LA MORTE DI PAUL LAFARGUE E LAURA MARX
Maurice Dommanget
arteideologia raccolta supplementi
nomade n. 5 dicembre 2011
OÙ SOMMES-NOUS?
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Paul Lafargue si diede la morte, trascinando con se Laura, sua compagna, nella notte del 26 novembre 1911.
A che ora e come, non sapremo mai, poiché le due vittime hanno portato con se il loro segreto nella tomba. Ma le altre circostanze del dramma sono note.
Entrambi, dopo aver passato la giornata del sabato a Parigi, avevano raggiunto la loro abitazione di Draveil.
Rientrando, avevano chiacchierato col giardiniere, Ernest Doucet, e con altri membri della sua famiglia. Lafargue parlò allegramente della giornata trascorsa.
Laura e lui, che erano stati al cinema, si mostrarono - e stato scritto - "pieni di familiare allegria."1 Eppure sapevano che ben presto avrebbero posto fine alla loro esistenza. Una serenità che lascia senza parole.
Il mattino dopo, verso le dieci, Doucet si preoccupò non vedendo nessuno alzato anche perché i due coniugi avevano mantenuto abitudini mattiniere. Salì alle loro stanze, bussò e, non ottenendo risposta, aprì la porta.
Lafargue era sdraiato sul letto, completamente vestito, senza vita, in camera sua. Nella camera vicina Laura, seduta in poltrona, era morta anche lei. Nessun disordine nei locali: tutto era a posto, come al solito.2
La preparazione, o meglio la premeditazione, era stata condotta, se così si può dire, con cura estrema.
Tutto era stato fatto minuziosamente e altresì "furtivamente," per far nostro il calzante avverbio usato da Bracke, il che spiega ancor meglio "la collera, quasi il rancore" — sono sempre parole di Bracke — "degli amici sconvolti dalla notizia."3
Beuchard, segretario della Federazione S.F.I.O. della Senna, era aiuto farmacista.
A lui Lafargue si era rivolto per avere il veleno: cianuro di potassio,4 prodotto che aveva vantato, prima di farne egli stesso tragico uso, l'illustre chimico Berthelot e di cui Paul Robin a sua volta si doveva servire nel 1912, indicandolo come il mezzo migliore per porre fine ai propri giorni.5
Non dimentichiamo che Lafargue era medico. Egli si proponeva di iniettarsi il veleno nella coscia o nel polso.
Per ottenerlo, diede a intendere di voler fare degli esperimenti sui suoi polli.
Beuchard era ben lontano dal sospettare il vero uso che Lafargue aveva deciso e, per non coinvolgerlo, il futuro suicida aveva raschiato dai flaconi il nome del farmacista.
Fu Lucien Roland a consegnare, alla libreria del Partito, in perfetta innocenza, il veleno a Lafargue, che lo prese senza dare spiegazioni.6
Su un tavolo, non lontano dai cadaveri, fu trovata una lettera al nipote, il dottor Edgar Longuet, e un foglio contenente le disposizioni testamentarie.
C'era anche un certificato per il giardiniere, con la data del 28 settembre, e una lettera allo stesso, datata 18 ottobre, cioè rispettivamente due mesi e circa tre settimane prima del suicidio. La premeditazione è dunque accertata.
Quanto allo scritto indirizzato alla cuoca, recava, senza dubbio a causa di un'omissione, la data della vigilia del dramma.7
In effetti in Lafargue c'era forse una tendenza patologica, cioè ereditaria, al suicidio.
Colpisce il fatto che a venticinque anni, follemente innamorato di Laura che allora non lo corrispondeva, sia questa che Marx temessero che Paul si volesse suicidare.8
Una cosa è certa: che l'idea del suicidio gli era divenuta familiare; l'aveva maturata "per anni," secondo la sua espressione, e gli si può credere senza difficoltà.
