LA GRANDE ZOLLA DI TERRA E L'INUTILE AIUOLA

Lo stato delle cose e la legge di minima azione . corrispondenza redazionale
arteideologia raccolta supplementi
made n.21 Dicembre 2023
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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Ciao Ermes.
Sto ancora cercando il materiale messo da parte per te. Non dispero di trovarlo, prima o poi, ma nel caso contrario vedrò di raccoglierlo di nuovo, ed eventualmente spedirtelo per corriere prima di offrire al tempo l’occasione di perderlo nuovamente.
Intanto voglio accennarti a qualcosa che mi è passata per la mente riflettendo sulle tue parole circa l’idea della “fondazione”, e in particolar modo sulla tua narrazione delle vicende che hanno riguardato la storia personale del vostro collezionismo.
Ecco: mi è sembrato che il carattere che tu stesso hai còlto come predominante (e soprattutto “virtuoso”) di questa vostra storia è di aver sempre utilizzato – nella strategia di affrontare e vincere (conoscere e capire) l’arte figurativa contemporanea – le forze reali (tattiche?) concretamente (economicamente) disponibili per aggirare le truppe pesanti del mercato dell’arte e privarlo così di risorse e rifornimenti … quasi a desiderare di vederlo nudo, ossia ridotto ad un manipolo di donchisciotti redenti dai “vescovi” di turno ... o anche a rifornire sé stessi di vettovaglie per andarsene su altri sentieri. Appunto: i vostri.
Sono questi altri sentieri forse quelli “interrotti” del bosco di Heidegger?... come quello che Derrida imbocca per arrivare al laghetto (tondo tondo) della verità in pittura?  Non proprio, o non ancora.
O sono piuttosto quelli di Berry nei giardini di Kensington, dove su certi sentieri “puoi starci sopra a cavalcioni”?
«Sentieri da ogni dove s’affollano come bimbi attorno al Laghetto. Alcuni di essi sono sentieri normali, che hanno una staccionata su ogni lato, e sono stati costruiti da uomini senza giacchetta, mentre altri sono irregolari, ampi in un punto e talmente stretti in un altro che puoi starci sopra a cavalcioni. Sono chiamati Sentieri che si son Fatti da Sé, e David vorrebbe davvero poterli vedere mentre creano sé stessi. Ma abbiamo dedotto che, come tutte le cose più straordinarie che si verificano nei Giardini, anche questo accade solo di notte, dopo che i cancelli sono stati chiusi. Abbiamo anche deciso di credere che i Sentieri che si son Fatti da Sé creino sé stessi perché è l’unica possibilità che hanno per giungere al Laghetto Tondo.»

Ecco. Io penso siano stati questi ultimi; non troppo premeditati, previsti e stabilizzati dalle guide stellate diffuse negli autogrill del turismo artistico di dovere.
Una cosa interessante è riflettere proprio su questo farsi da sé dei sentieri. Ed è per questo che, andando anch’io sul mio proprio sentiero come un Peter Pan con in mente questo pensiero, mi sono imbattuto (non proprio quindi casualmente) in due immagini in cui questo farsi autonomo dei sentieri trovava spiegazione immediata ed elegante.



Ecco qui le due foto manipolate da tal Nicola Buratti e postate in Face Book sulle pagine di Video di Fisica accompagnate da questa didascalia di commento.

«Da una mia foto di 6 anni fa, il Principio di "Minima Azione". 
Ecco come agisce tale principio che viene insegnato all'inizio e poi normalmente non ci si ritorna troppo sopra. È un principio e va accettato così com'è senza dimostrazione. Eppure senza accorgercene questo principio entra dappertutto. Grazie al lavoro sui principi di "minima azione" Richard Feynmann ha ottenuto una riformulazione della meccanica quantistica e si è pure beccato il Nobel per la fisica grazie a questo lavoro. Più in basso e su scala macroscopica, il principio di minima azione lavora in sottofondo, vicino a tutti noi, e lavora e lavora e scava e scava… fregandosene delle imposizioni degli architetti che non hanno voluto tenerne conto...»

