EUPALINO, O DELL'ARCHITETTURA

Paul Valéry . 1921
arteideologia raccolta supplementi
made n.16 Ottobre 2018
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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[seguente]

SOCRATE - ... la sala era così colma da nascondermi i muri, e la sera colorava di carne le pietre della volta... In verità, caro Fedro, non ebbi mai altro carcere che il corpo.
Ma riprendi quanto diceva il tuo amico: credo che volesse parlarti degli edifizi più pregevoli, e di essi, appunto, vorrei udire.

FEDRO - Ebbene, continuerò.
— Eupalino magnificamente mi dipinse le costruzioni gigantesche che s'ammirano nei porti. Esse avanzano nel mare; i bracci, d'una bianchezza assoluta e cruda, circoscrivono bacini assopiti e, custodendone la calma, li conservano sicuri fra il placido rigurgito delle galee, riparate dalle scogliere irte e dalle dighe fragorose. Sull'estrema schiuma dei moli, l'alte torri, ove si veglia mentre la fiamma delle pigne crepita e danza alle notti impenetrabili, segnano le strade equoree... Osare simili lavori vale come sfidare Nettuno. Bisogna gettare montagne a carrate nelle acque che si vogliono chiudere; e con grezzo brecciame strappato alle viscere della terra, opporsi alla mobile profondità del mare e opporsi agli urti delle cavallerie monotone, che il vento sospinge e valica... Questi porti, diceva il mio amico, questi vasti porti, che chiarità per lo spirito; come si svolgono, e come discendono verso il loro destino! Ma le meraviglie caratteristiche del mare e la statuaria casuale delle rive sono liberalmente offerte all'architetto dagli dei. Tutto cospira all'effetto che sulle anime producono queste nobili costruzioni seminaturali: la presenza dell'orizzonte puro, la nascita e il disparire d'una vela, l’emozione del distacco dalla terra, l’inizio dei perigli, la soglia sfavillante delle contrade sconosciute, e persino l'avidità degli uomini subito pronta a mutarsi in timore superstizioso non appena essi le cedono e mettono piede sullo scafo... Sono invero teatri mirabili, ma giudichiamo più alte le opere dell'arte pura! A costo d'uno sforzo quanto mai difficile contro se stessi, bisogna astrarsi un poco dagli incantesimi della vita e dal godimento immediato: la suprema bellezza è necessariamente tirannica...
— Ma dissi ad Eupalino che non vedevo perché così dovesse accadere, ed egli mi rispose che la vera bellezza è precisamente tanto rara quanto fra gli uomini chi sia capace d'uno sforzo contro se stesso; però di scegliere un certo sé e di imporselo. In seguito, riafferrando il filo d'oro del pensiero, soggiunse: Eccomi ora ai capolavori che sono opera intera di qualcheduno e, come ti dicevo, sembrano cantare spontaneamente.
— Parola vana, o Fedro? Parole nate inconsapevolmente col discorrere ch'esse ornano svelto senza consentire riflessione? Ma no, Fedro, ma no ... E quando tu (primo, ed inconscio) hai parlato di musica a proposito del mio tempio, eri visitato da una divina analogia. L'imene di pensieri concluso sulle tue labbra come per un atto distratto della voce; quest'unione di cose tanto differenti, se in apparenza è fortuita, pur serve un'esigenza mirabile ch'è quasi impossibile pensare in tutto il suo valore, ma che tu oscuramente hai sentita e attuale e persuasiva. Immagina dunque esattamente quel che sarebbe un mortale abbastanza puro, abbastanza ragionevole, abbastanza sottile e tenace; un mortale che Minerva avesse armato di potenza sufficiente a farlo meditare fin nell’intimo suo essere, e quindi sino all'ultima realtà, su questo strano avvicinamento delle forme visibili e del viluppo effimero dei vicendevoli suoni. Pensa a quale origine recondita e universale si accosterebbe, a qual segno importante egli arriverebbe, e quale dio si sentirebbe nella carne. E se, finalmente dominandosi in questo stato di divina ambiguità, si proponesse di costruire non so quali monumenti, che nelle forme austere e leggiadre partecipassero immediatamente della purezza del suono musicale, o commuovessero l'anima per accordi inesauribili; pensa, Fedro, qual uomo, immagina quali edifizi... e quali godimenti per noi!
— E tu, gli dissi, sai concepirlo?