Non è stato forse ritrovato nello spazio tra il muro e il lettino di ferro, ove talvolta egli riposava, uno dei tomi delle Vite Parallele di Plutarco sul quale Lafargue aveva sottolineato a matita il suicidio di Catone Uticense?9
Molto colto ed erudito, Lafargue non ignorava certo che per Montaigne il suicidio era l'atto eroico per eccellenza, l'atto che testimonia che l'uomo ha toccato il grado più alto di saggezza poiché implica un distacco completo dai beni caduchi e dal primo di essi, la vita.10
Ma Montaigne, morto ad appena sessant'anni, non si era suicidato.
Come René Cabannes ha fatto osservare a Lucien Roland, "l'esempio di Paul Lafargue è testimonianza di una più elevata comprensione della vita poiché ha imposto al destino il suo termine: ha scelto la sua ora e la sua età, settant'anni."11
Lafargue, che perfino nell'appendice del Diritto all'ozio si compiaceva di fare riferimento all'utopia di Platone e che conosceva Diodoro Siculo, da lui citato più di una volta, non aveva mancato di sottolineare i passi tratti da La Repubblica del sole di Giambulo che Diodoro riporta nella sua opera.
Ebbene, uno ce n'era che limitava la vita umana con una sorta di regolamento ufficiale: giunti all'età stabilita, i cittadini si davano la morte.12
Ma è ancor più significativo che in una nota del Diritto all'ozio Lafargue lasci intendere, citando  l’esempio delle tribù del Brasile e dei popoli primitivi, che una vita senza gioie meriti di essere interrotta. Nella stessa nota plaude anche all'antica pratica svedese che a colpi di mazza liberava i genitori dalle "tristezze della vecchiaia."13
Bisogna ritenere che egli avesse reso partecipe Laura del suo punto di vista sul suicidio; l'affermazione della Krupskaja, che riportiamo più avanti, sembra accreditare questa tesi.
C'era certamente nei due coniugi una certa familiarità con l'idea del suicidio, ma l'affermazione di Amedee Dunois secondo cui Laura "ha voluto condividere la morte con l'uomo col quale aveva condiviso la vita," sembra eccessiva14: si ha piuttosto l'impressione che Laura si fosse rassegnata.
In effetti è da osservare che, nel testamento qui di seguito riprodotto, Lafargue scrive in prima persona, solo per se, e che non c'è alcun riferimento a Laura.
II testamento è così redatto:
Sano di corpo e di mente, mi uccido prima che la vecchiaia impietosa, che mi tolse a uno a uno i piaceri e le gioie dell'esistenza e che mi spogliò delle risorse fisiche e intellettuali, non paralizzi la mia energia e non spezzi la mia volontà facendomi divenire un peso per me stesso e per gli altri. Da molto tempo mi sono ripromesso di non superare i settanta anni; ho fissato la stagione dell'anno per il mio distacco dalla vita e ho preparato il sistema per mettere in pratica la mia decisione: una iniezione ipodermica di acido cianidrico. Muoio con la suprema gioia della certezza che, in un prossimo futuro, la causa alla quale mi sono votato da quarantacinque anni trionferà.
Viva il Comunismo.
Viva il Socialismo Internazionale! 15
Questo testamento è in certo modo ambiguo.
In primo luogo è una lettera di  dimissione dall'esistenza. Perciò, dato che Lafargue era un combattente e inoltre un capo ancora in forma, Guesde assimilò il suo suicidio a un atto di diserzione: "Non parlatemene," disse a Lucien Roland quando seppe la notizia, "è un disertore."16
Dopo di che, mentre Roland parlava in difesa di Lafargue, Guesde pianse: e infatti secondo quanto dice Roland quest'uomo cosi aspro, cosi perentorio nei dibattiti e nelle controversie, che aveva avuto tante divergenze di idee con lo scomparso,17 era sentimentale, umanissimo e aveva il culto dell'amicizia. Nonostante le divergenze e gli urti, Guesde era rimasto molto legato ai Lafargue, tanto che era una festa quando si recava a Draveil per trascorrervi tre o quattro giorni. E Laura più "guesdista del marito," come testimoniano le sue confidenze, aveva mille attenzioni per Guesde."18
Da parte sua Edouard Vaillant non dà a Lafargue del disertore, ma sottolinea che il suo suicidio non può essere interpretato come un segno di viltà poiché implica una profonda padronanza di se, una risolutezza energica, implacabile, fondata sia sulla ragione (anche se sulla base di un'argomentazione discutibile) che sul sentimento, per rimanere fedele all'imperativo della coscienza.19
Altro aspetto: Lafargue si attenne con tanta fermezza alla sua "promessa" di morire prima dei settant'anni, che non aspettò gli ultimi momenti prima di tale scadenza per uccidersi.
