LE FORME DI PRODUZIONE SUCCESSIVE

NELLA TEORIA MARXISTA . 1960 - 1980
arteideologia raccolta supplementi
made n.18 Dicembre 2019
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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FORMA TERZIARIA . CAPITOLO 4 .
[seguente]

I RAPPORTI DELLA FORMA TERZIARIA

Caratteristiche generali del feudalesimo 

Se il capitalismo costituisce la sintesi violenta di tutti i precedenti modi di produzione — come appare particolarmente nella sua fase d'accumulazione ed all'epoca della formazione del mercato mondiale che integra le conquiste tecniche e le ricchezze di tutti i paesi del mondo a profitto del capitale – analogamente il feudalesimo, come forma terziaria, ha rappresentato la sintesi delle tre varianti della forma secondaria, e solo poteva sorgere sulla base delle forze produttive pienamente sviluppate dal concorso di tutte e tre le varianti principali.
Il modo di produzione asiatico non è rimasto al di fuori di tale movimento. Basta ricordare che la popolazione eccedente dell'India si è riversata per ondate successive in Europa, e che la fusione tra le varianti classico-antica e germanica si è effettuata sotto la continua pressione di tali migrazioni.
Diversamente però che nella precedente forma secondaria, lo sviluppo non si articolerà in tre momenti (varianti) separati e successivi nel tempo, ma in una sola forma relativamente unitaria. Le forze produttive erano invero troppo inegualmente sviluppate nelle tre varianti perché potesse operarsi in ciascuna di esse un avanzamento generale verso la forma terziaria. In Italia, dato l'alto grado di sviluppo delle forze produttive, il passaggio attraverso il feudalesimo fu, ad esempio, più rapido che non nell'Europa occidentale dove si ebbe un'evoluzione più lenta.
Lo sviluppo sociale non poteva tuttavia ancora effettuarsi unitariamen­te, per cui il feudalesimo sarà caratterizzato da un processo oltremodo contraddittorio: mentre la forma precedente era spezzata da tre varianti, il feudalesimo darà origine a due differenti rapporti (signori e servi, artigiani e mercanti), la cui evoluzione procede in due sfere totalmente distinte, coesistenti l'una accanto all'altra: la sfera della produzione di merci potrà assumere in tal modo uno sviluppo autonomo. Siffatta evoluzione rivela che alla base del modo feudale vi è una dispersione e un estremo sminuzzamento delle piccole unità produttive, fissate localmente e separate le une dalle altre nel tempo e nello spazio. Tra queste un'importante funzione di collegamento mediante il denaro potrà essere svolta in seguito dal commercio, che darà vita alla corporazione dei mercanti.
Pertanto il punto di partenza del feudalesimo, specie se considerato in rapporto alla grandiosa civiltà centralizzata e coordinata di Roma, potrà apparire come una ricaduta nel particolarismo e nell'oscurantismo regionale. In realtà, nuovi rapporti sociali potranno sorgere solo all'interno di una massa non omogenea ma non costrittiva, dato lo scarso sviluppo delle forze produttive.  L'evoluzione  del feudalesimo mai è rettilinea e gradualmente progressiva; essa avanza piuttosto a piccoli passi, ora aprendo larghe brecce verso l'avvenire, ora ristagnando e talvolta regredendo. La totale mancanza, specie all'inizio, della forza potente della centralizzazione fa sì che scarti e differenze da una regione all'altra e, più ancora, da un paese all'altro, siano a volte considerevoli.
In breve, sarà un cammino estremamente tortuoso, che in campo politico si manifesterà con una serie di alleanze — continuamente capovolte: indice di un movimento (progressivo e regressivo) delle forze produttive – tra i diversi corpi o ordini della società.
Grosso modo la nostra tesi si articola, conformemente allo stesso sviluppo storico, in tre parti:
1. Formazione dei rapporti generali del feudalesimo parallelamente al dissolvimento della forma secondaria, specie nell'agricoltura;
2.  Sviluppo dell'artigianato nelle città;
3.  Sfera del commercio che collega città e campagna e incrementa l'efficienza del denaro, questo elemento di dissoluzione del feudalesimo e di sviluppo dei rapporti capitalistici della forma quaternaria.
Nel corso generale della storia, il feudalesimo – a detta di alcuni – non rappresenta che un progresso quasi impercettibile dell'umanità nel dominio e della natura e del proprio destino. A dimostrare tutta la falsità di questa concezione basta notare l'altezza attinta dal Rinascimento, che solo ha potuto prodursi dopo lunga maturazione delle forze produttive umane. Inoltre, lo stesso asservimento del contadino alla gleba rappresenta tutt'altro che una fase di regressione delle forze produttive, anche in rapporto alla libera proprietà contadina delle varianti germanica e classico-antica. Scrive Marx:

La proprietà feudale comporta il dominio della terra sugli uomini in quanto potenza divenuta loro estranea (è nell'artigianato che l'uomo avrà e svilupperà ancora la propria padronanza sul mezzo di lavoro). Il servo della gleba è l'accessorio della terra. Parimenti il primogenito, nel sistema del maggiorasco, appartiene alla terra: è questa che lo eredita. In genere è con la proprietà fondiaria che comincia il regno della proprietà privata, di cui la prima è fondamento. Ma nella proprietà fondiaria feudale, il signore almeno appare come re della sua terra. Esiste in tal modo ancora l'apparenza di un rapporto più stretto che non quello della mera ricchezza materiale fra il possessore e la terra. Il possesso terriero si individualizza nel suo signore, perché nella gerarchia feudale gli dà il rango: è baronia o contea prima di lui; gli dà dei privilegi, una giurisdizione e dei rapporti politici, ecc. È il corpo inorganico del suo signore. Di qua il proverbio: "Nulle terre sans maitre", che esprime la saldatura tra signoria e proprietà fondiaria [1].

Ad essere legato e dominato dalla gleba non era dunque solo lo sfruttato, il servo, ma gli stessi proprietari fondiari feudali, ancorché Marx sottolinei il legame privilegiato di grandezza umana conservato dalla gerarchia in questo rapporto, così come il considerevole aumento di rendimento e le nuove conquiste nella produzione da parte del servo della gleba.
Ma quanto Marx soprattutto rileva è che la proprietà fondiaria domina nel feudalesimo tutti i rapporti sociali, senza impedire tuttavia lo sviluppo di altri rapporti. Di più: proprio l'incremento della produttività nel settore agricolo permetterà la formazione di un surplus e quindi l'avviamento di altri settori, che, ad un determinato livello del loro sviluppo storico, staccheranno il lavoratore dalla terra per liberarlo come nuda forza lavoro sfruttabile dal capitale. I rapporti sociali autonomizzatisi e oggettivati nel capitale domine­ranno allora la proprietà fondiaria, industrializzando infine l'agricoltura.
Il feudalesimo è, giusta Marx, un rapporto di dipendenza personale del contadino col signore e con la gerarchia che culmina nel re e riflette la strutturazione graduale della piccola e grande proprietà fondiaria nel sistema dei legami personali della marca, ormai reificati e dominanti gli uomini. In un certo senso, esso è anche la dissoluzione della proprietà privata del contadino; infatti quest'ultimo non solo non ne ha più la disposizione assoluta, esclusiva, ma la piccola proprietà è legata alla grande proprietà comunitaria accaparrata dal signore, il quale, in cambio della corvée, tutela la sicurezza della parcella. La stessa proprietà dell'artigiano non è più una proprietà privata, in quanto è soggetta ai rapporti di dipendenza personale, da cui le città si svincoleranno comprando l'affrancamento dai signori e dalla proprietà fondiaria per costituire propri rapporti di mutua dipendenza in seno alla corporazione, quindi alla città.
Poiché nell'artigianato, contrariamente a quanto avveniva nell'agricoltu­ra, non esistevano ancora mezzi di produzione materiali idonei a dominare il lavoro, i legami di dipendenza personale affasciarono mutualmente tutti i produttori di uno stesso mestiere in una forza comune capace di teneri testa alla pressione pressoché irresistibile della proprietà fondiaria, la quale legava ogni lavoro produttivo alla terra. Ma, pur vigendo rapporti dì dipendenza personale sia nell'agricoltura che nell'artigianato, tuttavia, mentre nella prima i produttori erano legati alla terra e da essa dominati, nell'artigianato il legame si stabiliva tra gli stessi produttori al fine di sottrarsi alla preponderanza sociale della proprietà fondiaria. Solo in questo senso la forma terziaria è ancora caratterizzata dal predominio della proprietà fondiaria, che verrà distrutto con la dissoluzione del feudalesimo, e in ciò d'altronde consisterà l'apporto storico di questo modo di produzione. 

