LETTERE DAL CARCERE DI SOLETUDE

1
Martedì, 15 settembre 2015
arteideologia raccolta supplementi
nomade n.11 dicembre 2015
COME STANNO LE COSE
3
pagina
Cara madre,
voglio subito assicurarti di aver da poco ricevuto quanto avevo richiesto a te, ai fratelli e agli amici. Vi ringrazio tutti per la sollecitudine, e (poiché so che mi legge) ringrazio anche la Direzione che non ha tardato poi molto a farmi avere qui in cella il contenuto dei pacchi che mi avete spedito.
Non posso negare che il nuovo Direttore è animato da buone intenzioni, ed è capace di sorprendermi. Ma l’assegnazione personale di un tablet perché potessi disporre di testi e altre risorse offerte dalla Rete, prevedeva di svuotare la mia cella dai libri, giornali e riviste, e da ogni altra pubblicazione che negli anni avevo accumulato. Questa ragionevole condizione mi privava tuttavia dei mezzi per la cura della mia salute personale.
In che modo?
Come già sai, non disponendo di un’attrezzatura adatta per fare ginnastica, mi ero finora  arrangiato con pile ordinate di libri e riviste legate assieme, da sollevare per fare esercizi faticosi di almeno due ore al giorno.
Così, dopo avermi consegnato il tablet, le guardie, assieme ad ogni carta stampata si portarono via anche quei miei miseri attrezzi. Mi restarono tuttavia due piccole macchine Olivetti 32 con le quali mi adattai per fare qualche discreto esercizio per le braccia.
Ho cercato di essere paziente, ma non potevo certo andare avanti così.
Solo dopo aver negoziato una deroga alla disposizione del Direttore ho potuto chiedervi di procurarmi la maggior quantità possibile di libri e rotocalchi per ricostituire i miei raffazzonati pesi e bilancieri, grazie ai quali presto potrò riprende l’attività fisica con assiduità giornaliera.
Consiglio a te e a tutti quelli che mi stanno a cuore di seguire il mio esempio con esercizi adeguati. La resistenza alle malattie in tal modo rimane alta, se addirittura non aumenta.
Per il resto, cara madre, sento di avere ancora molta energia e di poter mantenermi a lungo così, sempre in forma. Non devi quindi assolutamente preoccuparti per le mie condizioni generali.
Tuttavia è mio dovere informarti che le ricorrenti punizioni in cella di rigore mi hanno lasciato una dote.
Mi accade cioè a volte, e sempre quando inizio a scrivere, di avvertire i sintomi  iniziali  della crisi encefalica di cui mi credevo guarito; ma poi, mentre scrivo non si scatena; sembra rimanersene lì come in agguato, per infuriare soltanto se smetto improvvisamente di scrivere.
Sono costretto pertanto a scribacchiare fin quando avverto allontanarsi e infine spegnersi la minaccia del suo assalto. Riesco insomma a mantenere tutto sotto controllo; ma sono costretto a prendere per la coda ogni pensiero che mi passa per la testa ed affrettarmi a trascriverlo.
Adesso, ad esempio, sento battermi le tempie: è un preliminare dell’attacco, e devo già prepararmi a contrastarlo. Non angustiarti di tutto questo, e non cercare neppure di capire quello che continuerò a scrivere.
Probabilmente non avrà alcun interesse per te, così come forse neppure per me stesso. Anzi, ti consiglio di smettere di leggermi e di rifilare la lettera al primo chi ti siede accanto.
Sento, cara madre, che le parole con cui posso rivolgermi direttamente a te iniziano a mancarmi e devo affrettarmi ad escogitar qualcos’altro pur di continuare a scrivere. | | |
| | | Non averla a male e non dolerti, come io non mi dolgo di quest’inezia, se adesso ti abbraccio e tuttavia proseguo dicendo che ultimamente ho ritrovato gusto a ruspare nell’arte figurativa. Ho scoperto che mi distrae quanto una di quelle pubblicazioni popolari di giochi enigmistici, solo realizzata in altra forma.
Sì. Credo proprio che l’arte figurativa di questi ultimi decenni equivalga ad una raccolta di arguzie visive, calembour e carinerie decorative, astuzie ottiche, pisciatine politiche o cosiddette civili, e quant’altro è possibile alla malizia di quanti si danno da fare ad escogitare un modo come un’altro per cavarsela nella vita. La qual cosa non sarebbe affatto disdicevole; ma se poi si cerca pure un posto onorevole solo per mettersi comodi… beh! allora la faccenda è proprio marcia.
Aggiungi pure che la maggior parte di quelli che si occupano di arte figurativa (critici gazzettieri o addirittura storici) sembrano marciare sempre al soldo di qualcuno, e capirai pure perché mai nei loro scritti con pretese scientifiche ci trovi spesso qualche inaspettato amichetto del cuore o comare nei traffici, infilati proprio di soppiatto nel concludere le prolusioni. Tanti di costoro intrattengono sicuramente anche dei rapporti con le Prefetture - non si spiegano altrimenti certe omissioni. Possono leggere questa parte della lettera anche a qualcuna delle nostre amichette: non per ciò prenderanno fuoco le loro code di paglia. E quand’anche accadesse, l’incendio rimarrebbe circoscritto solo a costoro - i quali, a forza di leggersi tra loro e citarsi vicendevolmente, sono diventati così smunti da ardere per troppo poco tempo e senza pericoli seri per i vicini. | | |
| | | Si direbbe che dopo la rivoluzione bolscevica e dopo la seconda guerra mondiale (che già si svolge interamente fuori da ogni difesa lineare statica - oltre la fogna delle trincee delle vecchie formazioni sociali, che andranno sempre più frantumandosi fino all’odierno collasso), l’arte figurativa sembra aver migrato e infine trovato pace nel design, nel riformismo eclettico e in genere nel conformismo oculare.
