EUPALINO, O DELL'ARCHITETTURA

Paul Valéry . 1921
arteideologia raccolta supplementi
made n.14 Ottobre 2017
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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FEDRO - Che fai costi, Socrate? Ti cerco da tanto e percorrendo il nostro pallido soggiorno ho chiesto di te ovunque: qui ti conoscono tutti, ma nessuno ti aveva visto.
Perche allontanarti dalle altre ombre? Quale pensiero t'ha raccolto l'anima, appartata dalle nostre, presso i confini di quest'impero delle cose trasparenti?

SOCRATE - Aspetta. Non ti posso rispondere. Sai anche tu che per i morti la riflessione non si può dividere; e in questa nostra semplicità dobbiamo pur subire fino all'ultimo il corso d'un'idea, mentre ai vivi, che hanno un corpo e son come bugno ed ape, è dato uscire di conoscenza e tornarvi.

FEDRO - Meraviglioso Socrate, taccio.

SOCRATE - Grazie del tuo silenzio. Osservandolo, rendi agli dei ed al mio pensare un sacrifizio ben duro, poiché trattieni la tua curiosità e immoli la tua impazienza alla mia anima.
Ora parla liberamente, e se desideri tuttavia interrogarmi, eccomi pronto a risponderti giacché ho pur finito d'interrogarmi e di rispondere a me stesso. Ma è raro che nel contenersi una domanda non si divori subito da se.

FEDRO - Perche mai codesto tuo esilio? Che fai, separato da noi? Alcibiade, Zenone, Menessene, Lisia, tutti gli amici stupiscono di non vederti, vanno parlando senza scopo e, ombre, vagano.

SOCRATE - Guardati intorno, ascolta.

FEDRO - Non odo nulla e scorgo ben poco.

SOCRATE - Perché, forse, non sei morto abbastanza. Il limite del nostro regno è qui: davanti a te scorre un fiume.

FEDRO - Ahime! Il povero Ilisso!

SOCRATE – E’ il fiume del Tempo: non rifiuta che le anime, su questa riva, e trascina il resto senza fatica.

FEDRO - Comincio a vedere qualche cosa e non riesco a distinguere nulla. I miei sguardi seguono per un istante tutto ciò che scorre e va, ma lo perdono prima di sceverarlo... Se non fossi morto, quel muoversi mi disturberebbe, tant'è triste e fatale, o sarei costretto a imitarlo nel modo dei corpi umani, addormentandomi per trascorrere anch'io.

SOCRATE - Eppure in quel grande flusso passano tutte le cose che conoscesti od avresti potuto conoscere: l'ampio e vario velo liquido, precipitando senza interruzione, convoglia verso il nulla — guarda com'è sbiadito! — tutti i suoi colori.

FEDRO - Credo a ogni istante d'essere sul punto di cogliere qualche forma, ma ciò che m'è sembrato di vedere non perviene mai a rinnovare nel mio spirito alcuna somiglianza.

SOCRATE - Perché tu, reso immobile dalla morte, contempli il vero trascorrere degli esseri. Da questa riva sì tersa, le cose umane e le forme naturali le vediamo in moto col ritmo della loro esistenza. Siamo come il sognatore, nel cui intimo — bizzarra e sùbita trasformazione di figure e pensieri — gli esseri si compongono coi loro mutamenti.
Qui tutto è trascurabile eppure conta, i delitti generano benefizi immensi, dalle più alte virtù discendono conseguenze funeste, e non v'è punto in cui l’intelletto si fissi. Ma l'idea diviene sensazione allo sguardo, e ogni uomo si trascina dietro una catena di mostri inestricabilmente composta delle proprie azioni e degli atteggiamenti successivi del suo corpo.
Il fluidissimo corso mi ricorda la presenza e le abitudini dei mortali: mi fa pensare ch'io fui un d'essi, desideroso di veder tutto come precisamente vedo ora e intento a porre la Saggezza nella condizione eterna in cui siamo. Ma veramente da questo luogo nulla è riconoscibile: di fronte alla verità non comprendiamo più.