Formazione dei rapporti sociali del feudalesimo 

Il feudalesimo presuppone, da un lato, la rottura dei legami sociali consanguinei del primitivo comunismo, dall'altro, la produzione mercantile già sviluppata dalla forma classico-antica che aveva dissolto la libera proprietà fondiaria romana e germanica. In presenza di rapporti sociali largamente autonomizzati, fu il processo di produzione sociale ad imporre la forma dell'appropriazione  di materia e  mezzi  di lavoro. Questi nuovi legami divennero progressivamente politici, mentre lo Stato emerse parallelamente al processo di combinazione dei rapporti produttivi in un sistema di dipendenza personale strettamente gerarchizzato secondo le funzioni produttive o l'esistente divisione del lavoro: l'uomo si legava mediante l'atto dell'accomandazione [2] al signore che accettava e sigillava il contratto. La cerimonia, consisteva nel porre le mani giunte in quelle del signore e prestare giuramento di fedeltà. Tale accordo di carattere strettamente personale era valevole per tutta la vita e si poteva rescindere solamente con la morte di uno dei contraenti.
Questo genere di patto poteva anche essere concluso tra nobile e contadino: quest'ultimo scambiava la propria "sicurezza" con la "libertà" legandosi al signore, il quale offriva il proprio "servizio militare" in cambio delle corvées del servo. Esso si estendeva inoltre agli artigiani e ai mercanti, che riscattavano i diritti della proprietà fondiaria per edificare la città e ivi stabilire le loro corporazioni affrancandosi dal signore feudale – quasi sempre in cambio di moneta sonante – con una "lettera di franchigia". In seguito, essi  costituirono le corporazioni mediante personale e mutuo accordo, stabilendo tra membri uguali reciproci diritti e doveri per esercitare il privilegio strappato alla gerarchia feudale.
I legami di dipendenza personale dovevano necessariamente divenire politici e dare origine, a questo stadio già relativamente elevato delle forze produttive, a un sistema statale che, dopo la dissoluzione dei rapporti di consanguineità nella forma secondaria, non poteva più effettuarsi che sulla base della nazionalità di natura sempre più politica. In effetti, occorreva un vasto sistema per integrare l'eredità dell'Impero romano, le cui gigantesche forze produttive e ricchezze giacevano ammassate senza legami sociali reciproci davanti ai conquistatori germanici:

Queste colossali estensioni di latifondi venivano coltivate in parte da sudditi non-liberi della Chiesa (Hintersassen), in parte da liberi coloni. Fra i non-liberi, gli schiavi (servi) erano originariamente sottoposti a prestazioni senza limite per i loro signori, poiché non avevano personalità giuridica. Ma sembra che anche qui presto si sia stabilita per gli schiavi residenti una misura consuetudinaria circa pagamenti e servizi. Le prestazioni delle due altre classi di non-liberi – coloni e liti (sulla cui differenza giuridica a quell'epoca non abbiamo alcuna notizia) – erano invece determinate e consistevano in certi servizi di lavoro e carreggio come pure in una certa misura dei prodotti del suolo: erano rapporti di dipendenza di carattere da tempo tradizionale [3].

I rapporti sviluppati da Roma, ma insteriliti dall'impasse schiavista della grande proprietà fondiaria, potevano evolvere ora del tutto naturalmente verso i superiori rapporti del feudalesimo. A questa evoluzione non si sottrassero i rapporti tradizionali dei Germani:

Invece era per i Germani qualcosa di nuovo il fatto che uomini liberi si installassero su un suolo diverso da quello comune o loro proprio. Certo, i Germani avevano spesso trovato in Gallia e in tutto il territorio di diritto romano dei liberti divenuti fittavoli, ma non diventavano essi stessi fittavoli, poiché si installavano sulle loro terre quando prendevano possesso del paese. In altri termini, prima che i Franchi liberi potessero diventare coloni di qualcuno, bisognava che avessero perduto in qualche modo l'allodio ricevuto al momento della conquista; bisognava che si fosse costituita una classe di liberi Franchi privi di terra.
Questa classe si costituì a seguito di un primo movimento di concentrazione della proprietà fondiaria che aveva sempre le stesse cause: da un lato le guerre civili e le confische, dall'altro i trasferimenti di terre alla Chiesa dovuti in massima parte alle pressioni delle condizioni dell'epoca – al desiderio di sicurezza. E la Chiesa trovò presto un mezzo speciale per incoraggiare tali trasferimenti, non solo lasciando al donatore l'usufrutto del suo fondo contro pagamento di un canone, ma in più dandogli anche un pezzo dei possedimenti della Chiesa in affitto (ibid ).

La proprietà fondiaria che si era dissolta nell'Impero romano non fu dunque ristabilita sotto forma di proprietà privata, ma iniziò ad evolvere in altra forma. La libera parcella germanica si combinò con le condizioni economiche di Roma: mentre la variante germanica generò la nobiltà che garantì la sicurezza fisica del contadino stabilitosi sulla nuova terra, la variante romana, adattata al nuovo diritto e ai nuovi costumi, generò il clero. Nobiltà e clero rappresentano entrambi la sovranità della proprietà fondiaria basata sull'asservimento dei contadini: la prima fornisce l'elemento militare dello Stato, ossia le sovrastrutture politiche di forza, il secondo le sovrastrutture di costrizione ideologiche (di coscienza).
Questo dualismo degli stati (o ordini) della proprietà fondiaria dimostra tangibilmente che il feudalesimo è nato come sintesi della forma secondaria, finendo con l'intaccare l'egemonia della proprietà fondiaria a vantaggio essenzialmente dell'artigianato. Era inevitabile pertanto che tra la Chiesa di Roma e l'Impero secolare si scatenasse ben presto una lunghissima lotta, che, accelerando il processo di decomposizione del feudalesimo, favorì prima la nascita e poi lo sviluppo del capitalismo [4].
Consideriamo ora come si sia progressivamente formato il potere laico dello Stato e la corrispondente gerarchia feudale, espressione politica concentrata dei legami feudali:

Questa rivoluzione si basa nei suoi fondamenti su due nuove istituzioni. In primo luogo, per legare i Grandi all'Impero, i beni della corona non vengono più donati loro, bensì concessi come beneficio a vita, e ciò a precise condizioni da rispettare pena il ritiro del beneficio. Così essi diventarono in certo qual modo coloni fittavoli della corona. In secondo luogo, per avere la garanzia che i liberi coloni dei Grandi si assoggettassero senz'altro al servizio della guerra, si trasferì loro una parte degli attributi che il conte di ciascun "'paese" (Gau) possedeva di fronte agli uomini liberi insediati sui loro fondi, e li si nominò "seniores" (signori) di questi [5].

Il beneficio, questo nuovo istituto che dobbiamo ora esaminare più da vicino, non era ancora il feudo, ma ne costituiva il primo germe. Era in origine concesso per tutta la vita tanto del donatore quanto del beneficiario. Se l'uno o l'altro moriva, esso ritornava a chi l'aveva concesso o ai suoi eredi. Per il rinnovo del patto doveva avvenire una nuova concessione a chi ne era già investito o ai suoi eredi. Il beneficio era dunque sottoposto, come si disse dopo, all'omaggio al trono e al rinnovo dell'investitura. A causa dell'iniziale frazionamento economico e politico del feudalesimo, l'omaggio al trono cadde ben presto in disuso, dal momento che i Grandi feudatari (beneficiarii) erano più potenti del re. Già in epoca antica, non di rado il rinnovo dell'investitura comportò il mantenimento della concessione dei beni agli credi del precedente beneficiario (ibid.): il sistema quindi si istituzionalizzava al di sopra delle generazioni.
I rapporti sociali feudali sorsero così da un modello unitario:

Di fronte allo Stato il capo di un seguito contrae ora gli stessi diritti e doveri, relativamente ai suoi seguaci, del signore terriero o il beneficiario relativamente ai suoi coloni. Essi rimasero obbligati a servire il re, ma anche qui si inserì fra il re e i suoi conti il capo del seguito. Egli faceva comparire i vassalli in tribunale, li mobilitava, li conduceva in guerra e manteneva fra loro la disciplina, rispondeva per loro e del loro armamento regolamentare. Così però il capo del seguito veniva ad avere un certo potere di punire i suoi sottoposti e questo costituisce il punto di partenza della giurisdizione del signore feudale sui vassalli, che si svilupperà successivamente.
Abbiamo così due ulteriori istituzioni in cui si sviluppa considerevol­mente il germe del feudalesimo contenuto nel beneficio: il sistema dei seguiti si elabora, e i beni della corona, di un beneficio e di un seguito trasmessi al signore terriero divengono potere ufficiale del conte, dunque dello Stato, sui suoi soggetti, siano essi coloni o seguaci senza terra, presto designati complessivamente come vassi, vassalli, homines. La gerarchia degli ordini sociali dal re, giù giù passando per i grandi feudatari o beneficiarii fino ai liberi coloni e finalmente ai non-liberi, si trova riconosciuta e confermata nel regime dello Stato, in una azione ufficiale (ibid.).

Sul piano economico e quindi politico, questa gerarchia si fonda sul con­tadiname, unica classe sfruttata del feudalesimo: L'intero edificio sociale – prin­cipi, funzionari, nobiltà, clero, patrizi e borghesi – gravava sul contadiname [6].
Il marxismo non ha una concezione manichea dello sfruttamento: a un certo stadio di sviluppo della società, lo sfruttamento di una determinata classe è inevitabile, e la stessa classe sfruttata si sottomette almeno all'inizio, finché il fenomeno è storicamente progressivo. Di fatto furono i contadini stessi a stringere il legame feudale col loro signore, poiché questo giocava anche a loro favore. Il rapporto feudale dell'accomondazione era, in tempi di estrema insicurezza, un patto tra il lavoratore della terra e il cavaliere armato e combattente. Il signore feudale garantiva la stabilità nel territorio di lavoro, e il contadino impegnava a lui parte del raccolto (interesse, imposta fondiaria) o parte del suo tempo di lavoro (comandata, corvée).
In altri termini, finché una classe – schiavista, feudale o borghese – è progressiva, cioè rivoluzionaria, le classi dominate, al polo opposto del rapporto sociale che si instaura, nulla possono opporre all'ordine sociale: Fin tanto che il modo di produzione resta giustificato nell'evoluzione della società, si è generalmente soddisfatti della distribuzione, e se una protesta si leva, essa proviene dal seno della stessa classe dominante (Saint-Simon, Fourier, Owen) e da principio non trova alcuna eco fra le classi sfruttate: il socialismo è utopistico. Solo allorché il modo di produzione in questione ha già percorso un buon tratto della sua parabola discendente, allorché esso per metà è sopravvissuto a se stesso, allorché le condizioni della sua esistenza sono in gran parte scomparse e il suo successore già batte alla porta, solo allora la distribuzione, che va diventando sempre più diseguale, appare ingiusta, solo allora che la realtà esistente è superata dalla vita ci si appella alla cosiddetta giustizia eterna. Questo appello alla morale e al diritto non ci fa avanzare di un passo sulla via dell'analisi scientifica; l'economia politica non può vedere nell'indignazione morale, per giustificata che essa possa essere, il minimo argomento, ma solo un sintomo [7].
Dopo l'usurpazione della terra comunitaria da parte della nobiltà e del clero, la garanzia per il contadino di non essere scacciato divenne obbligo di non lasciare la terra. Da tempo non esisteva più lo schiavo alienabile col suolo; il contadino era e doveva rimanere contadino:

I liberi contadini franchi si trovavano in una situazione analoga a quella dei loro predecessori: i coloni romani. Rovinati dalle guerre e dai saccheggi, avevano dovuto mettersi sotto la protezione della nuova nobiltà o della Chiesa, perché il potere regio era troppo debole per proteggerli. Ma questa protezione doveva costar loro cara. Come già i contadini della Gallia, così essi dovettero trasferire nelle mani del signore la proprietà del loro pezzo di terra, e riceverla da costui come fondo a canone in forme diverse e mutevoli, ma sempre solo in cambio di prestazioni di servizi e di tributi. Una volta assoggettati a questa forma di dipendenza, essi finirono a poco a poco col perdere anche la libertà personale e dopo poche generazioni erano per la maggior parte già servi della gleba [8].

La pratica, tacciata di empietà da Salviano (verso il 475), per cui il signore si faceva trasferire in proprietà il pezzo di terra del contadino restituendoglielo solo in uso vita natural durante, era allora attuata comunemente dalla Chiesa nei riguardi dei contadini. Le corvées, che ora venivano sempre più in uso, avevano avuto il loro modello nelle angarie romane, lavori forzati per lo Stato, così come nei servizi imposti ai Germani in quanto membri della comunità di marca, per costruzioni di ponti, strade o altri lavori di interesse generale.
In apparenza, dunque, la massa della popolazione, dopo quattro secoli, era tornata al punto di partenza.
Ma questo fatto prova solo due cose: primo, che la strutturazione sociale e la distribuzione della proprietà nell'Impero romano erano in perfetta corrispondenza con il grado di produzione agricola é industriale dell'epoca, dunque erano state inevitabili; secondo, che questo livello di produzione durante i quattro secoli che seguirono non era né sostanzialmente disceso né sostanzialmente salito: quindi, con pari necessità era tornato a generare la stessa distribuzione della proprietà e le stesse classi della popolazione. Tuttavia, al presente, questi rapporti avevano non solo una forma stabile, ma erano suscettibili di evolvere essi stessi (ibid.). 

Lo sviluppo dell'artigianato e delle città 

Dobbiamo considerare ora come i legami sociali del feudalesimo si siano estesi ad una nuova classe, quella degli artigiani e dei mercanti. Tale settore economico non poté iniziare il suo sviluppo – e con esso la società feudale – se non dopo molti secoli di incubazione. Perché divenisse possibile la creazione di un plusprodotto sufficiente a nutrire la sovrapopolazione delle città e a rifornire di materie prime gli artigiani, era infatti necessario che i rapporti sociali si fossero prima stabilizzati nell'agricoltura e quindi nell'intera società. Sulla base di questo livello determinato, il feudalesimo prenderà nuovo slancio, e potranno nascere i legami feudali che creeranno la nuova branca economica della produzione mercantile semplice artigiana. Quest'ulti­ma plasmerà in forma nuova, suscettibile di evoluzione, i rapporti mercantili bloccati dallo schiavismo nella variante classico-antica.
Questo nuovo settore permette di afferrare meglio le differenze tra la forma terziaria e ]a secondaria: una ultima estensione della proprietà individuale che dal fondo, ossia dall'oggetto del lavoro, si estende al mezzo del lavoro. Tale processo si compie di pari passo con una maggiore divisione del lavoro, ossia di una più profonda divisione della società in classi e del corrispondente sviluppo delle forze produttive. Ciò comporta una parcellizza­zione sistematica della terra e degli strumenti di lavoro, ossia una nuova dissoluzione della grande proprietà fondiaria, condizione per l'estensione dei legami sociali a un settore non-agricolo.
Feudalesimo significa che l'istituzione militare e statale protegge la piccola produzione individuale, mettendo a disposizione del produttore parcellare i mezzi collettivi di difesa del suo interesse particolare, sotto forma di privilegi corporativi. Col riscatto dalla gerarchia feudale terriera dei diritti collettivi, gli artigiani estesero a se stessi quel privilegio feudale concesso organizzandosi collettivamente nelle città, sia sul piano militare che economi­co. L'artigiano evitò così fin dall'inizio il destino diabolico che aveva colpito il libero contadino romano come quello germanico, espropriato e asservito dalla potenza concentrata della grande proprietà fondiaria.
Sul piano economico, le corporazioni o gilde feudali organizzarono la produzione parcellare (privata o individuale) su base collettiva, che sola permise loro di storicamente affermarsi e svilupparsi. A questo scopo gli artigiani utilizzarono un modo di distribuzione o di legami sociali derivante dal comunismo primitivo, la comunità di marca. Proprio la variante germanica, col suo vigoroso dualismo tra proprietà privata e comunitaria, consentì agli artigiani, a uno stadio ancora più sviluppato e contraddittorio delle forze produttive, il superamento, mediante una organizzazione collettiva, dell'opposizione tra gli interessi privati della piccola produzione mercanti­le parcellare.
È facilmente prevedibile che lo sviluppo della produzione mercantile privata non sarà a lungo compatibile con questi legami collettivi.
Tali corporazioni erano, specie all'inizio, aperte a tutti e non erano più legate a una parcella di terra, benché ne avessero ripreso i legami comunitari della marca e rimanessero istituzioni feudali: la proprietà artigianale riguarda non la terra, ma il mezzo di lavoro.
Esse si diffusero un po' dappertutto e abbracciarono ogni sorta di individui, dalla piccola nobiltà decaduta al contadino fuggiasco. I legami della marca vennero direttamente utilizzati a scopi economici collettivi, adattando­si ai più diversi mestieri e persino al commercio. La supremazia sui mari dei paesi nordici poggiava allora in gran parte su questo antico modo collettivo di organizzazione, che permetteva ai suoi membri di affrontare le maggiori difficoltà, promuovendo le più alte qualità di coraggio, astuzia e abilità per superare gli ostacoli sia naturali che sociali: il mercante del medioevo non era affatto un individualista; egli era prima di tutto membro di un'associazione, come tutti i suoi contemporanei [9].

Non appena gli artigiani e i mercanti ebbero riscattato l'affrancamento nei confronti della proprietà fondiaria della gerarchia feudale, la piccola produzione mercantile si sviluppò nelle città, e i rapporti feudali vi assunsero una forma specifica, che rimaneva tuttavia in armonia con i rapporti generali. Quel che cambiò, fu che le città e gli artigiani si sottrassero allo sfruttamento dei singoli feudali, al sistema delle corvées e altre prestazioni, che finirono per gravare unicamente sui servi della gleba. I legami feudali si applicarono non più al lavoro agricolo ma all'artigianato e al commercio, e di essi non sopravvisse che una subordinazione abbastanza vaga e generale nei confronti del potere basato sulla grande proprietà fondiaria e la positiva connessione dei legami della marca applicati alla coordinazione dell'artigianato e alla sua difesa. A questo stadio, l'industria umana si staccò dalla terra con la parola d'ordine: "L'aria della città rende liberi". A quest'epoca si può datare la nascita della borghesia, la quale fu stato e ordine prima di essere classe. Le corporazioni abbandonarono dunque la loro mobilità fissandosi nelle città, che si cinsero di fossati e di mura da cui vigilò la guardia civile borghese, nel compito, comune ad ogni altra potenza feudale, di provvedere alla loro sicurezza:

