Archivio (comunque indiziario) di Aut.Trib.17139
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ABACO DELLE ESORTAZIONI (critiche) . Carmelo Romeo per Aut.Trib.17139, anno 1, numero 1, Maggio 1978 . Vedi pagina .
"Noi partiamo da un fatto economico attuale" (Karl Marx – Opere filosofiche giovanili)
Dunque: non dall’arte in generale ma dall’arte nel suo periodo  capitalistico.
(produzioni di merci; divisione sociale del lavoro; separazione delle sfere e dei rami di produzione; separazione dei momenti lavorativi in un medesimo processo lavorativo; che il fine della produzione capitalistica non è la merce ma il valore; circolazione; distribuzione; consumo individuale e consumo collettivo; consumo produttivo e consumo improduttivo; produzione sociale e appropriazione privata; tipi di sottomissione dei processi lavorativi al capitale; prodotti di lusso; ripartizione del capitale e ripartizione del plusvalore; il linguaggio come mezzo di produzione; produzione e riproduzione dei segni e dei codici; la base materiale del linguaggio; il “linguaggio” in generale come appartenente alla struttura, le sue determinazioni particolari alla sovrastruttura ideologica e artistica di una data forma economica, di un dato modo di produzione, ecc.)


“N.B. – La materia come tale è una pura creazione del pensiero, e una astrazione. Noi non teniamo conto delle differenze qualitative delle cose, nel raccoglierle insieme come corporalmente esistenti sotto il concetto di materia. La materia come tale, a differenza delle materie determinate, esistenti, non ha perciò alcuna esistenza sensibile”  (F. Engels – Dialettica della natura Editori Riuniti, Roma 1971, pag. 261)

Gli uomini non comunicano per aiutarsi nel comprendersi, ma: comunicano per aiutarsi nel produrre” (A. Bordiga – I fattori di razza e storia nella teoria marxista, Iskra Edizioni, Milano 1972)

Gli uomini nella loro produzione non hanno mai a che fare con la lingua in quanto tale, bensì sempre soltanto con i suoi concreti modi di esistenza.

Se dal punto di vista del valore d’uso, la singola merce ci è apparsa da principio come oggetto autonomo, come valore di scambio invece essa è stata considerata fin dall’inizio in relazione con tutte le altre merci”. (K. Marx – “Per la critica ...” – op. cit., pag. 55)

il modo di produzione capitalistico “fa della merce la forma generale di ogni prodotto”. (
K. Marx – Capitolo VI inedito (Il Capitale: Libro I) ed. La Nuova Italia, Firenze 1972, pag. 105).

Con ciò l’opera d’arte parrebbe definitivamente scacciata dagli spazi siderali – nei quali continuano invece a porla gli ideologi – e rigettata sulla dura terra.
Ma, come tante altre cose, vi ricade a testa in giù; e in questa sua stravagante posizione continua a raccogliere le ultime briciole metafisiche.
L’opera d’arte viene spogliata, nella sua epoca borghese e capitalistica, di tutti i vecchi paludamenti auratici per rivestire i panni, a tutta prima triviali, ovvii, della merce. Il suo ingresso nel mondo delle merci gli dissolve i fumi mistici delle epoche passate. Salvo a produrne di nuovi.
L’opera d’arte trovando forma di merce trova anche approntati in questa forma i panni del feticcio; essendo la merce una cosa ovvia, anzi “dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologali." (K. Marx – Il capitale, Libro I, capitolo I, Editori Riuniti a, Roma 1970, pag. 84).
COSI’ l’opera d’arte continua a circonfondersi di un’aura d’arcano essendo un arcano in quanto merce – che essa possa non giungere allo scambio è un fatto casuale; il suo riconoscersi nel ritrovarsi merce al momento dello scambio costituisce il suo più intimo cruccio teleologico, e al contempo la sua vergogna.
Da parte sua l’artista vede gli altri produttori e le altre merci come cose triviali e laide, e va fremendo di sdegno ad ogni loro contatto. Si immagina un narciso – per il quale nuova fortuna si inaugurò – ma è un Dorian Gray incodardito d’aprire la porta dietro la quale sa riposta la sua vera anima attuale.

