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SUPPLEMENTI
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lettere fuori corso
Due lettere del 1997 a Giancarlo Politi con aggiunta di Glosse marginali e Note.
Avvocato della difesa:
"Brener manifesta contro il potere dei soldi nel mondo dell’arte, il che è giusto. Egli resiste contro il potere del commercio, che corrompe l’arte"

Riportato in Flash Art, n.203 – maggio 1997

Roma, giugno1997

Caro Politi,
condividiamo la simpatia tua verso tutti i dissacratori dell’arte ufficiale, e non saremo certamente noi a misconoscere il valore dell’opera di Brener d’apres Malevic, la cui posizione, così ben chiarita dalla difesa, credevamo ormai abbandonata assieme a tutte quelle questioni pur vagamente compromesse con le riflessioni di derivazione marxiana. Perché riteniamo che proprio in una di queste sia incappato Brener. E non poteva accadere diversamente, se a lui veramente "interessa la forma di funzionamento della società", il suo meccanismo.
Solo che allo Stedelijk si è affermata una critica in assenza di un programma che non sia individualmente limitato, ossia capace di situarla storicamente e proiettarla nel presente. Tu stesso sembri includere B. tra gli artisti trasgressivi che "si servono dell’arte altrui per l’arte propria"....Un momento! Stiamo parlando di un artista trasgressivo.....o di uno semplicemente in carriera?...
Non è così; e l’intervista che hai pubblicato non permette troppo facilmente questa congettura - con tutto che anche le maniere di perseguire il successo personale all’interno di una società risultano sempre altrettanto storicamente determinate della stessa società nella quale si manifestano, e quindi pure queste rientrerebbero tra la generalità dei fenomeni da sottoporre all’analisi del funzionamento sociale.

Anche se la dichiarazione dell’avvocato rivela un’impronta moralistica, l’apparente paradosso con il quale Brener ha definito "oneste" le proprie intenzioni, si spiega solo con la convinzione dell’artista di essere parte di un processo critico dal quale, per definizione, debbono ritenersi estranei sia i cedimenti verso l’invettiva (tanto più se avanzata in difesa di un’idea di arte idealisticamente intesa.), sia i risentimenti personali.

DISTRAZIONI
Il gesto di B. potrebbe anche confondersi tra i precedenti atti di teppismo, di dissacrazione, o di varia manipolazione di opere d’arte preesistenti, solo a condizione di trascurarne la forma finale; il che equivarrebbe a insinuare che la scelta dell’effigie del dollaro da dipingere sul Malevic sia stata casuale, e quindi del tutto irrilevante. Cosa difficile da sostenere. Date le condizioni nelle quali si intendeva realizzarla sarebbe stato più sbrigativo eseguire un insignificante ghirigoro – già di per sè sufficiente, se si intendeva colpire "un padre ingombrante", perseguire un "coraggioso stupire", o praticare il "vandalismo in quanto arte", come alcuni ti hanno scritto. Sono tutti rimasti rimasti abbacinati dal gesto, e su questo si sono soffermati per deprecarlo o per teorizzarlo, impedendosi così di vederne il risultato. Pare si sia verificato spontaneamente (o automaticamente) qualcosa di simile a quanto venne denunciato da Asger Jorn in un volantino dell’Internazionale Situazionista; quando si trattò di pubblicare sui quotidiani del 1958 la notizia di una mediocre tela di Raffaello appena scalfita da Van Guglielmi, la foto venne ritoccata per accentuare artificialmente e rendere più grave e deprecabile il danno materiale, mentre al contrario il testo del manifesto incollato sul vetro: W la rivoluzione italiana! Via il governo clericale!, venne occultato sapientemente per renderlo "pairfaitement illesible dans les journaux italiens".
Può apparire ingeneroso nei tuoi confronti, ma dobbiamo rilevare come anche Flash, dedicando la copertina all’illustrazione dell’accaduto e alle immagini del processo, ha contribuito a dare più rilevanza al gesto che all’opera. 
Cos’è dunque che ne favorisce la rimozione persino da parte di quanti sono ben disposti nei riguardi di Brener? Tutto lascia credere che tale negligenza possa attribuirsi al fatto che sopra il Suprematismus sia stato dipinto un inequivocabile segno altrettanto supremo e degno di devozione, onnipotente e dispotico, carico di implicazioni teologiche e tuttavia così concreto e tangibile da essere a portata di mano.


