altro a cui il soggetto è strutturalmente sospeso. Assolutamente contingente l’impronta singolare che la pioggia lascia inscritta sulla terra e che non può mai essere prevista – non è mai l’effetto lineare di una causalità deterministica –, nel senso che le impronte, le tracce segni, le lettere che la pioggia dell’Altro lascia sulla terra sono formazioni imprevedibili, necessarie ma singolari, assolutamente contingenti.[40] 

| | | e chi sarebbe in realtà quest’Altro con le sue necessità ? Forse il contadino sulla terra, l’abitante nelle città, o il più imprevedibile pietrificatore di tracce: il bombardiere? … Staremo a vedere chi spunta fuori a sorprenderci come un misirizzi…| | |

La funzione della lettera non è però solo pura contingenza, ma appare [sic!] intrisa anche di una necessità di fondo perché è una lettera marcata dalla ripetizione [dalla riproducibilità]. Già nel Seminario XI  Lacan aveva insistito sul processo di soggettivazione come esito della tensione tra automaton e tyche.  Nella funzione della lettera si può ritrovare questa stessa tensione. Se il gesto dell’artista può essere visto come una creazione ex nihilo, come ciò che genera il “miracolo del quadro”, esso può compiersi solo se riflette anche una “necessità più profonda”. Il segno artistico, proprio in quanto non rinvia ad altro che a se stesso, consegna l’artista al suo rapporto con la necessità della pittura, o, se si preferisce, con la pittura come una necessità soggettiva. Il questo senso il segno è sì creato dal soggetto, ma questa creazione risponde a una necessità che lo sovrasta. Non è il pittore che si decide per la pittura, ma è la pittura che lo ispira; non è lui che crea le sue immagini, ma sono le immagini che gli si impongono. Da questo punto di vista, l’eccesso del reale irriducibile al significante si manifesta nella singolarità della lettera innanzitutto come destino, ovvero come unione radicale di contingenza e necessità, di vita e di morte.[41]

| | | E’ dunque dell’artista e delle necessità del pittore che la “lettera” invero ci parla così velatamente? Paranoia o alienazione? … Con tutto ciò, non è che non abbiamo capito, dato che abbiamo capito almeno un’unica cosa, ossia che in questi modi non viene spiegato assolutamente nulla della terra o dell’arte | | |  
L’immagine si chiuderebbe dunque nell’enigma che attanaglia Tebe con la peste insaziabile dei significati e dei sospetti, se l’uomo che torna non incontrasse colui che ha fatto in modo di confondere le tracce delle genealogie delle riproduzioni…
Non c’è più, o ci sarà sempre meno, produzione distribuzione e consumo dell’immagine; e oggi ce lo mostra l’idea stessa dei programmi (e degli investimenti mirabolanti) destinati alla creazione della realtà virtuale, che si risolve sostanzialmente nella creazione di una merce per un “mercato dell’esperienza” [42], sensitiva e soprattutto visiva; di un’esperienza meramente adrenalinica, che si esaurisce tutta nell’avviso (optico ed aptico) della ricezione delle immagini, non nelle immagini stesse, mai in esse ma sempre in posse
Ma senza la posta in gioco di vita o di morte, e dunque senza scrupoli, queste sono più esperienze delle macchine allineate che quelle dell’uomo alienato in perenne addestramento al conflitto.
Il saggista e sociologo Howard Rheingold scriveva, all’inizio di un voluminoso resoconto del suo viaggio nel mondo dei primi laboratori di ricerca sperimentale sulla realtà virtuale (VR) dei primi anni novanta del secolo scorso.

Il ridimensionamento più immediato della VR è l’avvento della Guerra Virtuale. Durante la guerra del Golfo, l’aver limitato le fotografie per i notiziari a quegli scatti, ormai famosi, delle bombe intelligenti che facevano saltare in aria le casematte ha presentato una specie di “guerra virtuale” agli occhi del mondo dei media. Nel contempo, i piloti degli aerei e dei carrarmati vedevano immagini di panorami che già avevano visto precedentemente simulati. Ho potuto osservare, durante le ricerche per il mio libro sulla VR, il SUMNET, la rete di simulazione militare degli Stati Uniti, con cui si addestrano gli equipaggi dei carri, i piloti di elicottero e di aerei a reazione nel corso di battaglie finte su campi simulati, progettati sulla base delle mappe digitali delle previste zone di combattimento elaborate dalla DIA (Defense Intelligence Agency). “Tempesta nel deserto” è stata la prima guerra sperimentata in uno spazio virtuale prima che avesse luogo e presentata al mondo, mentre era in corso, mediante immagini che somigliavano moltissimo a quelle simulate. Come già Jean Baudrillard aveva previsto, la mappa precede il territorio.[43] 