Il caso non “entra” a far parte dei procedimenti estetici previo beneplacito della volontà individuale o dell’arguzia; solo non lo si può ignorare quando per anni lo si è sorpreso in flagrante esercizio di genialità o talento.
Più che “procedimento” il caso si è imposto come “processo” nella prassi artistica contemporanea, presentandosi “per così dire come condizione di natura, ossia incontrollabile da parte degli individui”. La forma di merce che assume ogni prodotto, in quanto determinazione della generale produzione specificatamente capitalistica, importa da tempo il caso  come legge dei rapporti tra gli uomini: quindi tra i segni. L’estendersi della forma merce a tutti i prodotti, materiali e immateriali, comporta l’estendersi del caso  per tutti i rapporti tra le cose in quanto reificazioni di casuali rapporti e nessi sociali. L’attività (praxis) del caso nei processi lavorativi ecc. ne precede di molto la coscienza e l’uso volontario.
Che la statistica e la probabilistica siano scienze squisitamente moderne, non è casuale affatto.

“...Consideriamo ad esempio i membri delle categorie delle  consonanti e di quella delle vocali (li abbiamo chiamati gli elementi dell’espressione);  ciò che definisce ciascuno di essi, preso a sé, e lo distingue  dagli altri membri della categoria, è il fatto che, sostituendolo con un altro membro entro un segno si può provocare una differenza del contenuto linguistico (nel senso); in inglese che p, s, l e f siano quattro elementi dell’espressione diversi, e che i, u, o e a siano quattro elementi dell’espressione diversi, risulta appunto dal fatto che lo scambio di uno di essi con un altro, nella stessa posizione della catena, provoca una differenza di contenuto: pit, sit, fit, lit, put, pot, pat. E’ appunto grazie a questa prova di commutazione  che si può fissare il numero dei membri di una categoria linguistica.  E’ evidente che la stessa cosa si applica, in modo del tutto analogo,  agli elementi del contenuto del linguaggio: “nominativo” e “genitivo”;  “presente” e “passato”, come pure qualsiasi parte  lessicale, sono linguisticamente differenti in virtù del fatto che,  scambiando gli uni con gli altri, si può provocare una differenza di espressione. E’ pure evidente che questa prova non si applica a quelli che abbiamo chiamato elementi dell’espressione o del contenuto, ma anche a qualsiasi membro di qualsiasi categoria: per esempio due proposizioni...” (Luis Hjemslev – Il linguaggio; ed.  Einaudi, Torino 1970, pag. 114)

Il mercato opera incessantemente quanto spontaneamente le prove di commutazione sulla catena del sistema degli oggetti – con ciò modificando e scambiando vorticosamente senso alle proposizioni che la circolazione dei suoi elementi ci apparecchia -, allo stesso tempo e alla medesima intensità con la quale il processo di produzione capitalistico è opera incessante quanto spontanea di scomposizione del “testo” /produzione materiale di valori d’uso/. E ciò potendo fare in quanto le qualità particolari delle cose, quali valori d’uso, gli sono indifferenti.
La produzione capitalistica è in questo e al contempo, produzione e riproduzione di segni; epperò di segni naturalmente straniati. In questo straniamento o indifferenza dei segni tra loro risiede  la specificità del modo capitalistico di produrre segni linguistici, o di modificare i segni linguistici preesistenti, quindi le poetiche e le norme estetiche.
L’indifferenza fonda la casualità quale legge delle concatenazioni dei segni.
Cosa sia responsabile del godimento estetico che da tutto ciò il contegno contemplativo ne può ricavare, non viene per il momento trattato. Certo è che il tipo di godimento ha delle peculiarità e condizioni storicamente determinate così come il contegno che lo presuppone. Cioè l’umana sensibilità è sempre storica sensibilità dell’uomo materiale e sociale.
Del tutto indifferenti, quindi al loro naturale modo d’essere, senza riguardo per la natura specifica del bisogno per il quale esse sono valori d’uso, le merci si sovrappongono in quantità determinate, si sostituiscono una all’altra nello scambio, sono considerate equivalenti, e insomma, nonostante il loro aspetto variopinto rappresentano la stessa unità”. (K. Marx – Per la critica dell’economia politica – op. cit. pag. 39)