Se – giusto così, per farsi un’idea di cosa si parla – andiamo a consultare Wikipedia riguardo questo principio, possiamo trovare ragguagli di questo tipo:

«…Più adatto ad essere generalizzato, il principio [di minima azione] gioca per questo un ruolo molto importante nella fisica moderna: è anzi una delle grandi generalizzazioni della scienza fisica, e la sua importanza si vede appieno in diversi ambiti, tra i quali la meccanica quantistica.
La formulazione di Feynman della meccanica quantistica è basata sul principio di azione stazionaria formulato usando gli integrali sui cammini, ma anche le equazioni di Maxwell possono essere ricavate come condizioni di azione stazionaria. In generale, sono molti i problemi che possono essere rappresentati e risolti in termini di principio di minima azione: con esso è ad esempio possibile trovare il cammino più veloce, non necessariamente il più breve, fra due punti, mostrare il fatto che l'acqua che scende da una collina segue sempre la massima pendenza, ed il fatto che il cammino della luce fra due punti è sempre quello che viene percorso nel tempo più breve (principio di Fermat), oppure permette di studiare il cammino di un corpo in un campo gravitazionale, problema della caduta libera nello spazio-tempo, la cui soluzione è una traiettoria geodetica. Anche le simmetrie nei problemi di fisica possono essere sfruttate al meglio usando il principio: per esempio, il teorema di Noether stabilisce che per ogni simmetria continua in un problema di fisica corrisponde una legge di conservazione. Questa profonda connessione matematica richiede tuttavia il principio d'azione come presupposto… ecc.».

Per me non è solo interessante ma anche piacevole fonte di godimento (estetico?) trovare tutto ciò reso immediatamente visibile alla luce delle immagini che ti ho mostrato. È come se anche questo principio dalla forma teorica e ipotetica della scienza fisica si fosse finalmente (di)mostrato concretamente, proprio come un sentiero che si è fatto da solo.
Tuttavia non è proprio così.
Solo camminando il cammino si fa reale. Ancor prima di Feynmann e della meccanica quantistica, il matematico e naturalista Pierre Louis Moreau de Maupertuis attorno al 1744 aveva formulato che la luce (dunque l’immagine?) sceglie «una via che ha il vantaggio più reale. Il cammino che essa segue è quello per il quale la quantità d'azione è minima.». E questo principio varrebbe forse anche per l’evoluzione (delle specie o delle società), sembra suggerirci Maupertuis – nonostante sé stesso e il suo barocco Essere Supremo – scrivendo che «…appena si verifica un qualche cambiamento [variazione] nella Natura, la quantità d'azione impiegata per questo cambiamento è sempre la minore possibile »…
Ma abbandono simili divagazioni, che per il momento paiono non trovare un punto dove andare, perché, conoscendoti impaziente, ti capisco e rispetto. Non prima però di farti notare la presenza di una “area inutile”. Anch’essa sembra essersi formata da sé, spazialmente e “moralmente” (cioè in quanto inutile); tuttavia è evidente la sua origine nella volontà del progettista di giardini che si illude di poter dettar legge sul cammino degli uomini, se non dei cani.