IL SEGNO DI ZORRO SULLA TRIPPA DI GARCIA
Con il coraggio geniale della banalità il $ dipinto da Brener (preso certamente quale rappresentante generico del denaro) mette immediatamente in mostra l’impresentabile volto della musa più sottile ed eminente di un’arte che per lo più si è ritirata dal mondo per mettersi al sicuro nel gioco indefinito e indefinibile del decorativismo soddisfatto e satollo.
È la sfrontata evidenza che dà la nausea alla nostra delicata coscienza?
Il richiamo alla realtà è stato troppo violento per lor signori, o è semplicemente alla stessa altezza dell’intensità della crisi? - Lasciamo quest’ultimo interrogativo sospeso sopra le teste reclinate dei G7, ora G8.
Anzitutto bisogna stabilire se tale richiamo (al di là del fatto meccanico che sia stato applicato sopra un quadro) riguardi pur sempre e ancora l’arte figurativa piuttosto…che la sociologia, mettiamo? Allora ci si dovrebbe ugualmente interrogare sulla caravaggesca "Vocazione di Matteo" per stabilire se trattasi di un costrutto letterario piuttosto che pittorico - poiché anche qui sono in gioco la Croce della finestra, il Denaro dell’usuraio e la scelta del Dio di cui farsi discepoli - qualora ci facesse la grazia di rivelarsi.
Ciò che conta in un’opera non è l’opinione spesso interessata dell’autore (figuriamoci poi quella del suo avvocato!), ma quanto è possibile leggersi e rimanere vivo.
Non possiamo credere che B. sia rimasto scandalizzato dal "potere dei soldi nel mondo dell’arte", quando ognuno sa, anche se non sa niente altro, che in un mondo dominato dal mercato anche l’opera d’arte aspira a saltarvi dentro anima e corpo. Allora il compito di esprimere questo fatto elementare ed ovvio apparirebbe del tutto superfluo, se non fosse che il problema risiede tutto nell’esprimere precisamente questa elementare ovvietà in una guisa artistica.
Non si tratta affatto di pronunciare un giudizio al riguardo; e neppure di assumere un compito iconografico tra gli altri, bensì di ridare "visibilità" alla base materiale nella quale i processi estetici e i procedimenti artistici sono radicati, e dalla quale sempre ripartono e si sviluppano.
Dopo aver riconosciuto che la possibilità di svolgere l’arte nel presente (e anche di spiegarla) si pone, inizialmente, a partire dalla comprensione positiva (mai etica! mai morale!) della condizione comune a tutti i prodotti del lavoro di una determinata epoca, ecco che per quella moderna si arriva alla "forma" di merce. E poiché "l’enigma del feticcio denaro è soltanto l’enigma del feticcio merce divenuto visibile e abbagliante agli occhi", ecco che dalla merce si perviene, altrettanto facilmente al denaro, nel quale è ravvisabile la forma generale in cui si presenta immediatamente l’attuale modo capitalistico di produrre; e in tale forma diviene possibile anche rappresentarlo in una maniera storicamente adeguata.
Al mondo senza oggetti del denaro, nella sua fase sviluppata come Capitale, doveva corrispondere un’arte liberata dal "peso degli oggetti". 
Come il denaro ha dovuto necessariamente disperdere ai sensi ogni e tutte le particolari determinazioni del mondo fisico per potersi fondare ed agire quale equivalente generale degli scambi, così la pittura di Malevic ha dovuto disperdere ogni particolare figura spingendola ai limiti della percettibilità retinica, se voleva mostrarsi infine quale equivalente generale e supremo della pittura senz’altro.
Era dunque fatale che, proprio qui dove l’esca suprematista della estrema riduzione del materiale pittorico intrattiene il quadro sulla soglia della sua propria sparizione (forse in attesa dell’incontro con il puro Spirito della Pittura) doveva presentarsi invece, incarnato sulla diafana croce di Malevic, questo verde Spirito del tempo.
Ora possiamo dire: la tela era già preparata!
Il $ dipinto da Brener nell’istante stesso in cui modifica l’opera di Malevic, compie l’analisi del periodo che svela il paradigma segreto dell’arte moderna in generale, e ci indica nel denaro il garante dei modi di codificare di tutta un’epoca. Un "garante" che non appartiene più all’ordine trascendentale del divino bensì, oramai interamente, all’ordine immanente dell’economico.
Con ciò possiamo mandare dissolto anche l’equivoco mistico che si presume all’origine dell’arte astratta (Kandinsky-Mondrian-Malevic).