D’altra parte se non trovassimo già occultate nella  società, così com’è, le condizioni materiali di  produzione e i loro corrispondenti rapporti commerciali per una società  senza classi, tutti i tentativi per farla saltare sarebbero altrettanti sforzi  donchisciotteschi.” (K. Marx – Lineamenti fondamentali per la critica dell’economiapolitica- ed. La Nuova Italia, Bologna 1971, pag. 101)

SE quanto vale per la generalità della produzione nella sua fase capitalistica, vale – senza dimenticarne le diversità essenziali, ecc. – per le singole sfere produttive 
ALLORA anche la produzione artistica, intesa come determinazione particolare del lavoro umano genericamente inteso, e la produzione artistica per così come attualmente è, di già presenterebbe, occultate, le condizioni per un’arte in una società senza classi – o per una società senza Arte; sicuramente senza artisti -.
UTILE diviene quindi individuare nell’arte contemporanea la presenza di elementi e la manifestazione di fenomeni che di già vi accennano e in tal senso si pongono come irreversibili per costringerli, poggiandoli sulla loro base materiale, alla conseguenzialità senza tregua – almeno sul piano teorico.

BENINTESO RIMANE FERMO che ogni possibilità reale di emancipazione anche di sfere particolari di produzione – e proprio per questa loro particolarità – si gioca sul terreno pratico della lotta di classi, dal cui esito necessariamente dipende. MENTRE chi si ostina a voler far dipendere questo esito dal livello “culturale” della classe rivoluzionaria manifesta di una limitatezza che può essere espressa anche in ciò: “Essi vedono nella miseria solo la miseria senza vedervi il lato rivoluzionario, sovversivo, che rovescerà la vecchia società ” (K. Marx – Miseria della filosofia Editori Riuniti, Roma 1971, pag. 107)

UTILE
FORSE
CONSIDERARE
il ready-made e i suoi analogon alla luce di:
“In secondo luogo, che il contegno reale pratico dell’operaio nella produzione e rispetto al prodotto (come stato d’animo) si presenta nel non-lavoratore che gli sta di fronte, come contegno contemplativo” (K.Marx – Opere filosofiche giovanili – op. cit. pag. 205)

(il lavoro oggettivato,  trasformato nel geroglifico sociale della merce, ha compiuto per proprio conto già gran parte del cammino per potersi agevolmente risolvere in un geroglifico estetico. La merce come arcano sociale si risolve breviter nell’opera d’arte come arcano estetico. E viceversa. Omertà da congiurati  o intriganti).

La circolazione reale si presenta prima di tutto come una massa di compere e di vendite che si svolgono casualmente una accanto all’altra ”. (K. Marx – Per la critica dell’economia politica" ed. Newton Compton Italiana, 1972, pag. 117)

“Tutto ciò imprime allo stesso prodotto un carattere sociale strettamente legato ai rapporti sociali, mentre dà un aspetto di casualità, inessenzialità e indifferenza al suo prodotto con la soddisfazione, in quanto valore d’uso, dei bisogni dei produttori”. (K. Marx – Il capitale, Capitolo VI inedito, op. cit. pag. 107)

“La circolazione del denaro, come quella della merce, parte da punti infinitamente diversi e ritorna a punti infinitamente diversi”. (K. Marx – Lineamenti fondamentali, op. cit. pag. 136)