— Si e no: si come sogno, no come scienza.
— E questi pensieri ti soccorrono?
— Sì, quale stimolo; sì, quale giudizio; sì quale castigo... Ma non m'è dato incatenare, come occorrerebbe, un'analisi a un'estasi. Talora m'avvicino a così divino potere... Una volta fui quasi per coglierlo, ma soltanto come si possiede nel sonno l’oggetto amato, e non so parlare di cosa tanto grande se non per approssimazione. Al suo annunzio, caro Fedro, già sono diverso da me quanto una corda tesa differisce da allentata e sinuosa qual era; divento un altro da quel che sono; tutto è chiaro e par facile! Allora le mie combinazioni si susseguono e si mantengono nella mia luce primitiva; sento che il mio bisogno di bellezza, pari alle mie risorse ignote, genera da solo figure che lo soddisfano; desidero con tutto il mio essere... le potenze accorrono. Tu ben sai che le potenze dell'anima derivano stranamente dalla notte... Esse procedono dall'illusione alla realtà ed io le chiamo e le scongiuro col mio silenzio... Eccole, tutte colme di chiarezza e d'errore: il vero e il falso brillano ugualmente nei loro occhi, sui loro diademi. Esse m'opprimono di doni, mi avvincono con l'ali...
Fedro, qui sta il pericolo e non c'è cosa più difficile. O momento degnissimo e strazio mortale! ... Bisogna ch'io trattenga questi favori sovrabbondanti e misteriosi, non che li accolga come sono, dedotti unicamente dal gran desio e ingenuo frutto dell'attesa che mi trabocca dall’anima: bisogna, o Fedro, ch'essi aspettino il mio cenno. Non li ho ottenuti quasi per un'interruzione della mia vita (adorato arresto del consueto fluire dei giorni)? Ebbene, io voglio dividere l'indivisibile, moderare e interrompere persino il nascere delle Idee...
— O infelice, gli dissi, che cosa vuoi fare nell'attimo d'un lampo?
— Essere libero. Molte cose vi sono, aggiunse... tutte in quell’istante. Tutto ciò che concerne i filosofi accade tra il posarsi dello sguardo sull'oggetto e la conoscenza che ne consegue... cessando sempre anzi tempo.
—Non capisco. Ti sforzi dunque a ritardare queste Idee?
— E’ necessario. Così, impedendo ch'esse mi soddisfino, differisco la pura felicità.
— Perche? Donde ti viene questa forza crudele?
— Soprattutto m'importa ottenere da quanto sarà, che soddisfaccia con tutto il vigore del nuovo alle esigenze ragionevoli di quanto è stato. Come non essere oscuro?... Ascolta: io vidi un giorno un tal cespo di rose e, modellatolo in cera, immersi quest’immagine nella sabbia. Veloce il Tempo dissolve le rose e pronto il fuoco restituisce alla cera la sua informe natura; ma quand'essa è sciolta dal modello che arde disfacendosi, il bronzeo liquido abbagliante sposa nella sabbia indurita la concava uguaglianza del più lieve petalo...
— Intendo, Eupalino; l’enigma m'è trasparente, ed è facile tradurre il mito.
Codeste rose che furon fresche e periscono mentre le guardi, non sono tutte le cose e persino la mobile vita? La cera modellata dalle tue dita abili, l'occhio che sugge le corolle e torna colmo di fiori verso la tua opera, non raffigurano il tuo lavoro quotidiano, ricco del commercio fra i tuoi atti e le tue nuove esperienze? Il fuoco e il Tempo stesso che interamente abolirebbe o dissiperebbe nel vasto mondo le rose reali e del pari le tue rose di cera, se 1'essere tuo, ignoro m qual modo, non ubbidisse alla tua esperienza ed alle sue costrutte ragioni... Il bronzo liquido certo significa le potenze eccezionali della tua anima e lo stato tumultuoso di qualcosa che vuol nascere. Ma l'incandescente abbondanza si disperderebbe in calore vano ed in riverberi infiniti, e non lascerebbe di sé che lingotti o irregolari colate, ove tu, per canali misteriosi, non sapessi condurla a raffreddarsi e distribuirsi nelle limpide matrici della tua saggezza. E’ però indispensabile che il tuo essere si spartisca e nel medesimo istante si faccia caldo e freddo, fluido e solido, libero e legato; rose, cera e fuoco; matrice e metallo di Corinto.
— Proprio cosi. Ma t'ho detto che mi ci provo appena.
— Come fai?
— Come mi riesce.
— Ma dimmi come provi.