Inoltre, per la delizia dei collezionisti di figurine, Brener ha anche arricchito il repertorio delle sacre rappresentazioni con una vocazione di Matteo capovolta in favore dell’avaro: lasciato nell’ombra caravaggesca del peccato a contare il gruzzolo, trionfa infine sull’ultima scena della globalizzazione, nella quale il mistero della grazia divina si manifesta quale mistero dell’economia politica -che per la scienza economica corrente rimane tuttora una sfinge priva di misericordia.
Non vogliamo sostenere che questo lavoro di Brener possegga un valore in sé, piuttosto deve essere considerata come la tappa di una evoluzione che comunque andava segnata e dalla quale non si può più prescindere; ma non è lo stesso per l’opera di Malevic?
Si tratta allora di coglierle entrambe come momenti consecutivi di un medesimo processo (dinamico) per il quale spesso c’è bisogno soltanto di un chiarimento critico capace di riassumere e andare avanti (è questa la "coazione a creare" con la quale dagli anni '80 si è creduto schernire l’avanguardia?).
Neppure vogliamo sostenere che l’opera di Brener possegga in sé il valore di un chiarimento concettuale del tutto originale.
Ma poiché: "La filosofia contemporanea ha un carattere di parte, come l’aveva la filosofia di duemila anni fa. In sostanza i partiti in lotta sono il materialismo e l’idealismo…L’idealismo essendo soltanto una forma affinata e raffinata del fideismo, il quale resta in armi…", possiamo assumere l’immagine di B. come una deciso pronunciamento in favore del materialismo.
Solo per fissare le idee, azzardiamo lo schema, nel quale l'ultimo passaggio non deve intendersi come conciliazione dei due momenti che lo precedono, ma neppure come una doppia negazione logica che ritorna ad affermare la tesi di partenza; piuttosto proprio come una dialettica negazione della negazione con la quale si perviene ad un risultato del tutto nuovo - fosse pure soltanto quello di tentare di rompere il vincolo formale di vecchie enunciazioni.
Per il momento all’orizzonte non vediamo altra necessità degna oltre quella di sistemare la pittura nella verità del suo proprio tempo e liberare l’arte - e Malevic stesso- dal blocco schizofrenico attivato dalla falsa concezione di un’autonomia dell’opera e dell’attività estetica accampate fuori dalle contingenze materiali.
È per questo che te la fanno sempre pagare?
Solo una volta applicato il crimine dialettico al corpo vivo della pittura, ci si avvede che Brener non ha avuto altra scelta che fare ciò che ha fatto, se voleva offrire ad un unico colpo d’occhio il quadro della situazione.
Un saluto.
Roma, agosto 1997