La costituzione del villaggio è semplicemente l'organizzazione della marca applicata a una marca di villaggio indipendente. Essa si trasforma in costituzione urbana non appena il villaggio diventa città, cioè si fortifica con fossati e mura. Tutte le successive costituzioni cittadine si sono sviluppate da questa originaria organizzazione della marca urbana. Infine tutti gli ordina­menti delle innumerevoli libere associazioni medievali non basate sulla proprietà comune della terra, sono esemplati sulla costituzione della marca, specialmente quelli delle libere corporazioni. Il diritto concesso alla corpora­zione di esercitare in esclusiva un determinato mestiere non è nient'altro che un'applicazione della Marca. Altrettanto gelosamente e spesso con gli stessi identici sistemi, ci si preoccupa nelle corporazioni che la partecipazione di ogni membro alla fonte comune di guadagno sia la stessa o per lo meno quanto più possibile la stessa [10].
Ritroviamo dunque qui, applicata alla proprietà artigianale, la libera ed uguale ripartizione della parcella al contadino agli albori delle forme classico-antica e germanica, ripartizione che poté resistere alla concentrazione della proprietà solo appoggiandosi sulla proprietà comunitaria. Similmente, artigiani e mercanti, facendo leva sui legami collettivi della costituzione della Marca, si sforzarono di contrastare, e per tutto un periodo con successo, la concentrazione in poche mani della proprietà artigianale.
Cingendosi di mura e fossati, il villaggio diventa borgo (da cui deriva il borghese). Ma tale termine, storicamente nato in Francia, sarebbe incompleto senza la sua etimologia germanica Burg o Borg (garanzia reciproca di quanti si sono giurati aiuto e assistenza, formando quindi una gilda, una corporazione), che discende direttamente dalla costituzione della marca applicata alle città franche [11]. Questa nozione corrisponde al francese "commune jurée" (comune fondato sul giuramento), corporazioni, cospirazioni, comunità legate da giuramento, ecc. Comuni si chiamarono in Francia le prime città anche prima che fossero riuscite a strappare ai loro padroni e signori feudali i diritti politici come terzo stato. Così in Italia e in Francia gli abitanti delle città chiamarono la loro comunità cittadina, dopo aver strappato o comperato dai signori feudali i primi diritti di amministrazione autonoma [12].
Per ben afferrare questo processo, che riprende la costituzione della Marca degli antichi Germani, ossia un'intera branca di rapporti del comuni­smo primitivo, per applicarla allo sviluppo delle forze produttive che saranno in seguito appropriate da individui privati, consideriamo l'esempio della formazione delle gilde, sorta di corporazioni soprattutto commerciali. La gilda, la cui assemblea si teneva in occasione di un banchetto (simbolo di comunione fraterna) a spese comuni, era una associazione o confraternita in cui tutti i co-sacrificanti promettevano sotto giuramento di difendersi l'un l'altro e di aiutarsi reciprocamente come fratelli contro tutti i pericoli e le avversità della vita. Sì trattava di una mutua assicuazione contro le vie di fatto e le offese, contro gli incendi e i naufragi, e persino contro le azioni penali intentate per crimini e delitti anche confessati.
La gilda di commercio lontano copriva i rischi inerenti allora all'insicu­rezza delle vie marittime e terrestri in un'epoca in cui il negozio era mescolato alla guerra e alla pirateria. Era una confraternita ristretta di uomini liberi ed uguali, di fratelli e di congiurati, che univa tutta la loro forza.
La gilda non era dunque più legata alla consanguineità e nemmeno a un dato territorio benché potesse fissarsi nelle città: era dedita all'esercizio di una specifica attività (arte). Non aveva limiti di alcun genere: si propagava in un raggio assai ampio e riuniva ogni specie di persone, dal principe e dal nobile fino all'artigiano e al contadino fuggiasco. Queste gilde erano vere e proprie associazioni di convitati, di affiliati e di fratelli all'interno e, a dispetto della carità cristiana, si trasformavano nel loro contrario all'esterno, allorché difendevano i loro membri contro l'ambiente ostile o perseguivano spietatamente quei membri che avevano tradito il giuramento fatto.
Ma perché i legami associativi delle gilde potessero instaurarsi nelle città, cioè su un dato territorio, la marca di cantone o di paese dovette preliminarmente separarsi dalla città che si stava affrancando dalla gerarchia feudale. Le città di artigiani e di mercanti nelle quali le gilde e le corporazioni poterono svilupparsi sorsero dunque mediante un patto politico (accomandazione) con lo Stato esistente. I legami della gilda si adattarono perciò a quelli del feudalesimo e corrisposero all'organizzazione politica della società, la quale era interamente fondata su rapporti di dipendenza personale (in assenza di servitù: di rapporti di associazione e di dipendenza personali). Si ebbe così all'inizio del medioevo un fiorire di ordinamenti e contratti tra i borghesi delle città e la corona o i signori locali. Da personali, i rapporti divennero diritti politici.
Con l'impiantarsi delle istituzioni di Marca nel territorio urbano, le strutture sociali della città saranno plasmate dai rapporti della produzione feudale al suo stadio artigianale e commerciale, e, sganciate dalle determina­zioni naturali della terra, potranno evolvere più celermente. L'industria umana potrà quindi staccarsi da quella madre nutrice, ma spesso anche matrigna, che è la terra.
Così, dunque, la gilda trovò una nuova applicazione, assolutamente locale e specifica a un corpo di mestiere, di natura politica e perciò duratura e suscettibile di modificarsi e di sopravvivere oltre le generazioni – nel "commune jurée", istituzione di pace all'interno e di lotta all'esterno, organizzata feudalmente anche se autonomamente. Questa istituzione fiorì nella Gallia del Nord e nelle Fiandre; ebbe una capacità di rigenerazione più viva del consolato delle città di Provenza e d'Italia, in cui l'accaparramento dei singoli (nuovi patrizi, se pure diversi da quelli della Roma schiavista) portò troppo presto al soffocamento delle forze produttive. Non possiamo qui soffermarci tuttavia sul caso specifico del feudalesimo italiano, che evolse rapidamente senza però generare nella sua fase di dissoluzione la vigorosa monarchia assoluta (per il frapporsi degli Stati pontifici nel mezzo dell'Italia all'unità nazionale dello Stato borghese) poiché quest'ultima non trovò l'appoggio delle ascendenti forze borghesi del terzo stato, come avvenne in Inghilterra e in Francia.
In quanto associazione di mutua garanzia che accettava tra gli abitanti della città solo la gente di un mestiere, il commune jurée gettò le basi per la formazione delle corporazioni o gilde di mestiere e di commercio legate al mercato locale. La gilda, non più mobile come all'inizio quando l'affiliazione era volontaria, ma fissata ora invariabilmente su una base e in limiti territoriali, protegge i diritti civili e pubblici dall'instabilità generale dell'epoca e in seguito dalla concorrenza montante. Queste città si costituirono attraverso ribellioni sanguinose e richiesero tesori di ingegnosità, di astuzia e di abilità per resistere alle condizioni economiche e sociali di quell'epoca tumultuosa. I privati isolati non avrebbero potuto riuscirci: fu necessaria una associazione che stimolasse al massimo tutte le energie disponibili. Il comune si armò: "Se il comune è attaccato tutti coloro che hanno giurato devono marciare in sua difesa". Tale formula riflette ancora presupposti feudali della produzione: garantire la sicurezza del piccolo produttore intensivo. Ma questa volta i rapporti erano altamente concentrati e suscettibili di evoluzione.
In favorevoli condizioni di carattere locale o storico, lo stesso contadino poté affrancarsi dai vincoli feudali: La sua posizione si colloca infatti molto più in alto della schiavitù, nella quale solo era possibile l'affrancamento individuale, immediato e senza uno stadio di transizione (soppressione della schiavitù in seguito a ribellione vittoriosa l'antichità non ne conosce). Al contrario i servi della gleba del Medioevo riuscirono progressivamente ad affrancarsi come classe. Ma a cosa ciò è dovuto, se non ai legami sociali barbari dei Germani che non erano ancora arrivati alla schiavitù sviluppata, né alla schiavitù del lavoro dell'antichità né a quella domestica orientale? [13]. La costituzione di Marca dava infatti ai contadini, individualmente o collettivamente, per riscatto o azione rivoluzionaria di classe, la possibilità di liberarsi dal giogo feudale gravante sulla loro parcella:
È ancora la comunità di marca che diede alla classe oppressa, ai contadini, anche sotto la più crudele servitù della gleba medioevale, una coesione locale e uno strumento di resistenza, che né gli antichi schiavi né i proletari moderni hanno avuto a portata di mano (ibid). >

In certe regioni e paesi l'occasione di liberarsi sì presentò ai contadini molto presto: In generale, verso la metà del XIII secolo intervenne un deciso cambiamento a favore dei contadini; le crociate avevano preparato il terreno. Molti dei proprietari terrieri che partivano per le crociate liberarono esplicitamente i loro contadini. Altri morirono, andarono in rovina, centinaia di famiglie della nobiltà scomparvero e i loro contadini ottennero altrettanto spesso la libertà. A ciò si aggiunse il fatto che coi crescenti bisogni dei proprietari terrieri il poter disporre delle prestazioni in oggetti materiali piuttosto che in corvées personali divenne per essi di gran lunga preferibile. La servitù dell'inizio del medioevo, che aveva in sé ancora molto della schiavitù classica, concedeva ai signori diritti che persero sempre più valore: essa scomparve progressivamente e la posizione dei servi si avvicinò a quella dei semplici soggetti a corvée [14].
Il rapporto monetario soppiantò dunque ben presto i rapporti di dipendenza personale. In interi distretti, come in Olanda, in Belgio e sul corso inferiore del Reno, i contadini, anziché corvées e prestazioni in natura, devolvevano al signore denaro, facendo così, signori e coloni, un primo decisivo passo sulla via della loro trasformazione in proprietari fondiari e fittavoli [15]. 

La forma di proprietà artigianale 

Siamo così arrivati a un punto dialettico essenziale della dinamica sociale: dissociandosi dalla proprietà fondiaria e dalla terra essendone per così dire espropriato poiché il suolo appartiene in proprietà esclusiva alla gerarchia feudale, l'artigiano crea un nuovo mezzo di lavoro – lo strumento, l'utensile –, base di una nuova forma di proprietà, quella artigianale, di cui lo stesso servo della gleba profitterà, prima che il capitale avrà espropriato entrambi riducendoli a nuda forza lavoro. Lo sviluppo storico ed economico che si opererà nel corso del feudalesimo comporterà un progresso per il servo della gleba in rapporto al libero contadino germanico dell'allodio: il lavoratore parcellare feudale poté divenire proprietario della propria parcella e dei propri strumenti di lavoro, giacché, nell'agricoltura come nell'artigianato, il mezzo di lavoro si staccò alla fine dall'oggetto di lavoro, la terra. Da quel momento, tra il proprietario fondiario e il bracciante agricolo (pura forza lavoro) si insinuò perciò il fittavolo capitalista, proprietario dei mezzi di lavoro (scorte e strumenti di produzione). La separazione tra agricoltura e artigianato trova la sua più netta espressione nella separazione tra città e campagna. E si ha allora la forma di proprietà specificamente piccolo-borghese del terzo stato del medioevo.
Marx così definisce questo rapporto: uno stato in cui "la proprietà riguarda lo strumento, in cui cioè il lavoratore si comporta verso lo strumento come proprietario, in cui egli lavora come proprietario dello strumento (quest'ultimo è dunque subordinato al lavoro individuale, il che rappresenta uno sviluppo ancora limitato della forza produttiva del lavoro). Questa forma in cui il lavoratore è proprietario (ovvero il proprietario lavora) si è resa autonoma accanto e al di fuori della proprietà fondiaria e corrisponde allo sviluppo artigianale e urbano del lavoro (p. 479).
E distingue questo artigianato da quello esistente nella forma secondaria "come semplice accidente o accessorio della proprietà fondiaria e sussunto ad essa". Nella forma terziaria, invece, le forze produttive sono abbastanza sviluppate perché "nella proprietà dell'artigiano la materia prima e i mezzi di sussistenza siano mediati dalla proprietà dello strumento e dal mestiere". Ciò rappresenta un totale capovolgimento dei rapporti sociali, dal momento che tale forma di proprietà si fonda ora sul lavoro anziché sulla comunità o sulla proprietà fondiaria. L'autonomizzazione del proprietario che lavora è il prodotto storico del feudalesimo, che si presenta alla fine come l'età d'oro del lavoro [16]:

Poiché lo strumento è esso stesso prodotto del lavoro, l'elemento costitutivo della proprietà è posto anch'esso dal lavoro, sicché la comunità non può più presentarsi qui nella forma primitiva e naturale con cui si presentava nella forma primaria. Non è dunque più la comune che fonda questo tipo di proprietà; essa stessa è invece generata, prodotta, dal lavoratore, e quindi secondaria: è una comune creata dall'artigiano mediante la sua arte in collegamento con gli altri. È chiaro che laddove la proprietà dello strumento significa il comportamento del lavoratore in quanto proprietario delle condizioni di produzione, lo strumento stesso non si presenta se non come semplice mezzo del lavoro individuale nel processo effettivo di lavoro: il mestiere, l'arte di appropriarsi realmente lo strumento, di maneggiarlo come mezzo di lavoro, si presenta come particolare abilità del lavoratore, abilità che fa di lui il proprietario dello strumento. In breve, ciò che caratterizza il sistema delle corporazioni (fondato sul lavoro artigianale, sul mestiere, che erige l'individuo a proprietario), è il fatto che esso riconduce tutto al solo rapporto con lo strumento di produzione, dal momento che la proprietà riguarda solo l'utensile. Questo rapporto di proprietà artigianale differisce da quello su cui si basa la proprietà fondiaria, cioè la proprietà della materia prima in quanto tale (p. 480).

Conformemente al metodo di illustrare la forma meno evoluta con quella più sviluppata, Marx raffronta fin d'ora questa seconda forma a una terza possibile, quella della proprietà dei mezzi di sussistenza. Quest'ultima, che in tutte le forme anteriori di produzione era inseparabile dal produttore, se ne stacca nel corso della cosiddetta accumulazione primitiva del capitale, sicché il produttore non solo si trova ad essere separato da tutti i suoi oggetti e mezzi di produzione, ma diviene una nuda e libera forza lavoro che, per vivere, deve scambiarsi contro i mezzi di sussistenza: La terza forma possibile è il rapporto di proprietà nei confronti dei mezzi di sussistenza, trovati fin dall'inizio come condizione naturale del soggetto che lavora e che tuttavia non possiede né la terra, né lo strumento e quindi neppure il lavoro (ibid.).
Marx distingue tra differenti forme di proprietà dei mezzi di sussistenza, e mette in rilievo in questo caso lo specifico rapporto artigianale. Come lo schiavo, e al pari dell'animale, il servo della gleba riceve i mezzi di sussistenza dalla terra, alla quale egli è legato come mezzo di produzione ad opera del proprietario fondiario: questi è direttamente provvisto del fondo di consumo necessario di cui beneficia anche il suo seguito (corte). Il maestro artigiano invece lo ha ereditato oppure guadagnato risparmiando. Da giovane egli è dapprima apprendista e non si presenta ancora come vero e proprio lavoratore autonomo: egli siede, alla maniera patriarcale, alla mensa del maestro. Quan­do è un lavorante effettivo, sussiste una certa comunanza del fondo di consu­mo (da cui il proletario del capitalismo sarà separato) posseduto dal maestro. Sebbene non sia proprietà del lavorante, è almeno, in virtù delle leggi e delle tradizioni della corporazione ecc., una sua partecipazione al possesso (p. 478).
L'artigiano è proprietario dei propri mezzi di sussistenza in quanto padrone del lavoro (mestiere) e del mezzo di lavoro (strumento), con prevalenza di quest'ultimo. E ne è proprietario poiché, combinando nel processo lavorativo materia e forza lavoro con la mediazione dello strumento, egli intasca alla fine il prodotto del lavoro, di cui è anche proprietario. Ma solo per il tramite del mercato e del commerciante, e per la mediazione del denaro, egli riceve i mezzi di sussistenza in cambio del prodotto: siamo in piena produzione mercantile. Tutti gli elementi e i meccanismi per la trasformazione del denaro in capitale e per l'espropriazione del lavoratore sono ormai presenti.
Ma, come si è già accennato, il rapporto dell'artigiano nel corso del processo lavorativo non può limitarsi allo strumento, perché nessuno può vivere e lavorare separato dalla terra. Non trae forse egli da questa i mezzi di sussistenza, le materie prime, ecc.? In breve, l'artigiano ha con la terra un duplice rapporto: da una parte si è staccato dalla condizione feudale generale con la "carta di franchigia" nei confronti della gerarchia fondiaria, dall'altra egli ha con la terra un rapporto mediato dallo scambio mercantile che è in ascesa. Egli acquista infatti i prodotti che gli occorrono dal contadino tramite il mercante. Così, tanto gli elementi costitutivi del processo lavorativo che il suo prodotto rivestono la forma di merce, e ciò è l'estremo risultato del modo di produzione feudale, causa del suo dissolvimento. Facciamo dunque la conoscenza di un nuovo personaggio, il mercante.
Non appena l'industria urbana si separa dall'agricoltura, è nella natura delle cose che i suoi prodotti siano fin dal principio merci, la cui vendita richiede la mediazione del commercio. Il commercio fa leva sullo sviluppo delle città, così come lo sviluppo dì queste è a sua volta condizionato da quello [17].
Il mercante di cui qui ci occupiamo non ha niente a che fare con quello dei popoli dediti al commercio nell'antichità, che erano contemporaneamente trasportatori, forza militare e mercanti e operavano ai confini delle comunità primitive per lo scambio dell'eccedenza. Il corpo dei mercanti del feudalesimo corrisponde a un determinato livello delle forze produttive all'epoca della crescente dissoluzione della proprietà fondiaria feudale, di cui è un energico solvente. Sempre più esso diviene uno dei presupposti del processo dì produzione dell'artigiano, che pur lavorando per il valore d'uso dipende, per il processo lavorativo e per il suo continuo rinnovamento (vendita del prodotto), dal mercato e dal commercio:

L'artigianato urbano, sebbene si fondi essenzialmente sullo scambio e sulla creazione di valori di scambio, ha per scopo fondamentale e immediato la sussistenza dell'artigiano e del maestro artigiano in quanto tali, in altre parole il valore d'uso, e non l'arricchimento, né il valore di scambio in quanto valore di scambio. La produzione vi è quindi sempre subordinata a un consumo preesistente, l'offerta è subordinata alla domanda, e si espande solo lentamente (p. 495).

E l'artigianato, spiega Marx, si è dovuto difendere – per sopravvivere – dal fattore dissolutivo del valore di scambio e del denaro: Nel sistema delle corporazioni, il semplice denaro non può comprare dei telai per mettere altri individui al lavoro, lo può solo il denaro della corporazione, il denaro del maestro: è prescritto il numero dei telai che un artigiano può impiegare. In breve, lo strumento stesso è ancora a tal punto tutt'uno col lavoro vivo, di cui rappresenta il dominio, che esso non circola realmente (p. 487). 