FEDRO - Ma da che può essere generato, o Socrate, il gusto dell'eterno che è talvolta nei vivi? E tu ricercavi la conoscenza; e il volgo tenta invano colle sue forze di preservare dal disfacimento persino i cadaveri degli uomini; e altri costruisce templi e tombe ingegnandosi a renderli indistruttibili; e i più saggi ed i meglio illuminati vogliono creare nei loro pensieri un'armonia e una cadenza che li salvino dall'alterarsi e dall'oblio.

SOCRATE - Pazzia, o Fedro, te ne avvedi... Ma i destini han voluto che fra le cose indispensabili alla razza umana figurassero, di necessità, alcuni desideri insensati: non vi sarebbero uomini senza l'amore e la scienza non esisterebbe, priva di assurde ambizioni. Donde pensi che avremmo tratto la prima idea e l'energia per gli immensi sforzi dai quali nacquero tante città superbe e così inutili monumenti, che la ragione ammira e non avrebbe saputo concepire?

FEDRO - Comunque, la ragione v'ebbe la sua parte: senza di essa tutto sarebbe al suolo.

SOCRATE - Tutto.

FEDRO - Ricordi le costruzioni che vedemmo erigere al Pireo?

SOCRATE - Si.

FEDRO - E quei congegni e quegli sforzi, e i flauti che li temperavano con la loro melodia, e quelle operazioni così precise, e quei progressi ad un tempo così misteriosi e chiari?
Confusione, dapprima, ma poi la vedevi quasi fusa nell’ordine, e sentivi la solidità e il rigore nascere di tra i fili pendenti a segnare la verticale e nelle cordelle fragilmente tese perché fossero uguagliate al crescere degli strati di mattoni!

SOCRATE - Conservo il bel ricordo! O materiali, belle pietre!... Quanto siamo divenuti leggeri!

FEDRO - E il tempio fuori Ie mura, presso l'altare di Borea, lo ricordi?

SOCRATE - Quello d'Artemide cacciatrice?

FEDRO - Proprio quello. Un giorno passando di lì, discorremmo della Bellezza...

SOCRATE – Ahime!

FEDRO - Fui amico del costruttore del tempio, ch'era di Megara e si chiamava Eupalino. Volentieri egli mi parlava della sua arte, d'ogni cura e d'ogni necessaria esperIenza, facendomi comprendere le cose che vedevamo insieme nel cantiere.
Io vedevo soprattutto il suo spirito mirabile e gli riconoscevo la potenza d'Orfeo, ché agli ammassi informi di pietre e di travi giacenti intorno a noi prediceva un avvenire monumentale.
La sua voce sembrava offrire i materiali al luogo che i destini propizi alla dea avrebbero assegnato; e nei maravigliosi discorsi agli operai non rimaneva traccia delle ardue meditazioni notturne: parlava per ordini e numeri.

SOCRATE – E’ il modo stesso di Dio.

FEDRO - I suoi discorsi s'accordavano cogli atti loro così felicemente che quegli uomini sembravano sue membra.
Non puoi credere, o Socrate, quanta gioia mi venisse all’anima dal conoscere un ordine sì armonioso. Da allora non distinguo l'idea d'un tempio da quella della sua edificazione: vedendone uno vedo un'azione mirabile, anche più gloriosa di una vittoria e tanto contraria alla natura terrena.
Se il distruggere e l'edificare hanno uguale importanza, e per l'uno e per l'altro ci vogliono anime, pure al mio spirito è caro sovrattutto il costruire. O felicissimo Eupalino!

SOCRATE - Quant'entusiasmo in un'ombra, per un fantasma!
Non conobbi codesto Eupalino; era davvero sì grand'uomo?
Capisco ch'egli mirava a conquistare la suprema conoscenza dell'arte sua. Sta qui?