In fondo, a suo tempo, Duchamp non fece altro che mostrare la ritirata dell’arte nei depositi dei prodotti industriali e nei loro cataloghi; ma poi si è preferito credere che invece l’avesse salvata nell’anacronistica bottega dell’esoterico. [Proprio così, come si preferì per quel Gesù, che pure era partito dicendosi nient’altro che un figlio dell’uomo e poi si è fatto prendere la mano per finire altrove da una troppo umana tomba. Così di frequente gli uomini si danno alla macchia che lasciano il loro posto a fantasie da chierici.]
Non che questa ritirata dell’arte e degli artisti nello stilismo della merce, sia avvenuta d’improvviso; già il simbolismo l’aveva condotta all’interno di appartamentini familiari, prima, fin dentro il boudoir dell’Io, poi. | | |
| | | Un rispettabile sociologo ha paragonato la funzione dell’arte postmoderna a quella che svolge il liquido antigelo nei radiatori delle automobili; ma ci troviamo in una situazione che travalica i limiti dell’ordinaria idea di arte. Le opere che siamo abituati ad associare a questa idea viaggiano oramai tutte nel medesimo flusso di quella enorme sovrapproduzione di immagini generate incessantemente dalla Rete (pertanto ci arrivano tutte da una medesima “distanza”, a cui dovrebbe corrispondere una indifferenza ottica - che poi magari non si verifica affatto…) Nondimeno qui tutte le immagini viaggiano nel caos e affidano al caso la possibilità della loro sopravvivenza in questo ambiente altamente ostile… Circolano forse senza produrre nulla di sostanzialmente nuovo? Verrebbero dissipate inutilmente?
Considerate nella loro massa assoluta, probabilmente non proprio completamente (essendo tale massa in espansione già di per sé un fatto assolutamente nuovo); mentre in quella relativa, ossia nell’ambito del ristretto sistema dell’arte, sembra che l'intera massa delle immagini cede, come un carburante, la gran parte della propria energia solo per mantenere in vita il mercato dell’arte - proprio così come le nostre automobili sciupano quasi tutto il carburante solo per muovere l'inutile tonnellata e mezzo di una primitiva carcassa di ferro nella quale ci accomodiamo per trasportare le poche decine di chili del nostro corpo.
Fintanto che l’intero modo di produzione attuale non sarà rivoluzionato, anche il bilancio della particolare produzione sociale delle immagini continuerà a dare rendimenti consistenti solo all’uso privato dell’arte… Prima di allora e per il momento, se qualcuno si illudesse di portarsi avanti nel lavoro rivoluzionario o anche più semplicemente di esprimere ostilità per lo stato attuale delle cose sociali, non riuscirebbe a fare altro che sbattere contro un muro, nel primo caso, o sostituire il filisteismo oculare con la vuota enfasi, nel secondo.
Non crederete mica, ad esempio, che una iconografia di Lenin, o giù di lì, esposta in una galleria d’arte, in un museo o magari anche postata nella galleria globale di Facebook, possa importare qualcosa nella scienza dell’arte o addirittura nello scontro sociale! Per i bourgeois d'hier et d'aujourd'hui, lo scandalo -  semmai si provocasse in questi modi - non potrà mai raggiungere il terrore che le figure dell’Orcagna suscitavano in prefiche e piangimorti del suo tempo in visita di condoglianza al cimitero di Pisa. | | |
| | | Probabilmente il quadrato di Malevich attinge tuttora energia dall’incandescenza di quelle circostanze rivoluzionarie in cui è stato dipinto… Da allora però alla pittura non è stata più fornita la superficie d’acciaio che gli occorreva, tuttalpiù pagine di commento.
Per altro, la rottura dei limiti, avviata dal corso dell’epoca capitalistica, non poteva riguardare soltanto le superate forme organizzative delle varie unità produttive dell’arte, ma aveva investito l’opera stessa, e si completò via via con il contributo degli artisti più conseguenti e nonostante la dissimulazione dei filosofi - che tuttavia ancora vanno cercando l’oggetto stesso della loro analisi: l’opera d’arte.
Se con Duchamp l’arte referenzialista ha trovato il suo compimento storico, con Malevich anche l’arte non-referenzialista trovava il proprio compimento nello stesso momento in cui nasceva. E se questo è vero (per quanto possa esser vero al netto dei colpi di coda dell’una e dell’altra) la produzione artistica successiva è solo un epifenomeno, punteggiato oltremisura da esercitazioni didattiche sull’ornamento e l’intrattenimento.
Raramente ci si accorge che l’attuale ambiente ubiquitario produce oramai soltanto superfici laminate, elastiche, soprattutto indifferenti alle immagini; vale a dire la superficie come schermo… Ecco, dovrei forse tornare a ragionare su questa mutazione, con  l’indifferenza quale possibile nuovo elemento addizionale. | | |
| | | Mi sono lascito andare a scrivere delle cose gratuite, scarsamente o per nulla argomentate? Sapete che devo continuare in questo modo. Vi saranno altre occasioni per spiegarmi, o provare a spiegarmi, un po’ meglio (se nel frattempo non ci saremo annoiati di parlarne).
Ora sento proprio che dopo quest’ultimo prolungamento epistolare, la bestia che ho nel cervello si è finalmente acquattata da qualche parte, in sorniona attesa della prossima occasione per tentare nuovamente l’assalto. Se ne sta buona, adesso, e io posso finalmente smettere di scrivere e andarmene a riposare. Non prima però di ringraziare tutti per la pazienza, e dopo aver augurato a te - se ancora mi stai leggendo -  cara madre, una buona notte.
Tuo.


pagina