Poteva attendere in effetti il 15 gennaio 1912; anticipò invece questa data fatidica perchè si dice avesse deciso - cosa che non compare nella sua risoluzione suprema - di andarsene prima dell'inverno. Ma ciò comportava una bella disinvoltura, poiché in tal modo egli finiva con l'abbreviare i giorni di Laura che - bisogna dirlo - in questo dramma figura rassegnata, sacrificata, ammirevolmente stoica.
Per quanto riguarda la parte non specificamente soggettiva del testamento, si tratta di un atto di fede magnifico nella vittoria del socialismo.
Per ritomare alle prime parole del testamento, è perfettamente vero che Lafargue era ancora "sano di corpo e di mente" quando si uccise. Edmond Peluso, che l'aveva visto alcuni mesi prima della morte, disse che a quell'epoca "era dritto come una quercia e agile come un giovanotto."20
E’ quanto conferma anche Marcel Sembat, riconoscendo che Lafargue - come Laura, del resto - se ne era andato "nel pieno del vigore," "prima del declino."21
Nulla di più esatto.
Infatti, nei primi giorni dello stesso mese del suicidio, Lafargue partecipa all'VIII Congresso nazionale del Partito socialista a Parigi e prende la parola nel pieno possesso delle sue facoltà. Rileva che la crescita numerica del Partito è troppo debole e, analizzando le cause di questa debolezza, ritiene che esse non siano da imputarsi alle lotte tra le varie tendenze.
Giustifica ancora una volta l'esistenza di queste ultime e ne approfitta per denunciare "lo spirito ministeriale" nel Partito.
A proposito del problema della modifica dello statuto, egli ritiene che non si dia questione di tendenze e lo prova facendo notare che su questo punto egli si discosta dai suoi amici.
Denuncia come "L'Humanité" sia al servizio della sola tendenza jauressiana e protesta per l'allontanamento di Marius Andre dalla redazione".22
Guesde, interrogato in merito al suicidio, dichiarò che Lafargue era "nel pieno delle forze, nel pieno dominio di se, e in uno state di salute migliore di quello di moiti di noi"23; e della sua in particolare, avrebbe potuto aggiungere!
Quanto a Sembat e Vaillant, essi hanno potuto scrivere, indubbiamente giudicando dal comportamento battagliero di Lafargue al Consiglio nazionale dell'l e 2 novembre 1911, l'uno che era "scomparso prima del declino," il secondo che era "nel pieno del vigore intellettuale e morale e in perfetta salute fisica," e che quindi "se ne era andato troppo presto."24
Opinione quest'ultima condivisa dal segretario del Partito, Dubreuilh, che dichiarò sull'organo centrale che Lafargue se ne era andato "prima del tempo."25
Queste testimonianze contraddicono l'affermazione del suicida secondo cui l'età gia gli toglieva a uno a uno i piaceri dell'esistenza e lo privava delle sue forze.
Egli riconosce tuttavia di uccidersi prematuramente, "prima che l'impietosa vecchiaia" non ne abbia fatto un peso morto o come diremmo oggi un "rudere." In questo senso il suo gesto stoico non può essere paragonato a quello della Bernerette di Musset la quale scrive nella sua ultima lettera a Federico: "Non mi uccido, amico mio, mi finisco; non è poi un gran danno."
Il suicidio di Lafargue fu deplorato nel Partito francese e nell'Internazionale.