Sviluppo della produzione mercantile 

Nonostante abbia creato il mestiere e lo strumento scissi dalla proprietà fondiaria e autonomizzati nelle città, fondando un nuovo quanto effimero rapporto di proprietà, non sarà l'artigiano a svolgere il ruolo trainante dello sviluppo sociale, perché troppo legato al proprio valore d'uso, alla propria sussistenza e quindi a quella delle condizioni esistenti. Il nuovo motore dello sviluppo delle forze produttive è il rappresentante del valore di scambio, del denaro, forza corrosiva per antonomasia dei rapporti precapitalistici: il mercante.
La società feudale raggiunge dunque il suo apice con la formazione di un corpo di mercanti che, contrariamente all'artigiano, rappresenta appieno il valore di scambio. Il mercante diverrà ben presto la figura centrale di tutti gli ordini feudali, perché ne è l'intermediario.
Sull'ordine dei mercanti, perno delle progressive potenze economiche e sociali del terzo stato, si appoggiò la stessa monarchia assoluta – potenza politica centralizzatrice per eccellenza con funzione decisiva nell'ulteriore sviluppo di tutta la società – cui abbisognava denaro in gran quantità per organizzare e centralizzare l'amministrazione con una burocrazia e un esercito di mercenari. Il denaro domina in tal modo lo Stato sul piano economico prima di conquistarlo politicamente.
La monarchia assoluta instaurò le prime manifatture che facevano con successo la concorrenza alla produzione corporativa (produzione mercantile semplice degli artigiani): il denaro presiedette al loro sviluppo e il corpo dei mercanti si occupò di procurar loro uno smercio.
I mercanti svolsero inoltre il ruolo di intermediari tra nobiltà e contadiname. I crescenti bisogni stimolati dalla varietà degli articoli prodotti dalla produzione mercantile semplice rese la circolazione monetaria sempre più importante. Ben presto la nobiltà si indebitò per procurarsi le ricchezze e accettò di sostituire alle corvées in natura delle prestazioni in forma monetaria, primo passo verso l'abolizione della servitù della gleba. Le città si svilupparono in collegamento col commercio mondiale. Dopo le corazze e le armi, la nobiltà comprò nelle città i tessuti, i mobili e i gioielli del paese, le seterie d'Italia, i merletti del Brabante, le pellicce del Nord, i profumi d'Arabia, i frutti del Levante, le spezie delle Indie; essa comprava tutto nelle città, tutto tranne il sapone. Siffatta estensione degli scambi comportò a sua volta un allargamento della produzione artigianale e manifatturiera. I mercanti e il denaro agivano come agenti corrosivi della proprietà fondiaria in un duplice senso: indebolendo i suoi rapporti interni e promuovendo lo sviluppo delle città.
Coi bisogni sempre più raffinati e varii che il mercante suscita nei signori feudali, crescono dunque anche le spese monetarie di questi ultimi, costretti di conseguenza a trasformare le prestazioni in natura (corvées) dei servi della gleba in prestazioni in denaro, cioè ad offrire ai coloni il riscatto dai gravami feudali. Ciò darà luogo a una vera e propria solidarietà tra il terzo stato (e i mercanti) e i contadini asserviti per estendere alle campagne il sistema  mercantile  della  proprietà privata del piccolo appezzamento:  il contadino diviene l'oggettivo alleato del borghese e del piccolo-borghese delle città. Ma una volta che il contadino avrà ottenuto la proprietà privata della parcella,  quest'ultima  sarà diventata una  merce  che  si potrà vendere e comprare  – e il denaro divenendo capitale potrà espropriare in massa i contadini  trasformandoli  in  nuda  forza lavoro da sfruttare. La grande proprietà fondiaria potrà questa volta concentrarsi sulla base delle forze produttive sviluppate, che le impediranno di muoversi in un circolo vizioso come la grande proprietà schiavista di Roma.
Il mercante riunì nelle sue mani, nella forma più corrosiva, tutti i fattori dissolutivi del modo di produzione feudale e gli elementi di formazione del capitalismo derivanti dal denaro, potenza sociale concentrata, dalla merce, creata dal libero contadino e dall'artigiano, dal valore di scambio, che collega produttori e consumatori. Egli dominerà la distribuzione e la produzione non appena tutti gli elementi costitutivi della produzione, forza lavoro compresa, avranno assunto la forma mercantile. La ricchezza monetaria è la base del capitale, così come il mercato mondiale lo è del modo di produzione capitalistico.
Il denaro, in quanto intermediario e ruffiano universale, annuncia l'epoca in cui il capitale diviene la comunità umana:

In tutte le sfere della moderna vita sociale si constata che la parte del leone tocca regolarmente all'intermediario. In campo economico, ad esempio, finanzieri, agenti di borsa, banchieri, negozianti, commercianti, ecc. scremano il meglio degli affari; nelle cause civili, l'avvocato scuoia le parti senza farle gridare; in politica, il deputato vale più dell'elettore, il ministro più del sovrano ecc; in religione, Dio passa in second'ordine rispetto al "mediatore", che da parte sua è spinto nel retroscena dai preti i quali, a loro volta, sono gli inevitabili intermediari tra il buon pastore e le sue pecorelle [18].

Il mercante, intermediario tra tutte le attività, e dunque ganglio vitale del sistema feudale frantumato in diversi e opposti ordini e stati, potrà dissol­vere tutti i rapporti feudali per sviluppare il nuovo modo capitalista di produ­zione, unitario e generale, di cui la base mercantile costituisce il nec plus ultra.
Il denaro si accumulò ben presto in quantità e in qualità sufficiente per potersi trasformare in capitale; ma qui esso costituisce ancora la preistoria dell'economia borghese: l'usura, il commercio, l'organizzazione urbana e il parallelo sviluppo del fisco (che segna il passaggio dell'economia alla politica) vi svolsero il ruolo principale. Relativamente secondaria vi appare la tesaurizzazione dei fittavoli, dei contadini, ecc. (p. 491).
Il denaro agisce come un energico mezzo di dissoluzione delle condizioni precapitalistiche di produzione: Contemporaneamente si assiste allo sviluppo degli scambi e del valore di scambio, mediati ovunque dal commercio (possiamo chiamare commercio questa mediazione, e dire che il denaro acquista una esistenza autonoma nel corpo dei mercanti, come la circolazione l'acquista nel commercio). Questo sviluppo comporta da una parte la dissoluzione dei rapporti di proprietà del lavoro dalle sue condizioni oggettive, e dall'altra parte colloca il lavoro tra le condizioni oggettive della produzione (ibid ).

La dissoluzione del feudalesimo 

Marx parla di cosiddetta accumulazione primitiva del capitale poiché essa si compie non per la tesaurizzazione e l'ammassamento nelle mani dei capitalisti di beni e macchine, quanto mediante un processo di separazione degli elementi oggettivi (materie prime, mezzi di lavoro ecc.) dagli elementi soggettivi viventi (forza lavoro) che si oppone allo sviluppo dei rapporti sociali e produttivi precapitalistici dissolvendoli. In Europa, il denaro ha sciolto in questa maniera i rapporti feudali e contemporaneamente è stato l'elemento costitutivo del capitale. Alla scala mondiale, l'accumulazione si presenta come processo ininterrotto di dissoluzione delle formazioni precapitalistiche, e in tal senso essa è e resta un elemento immanente del capitale che si estende su scala sempre più allargata.
In questo dramma della storia mondiale, la riunione di tutte le forme di società anteriori non si compie tuttavia in una nuova sintesi (che si produrrà soltanto nella superiore formazione del comunismo), bensì tramite una dissoluzione universale ove il mercato mondiale riunisce i separati elementi ponendoli a disposizione della produzione, che sotto il capitalismo è nazionale, nonostante tutti i mercati comuni di ieri e di oggi e non può oltrepassare questo stadio. Per questa ragione l'anarchia dominerà la produzione e le crisi economiche e politiche si susseguiranno finché l'umanità non avrà realizzato nel comunismo la sintesi tra produzione e distribuzione sociali. Tutto il corso del capitalismo non sarà che un processo di accumulazione continuamente allargata, che se è ammassamento di merci a un polo è altresì dissoluzione di tutti i rapporti anteriori all'altro polo, e – come abbiamo rilevato – lo stesso processo di ammassamento è quanto mai anarchico, come attestano le cicliche crisi di sovrapproduzione che sfociano nella distruzione attraverso guerre o mezzi "pacifici" di dilapidazione di masse enormi di beni materiali e di forza lavoro viva. Si deve quindi analizzare con cura il processo di accumulazione, svolgentesi non solo durante la genesi del capitale ma altresì durante il suo periodo di sviluppo e di dissoluzione, ossia finché esso si riproduce.
L'accumulazione – sottolinea Marx nei Grundrisse – spoglia il lavoratore del suo mezzo e oggetto di lavoro e li accumula di fronte a lui. Questa semplice definizione mette in luce che si tratta di un processo di dissoluzione che trasforma una massa di individui di una nazione in lavoratori salariati virtualmente liberi (del mezzo di lavoro), ossia in individui costretti a vendere la loro forza lavoro perché privati di ogni proprietà (p. 484).
Per il produttore il processo di accumulazione significa in primo luogo pauperizzazione: rovina di quanti ancora sono in possesso dei mezzi di produzione: il produttore piccolo-borghese, precapitalista o meno, perdendo la propria parcella o i propri strumenti di lavoro non dispone più di alcun mezzo di sussistenza. In quanto pauper (povero), egli diverrà in seguito pura forza lavoro che per continuare a vivere deve offrirsi come merce al capitale.
La legge dell'accumulazione dice quanto segue: la produzione capitali­stica aumenta la ricchezza nella forma di una massa ognor crescente di merci, dà la misura non dei vantaggi che la società ne trae (non si deve intendere per società quella sola classe che ne costituisce la parte più debole, e via via sempre più debole), quanto degli accresciuti rischi di rovina e di miseria. La corsa all'accumulazione si accompagna infatti a una concentrazione della ricchezza "in un numero sempre più ristretto di mani", e con la conseguente rovina prima dei piccoli, poi dei medi e grandi capitalisti stessi, poiché il capitale accumula non solo rovinando i produttori precapitalistici ma anche gli stessi capitalisti: questo è il senso della formula secondo cui il capitale è sinonimo di accumulazione allargata: esso è obbligato a crescere senza mai fermarsi, e per farlo soppianta e divora i capitali più deboli. Gli ex-possessori di una parte della ricchezza vanno così ad ingrossare l'esercito del lavoro, di quanti cioè non possono vivere se non vendono la loro forza lavoro SE e QUANDO lavorano, e il cui salario può aumentare SE e QUANDO lavorano.
Il corso dell'accumulazione si fa con alternanza di avanzate e di rinculi: a fasi di accumulazione e di aumento della produzione seguono crisi di sovraproduzione e sanguinose (sempre più sanguinose) guerre di concorrenza mercantile (imperialismo), la curva della produzione scende con le distruzioni immense di prodotti, strumenti e forza lavoro. Marx, da buon materialista, parla di aumento della massa della miseria (Masse des Elends) a fronte del capitale che si concentra e si centralizza sempre più senza peraltro pervenire mai a sistematizzare e a dominare il proprio processo di accumulazione organizzandolo sistematicamente, ma significa meramente che il capitale sempre più mostruoso rovina e divora gli altri.
Perciò Marx scrive alla fine del capitolo sull'Accumulazione che gli usurpatori della ricchezza altrui finiscono per dilaniarsi a vicenda, sicché gli espropriatori sono a loro volta espropriati.
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Quest'ultima formula – che significa: morte del sistema capitalistico – ribadisce che il movimento di espropriazione degli espropriatori è già parte integrante dello stesso sviluppo del capitale, in quanto espropria non solo il lavoratore indipendente precapitalista, ma anche il rivale capitalista stesso, da parte sua capo di un esercito o di un drappello di salariati. Il processo, per il suo proprio movimento, porta direttamente all'espropriazione finale dei pochi usurpatori capitalisti che ancora sussistono: e allora il ciclo si capovolge: là si trattava dell'espropriazione della massa (compresi i capitalisti) da parte di pochi usurpatori; qui si tratta dell'espropriazione di pochi espropriatori da parte della massa [19].
Ma ritorniamo alla cosiddetta accumulazione primitiva, dopo averne accennato il movimento fino alle sue estreme conseguenze:

II processo storico separa gli elementi fino ad allora uniti, ma risultato non ne è la scomparsa di uno degli elementi, bensì la comparsa di ciascuno di essi in una relazione negativa con l'altro: il lavoro (virtualmente) libero da una parte, il capitale virtuale dall'altra. La separazione delle condizioni oggettive della classe dei lavoratori divenuti liberi ha per conseguenza che queste stesse condizioni si rendono autonome al polo opposto (p. 485).