CHE LA MESSA IN VENDITA DELL’OPERA D’ARTE
E’ MESSA A MORTE DELL’ESTETICA PRECAPITALISTICA

Nei rapporti di denaro, nel sistema di scambio sviluppato (e questa parvenza seduce la democrazia) i vincoli di dipendenza personale, le differenze di sangue, di educazione ecc., in effetti sono saltati, sono spezzati (i vincoli personali si presentano per lo meno come rapporti tra persone); e gli individui sembrano entrare in contatto reciproco libero e indipendente (questa indipendenza che in se stessa è soltanto e andrebbe detta più esattamente indifferenza) e scambiare in questa libertà; ma tali essi sembrano soltanto a ci astrae dalle condizioni, dalle condizioni di esistenza nelle quali questi individui entrano in contatto (ove queste condizioni sono a loro volta indipendenti dagli individui, e sebbene prodotte dalla società, si presentano per così dire come condizioni di natura, ossia incontrollabili da parte degli individui” (K. Marx – Lineamenti – op. cit. pag.106)

CHE IL MERCATO DELL’ESTETICA PRESUPPONE
COME SUA CONDIZIONE L’ESTETICA DEL MERCATO

Il prodotto vagante sul mercato alla ricerca del Valore, porta a vagare con sé il proprio nome come segno affatto privato.
Il mercato è il luogo in cui le spoglie mortali dei segni si muovono libere dai sintagmi d’uso, dalle concatenazioni causali che vogliono il cadavere sul tavolo da dissezione, non l’ombrello; la macchina da cucire nell’angolo del soggiorno, non sull’altare. Autonome dunque, prive del buonsenso che apparecchia gli scenari alla ragionevolezza, loro, le cose (questi segni primitivi e grossolani), anzi: le merci, si comportano come mere categorie significative pronte a concatenarsi tra loro senza pregiudizi per riempirsi di ogni senso a fondare nuove, inusitate metafore. Libere di scandagliare con audacia gli abissi dei significati possibili e impossibili, volontari e involontari. Provocatrici e terroriste, sabotatrici e disfattiste del razionale e dell’istituto delle locuzioni, le merci fanno del Mercato il Parnaso e la musa delle arti contemporanee, e con ciò facendo se le sottomettono.
Nei confronti del Mercato, ormai divenuto ambito naturale di poetiche e loro ricchezza, l’individuo si atteggia a proprietario privato di quanto vi acquista o prende: gettata la rete, il pescato lo riporta al mercato come cosa propria. Un ritorno all’uomo allo stato di raccoglitore ma stavolta in chiave borghese.
Vero è che non si va mai a pescare dove si sappia non esservi pesci da prendere.

Quando il prodotto del lavoro e il lavoro stesso sono subordinati allo scambio, viene un momento in cui vengono separati dal loro possessore. Che da questa separazione essi tornino di nuovo a lui sotto altra forma, è un fatto accidentale. Una volta che nello scambio è intervenuto il denaro, ed io sono costretto a scambiare il prodotto con il valore di scambio universale o con l’universale possibilità di scambio, il mio prodotto viene a dipendere dal commercio generale e viene strappato dai suoi limiti locali, naturali e individuali. Appunto per questo esso può cessare di essere un prodotto”. (K. Marx – Lineamenti – op. cit. pag. 87)

Quindi è esatto dire che il valore di scambio è un rapporto tra persone, bisogna anche aggiungere che è un rapporto nascosto sotto il velo delle cose”. (K. Marx – Per la critica – op. cit. pag. 45)

Al contrario, solo il consumatore lo considera come valore d’uso, come alimento determinato, mentre nelle mani del panettiere esso non era che un veicolo del rapporto economico, un oggetto sensibilmente sovrasensibile ”. (ibidem, pag. 55)


Sezione 3
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