La notizia colpì come un "colpo di fulmine" Dubreuilh che con Aubriot e Mistral stava tornando a Parigi dall'inaugurazione della Casa del Popolo di Lione. Dubreuilh mise segnatamente l'accento sul ruolo unitario svolto dall'amato e rispettato responsabile della commissione amministrativa del Partito.26
Bracke non dissimulò l'irritazione che lo colse alla "crudele sorpresa." Trovava che Lafargue andandosene così, senza preavviso, non avesse avuto fiducia nei suoi amici e compagni di lotta.
"Aveva il diritto di non aver fiducia in noi? Né fiducia per comprendere queste ragioni, né fiducia per dirsi che i compagni non avrebbero consentito che la mancanza di risorse o di forze li privasse del conforto, del vantaggio del prestigio che, per i vecchi del P.O.F. e i nuovi del Partito unificato, rappresentava la presenza di Lafargue e dell'unica figlia di Marx ancora vivente”.27
L'articolo che Jaures dedicò a Lafargue in prima pagina sull'organo centrale quotidiano del Partito merita di essere riprodotto integralmente.
Esso si distingue in effetti per una grande serenità e per l'analisi penetrante dell'intima contraddizione che spiegava agli occhi dello scrivente - che a sua volta sarebbe morto tragicamente - la perdita dello scomparso. Notiamo pero che Jaures non fa cenno di Laura.

"Quale mistero l'uomo e per l'uomo! Nel vedere Lafargue così vivace, così innamorato della vita, così animato e così aspro nelle battaglie, nessuno di noi avrebbe potuto certo sospettare che egli portava in sé una sentenza di morte. Da anni forse, in ogni caso da mesi, come provano tutte le disposizioni da lui prese, aveva deciso di scomparire; e la scadenza che si era fissato non sembrava pesargli.
Era tanto appassionato, tanto veemente, a volte anche così ingiusto come se avesse di fronte a sé un vasto campo di battaglia illuminato da un giorno lunghissimo. C'è stata in questa morte deliberata una singolare forza di volontà che colpisce e sconcerta. Nella morte di Lafargue, come nella sua vita, c'è una unione commovente di idealismo e di paradosso. >
Ha sempre avuto a cuore disinteressatamente il socialismo. Ha combattuto senza debolezze. E’ stato uno dei più ferventi sostenitori dell'unità.
Avrebbe voluto che tutte le forze proletarie si unissero per una comune battaglia. A volte tuttavia se ne usciva con aspre battute e infliggeva anche agli amici dei colpi di cui non misurava la portata. Ma un sicuro istinto socialista lo riconduceva ben presto su posizioni più ponderate.
Anche l'impeto dei paradossi, ai quali si applicava con passione straordinaria, non lo distoglieva da quella che si può chiamare l'azione centrale del Partito. 
Anche nella sua morte c'è, se così si può dire, la stessa contraddizione. Essa rivela una stoica fermezza percorsa forse da una forma di originaria noncuranza. Ed è come nobilitata dal grido di speranza nella vittoria del socialismo, o piuttosto dalla bella e calma certezza.
Ma quale strano e doloroso malinteso! Lafargue si è sbagliato di grosso credendo di non poter più essere utile.
Era uno di quelli che, in certi momenti, nonostante la loro vivacità ed estrosità, hanno la funzione di moderatori e di conciliatori.  Avrebbe potuto ancora rendere innumerevoli servizi alla causa dell'unità.
Molti sono, nelle file del socialismo internazionale, coloro che oltre il limite che Lafargue si era prefissato servono con magnifica energia il proletariato.
La forza vitale e pugnace non si era attenuata in lui.
E oltretutto 'gli anziani', pur se sopito è in loro lo slancio della giovinezza, sono i testimoni della tradizione rivoluzionaria.
La loro inconcussa fedeltà, il loro coraggio nel portare sino in fondo il fardello della vita, il prestigio dei ricordi evocati dalla loro sola presenza sono una forza per le giovani generazioni. Lafargue ha dubitato troppo presto di se stesso. 