Vediamo ora come il capitalista viene in possesso di materie prime, strumenti di lavoro e mezzi di sussistenza con i quali il lavoratore può vivere sino a che la produzione non sia terminata.
Si entra qui direttamente nel processo di produzione. Ma la cosiddetta ccumulazione primitiva non significa altro che il passaggio dal processo di circolazione delle merci in cui si è costituito il patrimonio monetario, il denaro, al processo di produzione del capitale. Questi due processi sono in Marx nettamente distinti:

L'unica accumulazione presupposta allo sviluppo del capitale è quella di patrimonio monetario, che, considerata in sé e per sé, è del tutto improduttiva, in quanto scaturisce soltanto dalla circolazione e ad essa soltanto appartiene. Il capitale si crea rapidamente un mercato interno distruggendo tutte le attività accessorie della campagna, dunque filando e tessendo per tutti, vestendo tutti, ecc, in breve dando la forma di valori di scambio alle merci che prima venivano create come valori d'uso immediati. Questo processo risulta automaticamente dal distacco del lavoratore dalla terra e dalla proprietà dei suoi mezzi di produzione (sia pure in forma servile) (p. 495).
Se la ricchezza sotto forma di denaro può scambiarsi con le condizioni oggettive del lavoro, è unicamente perché queste ultime sono state staccate dal lavoro, e d'altronde possono scambiarsi solo a partire dal momento in cui  questa separazione è realizzata. Abbiamo già visto che in parte il denaro può essere accumulato per la pura e semplice via dello scambio tra equivalenti. Tuttavia ciò rappresenta una fonte così insignificante che storicamente non merita neppure di essere menzionata, dato che si presuppone che il denaro è ottenuto mediante lo scambio del lavoro individuale. Si tratta piuttosto di denaro ammassato mediante l'usura – esercitata essenzialmente a spese della proprietà fondiaria – e di patrimonio mobile accumulato mediante i profitti commerciali, in una parola di ricchezza monetaria, che viene trasformata in capitale in senso proprio, in capitale industriale (p. 486).
La genesi o formazione del capitale, scrive Marx, non parte né dalla proprietà fondiaria, né dalle corporazioni, bensì dal denaro accumulato dal commercio e dall'usura, non appena il lavoro è spogliato, per lo sviluppo delle forze produttive e il processo storico, delle sue condizioni di esistenza oggettive, e diventa dunque possibile comprare queste condizioni.
Il capitale può dunque formarsi solo allorché diventano presupposti della produzione l'oggetto e il mezzo di lavoro (al posto della comunità consanguinea o della proprietà fondiaria), ossia solo allorché si è autonomizzata la proprietà artigianale sugli strumenti di lavoro, che sono presupposto della produzione e fondamento e dei rapporti sociali tra i produttori.
Nel processo dell'accumulazione, il capitale, o meglio, a questo stadio, la ricchezza monetaria, agisce in maniera del tutto specifica: esso non ha inventato né ha fabbricato il filatoio e il telaio. Ma, strappati dalla loro terra, filatori e tessitori, con i loro filatoi e telai, caddero sotto il potere della ricchezza monetaria.
Il capitale, di suo, non ha fatto altro che unificare le masse di braccia e di strumenti che esso trova già separati gli uni dagli altri. Esso le agglomera sotto la sua sferza. Questa è la sua effettiva accumulazione; l'accumulazione di operai in alcuni punti, assieme ai loro strumenti (p. 490).
Si hanno, in breve, due fasi:
1. la ricchezza monetaria contribuì a spogliare le forze lavoro delle loro condizioni materiali (si sa che certi energici mezzi di violenza hanno accelerato l'espropriazione, come, ad esempio, la legislazione sanguinaria che a colpi di frusta spinse gli espropriati nelle manifatture dei capitalisti);
2. allorché questa separazione ebbe raggiunto una certa ampiezza, il denaro poté inserirsi come mediatore tra le condizioni oggettive di esistenza divenute così libere e le forze lavoro vive, divenute anch'esse indipendenti e libere: poté comprare le seconde con le prime (p. 491).
Marx passa poi ad illustrare in maniera suggestiva il carattere mistifica­tore del capitale. Oggi, come durante il periodo dell'accumulazione primitiva, gli economisti pretendono che l'operaio scambi la sua forza lavoro contro equivalente. In realtà, il lavoro salariato trova un impiego solo se fornisce un plusvalore, ossia lavoro non pagato appropriato dal capitalista. In opposizione agli economisti borghesi che blaterano di scambio tra equivalenti in tutti i rapporti mercantili del capitalismo, Marx definisce il capitale come produzio­ne di plusvalore, lavoro non pagato, e ci vede la sua funzione essenziale:
La vera, specifica funzione del capitale è di accumulare, e quindi di produrre plusvalore. La sua unica ragion d'essere è produrre sopralavoro e appropriarsi lavoro non pagato all'interno del processo di produzione reale; sopralavoro che si esprime e si materializza in plusvalore [20]. La concezione di Marx è quindi diametralmente opposta a quella degli economisti borghesi ufficiali, la cui formula dello scambio tra equivalenti costituisce la base della propaganda borghese sulla libertà, l'uguaglianza e la fraternità sul piano politico e sociale [21].
Questa definizione è fondamentale perché il capitale è nel mondo moderno alla base di tutti i moderni rapporti sociali tra le classi e i mezzi di produzione e costituisce il presupposto universale della produzione e della vita, come a loro volta lo sono stati la natura e la comunità nella forma primaria, la proprietà fondiaria nella forma secondaria, e nella forma terziaria lo strumento che determinava tutti i rapporti sociali e tanto l'attribuzione quanto la ripartizione del prodotto del lavoro.
Gli economisti borghesi nel considerare la genesi (formazione) del capitale si limitano alla circolazione e agli scambi mercantili e deducono il capitale dalle semplici e "giuste" leggi dello scambio tra equivalenti: il capitalista accumula la sua ricchezza mediante il risparmio sul proprio lavoro, ed è astenendosi dal consumare che il futuro capitalista acquista il proprio capitale [22]. Così, i borghesi pongono la proprietà come la emanazione del solo lavoro, di modo che il capitale implica la proprietà privata del prodotto del PROPRIO LAVORO.
Per confutare questa concezione apologetica Marx rileva:
1, la produzione fondata sul valore di scambio e la forma di società fondata sullo scambio di questi valori di scambio implicano certamente il lavoro come presupposto generale della ricchezza, ma il lavoro salariato, divenuto pura forza lavoro perché separato da tutte le sue condizioni oggettive;
2. sotto il capitalismo lo scambio tra equivalenti persiste certo in superficie, nel processo di circolazione delle merci, ma è solo lo strato superficiale di una produzione che si fonda sull'appropriazione di lavoro altrui senza scambio, ma sotto la parvenza dello scambio (p. 492).
Il capitale è perciò agli occhi degli apologisti borghesi un sistema giusto di scambio armonioso, democratico ed eterno [23], mentre per i marxisti il capitale si caratterizza per l'estorsione di plusvalore agli operai, i quali solo apparentemente scambiano la loro forza lavoro-merce contro equivalente, poiché non sono impiegati dal capitalista se non quando lasciano a costui un plusvalore, sopralavoro, profitto da accumulare. In breve, il rapporto del capitale è un rapporto di dominio, di classe. Si passa così dalla forma terziaria dei rapporti di dipendenza personale alla forma quaternaria dei rapporti di dipendenza economica.
Per fondare la loro visione egualitaria e giusta dell'attuale società capitalistica che si pretende democratica e non di classe, economisti, filosofi e capitalisti confondono il moderno modo di proprietà e di appropriazione (basato sull'appropriazione senza equivalente del lavoro altrui e sull'espropria­zione del produttore immediato) con l'anteriore modo di produzione artigianale, che escludeva precisamente il rapporto capitalistico del salariato, in quanto implicava la proprietà privata del produttore immediato sulle condizioni di produzione, ossia la forma di proprietà piccolo-borghese del produttore.
Questo qui pro quo è possibile perché esiste un rapporto tra acquirente e venditore nella sfera di circolazione, in cui lo scambio avviene sempre tra equivalenti.
La base del modo di pensare (ideologia) e delle sovrastrutture politiche, giuridiche ecc. della borghesia è dunque retrograda di un modo di produzione, e permette di accreditare l'idea della democraticità dei moderni rapporti e per conseguenza della libera scelta delle istituzioni sociali ad opera della maggioranza nel generale interesse. Infatti: dal punto di vista ideologico e giuridico, la borghesia trasmette senz'altro l'ideologia della proprietà privata basata sul lavoro personale alla proprietà determinata dall'espropriazione del produttore immediato [24].
Nel processo dell'accumulazione che dà origine ai rapporti capitalistici, Marx sottolinea dunque i tre punti seguenti:
1. La produzione di merci conduce necessariamente alla produzione capitalistica  non   appena  il  lavoratore abbia  cessato  di  far parte delle condizioni di produzione oggettive, come nella schiavitù e nella servitù della gleba in cui è vincolato alla terra, e non appena la stessa forza lavoro diventa merce;
2. Solo la produzione capitalistica fa della merce la forma generale di tutti i prodotti;
3. Ma la  produzione capitalistica in quanto sin dall'inizio anche processo di dissoluzione, distrugge la base mercantile della produzione, e per cominciare la produzione individuale autonoma (dell'artigiano e del contadi­no parcellare) e lo scambio tra possessori di merci nella produzione, cioè lo scambio di equivalenti. Lo scambio puramente formale tra capitale e forza lavoro diviene la regola generale (ibid. p. 96).