FEDRO - Certamente è fra noi, ma mai sinora m'è avvenuto d'incontrarlo.

SOCRATE - E che cosa potrebbe costruire qui, dove persino i progetti sono ricordi? Tuttavia, ridotti come siamo al solo diletto della conversazione, bramerei ascoltarlo.

FEDRO - Ne ho tenuto a mente alcuni precetti. Non so se a te piacerebbero: per me sono incantevoli.

SOCRATE - Puoi ripetermene qualcheduno?

FEDRO - Ascoltami. Egli molto spesso diceva: Nell'eseguire nulla è trascurabile.

SOCRATE - Comprendo e non comprendo. Comprendo qualche cosa, ma sarà proprio quella ch'egli voleva dire?

FEDRO - Ho la certezza che il tuo spirito acuto ha colto giusto. In un'anima chiara e completa qual è la tua, la massima d'un pratico assume forza ed estensione affatto nuove. Se in verità è limpida e ricavata immediatamente dal lavoro, con un atto breve dello spirito che riassuma la propria esperienza e non divaghi, essa costituisce per il filosofo una materia preziosa; eccoti, orafo, un lingotto d'oro grezzo.

SOCRATE - Orafo, sì... lo fui delle mie catene! Ma consideriamo il precetto. Poiché l’eternità persuade a non essere parchi di parole; questa durata infinita deve contenere per la sua esistenza tutti i discorsi, e i giusti e i falsi; posso parlare senza alcun timore di sbagliarmi, certo, s'io sbagli, di dire giusto subito dopo, e, se dica giusto, di sbagliare un poco più tardi.
O Fedro, non puoi non aver notato nei discorsi più importanti, si tratti di politica o degl'interessi privati de' cittadini, e nelle parole di tenerezza che dicono gli amanti in ore decisive; tu hai certamente notato quale forza e qual senso assumano ogni minima parola, un monosillabo, ed i brevissimi silenzi che vi si insinuano.
Io che ho tanto parlato col desiderio inesauribile di convincere, anch'io col tempo mi sono convinto che gli argomenti più gravi e le dimostrazioni meglio condotte sortivano ben scarso effetto senza il soccorso di particolari che potevan parere privi d'importanza; mentre mediocri ragioni, sostenute a modo con parole acconce o dorate come ghirlande, seducono lungamente l'orecchio.
Questi legami sono sulla soglia dello spirito e gli ripetono ciò che ad essi piace e glielo ridicono sino a fargli credere d'udire la propria voce. La sostanza d'un discorso è tutta, insomma, nel canto e nel colore d'una voce, che a torto consideriamo come particolari ed accidentali.

FEDRO - Troppo divaghi, diletto Socrate, ma ti vedo tornare di lontano con mille altri esempi e tutte pronte le forze della tua dialettica.

SOCRATE - Considera anche la medicina. Il più abile operatore del mondo che spinge le dita industri dentro la tua piaga; e siano lievi, esperte e previdenti le sue mani; quantunque sicuro della posizione degli organi e delle vene, dei loro rapporti e delle loro profondità, e cosciente degli atti da eseguire sulla tua carne, del recidere come del giungere; se, per una circostanza di cui non s'è preoccupato, un filo, l’ago che adopera, una qualsiasi inezia utile all'operazione non è assolutamente pura, o abbastanza purificata, egli t'uccide; eccoti morto...

FEDRO - Per fortuna, è cosa fatta! Come appunto mi accadde.                                 

SOCRATE - Eccoti morto; morto, ripeto. Curato a perfetta regola, soddisfatte tutte le necessità dell'arte e dell'opportuno, il pensiero contempla la sua opera con amore; ma sei morto.
Per un filo di seta mal preparato, il sapere è diventato assassino: e gia per uno di questi particolari da nulla, fallì l’opera di Esculapio e d'Atena.

FEDRO - Eupalino, certo, non l'ignorava.

SOCRATE - Così in tutti i campi, tranne in quello dei filosofi, che hanno la gran sventura di non veder mai crollare gli universi immaginati, perché invero non esistono.