| | | «Oggi – scriveva Braudrillard nel 1978 – l’astrazione non è più quella della carta [geografica], del doppio, dello specchio o del concetto. La simulazione non è più quella di un territorio, di un’entità referenziale, di una sostanza. Oggi, essa genera attraverso i modelli di un reale senza origine né realtà: iperreale. Il territorio non precede più la mappa, né le sopravvive. Ormai è la mappa che precede il territorio  – PRECESSIONE DEI SIMULACRI – che lo genera; e, se si dovesse riprendere la favola [di Borges, citata in precedenza] oggi sono piuttosto i brandelli del territorio che imputridiscono lentamente sull’estensione della mappa. Qui e là sono vestigia del reale che sussistono, e non della mappa, nei deserti che non sono più quelli dell’Impero, ma il nostro. Il deserto del reale stesso »[44] … Come la simulazione precede la realtà così la maschera funebre precede il cadavere; come la promessa della banconota precede la disponibilità del metallo eccetera, così la macchina psicofante [45]  precede la mente …| | |
Giunto quasi alla conclusione del suo viaggio nella realtà virtuale, Rheingold riporta un pensiero raccolto dalla viva voce dello psicologo Nathaniel Durlach.

Dopo aver passato varie ore con lui nel corso di diversi giorni, ed aver saputo della sua carriera, divenne chiaro che Durlach ama porsi domande strane che lo portano in luoghi nuovi. «Oppure supponi di avere un robot asservito, veramente minuscolo, in grado di entrare all’interno del corpo di qualcuno come un micro-robot. Oppure di avere un robot asservito enormemente forte. C’è una sorta di trasformazione che avviene tra i miei sensi umani, l’elaborazione dell’informazione e le azioni fisiche da una parte, ed il software, i calcolatori ed i robot supersensoriali o superpotenti dall’altra. Come chiamare questo? E’ un mondo reale quello che percepisci e sul quale agisci, il solito mondo fisico. Ma il modo con cui lo percepisci è virtuale. Di che tipo di realtà si tratta?».[46]

In qualunque “modo” si possa definire questa particolare realtà, attualmente risulta essere ancora il solito mondo fisico, però al modo del capitale … Precessioni e processioni di simulacri, imposture dei referenti, produzione, distribuzione e spaccio facilitato delle bestie trionfanti ...
I comunisti – a modo loro – sanno che l’attuale livello raggiunto dalle forze produttive consentirebbe all’uomo di vivere e morire di rendita, con la natura che gli porta gratis il vassoio della prima colazione a letto (come si è immaginato Bordiga [47]), ma non certo con la natura del capitale tra i piedi – che vuole servirgli, sì, la colazione a letto, però non a gratis ma sempre a modo suo, al suo prezzo.[48]