Il modo di produzione capitalistico – la natura dei suoi rapporti – trova la migliore illustrazione nello svolgimento dell'iniziale suo processo di formazione, della cosiddetta accumulazione primitiva. Passiamo quindi senz'altro a considerare tale processo.

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[1] Cf. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Primo  manoscritto: la rendita fondiaria, alla fine.
[2] Traduciamo il termine Kommendation, usato da Engels nell'Origine della famiglia ecc., con accomandazione (non raccomandazione come in qualche testo scrivono). Ciò , per sottolineare il carattere di accordo, di patto, dei rapporti stabiliti tra signori e lavoratori della terra, i quali scambiavano le proprie prestazioni contro la sicurezza loro garantita dai signori.
[3] Cf. Engels, Storia e lingua dei Germani, cit., II, L'epoca francone, p. 104.
[4] Nel Medioevo la Chiesa cattolica, centralizzata a Roma, costituiva la potenza universale del feudalesimo in un'epoca in cui il processo di formazione dei grandi Stati nazionali non poteva compiersi in assenza di impulsi da parte di una monarchia assoluta centralizzatrice. Fu la Chiesa ad assicurare quella difesa generale dell'Europa che la nobiltà, legata eccessivamente ad una realtà locale in seguito al frazionamento feudale, non era in grado di assicurare contro gli invasori Arabi, Unni, Tartari. Agli inizi, la Chiesa cattolica ebbe una vera e propria egemonia sulla nobiltà, che mobilitò per i grandi compiti di difesa della "cristianità" o, più prosaicamente, dell'ordine feudale europeo. Tutti questi episodi così come il ruolo della violenza nello sviluppo e nella difesa del modo di produzione feudale, entro l'ottica della funzione della Chiesa e della nobiltà, che giunsero ad allestire controffensive quali le Crociate, allacciando rapporti economici con il Medio Oriente e tentando di riprendere l'eredità di Roma nel Mediterraneo, sono trattati sistematicamente in Le fil du Temps, n. 10, pp. 79-83 sur Les Tâches Militaires du feodalisme au niveau international: Eglise et Empire. Cf. anche Il programma comunista annata 1963. Nobiltà e Monarchia assoluta condurranno più tardi una lotta molto aspra contro il potere spirituale e temporale della Chiesa cattolica romana per imporre il principio delle nazionalità legato allo sviluppo dei rapporti sociali ed economici preborghesi che sboccarono nella formazione dello Stato-nazione moderno all'epoca della rivoluzione borghese, ibidem, pp. 91-104.
[5] Cf. Engels, L'epoca francone, in Storia e lingua dei Germani, cit., p. 105.
[6] Cf. F.ngels, La Guerra dei contadini, I capitolo, fine, in Opere, vol. X, Roma 1977, p. 412. Marx descrive l'evoluzione del contadino creatore di plusvalore – dallo schiavo al moderno bracciante capitalistico – nel capitolo sulla Genesi della rendita fondiaria capitalistica, Il Capitale III, cap. XLVII.
[7] Cf. Engels, Anti-Dühring, in Opere vol. XXV, Roma 1974, p. 143, sez. II, Oggetto e metodo.
[8] Cf. Engels, l'Origine della famiglia, cit., p. 184, cap. VIII, La formazione dello Stato presso i Tedeschi.
[9] Cf. Engels,  Prefazione al III libro del Capitale, VA. Riuniti, Roma 1968, p. 40.
[10] Cf. Engels, La Marca, cit., p. 168.
[11] Cf. la lettera di estremo interesse di Marx a Engels del 27 luglio 1854 sulla fondamentale differenza di evoluzione del feudalesimo: in Francia, la monarchia assoluta non cessò di rafforzarsi e accelerò il passaggio al capitalismo con una serie di misure, politiche, mentre in Germania l'Impero frenò lo sviluppo delle corporazioni.
[12] Cf. Marx-Engels, Il Manifesto, nota di Engels all'edizione inglese del 1888. Inoltre, Engels vi osserva che l'Inghilterra è il modello dell'evoluzione economica della borghesia, e la Francia quello della sua evoluzione politica.
[13] Cf. Engels, l'Origine della famiglia, cit., cap. VIII, fine.
Ma Engels preciserà in seguito che gli stessi proletari moderni, se non hanno potuto difendersi dall'espropriazione iniziale e dalle usurpazioni del capitale, potranno tuttavia rivivificare questa istituzione arcaica della Marca per la loro emancipazione. Ma i produttori non utilizzeranno i rapporti della società di comunismo primitivo solo come struttura della società comunista superiore: i rapporti comunisti della marca rigenerati dal proletariato sotto la spinta materiale della socializzazione della produzione realizzata dal loro lavoro nel seno stesso della società borghese serviranno anche come mezzo di lotta e di realizzazione della loro società, nel momento in cui le forze produttive sociali si ribelleranno contro le attuali forme dell'appropriazione privata. >
E Engels ribadisce alla fine del suo articolo (cit. p. 177) che la futura rinascita della marca dovrà effettuarsi non nel suo vecchio contenuto, ma in una forma ringiovanita applicata al nuovo contenuto del mondo moderno: "Questo rinnovamento della proprietà comune della terra deve procurare al piccolo contadino di questa collettività non solo tutti i vantaggi della grande conduzione e dell'impiego delle macchine agricole, ma anche deve offrire loro i mezzi per praticare, oltre all'agricoltura, la grande industria, grazie all'apporto dell'energia a vapore o idraulica – e questo non a vantaggio dei capitalisti bensì della collettività". Fin dal 1512, nel corso della rivoluzione borghese tedesca, la guerra dei Contadini, il contadiname tentò di lottare per l'instaurazione dei rapporti comunisti, contrariamente a quanto   avvenuto   nel   corso   della  rivoluzione   francese, in cui i contadini furono l'avanguardia della borghesia con le loro rivendicazioni di parcellizzazione del suolo. Cf. Fil du Temps, n. 10, La lotta dei contadini contro o per la borghesia, p. 116-130.
[14] Cf., Ibid. p. 171.
Engels prosegue sottolineando che il feudalesimo si estinse molto presto in Germania, ma che il passaggio al capitalismo, con la guerra dei Contadini, fallì e si crearono le condizioni per una rinascita del feudalesimo in quel paese.
[15] Cf.   Engels, La decadenza del feudalesimo  e lo sviluppo  della borghesia, in Anti-Dühring.
[16] Marx precisa più avanti: il periodo d'oro del lavoro che si emancipa si colloca nell'epoca del declino del feudalesimo, alloché le lotte intestine vi sono ancora in vigore, come in Inghilterra nel XIV e nella prima metà del XV secolo. I liberi piccoli contadini inglesi, dopo la peste nera che decimò la popolazione e rovinò il feudalesimo, parteciparono a questo periodo d'oro. Ma mentre per l'artigiano la proprietà riposa sullo strumento e sulla sua arte (mestiere), per il piccolo contadino libero essa riposa sulla parcella, rimane cioè legata alla terra e alla proprietà fondiaria. Qui tutta la differenza tra proprietà individuale dell'artigiano (che porta alla autonomizzazione dei mezzi di lavoro) e la proprietà parcellare del contadino.
[17] Cf. Marx, Il Capitale III, cap. 20, Cenni storici sul capitale commerciale, cit, p. 397.
[18] Cf. Marx, Il Capitale I, cap. 24, la cosiddetta accumulazione primitiva, fine.
[19] Cf. Marx, Il Capitale I, cap. 24.
[20] Cf. Marx, Il Capitale libro I capitolo VI inedito, cap. 1, Produzione capitalistica come produzione di plusvalore, La Nuova Italia, 1974, p. 6.
[21] Cf. Marx, Grundrisse, cit. p. 181-194. Il capitolo del capitale: Scambio semplice. Rapporti tra i soggetti di scambio. Uguaglianza, libertà, armonie, ecc.
Nelle loro definizioni, gli economisti restano nella sfera degli scambi, della circolazione, mentre Marx le trae dalla produzione.
[22] La morale con l'Idealismo e lo Spirito eterno intervengono così nella creazione del capitale, con lo spirito del risparmio, cf. Marx, Il Capitale, I, cap. XXII, 3, La teoria dell'astinenza.
[23] Di qui la seguente definizione del teorico dell'armonia: Il capitale è la potenza democratica, filantropica ed egualitaria per eccellenza (F. Bastiat, La Gratuité du crédit, Parigi 1850, p. 29), citato nel Sesto capitolo inedito del Capitale, La Nuova Italia, 1974, p. 93).
[24] Cf. Marx, Il Capitale libro I capitolo VI inedito, Newton Compton Ed., 1976, p. 140.
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