VACCINI E CONTRO VELENI

Amadeo Bordiga . 1913
arteideologia raccolta supplementi
made n.24 Giugno 2026
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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Negli anni sessanta, l’architetto Ridolfi, mentre si temperava pazientemente la punta della matita con una lametta da barba Gillette, diceva che per disegnare scemenze non si era inventato nulla di meglio che il portamine, sempre pronto per disegnare qualunque ghiribizzo ti passi per la mente: così non si ha neppure il tempo di pensare, e tracciare una linea diventa un pastrocchio... Fare la punta con la vecchia lametta ti prepara a tirarla netta, senza esitazioni: convintamente...  Così ogni tanto mi prendo qualche ora delle mie interminabili giornate per “fare la punta” alla mia matita ricopiando Fili del tempo (Dalla lettera dal carcere di Soletude, giovedì 23 ottobre 2025)


Il Problema Della Cultura [1]

La recente polemichetta svoltasi sulle colonne dell'«Avanti!» tra il professore Fabietti ed Adelino Marchetti, segretario della Camera del Lavoro di Milano, intorno alla "cultura" [2] ha appena sfiorato l'importantissimo problema riproducendo quel profondo dissenso di metodi e di concezioni che costituì nell'ultimo Congresso Nazionale dei giovani socialisti il nucleo centrale di tutte le discussioni, ampliandosi fino a comprendere tutta la questione generale del metodo di preparazione e della missione spettante al partito socialista.
Non sarà forse inutile mettere il problema nei suoi veri termini, riassumendolo brevemente sulle colonne dell'«Avanti!» per richiamare su di esso l'attenzione di tutti i compagni.
Anzitutto bisogna rettificare una erronea interpretazione data alla tesi svolta da chi, come noi, ha alcune diffidenze verso l'opera di preparazione culturale come la si intende comunemente, diffidenze che andremo motivando e spiegando.
Nessuno – e certo neanche il compagno Marchetti – accetterebbe l'epiteto di "nemico della cultura" nel senso assoluto, e nemmeno ritiene desiderabile per l'avvenire del socialismo lo stato d'ignoranza del proletariato.
Noi vogliamo solo indagare fino a che punto e con quali valori possa rientrare nell'azione sovversiva del socialismo la preparazione culturale delle masse, perché riteniamo che, pur riconosciuti gli innegabili vantaggi, alcune forme di tale preparazione, specie in quanto si tenti di dare ad esse un'importanza fondamentale, finiscono con l'esorbitare troppo dalle linee caratteristiche del programma rivoluzionario del socialismo.
Il Partito Socialista ha la missione di curare lo sviluppo intellettuale del proletariato oltre che i suoi interessi economici.
Noi non discutiamo neanche questa premessa dei fautori della cultura. Anzi la spingiamo fino a ritenere che il partito debba energicamente contrastare le degenerazioni corporative e localiste mettendosi contro gli interessi immediati di alcuni gruppi operai, se questi compromettono la finalità estrema di tutta la classe lavoratrice – il socialismo.
Ma invitiamo i compagni a non dimenticare che questa finalità collettiva (che possiamo chiamare "ideale", se si vuole impiegare questo termine) secondo la concezione marxista ha la sua base nel fatto "materiale" del contrasto esistente tra l'interesse della classe proletaria e le presenti forme di produzione. Quell'ideale è quindi sentito dagli operai in quanto essi vivono nelle strette di quel contrasto reale ed economico. Lo sviluppo intellettuale dell'operaio è la conseguenza diretta del suo stato economico.
Ed in questo senso il socialismo vuole interessarsi dell'emancipazione intellettuale dell'operaio contemporaneamente a quella economica, sempre ritenendo che la prima è una conseguenza della seconda, e che se si tiene a cuore il progresso e la cultura della massa, non si deve disprezzare, ma accettare nel suo massimo valore il programma della sua redenzione "materiale".
È quindi chiarissimo che man mano che, per la evoluzione stessa della società capitalistica, si accentua la forza e la coesione economica del proletariato, deve accentuarsi la sua coscienza ideale e la sua preparazione intellettuale.