— Ascolta ancora, giacché lo desideri... Non so chiarirti abbastanza ciò che neanche per me è chiaro... O Fedro, quando penso una dimora (sia essa per gli dei o per un uomo), quando ne ricerco la forma con amore, studiandomi di creare un oggetto che ricrei lo sguardo, conversi collo spirito, s'accordi colla ragione e le numerose convenienze; allora... ti parrà strano? mi sembra di creare con tutto il corpo...
Lasciami dire: questo corpo è uno strumento mirabile, e di cui m'assicuro che i vivi, avendolo al loro servizio, non usano nella sua pienezza. Non ne traggono che piacere, dolore ed atti indispensabili come il vivere. Qualche volta si confondono con lui o ne dimenticano per un po’ l'esistenza, qualche altra — bruti o puri spiriti — ignorano i legami universali ch'essi contengono e la prodigiosa sostanza onde son fatti. Per questa, tuttavia, i vivi diventano partecipi di quel che vedono o toccano: pietre ed alberi. E scambiano contatti e respiri colla materia che li raduna; e toccano e son toccati; e pesano e sollevano pesi; e si muovono e trasportano vizi e virtù. Quando si danno a fantasticare o s'abbandonano ad un vago sonno, riproducono la natura dell'acqua, si fan sabbie e nembi. In altre circostanze accumulano e scoccan la folgore!...
Ma la loro anima ignora come servirsi a modo di questa natura, sebbene la senta profondamente e le sia così vicina. Accelera, ritarda, sembra persino fuggire l'attimo, ne riceve urti ed impulsi che 1'allontanano dentro di sé e la perdono nel suo vuoto per generarvi vapori. Istruito dai miei errori, io dico invece in piena luce e mi ripeto ad ogni aurora:
« O mio corpo, che mi richiami tutti gl'istanti alla natura del mio istinto, all'equilibrio dei tuoi organi ed alle giuste proporzioni delle tue parti essenziali onde tu esisti e torni in seno alle cose mobili: vigila sull'opera mia, insegnami con mistero le schiette necessità della natura, comunicami la magistrale arte, che tu possiedi e da cui sei fatto, di sopravvivere alle stagioni e di vincere il caso. Fa ch'io trovi nella tua alleanza il senso delle cose vere: modera, rafforza, consolida i mie’ pensieri. Anche tu perituro, lo sei meno dei miei sogni, duri un poco più d'una fantasia, paghi per i miei atti, espii per i miei errori; strumento della vita, solo per tua virtù ciascuno di noi si paragona all'universo; oggetto reciproco dell’attenzione di tutto il firmamento, l'immensa sfera ha sempre in te il suo centro! Ben tu sei la misura del mondo, che la mia anima coglie solo all'esterno e conosce senza profondità e così vanamente da porsi talvolta, dubitante del Sole, a ordinarlo fra i suoi sogni... L'anima, infatuata delle sue fabbricazioni effimere, si ritiene capace di infinite realtà diverse e immagina l'esistenza d'altri mondi, ma tu la richiami come l’àncora richiama a sé la nave...
« Oramai la mia intelligenza, in questa sua chiarezza, non cesserà più di chiamarti, caro corpo, né tu, io spero, di offrirle le tue presenze, le tue istanze e i tuoi contingenti legami, perché trovammo alfine, tu ed io, il mezzo di congiungerci e il nodo indissolubile dei nostri contrasti: in un'opera nata da noi due. Ciascuno agiva per sé: tu vivevi, io sognavo, e le mie fantasticherie conducevano ad un'impotenza illimitata. Ma quest'opera, ch'io voglio compiere adesso e da sé non saprebbe, possa stringerci in comunione e unicamente sorgere dalla nostra alleanza. Ma questo corpo e questo spirito, ma questa presenza imprescindibilmente attuale e quest'assenza creatrice che si contendono l'essere nella necessita di comporlo, ma questo finito e quest'infinito che noi adduciamo, ciascuno secondo la propria natura, si uniscano ora in una costruzione bene ordinata. E se, grazie agli dei, essi lavorino in armonia, scambiandosi convenienza e grazia, bellezza e resistenza, movimenti per linee, numeri per pensieri, ciò sarà derivato dall'aver scoperto la loro vera relazione e il loro atto. Si accordino dunque e si comprendano pel tramite della materia della mia arte! Pietre e forze, profili e volumi, luci ed ombre, aggruppamenti artificiali, illusioni della prospettiva e realtà delle masse: ecco gli oggetti del loro commercio; e ne sia profitto l'incorruttibile ricchezza ch'io chiamo Perfezione!