FEDRO - Eupalino era l'uomo del suo precetto: non trascurava nulla. Ordinava che le assicelle fossero tagliate secondo le fibre del legno, affinché, interposte fra la muratura e le travi poggiatevi, fosse impedito all’umidità di salire per le fibre, di imbeverle e di marcirle. Attenzioni consimili aveva per tutte le parti sensibili dell'edifizio come fossero state del suo corpo. Durante la costruzione non abbandonava mai il cantiere, conoscendone, credo, ogni pietra. E vigilava perché il taglio fosse preciso; e studiava minutamente i mezzi per evitare che gli spigoli si smussassero e il contorno netto dei giunti si scalfisse; e ordinava d'operare col cesello, di mettere da parte le cercine, di tagliare a scancio il marmo dei rivestimenti; e delicatissime cure dedicava agli intonachi ch’egli voleva anche sui muri di pietra nuda.
Ma ben povera cosa erano gli scrupoli prescritti perché l'edifizio durasse, a paragone di quelli usati per elaborare le emozioni e le vibrazioni d'anima del futuro contemplatore dell'opera sua. Preparava alla luce uno strumento incomparabile che, nello spazio ove si muovono i mortali, la spandesse in forme intelligibili, con proprietà quasi musicali: egli conosceva, o Socrate, come gli oratori ed i poeti cui pensavi poco fa, la virtù misteriosa delle modulazioni impercettibili. Innanzi ad una massa di così morbida leggerezza e di sì semplice apparenza, nessuno s'accorgeva d'essere condotto ad una specie di felicità per curve insensibili, per infime e sovrumane inflessioni, per le profonde combinazioni del regolare e dell'irregolare da lui stesso introdotte, nascoste e rese tanto superbe da non potersi definire. In virtù di esse, lo spettatore, mobile e docile alla loro presenza invisibile, passava di visione in visione, da silenzi vasti al sussurro del piacere, man mano ch'egli procedeva, indietreggiava, si accostava di nuovo, errando tutt'intorno all'opera, da questa mosso e in balìa dell'ammirazione. — Bisogna, diceva l'uomo di Mègara, che il mio tempio muova gli uomini come li muove l'oggetto amato.

SOCRATE - Quest'è divino. Io, caro Fedro, ho udito parole affatto simili e affatto contrarie. Un amico comune, è inutile nominarlo, diceva del nostro Alcibiade dal corpo così ben fatto: Guardandolo, si diventa architetti!... Ti compiango, caro Fedro, perché qui sei tanto più sfortunato di me. Io, non amavo se non il Vero, gli diedi la mia vita; ed ora, in questi prati elisei, tuttavia dubitando d'aver speso malissimo il mio tempo, posso sempre immaginare che mi resti qualcosa da conoscere, e fra le ombre cerco volentieri l'ombra di qualche verità.
Ma tu, poichè la Bellezza ti formò da sola i desideri e governò i tuoi atti, sei interamente sprovveduto. I corpi sono ricordi; le figure vapori; la luce ovunque uniforme, debole, di sconcertante pallore; e l'indifferenza diffusa ch'essa dischiara, se non pure assorbe, delineando figure incerte come i gruppi quasi trasparenti dei nostri fantasmi; e le voci che appena ci restano, fioche come bisbigliate nel folto d'un vello o nell'indolenza d'una nebbia spessa...
Tu devi soffrire, mio Fedro, ma non certo abbastanza... Anche questo dono della vita ci è negato.

FEDRO - Mi credo sempre sul punto di soffrire... Non parlarmi, ti prego, di quanto ho perduto. Abbandona a se stessa la mia memoria; lasciale il suo sole e le sue statue! Da qual contrasto sono posseduto! Forse pei ricordi c'è qualcosa come una seconda morte che non ho ancora patito. Ma certo io rivivo, ma rivedo i cieli effimeri: le cose più belle non sono nell'eterno!