Caro Politi,
ho fatto bene a ritardare l’invio di questa lettera; così ho potuto cogliere l’occasione di leggere nelle tue parole la conferma di una certa concordanza: "Brener...che vuole uccidere il padre, il capitale e l’arte troppo enfatizzata." [Flash Art n.204 – luglio 1997]
Dovremmo forse iniziare a considerare che l’attuale fase acuta della offensiva teorica e pratica del neoliberismo ha preparato le condizioni oggettive, economiche e politiche, che costringono anche i riluttanti a fare nuovamente i conti con le irrisolte questioni poste storicamente dal materialismo dialettico persino in arte?
La necessità di ricondurre in primo piano il modo determinato di produzione (dominante sia sotto Malevic che sotto Brener) era già stata già avanzata teoricamente ed espressa artisticamente. Che infine tale necessità abbia trovato la maniera di manifestarsi in una forma particolarmente "spregiudicata" proprio nell’attuale periodo stramaturo dell’economia, e ad opera di un artista ‘debole" e "nullatenente", proveniente da un’area economica che non ha ancora avuto il tempo necessario per sottomettere e organizzare le coscienze alle esigenze del mercato, dimostra che persino la possibilità e capacità soggettiva di esprimersi "liberamente" presuppone comunque il sussistere di condizioni oggettive favorevoli - beninteso sempre purché si sia abbastanza conseguenti (forse "onesti", preferirebbe dire Brener), e non ci si atterrisca difronte ai risultati e alle conseguenze anche pratiche cui ci conduce il processo critico intrapreso.
Brener si è definito "un artista sociale e nullatenente", soprattutto "debole", che ha "sempre paura di non poter lavorare" Che questi suoi caratteri sociali ed umani ti portino a difenderlo, testimoniano di un tuo sano istinto e della sua particolare tenuta, che amiamo pensare riposa sulla convinzione che soltanto chi non possiede nulla non ha altro da difendere che la reputazione dell’arte - a cui viene subito voglia di aggiungere: e ha un mondo da guadagnare.
Quanto è stato capace di fare Brener allo Stedelijk Museum non è terrorismo, forse è sabotaggio, forse meglio disfattismo; ma ha anche i contorni marcati di una espropriazione avanzata da un espropriato sceso su un terreno pratico con un programma antiformista. È questo che non gli si può perdonare, altro che il danneggiamento del Malevic! 
E il fatto che Brener non sia stato invitato né alla Biennale da Celant, né a Kassel dalla David ci sembra confermare che da quanto è accaduto emana quel particolare sentore politico che spesso si sprigiona quando si arriva al fondo delle cose e l’unica risposta possibile consiste nel modificare concretamente lo stato delle cose attuali.
Allora: giusto quando pubblicammo nell’ultimo Aut.Trib. del 1983 le sequenze del manifesto di Maciunas: "Purge the world of EUROPANISM!", rettificato da Beyus: "Purge the world of AMERICANISM!", e a conclusione della serie, perfezionato infine dal nostro "caxus": "Purge the world of CAPITALISM!".
Perché proprio in quest’ultima formulazione il lavoro di B. con il suo $ troverebbe una giusta collocazione. Ed è questo che oggi ci consente di stare dalla sua parte, collocandoci però fuori da ogni generico solidarismo come dalla pur sempre doverosa compassione anticarceraria.
Noi non abbiamo interesse, e neppure motivo, di tirargli la giacchetta per associarlo ad un discorso che non conosce, e che, magari conoscendolo, può anche non condividere o, addirittura, detestare. Ma neppure potevamo abbandonare alle scorribande dei benpensanti un’opera nella quale riconosciamo una certa aria di casa. E la verifica di ciò la ricaviamo anche dal fatto che non dobbiamo fare nessuno sforzo per immaginare il suo lavoro sul Malevic come un’ottima immagine da riportare nel frontespizio di diversi nostri elaborati.
Occorre anche riconoscere che almeno una falda della propria giacchetta ce l’ha offerta lui stesso. E allora uno tira i fili: ci sia o non ci sia dentro una particolare persona, è faccenda che riguarda la biografia, magari pure la magistratura, certamente non la critica - anche se Maraniello sembra disposto ad affidare al pronunciamento dei magistrati l’ultima rifinitura del giudizio estetico che decida sulla riuscita o il fallimento dell’opera di B.
Per quanto ci riguarda, salutiamo la piena riuscita di un’azione concettuale compiutamente critica e compiutamente pittorica, che arriva alla radice dell’estetica contemporanea e la mette alle strette, dicendo finalmente una parola chiara e definitiva sull’arte del secolo che se ne sta andando, e che proprio applicata al Malevic la estende e rende valida per l’intero periodo.
Poi, se uno proprio vuole può anche infilarci dentro la Russia - patria comune ai due autori - e magari pure Dostoevskij, che non guasta mai; e già che ci si trova richiamare una raskolnikoviana similitudine con l’omicidio dell’usuraia per condurre infine Brener verso il meritato castigo con resurrezione in coda, vuol dire che intende trattare e trasformare anche l’arte in una faccenda privata e personale. 
Se l’opera di B. si colloca precisamente dove l’abbiamo sistemata, allora la sentenza purtroppo è già scritta in anticipo e per principio da una società che non può permettersi di sopportare una critica radicale in alcun campo, particolarmente in quello economico e sociale - dove si è spinta l’opera di B.; poiché ci appare evidente che siamo sulla linea del fronte politico.
Questa società riesce prima o poi a perdonare di tutto, anche i più turpi crimini contro la persona o contro l’umanità, privati o collettivi che siano, mai il delitto di chi svela l’ipocrisia dei suoi balocchi più preziosi; figuriamoci poi quando si arriva a romperli! Ma ad un certo momento se si vuole essere risolutivi, occorre spezzare il cerchio allucinante della metafora e tentare il passaggio (sempre obbligato, sempre rischioso) verso la realtà.
Però, se poi la libertà di B. dovrà passare passare attraverso una linea di difesa che riterrà opportuno dissimulare la vera portata del suo lavoro dietro l’appello alla libertà di espressione o altre consimili amenità apologetiche, queste sono faccende di giuris-prudenza che oramai non intaccano le nostre convinzioni a tale proposito. 
Caro Politi,