SOCRATE - Ineffabile preghiera... E poi?  

FEDRO - Tacque.  

SOCRATE - Tutto ciò suona stranamente in questo luogo. Vedi che ora, privati del corpo, dobbiamo rammaricarcene, e considerare la vita che perdemmo, cogli occhi invidiosi che posavamo un tempo sul giardino delle ombre felici... Qui non le opere né i desideri, ma,il rimpianto di quei giorni.  

FEDRO - Questi boschetti sono corsi da spiriti in eterno duolo... 

SOCRATE - Se incontrassi il tuo Eupalino gli domanderei anche altro. 

FEDRO - Dev'essere il più infelice dei beati. Che cosa gli domanderesti? 

SOCRATE - Di spiegarsi un poco più chiaro sugli edifizi che a suo dire " cantano ".

FEDRO - M'accorgo che questa parola ti perseguita. 

SOCRATE - Si dan parole per il pensiero simili alle api e con uguale insistenza lo molestano. Questa m'ha punto.  

FEDRO - Che cosa dice la puntura?  

SOCRATE - Senza tregua mi eccita a divagare sulle arti: e le avvicino, e le distinguo. Voglio ascoltare il canto delle colonne e figurarmi nel cielo puro il monumento d'una melodia. Quest'immaginazione mi porta con molta facilità a mettere da un lato la Musica e l'Architettura, dall'altro le restanti arti. Una pittura, caro Fedro, non ricopre se non una superficie, un quadro o una parete, fingendovi oggetti o persone; e a sua simiglianza lo statuario adorna una sola porzione della nostra visuale. Ma un tempio coi suoi propilei, o l'interno del tempio, costituisce per noi una specie di grandezza compiuta nella quale viviamo... Così siamo, ci muoviamo, viviamo nell’opera dell'uomo! In ogni parte delle sue dimensioni, tutto è stato oggetto di studio e di profonda ricerca, e a noi sembra di respirare la volontà e le preferenze di qualcheduno: attratti e soggiogati dalle proporzioni da lui scelte, non gli possiamo sfuggire.  

FEDRO - Senza dubbio. 

SOCRATE - E non t'avvedi che lo stesso ci avviene in altra circostanza? 

FEDRO - Cioè? 

SOCRATE - D'essere in un'opera dell'uomo come pesci nell’onda, di bagnarcene da capo a piedi, di viverci e di appartenerle? 

FEDRO - Non lo so immaginare. 

SOCRATE - Possibile? Non l’hai mai dunque provato quando assistevi a qualche festa solenne o partecipavi ad un banchetto, e l’orchestra inondava la sala di suoni e di fantasmi? Non ti sembrava che allo spazio primitivo si sostituisse uno spazio concreto e mutevole, o piuttosto che il tempo ti circondasse da ogni parte? Tu allora vivevi in un edifizio mobile, ad ogni istante nuovo, che si ricostruiva in sé per consacrarsi interamente alle trasformazioni di un'anima: l'anima dell’estensione. Una pienezza mutevole, analoga ad una fiamma inestinguibile, illuminava e riscaldava tutto il tuo essere con un'ininterrotta combustione di ricordi e di presentimenti, di rimpianti e di presagi, e d'infinite emozioni senza cause precise. Non ti sembrava, quasi fatto schiavo alla diffusa presenza della Musica, d'essere circondato da quei momenti e dai loro doni, da quelle danze senza danzatrici, da quelle statue senza corpo né viso, e tuttavia così delicatamente composte? Attento a quel nascere inesauribile d'illusioni, non eri tu come la pizia nella camera fumigante? 

FEDRO - Certamente; ed ho pure osservato che trovarsi qua o là in quella cinta e in quell'universo creati dai suoni valeva come essere fuori di sé... 

SOCRATE - Né basta. Non credevi che quella mobilità fosse immobile rispetto al tuo pensiero mobilissimo? Non ti sembrava talvolta, quasi prescindendo da te, di poter rassomigliare quell'edifizio di apparizioni e di transazioni, di conflitti e di eventi indefinibili, a qualche cosa da cui ci possiamo distrarre ed alla quale è possibile tornare all'istesso modo che per una strada, ritrovandola press'a poco immutata? 

FEDRO - Confesso che mi avveniva di staccarmi inconsciamente dalla musica, quasi lasciandola dov'era; ... di distrarmene per suo volere, e poi di ricondurmi in seno a lei. 