SOCRATE - Dove dunque le poni?

FEDRO - Il bello è inseparabile dalla vita, e la vita è mortale.

SOCRATE - Puo darsi...; ma i più hanno della Bellezza non so quale concetto d'immortalità.

FEDRO - Ti dirò, Socrate, che la Bellezza, secondo il Fedro che fui...

SOCRATE – E’ ben lontano Platone?

FEDRO - Gli parlo avverso.

SOCRATE - Allora parla!

FEDRO - ...non è in certi oggetti rari e nemmeno nei modelli estranei alla natura, che le anime più nobili contemplano quali esemplari dei loro disegni e tipi arcani delle loro opere; cose sacre cui converrebbero le parole del poeta: Idee, gloria del lungo desio.

SOCRATE - Qual poeta?

FEDRO - Il molto ammirevole Stefano, apparso tanti secoli dopo di noi. Ma, a mio modo, l'idea di quest'ldee, ch'ebbero genitore il nostro meraviglioso Platone, è infinitamente troppo semplice e quasi troppo pura per spiegare la diversità delle Bellezze, il variare delle preferenze umane, il disparire di tante opere che furono esaltate, le creazioni originali e le risurrezioni imprevedibili. Si dànno ben altre obbiezioni!

SOCRATE - Ma qual è il tuo pensiero?

FEDRO - Non so più come coglierlo. Nulla lo contiene e tutto lo suppone, e in me come me stesso, agisce infallibilmente, giudica, desidera... M'è tuttavia difficile esprimerlo quanto il voler dire ciò che mi fa qual sono ed io conosco così precisamente e così poco.

SOCRATE - Poiché gli dei consentono, mio caro Fedro, di seguitare le nostre conversazioni in quest'inferni ove non abbiamo dimenticato nulla, imparando invece qualche cosa, ove siamo posti di là dall'umano; ora dobbiamo pur sapere quel che è veramente bello e quel che è brutto, ciò che all'uomo conviene, ciò che lo fa meravigliare e non lo confonde, e lo domina senza umiliarlo...

FEDRO - Quel che appunto lo pone, senza sforzo, al disopra della sua natura.

SOCRATE - Senza sforzo? Al disopra della sua natura?

FEDRO - Si.

SOCRATE - Senza sforzo? Com'è possibile? Al disopra della sua natura? Che cosa vuol dire? Inevitabilmente penso a un uomo che voglia arrampicarsi sulle proprie spalle!... Turbato dall'immagine assurda, ti domando: Fedro, come interrompere d'essere se stessi e poi riprendere la propria natura? Come può accadere senza violenza?
Vero è che gli estremi dell’amore, gli eccessi del vino, e gli stupefacenti vapori respirati dalle pizie, ci trasportano, come suol dirsi, fuori di noi; e so ancora meglio, per mia certissima esperienza, che le nostre anime possono formarsi, nel cuore medesimo del tempo, santuari non vulnerabili dalle stagioni, di sostanza eterna ma di effimera apparenza. Ivi le anime sono finalmente quel che conoscono, e desiderano quel che sono, e si sentono create da ciò che amano, e gli ricambiano luce con luce, silenzio con silenzio, per offrirsi ed accogliersi senza togliere nulla né alla materia del mondo né alle Ore: simili così alle calme scintillanti che scivolano sui mari entro cerchi di tempeste. E noi chi siamo, in questi abissi? Essi suppongono la vita che interrompono...
Ma né queste meraviglie né queste contemplazioni e queste estasi fanno chiaro ai miei occhi il nostro arcano problema della bellezza: non so legare questi sublimi stati dell'anima alla presenza d'un corpo o dell'oggetto che li suscita.