il fatto che il Malevitch sia stato già visto e che ora occorre vedere un Brener [Flash-Art n.201 e 203] ci porterebbe a discutere del superfluo in arte; e precisamente sull’inutile perdurare di molte di quelle opere tra le più conseguenti che, proprio per il loro "estremismo", una volta fatte, viste e registrate dall’estetica corrente, esauriscono ogni loro ragione artistica e se ne starebbero come spoglie morte, immobili...se non fosse appunto per il provvidenziale (benchè già deprecato) valore di scambio che gli procura quella novella respirazione bocca a bocca che le mantiene in circolazione come cadaveri squisiti.
Potrebbe anche non essere il caso di Malevic; benché il suo mondo senza oggetti dovrebbe prevedere anche il quadro stesso nel processo generale di tale negazione.
A tale proposito, sarebbe estremamente interessante e forse necessario, che Brener, dopo aver lavorato sopra un’opera di proprietà pubblica, procedesse esattamente con il medesimo impegno e coraggio almeno sopra un capolavoro di proprietà privata (così si avrebbe anche la verifica sperimentale del "vero collezionista") - benchè anche noi ci associamo al tuo augurio (non certo motivato da spirito conservativo) che il gesto di B. non trovi emulatori: a tutti noi interessano, in arte, le opere originali, non le copie. 
Alla luce di tutto questo, tra i tanti episodi che riguardano manipolazioni su opere d’arte preesistenti, riteniamo utile segnalarti quello di Courbet, che in nome della Comune di Parigi del 1871 firma l’abbattimento della colonna Vendome perchè simbolo dello sciovinismo e dell’oppressione di un popolo sull’altro. 
Di un sicuro interesse è la vicenda del barone d’Ormesan descritto da Apollinaire (che, contrariamente a te, preferisce non difenderne l’opera impelagata con la giustizia: altri tempi, altro coraggio): 

Qualche tempo dopo ricevetti una lettera datata dalla prigione di Fresnes. Era firmata dal Barone d’Ormesan:
"Caro amico - mi scriveva quell’artista - avevo composto una antiopea intitolata Il Vello d’Oro. La eseguii un mercoledì sera. Partii da Grenelle, dove abito, su un vaporetto. Era, come può vedere, una dotta evocazione della favola argonuatica. Verso mezzanotte, a rue de la Paix, ruppi qualche vetrina di gioielleria. Mi arrestarono con alquanta brutalità e mi misero in prigione col pretesto che m’ero impadronito di diversi oggetti d’oro che costituivano il Vello, meta della mia antiopea. Il giudice istruttore non capisce niente dell’anfionia, e sarò condannato se lei non interverrà. Sa che sono un grande artista. Lo proclami e mi liberi".
Siccome non potevo far niente per il barone d’Ormesan e non mi piace aver a che fare con la Giustizia, non gli risposi neanche.

Tra gli atti di teppismo sulle opere d’arte occorre però anche includere tutti quelli di omissione o di censura che si compiono negli svariatissimi modi della critica e dell’informazione, ai danni di artisti e opere soprattutto quando si pretende di organizzare rassegne paludate di obiettività storica e rigore critico, ma che troppo spesso servono al contrario a seppellire - quando non a falsare - ciò che non è conforme.. neppure alla critica! ma solo al mercato, a cui la critica sembra aver ceduto la prima e l’ultima parola sulle questioni dell’arte.
Un saluto. 
(Lillo Romeo)
Le due lettere su Brener con aggiunta di note e glosse nel formato PDF
giancarlo.lettere@gmail.com 23 agosto 2007
fermoposta@ilsole24Ore.com 31 agosto 2004
lettere aPOLITIche 2 maggio 1996
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