Ma pur avendo volontariamente abbreviato la sua esistenza, che doveva interamente mettere a disposizione della causa, essa è così ricca di azione disinteressata, di abnegazione socialista, di pensiero originale e singolare; e così strettamente e così profondamente legata a tutte le lotte politiche e sociali del proletariato francese e del socialismo internazionale da quasi mezzo secolo, che si può veramente dire che egli ha fatto il suo dovere e che ha diritto al grande riposo così tragicamente conquistato.
"28

Al contrario di Jaures, Kautsky fa riferimento a Laura a proposito del doppio suicidio di Draveil poiché parla della "scomparsa della valorosa coppia."
Egli ricorda a questo proposito che Lafargue si era sempre sentito attratto da forte simpatia per gli eroi antichi e che forse l'odissea degli antichi Germani che si facevano trafiggere con la lancia da un amico per evitare le miserie della vecchiaia ha avuto una certa influenza sulla sua decisione.29
Talamini, corrispondente parigino dell'Avanti!, rese omaggio all'eroismo commovente che avvolge di alta poesia la fine di Laura poiché ella "volle affermare sino alle soglie del nulla il suo devoto fervore di compagna e di collaboratrice."
Quanto al colpo decisivo dato sul quadrante del destino, Talamini lo valuta diversamente da Jaures. Vi vede un “gesto di bellezza”, una “lezione di forza” e un'affermazione, di fronte alla mediocrità borghese, “dell'ammirevole stoicismo di un valoroso pioniere dell'avvenire”.30
Anche Sembat non separa la scomparsa di Laura da quella del marito e trova che è una “bella morte”: “Questa fine mi pare fiera e magnifica come uno splendido tramonto. A questo proposito non mi viene in mente nulla di più nobiIe dopo la morte dei due Berthelot. Paul e Laura Lafargue l'hanno guardata in faccia, questa morte inevitabile che così pochi contemplano a sangue freddo”.
Pur affermando che il suicidio è un atto individuate che non deve mai costituire un esempio e che peraltro dipende da circostanze psicologiche diversissime da caso a caso, egli aggiunge: “Paul Lafargue non è morto né come santo, né come martire, né come eroe, né come disperato: è morto come un saggio”.31

Alla cremazione al Pere-Lachaise, il 3 dicembre, Anseele paragona la morte di Lafargue a quella di Delescluze e di Engels. “Delescluze, salendo semplicemente sulla barricata che sapeva sarebbe stata la sua tomba aveva nel cuore la disperazione di una sconfitta proletaria. Engels, esigendo che le sue ceneri fossero date ai flutti e attraverso essi all’infinità dell'universo, morì di morte naturale in un letto di dolore. Egli, Lafargue, muore di propria mano, di sua volontà calma e ferma, tutto vibrante di entusiasmo di fronte al bello spettacolo del mondo nuovo, nel trionfante ergersi del proletariato e del socialismo all'orizzonte della società moderna”.32
Come si vede, Anseele, come Talamini, è ben lontano dal condannare il gesto di Lafargue.

Secondo Mile Joka, i giomali di Belgrado "Politika" e "Pijemont" nel riportare la notizia sottolinearono che non si dava parallelo alcuno con i suicidi ordinari e correnti.
Questo gesto coronava a loro avviso una vita piena di coraggio, e se Lafargue non avesse dato nel corso della sua esistenza, col suo lavoro, la prova di essere un filosofo, ora la dava col suo gesto estremo.