SOCRATE - Quella mobilità diventa quasi solida e sembra esistere in sè, come un tempio costruito intorno alla tua anima, e tu puoi uscirne o allontanartene e puoi entrare per un'altra porta... 

FEDRO – E’ vero, ed anzi mai si rientra dalla stessa. 

SOCRATE - Due sono allora le arti che racchiudono l'uomo nell’uomo, o meglio l’essere nell'opera propria, l'anima nei propri atti e nelle loro generazioni, come il nostro corpo d'un tempo era racchiuso nelle creature dei suoi occhi e cerchiato di visioni. Con due arti, e in due modi, il corpo si avvolge di leggi e di intime volontà, raffigurate in una materia o in un'altra: la pietra o l'aria. 

FEDRO - M'è chiaro che Musica e Architettura hanno entrambe sì profonda parentela con noi. 

SOCRATE Ambedue occupano tutt'intero un senso: all'una non ci possiamo sottrarre se non per distinzione interiore, all'altra solo con movimenti; e ciascuna riempie la nostra conoscenza e il nostro spazio di verità artificiali e d'oggetti essenzialmente umani. 

FEDRO - L'una e l'altra, riferendosi a noi così direttamente e senza intermediari, devono mantenere relazioni reciproche molto semplici? 

SOCRATE - Hai detto bene: senza intermediari. Poiché gli oggetti visibili che servono alle altre arti ed alla poesia — i fiori, gli alberi, gli esseri viventi (e persino gli immortali) — quando l'artista li ha posti in opera continuano ad essere ciò che sono: la loro natura e il loro significato si fondono col proposito di colui che li adopera per esprimere la propria volontà. Così il pittore, desideroso che in un angolo del suo quadro ci sia un po' di color verde, vi mette un albero, e però dice qualche cosa di più che non volesse in origine: aggiunge alla sua opera tutte le idee che procedono dall'idea d'un albero e, insoddisfatto di ciò che pur sarebbe sufficiente, non può disgiungere il colore da una sostanza. 

FEDRO - Quest'è il profitto e lo svantaggio dell'asservirsi agli oggetti reali, ciascuno composto per l'uomo da molteplici cose, che possono giovare ai suoi atti con numerosa e differente utilità... Ciò che dici del pittore mi fa pensare anche a quei fanciulli cui il pedagogo chiede di ragionar su Achille e la testuggine, e di calcolare il tempo occorrente ad un eroe per raggiungere un grave animale. Invece di scacciare la fiaba dagli spiriti loro, non conservando che numeri e i rispettivi rapporti aritmetici, essi immaginano da un canto i piedi alati e dall’altro la tarda testuggine, sposano successivamente i due esseri, pensano l'uno e pensano l'altra. Creando così due tempi e due spazi separati, non raggiungono mai lo stato in cui non v'è più né Achille né testuggine, né tempo né velocità, ma numeri ed uguaglianze tra numeri.  

SOCRATE - Le arti di cui parliamo, che elevano l'anima al tono creatore e la fanno sonora e feconda, debbono invece, per mezzo di numeri e di rapporti di numeri, figliare in noi non una favola ma la potenza nascosta da cui nascono tutte le favole. All'armonia materiale e pura che le comunicano queste arti, l'anima risponde con abbondanza inesauribile di ricchezze e di miti animati senza sforzo; e all’emozione invincibile, che le infondono le forme calcolate e i giusti intervalli, crea infinite cause immaginarie per le quali è fatta viva di mille vite meravigliosamente alacri e fuse.

FEDRO - Né la pittura né la poesia posseggono tanta virtù. 

SOCRATE - Certo anch'esse hanno le loro, ma riflettono, in qualche modo, il tempo presente. Un bel corpo si fa guardare per sé, offre un ammirabile momento: è un particolare della natura, colto dall'artista per miracolo... Ma la Musica e l'Architettura ci fan pensare a tutt’altro che non ad esse medesime; sono nel nostro mondo come i monumenti d'un altro, o quali esempi, sparsi qua e la, di struttura e di resistenza proprie non degli esseri e sì delle forme e delle leggi. Consacrate, sembra, a ricordarci immediatamente l'una la formazione, l'altra l'ordine e la stabilità dell'universo, invocano le costruzioni dello spirito e la sua libertà, che cercando quest'ordine variamente lo ricostruisce. Epperò  trascurano le apparenze particolari dalle quali il mondo e lo spirito sono di regola occupati: piante, bestie e genti...
Anche ho osservato, talvolta, ascoltando la musica con attenzione pari alla sua complessità, di non percepire quasi più i suoni degli strumenti quali sensazioni del mio orecchio: la sinfonia mi faceva dimentico del senso dell’'udito e così prontamente si mutava, ed esattamente, in animate verità ed avventure universali, oppure in combinazioni astratte, che più non mi riusciva d'avere conoscenza dell'intermediario sensibile: il suono. 