Il Partito Socialista indica al proletariato in quale senso dirigere le forze risultanti dal suo bisogno economico per raggiungere più presto la finalità di classe, ossia l'abolizione del salariato.
Così dunque il partito può e deve guidare la educazione e la "cultura" operaia. E nessun socialista rivoluzionario può essere contro questa seconda parte del programma senza cadere in contraddizione colle sue concezioni anti-egoistiche e anti-riformistiche del movimento operaio.
Ma il "riformismo" e la "democrazia" vedono il problema della cultura da un punto di vista ben diverso, anzi esattamente capovolto.
Nella cultura operaia essi scorgono, anziché la conseguenza parallela dell'emancipazione economica, il mezzo principale e la "condizione necessaria" di quella emancipazione.
Quanto un simile concetto sia reazionario e antimarxista, non occorrono molte parole a dimostrarlo.
Se noi crediamo che l'ideologia di una classe sia conseguenza del posto che le è assegnato in una determinata epoca della storia dal sistema di produzione, non possiamo "aspettare" che la classe operaia sia "educata" per credere possibile la rivoluzione, perché ammetteremmo in pari tempo che la rivoluzione non avverrà mai.
Questa pretesa preparazione culturale educativa del proletariato non è realizzabile nell'ambito della società attuale.
Anzi l'azione della classe borghese – compresa in essa la democrazia riformista – "educa" le masse in senso precisamente antirivoluzionario, con un complesso di mezzi col quale nessuna istituzione socialista potrà mai lontanamente gareggiare.
Ma non è su questo che noi insistiamo.
Sorgano pure le scuole socialiste, specie dove occorre formare dei propagandisti, magari... tra la classe intellettuale, che è in fatto di socialismo molto ignorante.
Ma non si corra il rischio di diffondere, magari senza volerlo, quel criterio riformistico della "necessità" della cultura.
Sarebbe un mezzo poderoso di addormentamento della massa, ed è infatti il mezzo col quale la minoranza dominante persuade la classe sfruttata a lasciarle nelle mani le redini del potere.
Noi sappiamo bene che le scuole socialiste sono spesso dirette nel senso rivoluzionario, e che molti compagni che le propugnano non accettano affatto quei criteri che noi additiamo come pericolosi.
Va benissimo.
Ma resta il pericolo.
L'operaio è logicamente restio a frequentare assiduamente queste scuole che gli impongono uno sforzo intellettuale molto grave, date le sue condizioni di lavoro eccessivo e di nutrizione scarsa.
Occorre dunque un vivo incitamento per deciderlo a tale sacrificio e il mezzo con il quale si fa questo incitamento finisce coll'essere equivoco.
Si dice ai proletari che essi non hanno quasi il "diritto" di essere militanti nel campo sindacale e specie in quello politico per la loro scarsa istruzione, si vuole farli arrossire della propria ignoranza, mentre occorrerebbe convincerli che essa è una delle tante infami conseguenze dello sfruttamento borghese, e la inferiorità intellettuale dell'operaio, che dovrebbe essere una molla per farlo insorgere, al pari della sua inferiorità economica, diviene una causa di titubanza e di viltà.
Questo è il pericolo.
È il pericolo dell'eccesso, non della cosa in se stessa, quando l'indirizzo teorico di queste scuole di cultura sia chiaramente rivoluzionario. Ma diventa poi inevitabile se si seguono le teorie riformiste.
Lo Zibordi dice esplicitamente che l'operaio, prima di "imprecare alla società borghese", deve istruirsi e "non solo" nel campo della cultura socialista, ma bensì in quello di una istruzione in tutti i sensi... Per conseguenza di questo andazzo rammollitore della nostra propaganda Giolitti ha potuto congratularsi con i nostri rappresentanti al parlamento per l'opera di "educazione" pacifista fatta nelle masse.
Il socialismo invece di fare dei proletari i ribelli indomabili alla condizione attuale, finirebbe col farne le pecore docili, addomesticate, "colte" e... pronte per la tosatura.
Ma il riformismo va più oltre ed arriva a pretendere dal proletariato la "preparazione tecnica" e la "cultura di problemi concreti".