FEDRO - O Socrate, vuoi sempre ricavare tutto da te stesso!... Tu ch'io ammiro fra tutti gli uomini, in vita e in morte più bello d'ogni più bella cosa visibile; grande Socrate, d'adorabile bruttezza e d'onnipotente pensiero; tu che muti il veleno in nettare per l'immortalità e sei oramai divenuto freddo, metà del corpo già marmo e l'altra ancora viva; tu che parlavi con noi come un dio, fammi dire quanto forse è mancato alla tua esperienza.

SOCRATE - Veramente è troppo tardi per istruirmi; tuttavia continua.

FEDRO - Una cosa, o Socrate, una sola cosa t'è mancata. Uomo divino, non avevi forse alcun bisogno delle bellezze materiali del mondo, e le gustavi appena. So che non ti dispiacevano la dolcezza della campagna e la splendida città, né le acque fluenti né l'ombra discreta del platano; ma erano come un vago ornamento delle tue meditazioni, delizioso confine de' tuoi dubbi, asilo favorevole al tuo intimo pensare. E siccome le cose più belle ti trascinavano molto lontano da sé, tu vedevi sempre ben altro.

SOCRATE - L'uomo, e lo spirito dell'uomo.

FEDRO - Ma dunque, fra gli uomini non ne hai incontrato che ti colpissero per la singolare passione della forma e dell'apparenza?

SOCRATE - Senza dubbio.

FEDRO - E d'intelligenza, tuttavia, e di virtù non inferiori ad alcuno?

SOCRATE – Certo!

FEDRO - Li ponevi più in alto o più in basso dei filosofi?

SOCRATE - A seconda.

FEDRO - La loro speculazione t'appariva più degna o meno degna d'indagine e d'amore della tua?

SOCRATE - Non si tratta qui della loro speculazione; io non so pensare che esista più d'un Bene Supremo. Per me è oscuro, ed è difficile comprendere, che ad uomini di sì pura intelligenza siano occorse forme sensibili e grazie corporali per attingere la loro più alta essenza.

FEDRO - Un giorno, caro Socrate, parlavo di queste cose col mio amico Eupalino.
- Fedro, diceva, più medito sull'arte mia, e più l'esercito; tanto più penso ed agisco e tanto più soffro e godo d'essere un architetto, e ancor più vivamente mi riconosco quale sono, con voluttà e chiarezza sempre più certe.
Smarrito in lunghe attese, mi ritrovo per le sorprese che mi cagiono e, attraverso questi gradi successivi del mio silenzio, procedo nell'edificazione di me stesso, mi accosto a una rispondenza tra le mie aspirazioni e le mie facoltà così fedele come se avessi trasformato l'esistenza che mi fu data in una specie d'edifizio umano.
Tanto costrussi - fece sorridendo - da credere d'essermi anch'io costruito.

SOCRATE - Costruirsi, conoscersi: sono due atti oppure no?