FEDRO - Vuoi forse dire che la statua fa pensare alla statua, ma la musica non fa pensare alla musica né una costruzione ad un'altra costruzione? Vale a dire, se hai ragione, che una facciata può cantare. Non mi domando invano come sono possibili questi arcani effetti? 

SOCRATE - L'abbiamo già riconosciuto, mi sembra. 

FEDRO - Ne ho soltanto un senso confuso. 

SOCRATE - Che cosa abbiamo detto? Imporre alla pietra e comunicare all'aria forme intelligibili, richieder poco agli oggetti naturali, imitare quanto meno è possibile: ecco quel che accomuna le due arti. 

FEDRO - Si, ad entrambe sono comuni questi precetti. 

SOCRATE - Ma produrre, invece, oggetti essenzialmente umani; usare mezzi sensibili che non siano rassomiglianze di cose sensibili né copie d'esseri noti; dare figure alle leggi, o da queste dedurre le loro figure, non è proprio dell'una come dell'altra? 

FEDBO - Esse si uguagliano anche così. 

SOCRATE - Il mistero è irretito fra queste poche idee. L'analogia che perseguiamo forse aderisce a quelle figure, a quegli esseri semiconcreti e semiastratti che hanno sì grande ufficio nelle nostre due arti. Le quali sono singolari e veraci creature dell'uomo, partecipi della vista, del tatto oppure dell'udito, ma anche della ragione, del numero, e della parola. 

FEDRO - Parli delle figure geometriche? 

SOCRATE - Sì. E dei gruppi di suoni, o dei ritmi, e dei modi musicali. Il suono, il suono puro è una specie di creazione, perché la natura ha soltanto rumori. 

FEDRO - Ma Ie figure non sono tutte geometriche? 

SOCRATE - Quanto un rumore e un suono musicale. 

FEDRO - E come distingui le une dalle altre. Le figure geometriche da quelle che non sono tali? 

SOCRATE - Consideriamo subito queste ultime... Supponiamo, caro Fedro, d'essere ancora in vita, provvisti di corpo e circondati da corpi. Prendi uno stilo o, se vuoi, una pietra appuntita, e su un muro traccia un segno qualsiasi, senza rifletterci, d'un colpo. Lo fai? 

FEDRO - Immateriale, servendomi de' miei ricordi. 

SOCRATE - Che cosa hai fatto? 

FEDRO - Mi sembra d'aver tracciato una linea di fumo; va, si spezza, ritorna, si annoda o si arriccia, s'imbroglia: mi offre l'immagine d'un capriccio senza scopo né principio né termine, non significando se non la libertà del mio gesto entro il raggio del mio braccio... 

SOCRATE  - E così la tua mano essendo in un luogo non sapeva dove sarebbe andata in seguito. Confusamente mossa dalla sola intenzione di lasciare il luogo che occupava, era trattenuta, per altro, e come frenata al crescere della sua distanza dal corpo... La pietra, rigando la pietra con varia facilità nelle differenti direzioni, aggiungeva questo elemento d'incertezza ai tuoi... E’ una figura geometrica, Fedro? 

FEDRO - No certamente, ma ne ignoro il perché. 

SOCRATE - E se ora ti pregassi di disegnare, colla pietra od il punzone, la figura d'una cosa — di un'anfora, per esempio, o del profilo camuso di Socrate — il tratto che segneresti sarebbe più geometrico di quello inciso a caso sul muro? 

FEDRO - No, in sé No. 

SOCRATE - Rispondi come io stesso avrei risposto: « In sé no ». Senti quindi che nel tuo atto suggerito da un modello v'e qualcosa di più dell'atto precedente, a nulla inteso se non a rigare l'intonaco d'una parete. E tuttavia la figura tracciata — il garbo di un'anfora o la bizzarra sinuosità del naso di Socrate — non è in sostanza più geometrica della prima linea condotta alla cieca. Ogni istante del tuo movimento è estraneo agli altri, non v'è connessione necessaria fra la concavità del mio naso e la convessità delta tua fronte, ma la tua mano non è più libera di errare sul muro; ora " vuoi" qualche cosa, imponi al tuo disegno la legge esteriore di riprodurre una forma data e di questa costrizione hai già definito la legge con Ie parole: « Rappresentare l'ombra della testa di Socrate sopra una superficie piana ». La legge non basta a guidarti la mano, poiché a questa occorre anche la presenza del modello; ma ne governa l'azione e ne fa uno strumento che ha il suo fine, la sua sanzione e i suoi limiti. 