lo scambio è la divisione 49


Stuart Candy con Situation Lab, NaturePod, M HKA, Museo d'Arte Contemporanea di Anversa, Belgio 2017.
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[1] . Georg Simmel, Die Ruine, in Philosophische Kultur. Gesammelte Essays, Leipzig 1911, trad. it. di G. Carchia, in Rivista di Estetica n.8-1981, pp. 121-127. Leggilo completo, qui da pag. 72.
[2] . Simmel 1911, Ibidem.
[3] . Simmel 1911, Ibidem.
[4] . Ibidem.
[5] . Alois Riegl, Il culto moderno dei monumenti. Il suo carattere e i suoi inizi. (1903), ed. Abscondita, Milano 2011-2017, p. 25 s.
[6] . Ibidem, p. 28 seg.
[7] . Ibidem, p.34 seg.
[8] . Ibidem, p. 35.
[9] . Ibidem, p. 36 (sott. nostre).
[10] . Ibidem, p. 37
[11] . Ibidem, p. 38
[12] . Walter Benjamin, Il Surrealismo, in Avanguardia e rivoluzione, a cura di C. Cases, ed. Einaudi, Torino 1973, p. 15.
[13] . Eric Kandel, L'età dell'inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni, ed. R.Cortina, Milano 2012, p.193.
[14] . Ibidem, p. 195.
[15] . Ibidem . – Kandel riporta qui Rudolf Arnheim, Art History and the partial God, in The Art Bulletin 44, 1962, p. 75.
[16] . Naomi Klein, L'ascesa del capitalismo dei disastri (The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism), Rizzoli, Milano, 2007.
[17] . "Shock and Awe" (in italiano "colpisci e terrorizza", noto anche come "dominio rapido") è una dottrina militare basata sull'uso di una forza travolgente, manovre rapide e dimostrazioni di potenza per paralizzare la percezione del nemico e distruggerne la volontà di combattere. Il concetto è stato teorizzato nel 1996 da Harlan K. Ullman e James P. Wade.
[18] . Marc Augé, Le temps in ruines (2003), it. Rovine e macerie, ed. Bollati Boringhieri, Torino 2004, p. 85.
[19] . Ibidem, p. 85, 86 seg. – Emmanuelle Danchin in Le temps des ruines .1914-1921 (ed. Presses Universitaires de Rennes. 2015) analizza come la società francese abbia vissuto la distruzione della guerra, trasformando le rovine degli edifici culturali in simboli di dolore e, successivamente, in meta del "turismo dei campi di battaglia".
[20] . Cfr. Hans Magnus Enzensberger, Einzelheiten (1962), it. Questioni di dettaglio, ed. Feltrinelli, Milano 1965, p. 81.
[21] . Cosi Il coro chiude la tragedia nell’Aiace di Sofocle (c. 445 a.C.).
[22] . N.d.A. – Per noi moderni, Atena è un antico simbolo del funzionamento della mente. E prima regola della mente è che i suoi spazi vuoti non possono restare tali. Come la natura fisica, anche quella psichica evita il vuoto. Gli spazi non occupati diventano spugne che aspirano immagini dall’inconscio. Persino la mente a riposo, nel sonno, si riempie di immagini. Le chiamiamo sogni. Naturalmente, questi bisogni della mente sono noti da sempre. Ma oggi li ignoriamo volentieri. Oggi non cerchiamo di capire, ma di organizzare produttivamente le attività psichiche. Eliminiamo sempre più la fantasia e la meditazione – attività in cui la mente «vuota» si lascia riempire – nel timore di incontrare immagini difficili del mondo interiore. Preveniamo i vuoti mentali con oggetti – televisione, videogiochi, periodici – che forniscono dall’esterno quantità inesauribili di figure stereotipate e prefabbricate. Così tengono lontane quelle interiori e gli intensi sentimenti che vi si associano. Non vogliamo vivere. Vogliamo guardare, ascoltare cose che imitano la vita. Evitiamo di vivere in prima persona. (Zoja 2011, cit., p. 16, sottolin. nostre)
[23] . Luigi Zoja 2011, Paranoia, cit., pp. 14-17 (sottolineature nostre).
[24] . Ibidem, p. 349 seg.
[25] . Vedi in nømade n°20-2021, pp. 40 e 42.
[26] . Zoja 2011, op. cit. p. 412.
[27] . Ibidem, p. 412 seg.
[28] . La colonna Vendôme raggiunge un'altezza di 44 metri e presenta un diametro medio di circa 3,60 metri. Realizzata in pietra e rivestita in bronzo, si erge su un basamento in porfido ed è sormontata da una statua di Napoleone. L'opera si ispira direttamente alla Colonna Traiana dei Fori Imperiali a Roma, realizzata interamente in marmo. Il suo fusto è composto da 98 tamburi di pietra e contiene al suo interno una scala a chiocciola. Il rivestimento bronzeo, secondo la tradizione, sarebbe stato fuso utilizzando il metallo di circa 1200 cannoni sottratti alle armate russe e austriache durante la guerra della terza coalizione. La decorazione esterna, in ogni caso, è costituita da bassorilievi in stile classico raffiguranti trofei e scene belliche.
[29] . Zoja 2011, cit, p. 414
[30] . Ibidem, p. 415.
[31] . Shakespeare, Otello, III, 3, 126-26
[32] . Zoja 2011, cit., p. 423.
[33] . Ibidem, p. 426 seg.
[34] . In Massimo Recalcati, Jacques Lacan . Desiderio, godimento e soggettivazione, ed. Raffaello Cortina, Milano 2012, p. 617; dal paragrafo LA TERZA ESTETICA: L’ESTETICA DELLA LETTERA.
[35] . Feuerbach 1841, L’essenza…, cit. p. 108.
[36] . Recalcati 2012, cit. p. 617 seg.
[37] . Ibidem, p. 618.
[38] . Ibidem.
[39] . Ibidem, p. 618 seg.
[40] . Ibidem, p. 619.
[41] . Ibidem, p. 620.