Non calpestate le aiuole, è il continuo piagnisteo con il quale l’impotente giardiniere deride sé stesso senza neppure rendersene conto: il mondo come volontà di potenza trova in ogni giardino o in ogni bosco la sua propria rappresentazione critica radicale.
Giusto per concludere rapidamente posso aggiungere che tale “area inutile” ci rappresenta facilmente anche la situazione sociale (dunque anche artistica) di una organizzazione dispendiosa; di una società e della sua arte nella quale lo sperpero di energia (economica e artistica) è cresciuto paurosamente (ossia, non linearmente ma esponenzialmente) con il crescere delle stesse forze produttive, i cui agenti si sono autonomizzati e posti fuori da ogni controllo eccetera. E come ogni concreta rivoluzione non soppianta lo stato delle cose precedenti per la sua “novità” creativa (sarebbe forse la “moda” il motore della storia?) ma in quanto risulta più efficiente nel rendimento complessivo, così il comunismo soppianterà il capitalismo non in quanto sistema produttivo e sociale più “giusto” (saremmo nell’utopismo e nel moralismo, ossia nel volontarismo e nello psicologismo) ma in quanto sistema sociale più efficiente in termini generali di controllo e mantenimento del bilancio energetico globale nello scambio organico tra la specie e la natura, tra la vita e la materia. >

È quasi inutile dire che tanto prima l’uomo si libererà appunto da ogni e di tutti i tipi di “aree inutili” – siano esse materiali che immateriali … delle gens, della famiglia, della proprietà e dello Stato (per citare cose engelsiane che hanno avuto un’origine e dunque avranno una fine) e conseguentemente delle filosofie e delle arti a cui si sono accompagnati finora – tanto meglio sarà. 
D'altronde sappiamo che nel capitalismo questo liberarsi delle vecchie forme sociali avviene fin dalla fine del tardo medioevo, e attualmente ognuno si avvede sempre più dell’estendersi, tra le pieghe del suo corpo morto che ancora cammina, dei fronti della crisi sistemica che investe ogni cosa di questa società in putrefazione…

Qui, addirittura, non c’è neppure più l’erba; ma rimane lo scritto, che non si riferisce ormai a nulla di realmente esistente!
Si tratta forse di una poesia? di un’opera d’arte? di un enigma seducente? … o è solo una vestigia, la lapide di un’urna vuota che protegge la propria palese inutilità d’esserci? 
In realtà non c’è limite alla suscettibilità di adattamento del pensiero: privo di una méta esso può vagare all’infinito, con eleganza e bellezza sopra ogni cosa, senza mai decidersi... (è forse in questa incertezza e opacità – dei sensi e delle sensibilità, dei significati e delle loro forme – il segreto dell’arte moderna?).

Nella nebulosa dei pacchetti di immaginazione in cui siamo immersi, veniamo presi in una rete di connessioni costituita da legami forti e legami deboli, ma sono tuttavia questi ultimi che sembrano risultare più suscettibili di sviluppi futuri, dato che i primi hanno oramai esaurito la propria spinta iniziale e si sono cristallizzati nella storia pubblica ufficiale… intendo ad esempio quella che si consegna coi manuali universitari di (storie) dell’arte o di scienza – e che tu puoi vedere rappresentata in foto come “percorso imposto” (legame forte).
Questi percorsi sono costellati dalle boe luminose della genialità personale che, da regolamento, bisogna aggirare per restare in gara, benché alla luce del principio di minima azione si svelano come percorsi inutili.
Spesso in tali giri si perde l’orientamento e la boa lo sostituisce.
È così che si possono formulare frasi del tipo che “non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti”… - come scrive Gombrich, ad esempio – anche se poi non può fare a meno di correggere simili tortuose rotte (temporali, storiche, episodiche) e grazie alle trascurate linee di minima azione ristabilire la corretta direzione del cammino…      
Mi rendo conto che non riesco a comunicarti altro che le convulsioni del mio pensiero di cui, quasi sicuramente, non saprai che fartene.
Ma forse bisogna dare tempo al tempo: lasciargli cioè fare il suo specifico lavoro.
Rispetto ai quattordici miliardi di anni che avrebbe l’universo, la nostra percezione del tempo che trascorre è poco più di un nulla.
Le cose e gli eventi che ci appaiono lontani e indipendenti tra loro si avvicinano paurosamente e collassano in nuove unità significative.
Così la materia e l’energia.
Così il tempo e lo spazio.
La fisica moderna sembra essere iniziata dalla ricerca della simultaneità degli eventi ed ha trovato, con l’impossibilità a stabilirla, la relatività per negoziare tuttavia i loro incontri.
Ed è col tempo – ad esempio – che il mio prediletto racconto di fantascienza del 1956 di John Christopher The Death of Grass (“La morte dell’erba”, ben più micidiale della morte dell’arte!) e brevi sequenze del film del 1973 di Richard Fleischer (“I sopravvissuti”, o Soylent Green) hanno trovato quasi da soli, ma dopo decenni, una soddisfacente sistemazione formale nelle pagine web del numero 8 del nostro almanacco di Forniture Critiche del 2014.
Ed è anche per tutto ciò che proprio in questo momento posso realmente incontrare la große Rasenstück di Dürer:
Priva di ogni inutile aiuola da 520 anni, quella grande zolla di terra ora l’ho trovata qui tra i piedi a segnare la dinamica della conoscenza piuttosto che la statica del capolavoro personale: miseria della storia dell’arte.