FEDRO - Potrei dire in questo modo d'aver compiuto un atto geometrico, ma che la mia figura non è geometrica? 

SOCRATE - Perfettamente. 0 magari puoi dire che è, siccome rassomigliante; e che non è in senso assoluto. 

FEDRO - Vieni ora alle figure veramente geometriche. 

SOCRATE - Eccomi. Ma non credo di poter dire che cosa siano, meglio di quanto ho già fatto escludendo Ie altre figure. 

FEDRO - Bisogna dirlo parimenti. 

SOCRATE - lo chiamo geometriche" Ie figure che son tracce dei moti che possiamo esprimere con poche parole. 

FEDRO - Sicché, ordinando a qualcuno di camminare, questa sola parola genera figure geometriche? 

SOCRATE - No. Se dico: « Cammina! », quest'ordine non definisce abbastanza il movimento, perché si può andare innanzi o indietro, obliquamente o per traverso... Bisogna definire il moto con una sola proposizione, in modo sì preciso da non lasciare al corpo mobile se non la libertà di compierlo: quello e nessun altro; e la mia proposizione dev'essere rispettata in tutti gl'istanti del moto, sicché tu pensi Ie singole parti della figura all'istesso modo, differenti soltanto per l'estensione. Ovvio ti dica di camminare tenendoti sempre ad uguale distanza da due alberi, tu generi una figura geometrica, purché conservi nel moto la condizione che ti ho posto. 

FEDRO - E poi? Che cosa c'e di meraviglioso in questa generazione? 

SOCRATE - Nulla, ch'io sappia, è più divino né più umano: nulla è più semplice, nulla più potente. 

FEDRO - Sono curioso delle tue ragioni. 

SOCRATE - Amico mio, non trovi dunque ammirevole che la vista e il movimento siano congiunti così strettamente da permettermi di cambiare in moto un oggetto visibile, quale una linea, e un movimento in un oggetto? che questa trasformazione sia certa, sempre la medesima, e creata dalla parola? La vista m'imprime un moto che mi fa sentire la sua generazione e i legami del disegno. Mosso così dalla vista, il movimento mi arricchisce di un'immagine, e lo stesso m'e dato sia che vi giunga pel tramite del tempo o che lo trovi nello spazio... 

FEDRO - Ma in che cosa ti sono necessarie Ie parole? E perché tanto poche? 

SOCRATE - Questo, caro Fedro, importa di più: nessuna geometria senza la parola, o Ie figure sono accidenti e non manifestano né servono la potenza dello spirito; per mezzo della quale, riducendosi i moti che generano Ie figure a semplici atti, e questi essendo dichiarati dalla parola, ogni figura è una proposizione che può comporsi con altre. Così, senza più riferirci né alla vista né al moto, sappiamo riconoscere Ie proprietà delle combinazioni da noi fatte, e costruire od arricchire l'estensione con stringenti discorsi. 

FEDRO - Allora il geometra, considerata la figura a sufficienza, in certo qual modo chiuderebbe gli occhi diventando cieco? 

SOCRATE - Per un poco si ritrae dalle immagini s'abbandona ciecamente al destino che vien dato alle parole dai mezzi dello spirito. Nel cuore d'un laborioso silenzio Ie parole più complesse si risolvono nelle più semplici, Ie idee prima identiche eppure distinte si confondono, Ie forme intellettuali simiglianti si riassumono e si semplificano, Ie nozioni comuni collocate in proposizioni differenti gli fanno da vincolo e scompaiono, permettendo di riunire Ie altre cose alle quali erano separatamente annesse... Del pensiero non restano se non gli atti puri; e grazie ad essi, innanzi a sé, muta e si riconquista, per estrarre infine dalle proprie tenebre la compiuta varietà delle sue operazioni... 

FEDRO - Questo cieco ammirabile così contempla sé stesso come il teatro d'una coreografia sapiente di simboli... Ricordi lo sguardo stravolto di Diocle? 