È notevole che il riformismo, che è tutto positivo, tutto "economista", tutto meccanico, arrivi a questi desiderati molto più irrealizzabili di quelli di cui noi siamo accusati.
È l'utopismo della pratica, della tecnica, catalogato nei programmi minimi, gonfiato di réclame elettorale, che richiederebbe per realizzarsi molti secoli di più di quelli che i suoi fautori – gente pratica, e che non pensa ai nipoti! – assegnano cattedraticamente all'avvento della rivoluzione sociale.
È contro queste esagerazioni che occorre reagire.
Il compagno Marchetti ha molta ragione di temere per la solidità e la fisionomia sovversiva della organizzazione di resistenza, come la maggioranza del Congresso Giovanile ritenne che un indirizzo di preparazione esclusivamente culturale avrebbe scolorito del tutto il movimento giovanile socialista.
La missione del Partito Socialista è quella di sovvertire, di sobillare le masse, agitando un' "idea", certo; ma un'idea abbarbicata con radici profonde nella realtà.
L'intransigenza del partito deve divenire una differenziazione profonda dalla metodologia democratica.
Per la democrazia il problema economico è il sottosuolo che occorre esplorare con la "luce della cultura" che scende dall'empireo dei filosofi, dei maestri, dei precursori.
Ma il socialismo marxista inverte in teoria ed in politica l'equivoco democratico.
Esso mostra che il sottosuolo sociale è in fermento e troverà in se stesso il modo di sprigionare le forze latenti che lo agitano.
Il pensiero, l'ideologia operaia si determinano al di fuori della filosofia guidata dalla classe che ha il monopolio dei mezzi di produzione, e il monopolio della "cultura".
L'azione del Partito Socialista riesce a compiere un lavoro di sintesi di quelle forze latenti, a dare al proletariato la coscienza di "tutto" se stesso e il coraggio di non cercare al di fuori di se stesso i mezzi della sua ascensione.
Tutta la nostra propaganda e la nostra sobillazione cozzano quotidianamente contro la sfiducia che i lavoratori hanno nelle proprie forze e contro il pregiudizio della inferiorità e della incapacità alla conquista del potere; errori scaldati dalla democrazia borghese che vorrebbe l'abdicazione politica della massa nelle mani di pochi demagoghi.
Ed è appunto il pericolo di favorire questo gioco – tentato nell'interesse conservativo delle istituzioni presenti – che ci fa diffidare delle esagerazioni dell'opera di cultura.

Un Programma : L’ambiente [3]

Abbiamo lungamente combattuta l'opinione di quelli che intenderebbero dare al movimento giovanile socialista l'indirizzo di coltura. Abbiamo sostenuto che un tale indirizzo può corrispondere ad un'opera di preparazione democratica, ma non di preparazione rivoluzionaria.
Il nostro argomento teorico fondamentale è stato sempre quello che le opinioni politiche non sono frutto di idee astratte o di cognizioni filosofiche e scientifiche, ma dell'ambiente in cui si vive e delle necessità immediate di questo ambiente.
È la nostra tesi materialistica, nel senso in cui la intendeva Carlo Marx, contrapposta alle concezioni idealistiche di ogni natura e ben poco scossa dal revisionismo borghese e non borghese. Può non essere accettata da tutti i compagni, ma noi persistiamo a ritenere che al di fuori di essa non vi è possibilità di dare una base all'argine e alla mentalità socialista. Noi crediamo soprattutto che i fatti la vadano sempre più confermando, quando si sa esaminarli al di fuori delle falsificazioni della coltura borghese e senza trascendere a inutili schermaglie intellettualistiche.
L'ambiente proletario che è quello in cui sorge spontaneamente il socialismo, è, come ogni ambiente sociale, determinato e aumentato dalla comunanza di interessi economici.  Nel riconoscere questa verità fondamentale, e nel farcene una guida costante per la risoluzione di ogni problema politico e sociale noi non abbiamo mai sognato di negare l'esistenza dei "sentimenti" e nemmeno quella delle "idealità" intendendo con questo termine la coscienza di uno scopo reale da raggiungere nell'interesse di tutti, ma che può in determinati momenti dell'azione esigere il sacrificio di alcuni (ci ripetiamo spesso, ma a ragion veduta). Anzi noi vediamo nell'opinione politica più un fatto di "sentimento" che un prodotto di coltura filosofica e scientifica.