“Lafargue non è morto”, soggiunge Joka, “né come un santo, né come un disperato, è morto come un filosofo, come un saggio; ha contemplato tranquillamente la morte, proprio come l'aquila della leggenda guarda direttamente il sole”.33

Ioffe, già discepolo e amico di Trotzkij all'epoca del suicidio di Lafargue, approvò con caldi accenti questa morte eccezionale. D'altronde doveva anch'egli suicidarsi nel 1927, dopo una vita interamente dedicata al socialismo, e indubbiamente l'esempio di Lafargue pesò sulla sua decisione, così come aveva spinto Robin a interessarsi in termini pratici al suicidio.34
Ioffe riteneva che, vinto dalla vecchiaia e dalle malattie, la sua vita non avesse più senso dal momento che non gli era più dato di lottare. “L'uomo politico”, scrisse per giustificare il colpo di pistola che esplose contro di se, “deve sapere quando andarsene, e deve andarsene al momento giusto, quando ha coscienza di non poter più essere utile alla causa che ha servito”.35

A quel tempo Trotzkij non era della stessa opinione.
Egli, prendendo la parola ai funerali del suo vecchio amico, insistette sul fatto che, dal momento che la lotta continua, ciascuno deve restare al suo posto e che quindi è la vita e non il suicidio di Ioffe a dover esser presa ad esempio da quelli che restano.
Tuttavia, tredici anni dopo, Trotzkij, sentendo prossima la fine, doveva cambiare parere. Aggiungerà il 3 marzo, al suo testamento del 27 febbraio 1940, un postscriptum non terminato. Non pensando che sarebbe stato assassinato, egli suppone sia di morire di morte naturale, sia di suicidarsi: in questa ultima ipotesi si ricollega a Lafargue e al suo amico Ioffe.
Sembra accertato che questo ripensamento fosse dovuto alla malattia di Lenin: l'impotenza, la rovina fisica, le sofferenze prolungate di quest'ultimo influirono fortemente sul desiderio di Trotzkij di abbreviare “il troppo lento processo dell'agonia”.
La moglie era d'accordo con lui su questo. E perciò Trotzkij scrisse nel suo postscriptum, prima di affermare - come Lafargue - la sua fede incrollabile nell'avvenire comunista, questa frase che non dà adito a dubbi: “Mi riservo il diritto di determinare io stesso il momento della mia morte”.36

Lenin, quando dopo il 3 dicembre 1908 emigrò a Parigi, aveva fatto conoscenza con Lafargue. Nel 1910, era andato a Draveil in bicicletta con la Krupskaja; entrambi erano stati cordialmente accolti dal patriarca, e mentre Laura passeggiava nel giardino con la Krupskaja, Lenin e Lafargue discussero.
Al rientro delle due compagne stavano ancora discutendo. Lenin stava terminando Materialismo ed Empiriocriticismo e ne parlò a Lafargue.
Laura disse alla Krupskaja a proposito del marito: “Proverà presto quanto sia sincero nelle sue convinzioni filosofiche”. In quell'attimo, dice la Krupskaja, i due Lafargue si scambiarono un'occhiata che le parve strana. Ebbe modo di comprendere più tardi il senso di quell'atteggiamento, quando seppe del suicidio dei Lafargue “da veri atei” allorché, ella dice, “sopraggiunta la vecchiaia, mancarono loro le forze per proseguire la lotta”.
Lenin aveva un grande rispetto per Lafargue pur mantenendo sempre un atteggiamento critico nei confronti dei leaders del socialismo francese. Egli doveva così, prendendo la parola ai funerali dei Lafargue a nome del Partito operaio socialdemocratico di Russia, fare il loro elogio con un breve discorso in cui salutava in Paul “uno dei propagatori più dotati e più profondi del marxismo”.
Si astenne dal condannare il suicidio, sebbene non fosse d'accordo, secondo la testimonianza di Serafina Gopner, allora aderente al gruppo bolscevico di Parigi. Infatti, in un'intervista specificamente dedicata al suicidio dopo le esequie, formulo così la sua opinione: “Un socialista non appartiene a sé stesso, ma al partito. Se può in qualche modo essere ancora utile alla classe operaia, per esempio con lo stendere se non altro un articolo o un proclama, non ha il diritto di suicidarsi”.
Lenin aggiunse anche che il caso di Lafargue era ancora più grave se si tiene conto del fatto che i partiti operai sono molto più poveri di scrittori dei partiti borghesi.37
Sottolineiamo che il discorso di Lenin alle esequie non era improvvisato e questo spiega la traduzione che Ines Armand ne ha potuto fare.38

In questa traduzione l'uso del termine “deces” [decesso] invece di “suicidio” lascia perplessi.