SOCRATE - Ma queste meraviglie non sono che i sommi effetti del linguaggio. 

FEDRO - Ecco che il linguaggio è costruttore! Già lo conoscevo sorgente delle favole; e per taluni e anche il genitore dei... 

SOCRATE - Fedro, Fedro, l'empietà è senza grazia in questi luoghi, che non essendoci folgori la bestemmia perde ogni merito... e in questi vaghi prati la cicuta non alligna. Veramente, la parola può costruire come può creare e può corrompere... Se un altare Ie si inalzasse dovrebbe offrire alla luce tre facce differentemente ornate, e potendola raffigurare sotto apparenze umane Ie darei tre volti. Quasi informe, l’uno significherebbe la parola comune, che muore appena nata e subito si perde, proprio per effetto dell'uso, trasformandosi nel pane che si domanda, o nella strada che qualcuno ci indica, o nella collera di chi viene colpito dall’ingiuria. II secondo, dalla bocca rotonda sprizzerebbe un fiotto cristallino d'acqua lustrale, avrebbe nobilissimi lineamenti, occhio grande nell’entusiasmo, collo potente e gonfio quale fanno alle Muse gli statuari. 

FEDRO - E il terzo? 

SOCRATE - Per Apollo, come figurarlo?... Occorrerebbe non so qual fisionomia inumana, con lineamenti del rigore e della sottigliezza che gli Egizi seppero imporre, dicono, al viso dei loro Iddii. 

FEDRO - Dicono il vero. L'astuzia, gli enigmi, una precisione quasi crudele, un'acutezza implacabile e quasi bestiale: tutti sono visibili sui simulacri di quelle impassibili divinità i segni dell'attenzione felina e di una feroce spiritualità. L'abile miscela, dosata d'acutezza e di freddezza, cagiona all'anima un malessere e un'inquietudine particolari: quei mostri silenziosi e lucidi, infinitamente calmi e infinitamente eccitati, severi, quasi immanenti o prossimi a una stanchezza fatale, appaiono come l'Intelligenza stessa, bestia ed animale impenetrabile che tutto penetra. 

SOCRATE Che cos'è più misterioso della chiarezza?... che più capriccioso della distribuzione, sulle ore e sugli uomini, delle luci e delle ombre? Certi popoli si smarriscono nei loro pensieri, ma, per noi Greci, tutto è forma. Noi non consideriamo che rapporti e, come immersi in una luce limpida, simili ad Orfeo, col mezzo della parola costruiamo templi di saggezza e di scienza che possono bastare a tutti gli esseri ragionevoli. Quest'arte magistrale vuole un linguaggio mirabilmente preciso e vien designata coll'istesso nome che han fra noi la ragione e il calcolo: un nome solo dice queste tre cose. Infatti che cos'è la ragione se non il discorso stesso, quando i significati dei termini sono ben definiti e soccorsi dalla loro permanenza, e quando questi significati immutabili si adattano gli uni agli altri, e si compongono chiaramente? E’ però una cosa sola col calcolo. 

FEDRO - Come mai? 

SOCRATE - Perche tra Ie parole annoveriamo i numeri, che sono Ie parole più semplici.

FEDRO - Ma quelle che non sono semplici, non s'adattano al calcolo? 

SOCRATE – Difficilmente. 

FEDRO - Perché? 

SOCRATE - Perché furono create separatamente: Ie une in un determinato istante e per un dato bisogno, Ie altre in una diversa circostanza. E poiché non possono averle composte con un unico atto né un solo aspetto delle cose né un solo desiderio né un solo spirito, nel loro insieme non sono appropriate ad alcun uso particolare, e riesce impossibile condurle a sviluppi certi e lontani, senza per altro smarrirci nelle loro ramificazioni infinite... Bisogna aggiustare queste parole complesse come vien fatto dei blocchi irregolari, speculando sulle possibilità e sull’inatteso che ci riservano gli ordinamenti di tal sorta; e chiamare "poeti” coloro che per tale lavoro son prediletti dalla fortuna. 

FEDRO - Sembri votato all'adorazione dell'architettura! Non puoi parlare senza togliere in prestito all'arte maggiore Ie sue immagini e il suo saldo ideale. 

SOCRATE - Sono tutto impregnato dei ragionamenti d'Eupalino che tu riferivi: essi hanno risvegliato in me qualche cosa di rassomigliante. 

FEDRO - Nascondi un architetto? 

SOCRATE - Nulla ci può sedurre e nulla ci può invaghire … 

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