Solo noi mettiamo a base del sentimento socialista le condizioni economiche, invece di pretendere che il socialismo discenda ad occuparsi del problema economico per effetto dell'istinto innato di giustizia", ecc.
Noi crediamo – ed è questo il punto importante! – che gli errori, le debolezze e i tradimenti di qualche compagno vanno attribuiti non a deficienze di coltura, ma all'essersi a poco a poco spostato dall'ambiente e all'aver perduto il "sentimento" socialistaAlle "conversioni" possono credere i preti, non noi. Così pure al fatto che gli errori siano commessi non da individui rappresentativi, ma proprio da gruppi operai, non si rimedierà mai con la coltura, se non si provvede a dare a quei gruppi l'atmosfera dell'ambiente socialista.
I "colturisti" sono preoccupati del fatto che certe categorie di operai avendo conquistati alcuni privilegi cessano di essere socialisti nel senso vero della parola, e tradiscono la lotta di classe. Essi vorrebbero porre riparo a tale fatto deplorevolissimo, ma disgraziatamente logico, con la "coltura". Noi crediamo invece che bisogna evitare la formazione di questi ambienti di privilegio, e portare gli operai a contatto delle altre categorie, farli vivere al di fuori del loro gruppo locale, ottenendo che essi capiscano che occorre sacrificarsi non solo per il proprio sindacato, ma per tutti i loro compagni lavoratori sfruttati dalla borghesia. Questa non è un'opera di coltura, ma di "formazione di ambiente". Questa opera deve essere riservata al Partito Socialista, ed ecco perché noi mettiamo la missione rivoluzionaria del partito molto al di sopra di quella dei sindacati, a qualunque chiesuola appartengano i segretari di questi ultimi.
Visto che con l'opera di cultura si vorrebbe rimediare alle defezioni, esaminiamo un po' meglio questi fenomeni dolorosi.
Cominceremo col fare una distinzione tra socialisti operai e socialisti "intellettuali".
L'operaio diviene socialista quando prende a considerare la sua posizione di vittima non isolatamente, ma insieme a quella dei compagni di lavoro. Questo – l'abbiamo detto tante volte! – è conseguenza del suo stato di disagio economico a cui l'istinto di conservazione gli fa cercare un rimedio. Nel fare questi sforzi per il suo miglioramento, esso finisce col vedere che occorre colpire alla radice il presente regime economico, e per fare ciò bisogna portare la lotta sul terreno politico dirigendola contro le istituzioni attuali.
È evidente che quello stesso istinto di conservazione che lo ha spinto su questa strada, lo trattiene poi nel momento decisivo dell'azione rivoluzionaria, e molte volte l'operaio finisce coll'adattarsi alla condizione presente, per tema di arrischiare troppo e di fare un cattivo guadagno. Ma quando certe particolari condizioni economiche esasperano il suo sentimento di ribelle, allora egli non esita più e si lancia nella lotta rivoluzionaria.
Ora il Partito Socialista proponendosi di affrettare tale processo vuole convincere l'operaio della necessità di svolgere quella lotta, unica possibile soluzione del problema sociale nell'interesse del proletariato. L'operaio solidamente convinto di questo è un buon socialista.
Quale dunque sarà il metodo per effettuare tale convinzione? Quello della dimostrazione teorica, della coltura? Dovremo allora aspettare vari secoli ancora per "preparare" il proletariato!
No, perdio, la via della propaganda non è la teoria, ma il sentimento, in quanto questo è il riflesso spontaneo dei bisogni materiali nel sistema nervoso degli uomini.
Occorre, se vogliamo vincere le riluttanze egoistiche dell'operaio, fargli vedere le condizioni di tutti i suoi simili, portarlo in un ambiente che gli parli della "classe" e del suo avvenire. Sotto l'influenza di tale ambiente egli non correrà rischio di divenire un rinnegato. E che non sia questa un'opera di coltura lo prova il caso degli intellettuali che "rinnegano" con grande facilità, malgrado la solidità teorica delle loro idee, a cui certo non potrebbero mai giungere gli operai.