Se tale traduzione è rigorosamente fedele, la cosa ha la sua importanza: essa postulerebbe in Lenin la persuasione che non ci fosse stato suicidio da parte di Laura.
Ora, la storia è storia. E come non si dà storia se si trascura anche il minimo particolare che possa contribuire a chiarire i più grandi problemi, così non ve n'è affatto senza la più scrupolosa imparzialità.
Bisogna dunque vagliare freddamente non solo i fatti ma le minime azioni delle personalità in causa. Per quanto si riferisce al problema che qui si pone, non si potrebbe evitare una domanda estremamente delicata: come spiegare il comportamento di Paul Lafargue?
Egli ha formulato la sua opinione sul matrimonio in un articolo intitolato Conjungo, ma questo testo non tratta dei diritti reciproci dei due sposi e in particolare del punto così delicato della sottomissione della donna all'uomo.[39]
Da questo lato dunque nessun indizio. Bisogna tuttavia trovare una risposta, o almeno una parvenza di risposta, nel temperamento di Lafargue, nel suo carattere tutto d'un pezzo, ostinato,40 e anche nel suo egoismo.

Alexandra Zevaès, che ha conosciuto bene i Lafargue, è penetrato in questo che potremmo chiamare “dominio riservato”. Disgraziatamente le sue affermazioni eccessive, esagerate, l'odio per Lafargue che traspare ad ogni frase, fanno dubitare delle sue affermazioni. E tuttavia si è costretti ad accogliere alcuni suoi punti di vista; l'autore si rammarica a questo proposito di non aver interrogato, quando era ancora in tempo, Gabriel Deville e Lucien Roland. La verità è che non esistono uomini senza difetti e senza debolezze. Lafargue non sfugge a questa regola inesorabile, a questo dato di fatto.
Ricordando Laura, la figlia prediletta di Marx, donna ammirevole sotto tutti gli aspetti, Zevaes scrive: “Nulla di ciò che sappiamo del dramma del 26 novembre 1911 autorizza a credere che si sia suicidata”.
Ed effettivamente non resta nessuna traccia scritta di lei, nessuna carta, nessuna annotazione, nessuna disposizione testamentaria. Nelle ultime lettere di Lafargue nulla lascia presagire il funesto progetto e di conseguenza nulla lascia intravedere la partecipazione di Laura.
Ma - cosa di estrema importanza e che sinora e sfuggita all'attenzione - nel suo saluto Lafargue parla in prima persona e le spiegazioni che dà si riferiscono a lui solo.
Non vi si fa parola di Laura.
Dobbiamo inoltre sottolineare un altro elemento sfuggito sinora all'attenzione dei biografi: e cioè che il giorno della stesura del suo testamento Lafargue si avvicinava ai settanta anni, data da lui stabilita per morire; Laura invece, nata il 3 settembre 1846, stava per toccare solo il sessantaseiesimo anno d'età.
Non si può trarre altra conclusione se non che Lafargue, con la sua inesorabile, irremovibile decisione, abbia trascinato prematuramente nella morte la compagna ancora così piena di vita.
Ne aveva forse il diritto? Vi furono forse discussioni tra i due sposi?
E’ un arduo problema da discutere e una lacuna che i limiti di questo studio non possono colmare.
Resta il fatto, come sembra, che Laura si sia rassegnata, sacrificata stoicamente.
Ciò nulla toglie, evidentemente alla forte personalità di Lafargue, al suo posto eminente tra i capifila del Socialismo, al valore e alla portata del suo pamphlet sul Diritto all'ozio, oggi che già ci troviamo in piena “civiltà del tempo libero”, nella stessa società capitalistica.

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1 - B. Mayéras, "L'Humanité" 28 novembre 1911.
2 - Ibid.
3 -"Le Populaire" 2 dicembre 1936.
4 - Testimonianza di Lucien Roland.
