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- Con la querelle sull’Intelligenza Artificiale si è posta anche quella di una Coscienza artificiale, e non tarderà il momento di porre quella di un Inconscio artificiale…
Dopo aver commiserato cani e mulini a vento, Marx dovrà fare altrettanto con le macchine: Povere macchine! Vogliono trattarvi come se foste degli uomini !

Al centro notiamo la figura di una bomba che distende le braccia,
come in un tuffo o un gesto di servizievole devozione [1]
- [1] . Museo della Scienza di Bradbury, Los Alamos, Nuovo Messico. Foto del 13 luglio 1982. Armi nucleari. In mostra repliche degli involucri delle prime armi nucleari. Nel mezzo, la bomba di Hiroshima, che usava l'uranio come esplosivo. Dietro c'è la bomba di Nagasaki, che usava il plutonio. In primo piano, un vano portaoggetti per la manipolazione del plutonio.
Questa fotografia di Robert Del Tredici è protetta da copyright, disponibile per l'acquisto come stampa digitali di alta qualità su carta d'archivio o come stampe in gelatina d'argento da bdeltredici@hotmail.com
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PER UNA ARCHEOLOGIA DELL’IMMAGINE ARTIFICIALE
La fotografia, che ha tanti usi narcisistici, è anche un potente strumento per spersonalizzar
il nostro rapporto con il mondo; e i due usi sono complementari.
Come un binocolo che non abbia né un diritto né un rovescio, la macchina fotografica rende vicine, immediate, le cose esotiche; e piccole, astratte, strane, assai più remote le cose familiari. Permette con un’attività facile e assuefattiva, una partecipazione e insieme un’alienazione nelle nostre vite e in quelle altrui, dandoci modo di partecipare
nell’atto stesso in cui rafforza l’alienazione.
La guerra e la fotografia sembrano ora inseparabili, e i disastri aerei e altri orribili incidenti attraggono invariabilmente i professionisti dell’obiettivo.
Una società che rende normativo il non aspirare mai a fare esperienza della privazione, del fallimento, della miseria, della sofferenza, della malattia grave, e dove persino la morte è considerata non un fatto naturale e inevitabile, ma una catastrofe crudele e immeritata,
provoca un’enorme curiosità per questi eventi, curiosità in parte soddisfatta dalla fotografia.
La convinzione di essere esenti da calamità stimola l’interesse nel guardare immagini
dolorose e il guardarle suggerisce e rafforza la convinzione di esserne esenti. Un po’ perché siamo “qui” e non “là” e un po’ per quel carattere di inevitabilità che ogni evento acquista quando lo si trasforma in immagini.
Nel mondo reale c’è qualcosa che sta succedendo e nessuno sa cosa potrà succedere.
Nel mondo delle immagini, è già successo e continuerà a succedere in quel modo.[2]
[…] Il nostro uso illimitato delle immagini fotografiche non soltanto riflette ma plasma questa società, unificata dalla negazione del conflitto.
La stessa idea che ci facciamo del mondo – lo “one word” del Novecento capitalistico – è come una visione fotografica dall’alto. Il mondo è “uno” non perché sia unito, ma perché un viaggio attraverso i suoi contenuti non rivela conflitti bensì soltanto una diversità ancor più sbalorditiva. Questa unità spuria del mondo viene ottenuta con la traduzione dei suoi
contenuti in immagini. Le immagini sono sempre compatibili, o possono essere rese tali,
anche quando non lo sono le realtà che esse raffigurano.
La fotografia non si limita a riprodurre il reale, ma lo ricicla, secondo una procedura fondamentale della società moderna. […]
Tradotta in fotografia l’esplosione di una bomba atomica può essere usata come pubblicità di una cassaforte.[3]
[2] . Sontang 1973, Sulla fotografia, cit. p. 145 seg.
[3] . Ibidem, p. 150 e seg.
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