[42] . Generato nel XIX secolo dall’aumento del “tempo libero” (di lavoro), è rappresentato al meglio soprattutto dal fenomeno del turismo moderno.
[43] . Howard Rheingold, Virtual Reality (1991), it. La realtà virtuale, ed. Baskerville, Bologna 1993, p. 7 seg.
[44] . Jean Baudrillard, La précession des simulacres (1978), it. in Simulacri e impostura, ed. Cappelli, Bologna 1980, p. 45 seg
[45] . Quali attività e funzioni umane sostituisce una Macchina Psicofante (Psychophant Machine) lo estraiamo dal libretto delle istruzioni che accompagna queste macchine di ultimissima generazione: «1) del manipolatore, delatore o ricattatore psicologico; di chi usa i segreti psicologici, i traumi o le fragilità mentali di qualcuno per ricattarlo o controllarlo. Esempio: Un partner manipolatore o un terapeuta corrotto che usa le confidenze intime per trarne un vantaggio personale; 2) dell’adulatore o "leccapiedi" mentale; di una persona che allinea artificialmente il proprio pensiero a quello del potente di turno, anticipandone i desideri o fingendo di condividerne l'ideologia solo per compiacimento: un vero e proprio "servo mentale";  3) della spia della mente, che osserva, scruta e denuncia i pensieri altrui. Esempio: Un cittadino che denuncia un vicino non per le sue azioni, ma per le sue opinioni deviate o per i suoi stati d'animo considerati "illegali" dal governo; 4) del millantatore di doti psicologiche. Una ulteriore applicazione opzionale, potrebbe aiutare o sostituire l’attività di un falso esperto della mente: un ciarlatano, un finto psicologo o un guru spirituale che vende false verità sull'anima e sulla psiche umana a scopi di lucro.»
[46] . Rheingold 1991, cit., p. 525.
[47] . Prospetto introduttivo alla questione agraria, in Il Programma Comunista, n°21, 1953. – «Resterà, direte, all'uomo l'opera organizzativa, direttiva, il girare le chiavette interruttrici. Ma hanno detto ultimamente che una macchina della macchina sostituirà l'uomo alle manopole di questa, dopo aver registrato con processi elettronici il comportarsi effettivo dell'uomo, il trucco che lo distingue, per ritrasmetterlo identico. Allora sarà invero la natura che ci darà tutto, cominciando dal vassoio della prima colazione che arriverà senza che lo porti nessuno… Quando nessuno lavorerà sarà raggiunto lo scopo di godere tutti di rendita. Allora vivremo non lavorando, ma rubando a madre natura. Oggi non esiste rendita per un solo individuo che non sia rubata al lavoro dell'uomo. Neghiamo ai ladri l'alibi di scienza economica: il corpo del reato non l'ho sottratto a nessuno, è dono divino della natura, raggio partito col mio indirizzo dalla Stella di fuoco, roteante e rutilante nel Cielo.»
[48] . In una recente pubblicità televisiva si mostra un sosia di Einstein per dire che finalmente ha capito che tutto non è relativo ma "conveniente".
[49] . Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, cit. vol. II, p. 252. – In questo spazio avremmo potuto sistemare un ghirigoro conclusivo; preferiamo in vece mettere una "targa" a pro memoria  di due argomenti da noi variamente associati all’idea allargata di “catastrofe”: la divisione (semplice e sociale del lavoro) e lo scambio – che abbiamo incontrato separate nel corso di questa relazione, mentre nei Grundrisse ci si mostrano unificate… nel salario o nella macchina (o in entrambe) non l’abbiamo ancora capito. E dunque dovremmo studiare meglio lo scritto di Marx, quando dice, ad esempio, che « Il valore della macchina costituisce certamente una parte del capitale che è investimento in essa; ma essa non produce in quanto valore, sebbene frutti al fabbricante. Il salario rappresenta il lavoro come strumento di produzione non più di quanto il valore rappresenti la macchina come strumento di produzione. Esso rappresenta soltanto la forza-lavoro, e poiché il valore di questa separata da essa esiste come capitale, è una parte del capitale. Finché il capitalista si appropria di lavoro altrui e con questo lavoro appropriato compra di nuovo lavoro, il salario – che rappresenta il lavoro – figura, se così vuole il sig. Rossi, due volte; 1) come proprietà del capitale, 2) come rappresentante del lavoro. Quel che in realtà turba Rossi è che il salario figura come rappresentante di due strumenti di produzione, del capitale e del lavoro; ma dimentica che il lavoro come forza produttiva è incorporato nel capitale, e come lavoro in esse e non in posse, è uno strumento di produzione niente affatto distinto dal capitale, anzi esso soltanto fa del capitale uno strumento di produzione.» (Marx, Lineamenti… cit., p. 254 seg.). Se dovessimo svolgere una critica dell’economia politica della macchina e del sistema di macchine, dovremmo iniziare da certe parti dei Grundrisse e de Il Capitale , e non dalla letteratura corrente nei social editoriali per sostenerla poi, con opportune protesi citazionali, a qualche frammento staccato della “nostra” letteratura.


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