5 - Paul Robin, Technique du suicide, p. 2.
6 - Testimonianza di Lucien Roland.
7 - L'Humanité, 27 novembre 1911.
8 - Marx-Engels, Carteggio, Ed. Rinascita, Roma, 1951, vol. IV, p. 439.
9 - Testimonianza di Lucien Roland.
10 - L. Round, Dans l’intimité des Lafargue. "Le Populaire," 2 dicembre 1936.
11 - Fondo Donunanget, lettera del 21 giugno 1944.
12 - Diodoro Siculo, t. II, cap. 57.
13 - Edizione del 1935, pp. 23-24.
14 -"La Bataille syndicaliste," 28 -lovenibre 1911.
15]- "Le Socialiste," 3-10 dicembre 1911.
16 - Derniéres volontés, "Le Socialiste," 3-10 dicembre 1911.
17 -  Testimonianza di Lucien Roland.
18  - Cfr. V. Daline, Sur les divergences emtre P. Lafargue et J. Guesde, Mosca, 1964, in lingua russa.
19 - Marx Dormoy, Lafargue, "Le Populatre." 29 novembre 1936.
20 - Un dimanche chez la fille de Karl Marx, "Bulletin communiste," data non accertabile, p. 550.
21 -"L'Hunianité," 29 novembre 1911.
22  - VIII Congresso nazionale tenuto a Parigi, resoconto stenograf. pp.59-60.
23 - "L'Humanité," 28 novembre 1911.
24 - Ibid., 29 novembre 1911. 4 dicembre 1911.
25  - Nos regrets, "Le Socialiste", 3-10 dicembre 1911.
26 - Dernier témoignage, "L'Humanite," 28 novembre 1911.
27  - Ce qu’a donné Lafargue, "Le Populaire," 2 dicembre 1936.
28 - La destinée, "L'Humanité," 28 novembre 1911.
29 - Ibid., 30 novembre 1911.
30 - Condoléances, ibid., 28 novembre 1911.
31 - Ibid., 29 novembre 1911.
32 - Ibid., 4 dicembre 1911.
33 - Opere scelte di Paul Lafargue (in serbo-croato), Zagreb, 1957, pp. 103-104.
34 - Isaac Deutscher, Trotsky, vol. II, Il Profeta disarmato, Longanesi, Milano 1970.
35 - Gabriel Giraud-Paul Robin, p. 291.
36 - V. I. Lenin, Opere, vol. XXXIV; Lettres, Paris, 1928, vol. XIII, p. XXIX: Lénine et la France, s.d., pp. 9-10.
37 - Lénine tel qu'il fut. Souvenirs de contemporains, ed. di Mosca, 1958, vol. I, pp. 587-589.
38 - Lénine et la France, Edizioni del P.C.F., Paris, 1954, p. 10.
39  - Inchiesta de "La Plume”. Riprodotta ne "Le Socialiste" dal 30 giugno al 7 luglio 1901.
40 - Un tipico esempio di tale ostinazione. Edwards, allorché prese ad atteggiarsi a socialista, fondò "Le Petit Sou”. Lafargue consegnò il suo primo articolo in cui parlando del direttore scriveva "Il signor Edwards." Questi fu preso da un accesso di rabbia. "Perché”, si mise a gridare, "non ha scritto cittadino?”, termine in uso allora dai e per i socialisti. Prese contatto con Lafargue supplicandolo di cambiare quel malaugurato "signor”. II vecchio non volle cedere. Presentiva in Edwards l'uomo che si "sarebbe sistemato" nella società capitalistica. "Preferisco crepare piuttosto che scrivere cittadino”. E si ostinò a non cambiare la dizione. L'articolo apparve senza modifiche. Edwards divenne cittadino solo il giorno dopo grazie a un collaboratore compiacente. ("La Guerre Sociale," anno VI, n. 1, dal 3 al 9 gennaio 1912.)
Dal'Introduzione a Il diritto all’ozio di Paul Lafargue, Feltrinelli editore, Milano 1971