Incontri, dunque, lungo sentieri che si son Fatti da Sé, “simultaneamente” – potrei aggiungere.
Ed è su questo tipo di sentiero che abbiamo potuto incontrarci anche noi: all’incrocio del vostro con il nostro.
Sentieri certamente ancora non ben delimitati, che si fanno passo passo con un lavoro di calpestio che tuttavia si va facendo, da parte vostra come da parte mia, senza quasi esserne consapevoli; dove per procedere ci basta il minimo sforzo – energetico o economico che sia.
E già!
Sembra che io non sappia fare altro che petulare con la singolare pretesa però che sempre di arte, addirittura di pittura, si tratta!
Il fatto è che ritengo che per l’arte la scrittura è ciò che la matematica è per la fisica – lo avrebbero dimostrato Alberti, Piero, Leonardo, Durer, Michelangelo, Klee, Malevic, Mondrian… e anche Duchamp, che a veder bene non ha fatto essenzialmente altro che della matematica in pittura.

Per quanto mi riguarda, credo di aver iniziato solo da poco a rendermi conto di non aver fatto altro che quanto era strettamente necessario e possibile: non credo cioè che poco più di una decina di lavori, che forse possono essere messi nella rete dei sentieri delle minime azioni.
E tanto può bastare a completare il mio programma di lavoro.  
Aggirando le aree inutili dell’attuale produzione isterica di immagini, posso forse dire di aver capovolto la prassi?
Non lo credo affatto, né avrei potuto farlo.
Credo solo di aver conosciuto meglio la fase di transizione in cui si trova l’arte attualmente.
E tanto basta a vederla già andare in malora assieme alle vecchie società che l’hanno nutrita.
Anche così lavora l’immaginazione preventiva.
Anche così si organizzano le forniture critiche.


Caro Ermes,
Sembra che io proprio non riesca mai a smettere di svolgere il mio lavoro, anche quando decido di scrivere ad un amico.
Ciò mi addolora sinceramente. Ma, come ripeteva quel libertino di Malkovich-Valmont alla sedotta Michel Pfeiffer: questo trascende ogni mia volontà... Posso comprendere il senso di sfinimento che procuro; e ti capisco se la tua emiliana concretezza non saprà al momento che farsene di queste pagine.
Tuttavia…
Poiché queste pagine le devo ai nostri ultimi dialoghi romani, mi sento in dovere di fartele avere. Sono convinto che sia possibile trovarci qualcosa interessante che possa esserti di aiuto riguardo gli argomenti discussi.
Dunque, accettale come un modesto contributo o un debole sostegno ai vostri propositi di lavoro.
Ringraziando tutti voi per la stima che dimostrate nei miei confronti, salutandovi cordialmente invio ad ognuno i migliori auguri.
Ciao

Carmelo Romeo
Roma, 17 gennaio 2023

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