FEDRO - ...e aggiunse: - Io ho inteso alla fedeltà dei pensieri affinché, generati con chiarezza dall'osservazione delle cose, si mutassero, quasi spontanei, negli atti della mia arte. Ho distribuito le mie cure, ho ricostruito l'ordine dei problemi e dove un tempo finivo ora comincio, andando un poco oltre... Avaro di sogni, concepisco come se eseguissi, ed ormai non contemplo più, nello spazio informe della mia anima, gli edifizi immaginari che rispetto a quelli reali sono come le chimere e le gorgoni rispetto agli animali veri: ciò che io penso può esser fatto, e ciò che faccio è intelligibile... E... ascolta Fedro, diceva ancora, se sapessi che cos'è per me il tempietto costruito per Erme, a qualche passo di qui. Là dove il passeggero vede solo un'elegante cella - ben poco: quattro colonne in semplicissimo stile - io ho posto il ricordo d'un giorno chiaro della mia vita. O dolce metamorfosi!
Quel tempio aggraziato, nessuno lo sa, è l'immagine matematica d'una fanciulla di Corinto amata felicemente. E ne riproduce fedele le minime proporzioni. E vive per me rendendomi ciò che gli diedi...
- Ecco, risposi, perché la sua grazia è inspiegabile e vi senti una presenza umana, primizia di fiore femminile, armonia d'un essere incantevole. Desta vagamente un ricordo che non può giungere a termine; e quest'inizio d'immagine che tu possiedi perfetta non cessa di stimolare l'anima e di confonderla. Certo tu sai che, abbandonandomi al mio pensiero, paragonerei quel tempio ad un canto nuziale, nascente da me frammisto a voci di flauto.
Eupalino mi guardò con più precisa e più tenera amicizia.
- Oh, disse, come tu mi comprendi! Nessuno s'è avvicinato più di te al mio demone e però vorrei confidarti tutti i miei segreti, se degli uni, non rifiutandosi al linguaggio, sapessi parlarti a modo, e cogli altri non rischiassi d'annoiarti molto, giacché  si riferiscono ai procedimenti ed all'esperienze più singolari della mia arte. Posso dirti soltanto a quali verità, se non a quali misteri, ti accostavi parlandomi di concerti, di canti e di nauti, a proposito del mio giovine tempio. Dimmi, giacché sei tanto sensibile agli effetti dell'architettura, non hai osservato, passeggiando in questa città, come tra gli edifizi che la popolano taluni siano muti, ed altri parlino, mentre altri ancora, e son più rari, cantano?  E non il loro ufficio né il loro aspetto d'insieme così li anima o li riduce al silenzio, ma 1'ingegno del costruttore o piuttosto il favore delle Muse.
- Ora, per tuo suggerimento, lo riconosco nel mio spirito.
- Hai ragione. Gli edifizi che non parlano né cantano non meritano che disdegno: cose morte, di gerarchia inferiore ai mucchi di rottami che vengon rovesciati dalle carriole degli sterratori e almeno ricreano l'occhio sagace con l'ordine accidentale disposto dal loro cadere... Stimo i monumenti che parlano soltanto, ove parlino chiaro: qui si riuniscono i commercianti; qui s'amministra la giustizia; qui gemono i prigionieri; qui gli amanti dei bagordi... (Dissi allora ad Eupalino d'averne visto di questo genere ch'erano davvero caratteristici, ma egli non intese.) E logge di mercato, e tribunali, e carceri, se il costruttore sappia il suo mestiere, posseggono un linguaggio schiettissimo.
Le une visibilmente ambiscono ad una folla operosa che si rinnovi di continuo, e le offrono peristili e portici, e per molte porte e per facili scalee la invitano nelle sale vaste e illuminate, perché vi faccian gruppo e s'abbandonino al fervore degli affari.
Ma le sedi dei giudici devono affermare agli occhi il rigore e l'equità delle nostre leggi, e bene vi si addice la maestà delle masse deserte e lo spessore, pauroso dei muri. I silenzi delle pietre nude appena rompe a larghi intervalli la minaccia d'una porta segreta, o i tristi segni che sulle tenebre di un'angusta finestra disegnano i grossi ferri ond'è sbarrata. Tutto qui annuncia sentenze e pene: la pietra esprime grave ciò che contiene, i muri sono implacabili, e l'opera, conforme alla verità, dichiara precisamente la sua destinazione severa...

SOCRATE - La mia prigione non era poi tanto terribile... Mi sembra fosse per se stessa un luogo scialbo e scevro d'importanza.

FEDRO - Oh, come tu lo puoi dire!

SOCRATE - Confesso d'averla considerata poco. Non vedevo se non i miei amici, l'immortalità e la morte.

FEDRO - Ed io non ero con te.

SOCRATE - Nemmeno v'era Platone ne Aristippo... Pure la sala era così colma da nascondermi i muri, e la sera colorava di carne le pietre della volta... In verità, caro Fedro, non ebbi mai altra carcere che il corpo.
Ma riprendi quanto diceva il tuo amico: credo che volesse parlarti degli edifizi più pregevoli, e di essi, appunto, vorrei udire.

FEDRO - Ebbene, continuerò.

....

Segue nell'almanacco n.16

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