Però il caso degli intellettuali è ben diverso.
Essi vengono da un ambiente non socialista, per accidente, per istinto forse, più spesso per essersi urtati in qualche spigolo dell'ambiente che lasciano – quasi mai colla cosciente malafede di farsi un piedestallo politico, perché questo vien dopo.
La convinzione vera, in generale, si forma poi, a contatto dell'ambiente operaio, per il confronto con quello che si è lasciato... L'opinione politica non è un atteggiamento di pensiero, ripetiamolo a costo di essere lapidati da idealisti, cultoristi, maniaci della "Filosofia" o della "Scienza". Conosco molti che in teoria sono socialisti e in politica forcaiuoli. Esiste forse anche qualche caso del... viceversa!
Siccome però l'intellettuale e l'operaio credono entrambi, molto spesso, alla superiorità politica dell'uomo più colto, così finiscono col trovarsi in due piani distinti, e l'operaio si abitua a credere che l'intellettuale sia un essere superiore, con possibilità di azione immensamente maggiori … finisce col farsene un idolo, e intanto lo manda fuori dall'ambiente operaio. Comincia così la logica parabola dei borghesi socialisti, riassorbiti dalla società borghese. È un processo quasi necessario: il proletariato sottrae alla borghesia alcuni elementi rivoluzionari, evoluti, e li sfrutta contro di essa finché questa non riesce a riprenderseli nelle sue file.
È un passaggio continuo che non recherebbe gran danno al socialismo se quegli intellettuali, andandosene, non lasciassero dietro di loro un seguito di ammirazione personalistica negli operai.
Il nemico che ci vediamo contro in questi fenomeni, l'artefice delle defezioni operaie e non operaie dalle nostre file è sempre lo stesso: si chiama "individualismo". Esso è il riflesso dell'ambiente della società borghese. Esso ha le sue radici sul regime economico della proprietà privata e della concorrenza. È un nemico che dobbiamo combattere. Sarà abbattuto quando si potrà instaurare il regime economico comunista, ma bisogna assalirlo anche oggi.Tutto l'ambiente borghese conduce dunque all'individualismo.
La nostra lotta socialista, antiborghese, la nostra preparazione rivoluzionaria deve essere diretta nel senso di gettare le basi del nuovo ambiente. Ecco in che cosa noi vediamo tutto un programma del movimento giovanile.
Sottrarre la formazione del carattere all'esclusiva influenza della società presente, vivere tutti insieme, noi giovani, operai o no, respirando un'atmosfera diversa e migliore, tagliare i ponti che ci uniscono ad ambienti non socialisti, recidere i legami per cui ci si infiltra nel sangue il veleno dell'egoismo, della concorrenza, sabotare, in una parola, questa società infame, creando oasi rivoluzionarie destinate un giorno ad invaderla tutta, scavando mine destinate a sconvolgerla nelle sue basi...
Ma l'articolo è già troppo lungo per svolgerne ora la parte "concreta".
Ne parleremo altra volta.

Cartolina fotocromatica: RITORNO DAL PELLEGRINAGGIO ALLA MADONNA DELL’ARCO + IL CORAGGIO DI MARTINCHO NELL'ARENA DI SARAGOZZA, incisione e acquatinta di Francisco Goya, Tauromachia 18, 1815-16, 245x355 mm.

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[1] . Dal giornale «Avanti!», a. XVII, n. 94, 5 aprile 1913. Articolo firmato. [Ora in Amadeo Bordiga, Scritti 1911-1926, a cura di Luigi Gerosa, ed. Graphos, Genova 1996, pp. 247-248]
[2] . L'«Avanti!» aveva pubblicato il 23 marzo L'organizzazione operaia e la cultura popolare di A. Marchetti, il 25 Lotta di classe e coltura popolare di E. Fabietti e il 26 una risposta con lo stesso titolo di Marchetti.
[3] . Dal giornale «L'Avanguardia», a. VII, n. 289, 1° giugno 1913. Articolo firmato. [Ora in Amadeo Bordiga, Scritti 1911-1926, a cura di Luigi Gerosa, ed. Graphos, Genova 1996, pp. 259-262]